
Da dove deriva il concetto della New Age che la mente da sola provoca
e guarisce tutte le malattie fisiche? Dopo tutto, la New Age sostiene di
avere solide fondamenta nelle grandi tradizioni mistiche, spirituali e trascendentali
del mondo, ma in questo caso ritengo che il terreno sia molto instabile.
Jeanne Achterberg, autrice di Imagy In Healing (che consiglio vivamente)
ritiene che tale concetto possa essere fatto risalire alle scuole dei Pensiero
Nuovo o Pensiero Metafisico, che sorsero da una lettura (distorta) dei trascendentalisti
dei New England, Emerson e Thoreau, i quali fondavano buona parte dei loro
lavoro sul misticismo orientale. Le scuole del Pensiero Nuovo, la più
nota delle quali è la Christian Science, confondono il concetto:
"La Divinità crea il tutto", che è corretto, con
il concetto: "Dato che sono tutt'uno con Dio, io creo il tutto".
Ritengo che in questa posizione ci siano due errori, che Emerson e Thoreau
avrebbero decisamente confutato. Il primo è che Dio è visto
come un padre che interviene a favore dell'universo, anziché la Realtà
o Condizione o "quiddità" imparziale dell'universo. Il
secondo è che l'io è considerato tutt'uno con quel Dio parentale
e che, pertanto, può intervenire e mettere ordine nell'universo.
Non ho mai trovato nelle tradizioni mistiche alcun elemento che dia sostegno
a questo concetto.
I sostenitori della New Age affermano di fondare questo concetto sul principio
del karma, secondo il quale le circostanze attuali della tua vita sono il
risultato di pensieri e azioni di una vita precedente. Secondo l'induismo
e il buddismo questo è parzialmente vero; ma anche se fosse completamente
vero - e non lo è - ritengo che i sostenitori della New Age abbiano
trascurato un fatto essenziale: secondo tali tradizioni, le circostanze
attuali sono il risultato di pensieri e azioni di una vita precedente, perciò
pensieri e azioni di questa vita influenzeranno la tua vita successiva,
l'incarnazione successiva, non quella attuale. I buddisti dicono che in
questa vita leggi semplicemente un libro che hai scritto nella vita precedente
e che quanto fai adesso non darà frutti fino alla prossima vita.
In nessun caso il tuo pensiero attuale può creare la tua realtà
attuale. Personalmente non credo a questa particolare visione del karma.
E' un concetto alquanto primitivo, in seguito perfezionato (e per lo più
abbandonato) dalle scuole più evolute del buddismo, dalle quali fu
riconosciuto che non tutto ciò che ti succede è il risultato
delle tue azioni passate. Namkhai Norbu, maestro del buddismo Dzogchen (considerato
la vetta dell'insegnamento buddista) spiega: "Esistono malattie generate
dal karma, o condizioni precedenti dell'individuo, ma esistono anche malattie
generate da energie che vengono da altri, o dall'esterno. Esistono pure
malattie prodotte da cause momentanee, come il cibo e altre combinazioni
di circostanze. Esistono malattie provocate da incidenti, e inoltre ogni
sorta di malattie collegate all'ambiente".
Quello che voglio dimostrare è che né la versione primitiva
del karma, né gli insegnamenti più evoluti prestano il benché
minimo sostegno al concetto sostenuto dalla New Age.
Allora, da dove proviene questo concetto? A questo punto parlerò
delle teorie che ho elaborato sulle persone che hanno tali credenze. Non
entrerò in un rapporto di compassione con la sofferenza provocata
da questi concetti. Intendo piuttosto classificarli, incasellarli, creare
teorie su di essi, perché ritengo che tali idee siano pericolose,
che sia necessario classificarle, se non altro per impedire altra sofferenza.
I miei commenti non sono rivolti al gran numero di persone che credono in
queste idee in modo innocente, ingenuo e innocuo. Più che altro,
ho in mente i leaders nazionali di questo movimento, individui che tengono
seminari sulla creazione della tua realtà, che tengono gruppi di
lavoro per insegnare, ad esempio, che il cancro è provocato unicamente
dal risentimento; che insegnano che la povertà deriva da te e l'oppressione
è qualcosa che ti sei procurato da solo. Forse sono persone bene
intenzionate ma, ciò nonostante, restano pericolose perché,
a mio parere, distolgono l'attenzione dai livelli reali - per esempio fisico,
ambientale, legale, morale e socioeconomico, livelli in cui c'è un
bisogno disperato di intervenire.
Ritengo che tali credenze, in particolare quella secondo la quale creiamo
noi stessi la nostra realtà, siano credenze del secondo livello.
Hanno tutti i segni caratteristici dei disturbi narcisistici della personalità,
con la loro visione magica e infantile del mondo, che comprende grandiosità,
onnipotenza, narcisismo. L'idea che i pensieri, non solo influenzano la
realtà bensì la creano è, a mio parere, la conseguenza
diretta della differenziazione incompleta dei confini dell'io. Pensieri
e oggetti non sono separati con chiarezza, pertanto manipolare il pensiero
significa manipolare l'oggetto in modo magico e onnipotente.
Credo che in America la cultura iperindividualista, che raggiunse il culmine
nel "decennio dell'io", abbia favorito la regressione ai livelli
magici e narcisistici. Sono del parere (insieme a Robert Bellab e Dick Anthony)
che la frantumazione di alcune strutture socialmente aggreganti abbia riportato
gli individui a far conto sulle proprie risorse e che questo abbia contribuito
a riattivare le tendenze narcisistiche. D'accordo con gli psicologi clinici,
ritengo che subito sotto la superficie del narcisismo sia annidata la rabbia,
espressa in particolare, ma non soltanto, nella convinzione: "Non voglio
farti del male, ti amo; ma se non sarai d'accordo con me ti verrà
una malattia che ti ucciderà. Sii d'accordo con me, accetta il fatto
che crei tu stesso la tua realtà, e starai meglio, vivrai".
Questo concetto non ha alcuna base nelle grandi tradizioni mistiche del
mondo: si fonda sulla patologia narcisistica e borderline.
Le risposte dei lettori al mio articolo sulla New Age esprimevano, per lo
più, un consenso all'indignazione morale che avevo manifestato per
gli effetti negativi di queste idee su molte persone innocenti. Tuttavia
i sostenitori più accaniti della "New Age" reagirono con
rabbia, esprimendo idee del tipo: se quello era il pensiero mio e di Treya
(N.d.T. Treya moglie dell'autore morta di cancro), lei meritava di
avere il cancro; era stata lei a provocarlo in se stessa con quei pensieri.
Non intendo con questo condannare l'intero movimento della New Age. E' un
movimento ampio e variegato e in esso ci sono aspetti che sono basati realmente
su principi mistici e transpersonali (come l'importanza dell'intuizione
e l'esistenza della coscienza universale). Il fatto è che qualsiasi
movimento autenticamente transpersonale attira un gran numero di elementi
prepersonali, semplicemente perché entrambi sono non-personali ed
è esattamente questa confusione tra "pre" e "trans"
a costituire, a mio parere, uno dei problemi principali nel movimento della
New Age.
Ecco un esempio concreto fondato sulla ricerca empirica.
Durante i tumulti a Berkeley di protesta contro la guerra in Vietnam, un
gruppo di ricercatori sottopose un campione rappresentativo di studenti
che manifestavano al test dello sviluppo morale elaborato da Kohiberg. Infatti,
gli studenti sostenevano che la loro principale obiezione alla guerra era
che fosse immorale. La questione quindi era: in base a quali stadi dello
sviluppo morale stavano operando questi studenti? I ricercatori scoprirono
che una piccola percentuale di studenti, circa il 20%, agiva effettivamente
in base agli stadi postconvenzionali (o trans-convenzionali). Le loro obiezioni,
cioè, erano fondate su principi universali di bene e di male, non
sugli standard di una determinata società o sul capriccio individuale.
Le loro opinioni sulla guerra potevano essere giuste o sbagliate; tuttavia
il loro ragionamento morale era piuttosto evoluto. Viceversa, si scoprì
che la gran maggioranza dei contestatori, l'80% circa, era preconvenzionale,
il che significa che il loro ragionamento morale era fondato su motivazioni
personali e per lo più egoistiche. Non volevano la guerra, non perché
la guerra fosse immorale, non perché fossero realmente interessati
al popolo vietnamita, ma perché non volevano che qualcuno imponesse
loro qualcosa. Le loro motivazioni non erano universali e neppure sociali,
ma puramente egoistiche. Come era prevedibile, non c'erano praticamente
studenti al livello convenzionale, il livello dei "sostengo il mio
paese, che sia nel giusto o no" (dato che questo tipo di studenti non
avrebbe avuto alcun motivo di protestare). In altre parole, un piccolo numero
di studenti realmente post o trans-convenzionali aveva attratto un grande
numero di tipi preconvenzionali, perché entrambi avevano in comune
il fatto di non essere convenzionali.
Ritengo che, analogamente, nel movimento della New Age una piccola percentuale
d'elementi e principi autenticamente mistici o transpersonali (dal settimo
al nono livello) abbiano attratto un numero enorme di elementi prepersonali,
magici, prerazionali (dal primo al quarto livello), per il semplice motivo
che entrambi sono non razionali, non convenzionali, non ortodossi (quinto
e sesto livello).Questi elementi prepersonali e prerazionali affermano,
come fecero gli studenti preconvenzionali, di possedere l'autorità
e il supporto derivanti da uno stato "elevato" quando tutto ciò
che fanno, mi dispiace dirlo, è di razionalizzare la propria posizione
centrata su se stessi.
Come sottolinea Jack Engler, essi sono attratti dal misticismo transpersonale
in quanto mezzo per razionalizzare le inclinazioni prepersonali; è
il caso classico di "fallacia pre/trans".
In conclusione vorrei dire, d'accordo con William Irwin Thompson, che il
20% circa del movimento della New Age è transpersonale (trascendentale
ed autenticamente mistico); l'80% circa è prepersonale (magico e
narcisistico). Solitamente si riesce a individuare gli elementi transpersonali
perché non amano essere definiti "New Age"; in loro non
c'è niente di nuovo: sono perenni.
Nel campo della psicologia transpersonale dobbiamo costantemente trattare
con la massima delicatezza possibile le tendenze prepersonali, perché
conferiscono all'intero settore una reputazione di "stravaganza",
di "scempiaggine". Non siamo oppositori delle credenze prepersonali,
tuttavia ci troviamo in difficoltà quando ci viene, chiesto di accettare
e di far nostre tali credenze come se fossero transpersonali.
I nostri amici un po' più "eccentrici" si arrabbiano parecchio
con noi, poiché sono orientati a pensare che il mondo possa essere
suddiviso soltanto in fazioni: razionale e non razionale, e che pertanto
dovremmo unirci a loro e combattere contro la fazione razionalista. In realtà,
le fazioni sono tre: prerazionale, razionale e transrazionale e, di fatto,
noi siamo più vicini ai razionalisti che ai prerazionalisti. I livelli
più elevati trascendono ma includono quelli inferiori. Lo spirito
è translogico, non antilogico; comprende la logica e va oltre essa,
non la respinge. Ciascun principio transpersonale deve essere convalidato
dal test della logica e soltanto allora potrà andare al di là
di essa, grazie ai suoi insights (visioni profonde). Il buddismo è
un sistema estremamente razionale che aggiunge alla razionalità la
consapevolezza intuitiva. Mi dispiace dirlo, ma alcuni orientamenti "eccentrici"
non vanno per nulla oltre la logica, restano al di sotto di essa.
Pertanto quello che cerchiamo di fare è di distaccare gli elementi
autentici dello sviluppo mistico, quelli universali, "testati in laboratorio",
dalle tendenze idiosincratiche, magiche e narcisistiche. E' un compito arduo
e insidioso e non sempre riusciamo a svolgerlo correttamente. I leaders
in questo campo sono Jack Engler, Daniel Brown, Roger Walsh, William Irwin
Thompson e Jeremy Hayward.
Vorrei concludere questa discussione ribadendo la mia tesi iniziale: nel
trattare qualsiasi malattia, cerca con ogni mezzo di determinare esattamente
da quale livello derivino le sue varie componenti e per trattarla impiega
terapie appartenenti allo stesso livello. Se riesci ad individuare i giusti
livelli, metterai in atto azioni che hanno la massima possibilità
di apportare la guarigione; sbagli livello, produrrai soltanto sentimenti
di colpa e di disperazione.
da "GRAZIA E GRINTA" di Ken Wilber Cittadella Editrice.
Ken Wilber
Libera traduzione
<<>> E' importante chiarire il significato che si attribuisce
alla parola "ego". Questa parola a causato maggior confusione
particolarmente nei circoli transpersonali.
""Ego", " "razionalità"sono parole
sporche nei circoli mistici, transpersonali e New Age, ma pochi ricercatori
s'impegnano a definirle e quelli che lo fanno lo fanno in modo differente.
Possiamo definire l'"ego" come ci piace, finché siamo chiari,
ma la maggior parte degli scrittori New Age usa il termine in maniera molto
vaga, a significare un senso del "sé separato" isolato
dagli altri e dal terreno spirituale. Sfortunatamente questi scrittori non
distinguono chiaramente gli stati pre-egoici con quelli che sono trans egoici
e così metà delle loro raccomandazioni per la salvazione sono
solo raccomandazioni su diversi modi di regredire. E questo allarma i ricercatori
ortodossi. La loro conclusione generale è che, se tutti i veri stati
spirituali sono oltre all'"ego", il che è abbastanza vero
a prima vista, ma ogni descrizione che non è qualificata chiaramente
confonde terribilmente. Per la maggior parte degli scrittori orientati psicanaliticamente,
l'"ego" sta a significare - il processo di organizzare la psiche,
- e, a questo riguardo molti ricercatori adesso preferiscono il termine
più generale "self" "sé". L'ego o il sé
come principio che da unità alla mente è uno schema d'organizzazione
cruciale e fondamentale. Cercare di andare oltre all'"ego" significherebbe
quindi non la trascendenza, ma il disastro. E così i teorici ortodossi
sono profondamente perplessi su ciò che può significare "oltre
all'ego" e su chi possa desiderare tale stato. Secondo questa definizione
anche loro hanno delle buone ragioni. Ci ritorneremo tra un momento. Nella
filosofia in generale la distinzione è fatta tra l'"io"
empirico che è il sé sino al punto in cui può essere
oggetto della consapevolezza e dell'introspezione, ed il "Puro Ego"
(Ego trascendentale, Kant, Fichte, Husserl) che è pura soggettività
(o il "sé che osserva", il "testimone") che non
può mai essere osservato come oggetto. A questo riguardo il Puro
"ego" il puro Sé, è virtualmente identico a ciò
che gli Indù chiamano Atman (o il puro testimone che non può
a sua volta aver testimoni, il puro osservatore che non è mai oggetto
e contiene tutti gli oggetti in se stesso). Più oltre per certi filosofi
come Fichte, questo puro "ego" è Uno con lo Spirito Assoluto,
che è precisamente la formula Indù Atman = Brahman. Udire
che lo spirito è descritto come puro ego confonde completamente gli
entusiasti della New Age che sono generalmente inconsapevoli dell'uso storico
del termine, e per chi vuole che "ego" significhi solamente il
demonio, anche se di cuore abbracciano l'identica nozione (Atman = Brahman).
Sono egualmente confusi quando qualcuno come Jack Engler, un teorico che
studia l'interfaccia tra psichiatria e meditazione, afferma che la meditazione
aumenta la forza dell'io (cosa che certamente fa perché la forza
dell'io nel senso psichiatrico significa "capacità d'osservazione
distaccata"), ma poiché quelli della New Age pensano che meditazione
significhi oltre all'"ego" per loro ogni cosa che rafforza l'ego
è semplicemente il diavolo e così la confusione si diffonde.
"Ego" è il corrispondente latino di "io". Freud
per esempio non usò la parola "ego", ma la parola tedesca
"das Ich", o "l'io" che Stracy sfortunatamente tradusse
in ego. Si mise in contrapposizione l'io con l'oggetto (ciò, it)
che Freud chiamò "Es", che in tedesco sta per "ciò",
e che ancora infelicemente fu tradotto in latino con "Id", un
termine che Freud non usò mai. Infatti, il grande libro di Freud
"l'ego e l'Id" era in realtà l'"Io" e l'"es"
(it).
Il punto di Freud era che la maggior parte della gente abbia un senso dell'io
o di se stessa, ma che qualche volta, parti del loro stesso sé appaiono,
estranee, alienate e separate da loro stessi, appaiono cioè esterne,
per togliersi in questo modo la responsabilità per i propri stati
(si dice: "L'ansia mi disturba", "il desiderio di mangiare
è più forte di me" e così via).Quando parti dell'io
sono divise e represse, esse appaiono come sintomi o come oggetti su cui
non abbiamo controllo. Il fine basilare della terapia di Freud era quindi
riunire l'io e l'es e così guarire la divisione tra loro. La sua
più famosa frase riguardo al goal della terapia era "dov'era
l'id ci sarà l'io" che attualmente potremmo mettere dove era
l'oggetto (id) ci sarà l'io.
Che uno sia freudiano o meno, questa è ancora la più accurata
e succinta sintesi di tutte le forme di psicoterapia dello svelamento. E
indica semplicemente un'espansione dell'io all'interno di una più
alta e ampia identità che integra processi precedentemente alienati.
Il termine ego può ovviamente essere usato in un gran numero di situazioni
assai differenti, dalle più ampie alle più ristrette ed è
necessario specificare di nuovo quale uso si intenda farne o altrimenti
nasceranno interminabili discussioni che sono generate soltanto da una scelta
semantica arbitraria.
Nel senso più ampio del termine "ego" significa "sé"
o soggetto, e così quando Piaget parla delle prime fasi di sviluppo
come "egocentriche" non indica che un "sé" o
"ego" forte chiaramente differenziato, da una parte rispetto al
mondo, egli vuol significare invece proprio l'opposto che il sé non
è differenziato dal mondo, non c'è un io forte e così
il mondo è trattato come un'estensione del sé "egocentricamente".
Solo con l'emergere di un io forte e differenziato, (cosa che accade tra
il 3 e 5 fulcro che culmina nel formale-operativo o da prospettive razionali)
e solo con l'emergere dell'ego maturo che l'egocentrismo scompare. Le fasi
pregoiche sono le più egocentriche. In effetti, è soltanto
al livello del pensiero formale operativo (come vedremo fra poco) che un
"ego" forte e differenziato emerge dal contesto in cui si trovava
"fuso" in impulsi fisici del corpo, da ruoli sociali imposti dall'esterno;
e questo di certo ciò cui si riferisce Habermas come identità
dell'"ego": un completamente individuato e separato senso del
sé. Per ripetere: l'"ego" così com'è usato
dalla psicanalisi, Piaget, Habermas ed altri, è meno egocentrico
dei suoi pregoici predecessori. Userò il termine in questo
senso ristretto simile a Freud, Piaget, Habermas, e altri un razionale ed
individuato senso di sé differenziato dal mondo esterno, (dai ruoli
sociali e dal Superego) e dalla sua natura interiore (Id).In questo senso
ci sono reami pregoici particolarmente gli arcaici e magici, dove
il sé è poco differenziato dal mondo interno ed esterno e
ci sono soltanto degli "ego-nuclei" come la mette la psicanalisi.
Questi reami pregoici, per ripetere, sono i più egocentrici,
perché il bambino non ha un forte ego egli pensa che il mondo senta
quello che lui sente, voglia ciò che lui vuole, e che accetti ogni
suo desiderio non separa il suo sé dagli altri e così li tratta
come un'estensione di sé.
L'"ego" incomincia più stabilmente ad emergere come persona
nella fase mitica, come ruolo e finalmente emerge nello stato formale operativo,
come un sé differenziato dall'ambiente pur nei suoi vari (ruoli -
personae). Più alti sviluppi in più reami spirituali sono
quindi definiti transegoici con la chiara comprensione che l'ego è
stato negato (trasceso), ma anche preservato (come un funzionale sé
agente nella realtà convenzionale). In questi alti stati io mi riferisco
al Sé e non al puro "ego" perché questo confonde
tutti, ma spiegherò in dettaglio procedendo. Questi tre grandi reami
sono anche definiti in termini generali come subconsci (pre egoico) consci
(egoico) e superconscio (transegoico); o come prepersonale, personale e
transpersonale, o come prerazionale, razionale e transrazionale. Il fatto
è che ad ognuno di questi livelli c'è una diminuzione d'egocentrismo
man mano che uno si avvicina al puro Sé. Il massimo d'egocentrismo,
come Piaget ha dimostrato, si manifesta nelle dissociazioni primarie o fisiche
dove l'identità di sé è fisiocentrica (perché
l'intero mondo materiale è assorbito nel senso del sé e non
può essere considerato a parte da questa sensazione di sé).
Questa fase autistica arcaica non è "uno con il mondo in gioia
e beatitudine" come tanti romantici pensano, ma l'ingoiare il mondo
in sé, il bambino è tutta bocca ed ogni altra cosa è
soltanto cibo. Come l'identità si sposta dal livello fisiocentrico
al livello biocentrico o egocentrico (fulcro due) c'è un diminuire
del puro autismo e del "solo io!" ma un fiorire di narcisismo
o d'egocentrismo emozionale, che Mahaler descrive anche come "vetta
del narcisismo!" o altri anche "il mondo è l'ostrica delle
grandiose fantasie onnipotenti dell'infanzia". L'emergere della mente
concettuale operativa e un diminuire di questo egocentrismo emozionale,
ma persiste un fulcro di magia egocentrica e geocentrica: il mondo esiste
centrato sugli umani. L'emergere della mente concettuale operativa (fulcro
4) è il diminuire di questa visione magica egocentrica dove il sé
è centrale al cosmo, ed è sostituita dall'etnocentrismo dove
il proprio particolare gruppo, cultura, o razza è suprema. Allo stesso
tempo questo permette l"inizio di quello che Piaget chiama il decentramento,
stato in cui uno può decentrare o spostarsi da un lato tra l'egocentrismo
della mente primitiva e prendere il ruolo di altro. E questo viene con l'offerta
di un maggior decentramento e maggiore diminuzione del pensiero formale
operativo in cui uno può assumere la prospettiva non solo degli altri
del proprio gruppo, ma anche di altri in altri gruppi, mondocentico e non
etnocentrico (che ha come centro il mondo e non la propria etnia). In altre
parole ogni livello trascende il precedente ed è quindi meno egocentrico,
meno catturato da una prospettiva ristretta, ma raggiunge sempre più
un abbraccio di più profonde e più ampie occasioni. Il sé
diventa sempre meno egocentrico quindi abbraccia più oloni ugualmente
meritevoli di medesimo rispetto. Come vedremo quando seguiremo l'evoluzione
nei domini transpersonali, questi sviluppi convergono nell'intuizione del
divino come proprio vero sé comune a tutti gli uomini (infatti, per
tutti gli esseri senzienti c'è un sé che è il grande
punto Omega dell'intera serie di decrescenza d'egocentrismo, di decentrazione
dal piccolo sé per realizzare il Sé, che è il Sé
comune a tutti gli esseri).
Se, mentre state leggendo queste parole, avete voglia di andare "al
di là" dell'io per trovare "Colui Che Osserva e Percepisce",
ebbene fatelo: troverete soltanto questa pagina! "Che si vedano onde
o particelle, cicloni o uova in camicia... sono sempre oggetti, e non importa
cosa si creda di stare vedendo, in ultima analisi l'osservatore è
proprio quello che viene osservato... Ma quando questo accadrà (sta
accadendo adesso), voi non sarete soggetti e la pagina non sarà
oggetto, perché soggetto e oggetto saranno entrambi dissolti
nella Soggettività non duale; uno stato di cose che tentiamo di esprimere
dicendo che in questo momento voi siete la pagina che leggete. Oltre la
dualità, infatti, tutti gli oggetti sono soggetti di se stessi,
perché soggetto e oggetto sono solo due modi di avvicinarsi all'unica
realtà che chiamiamo Mente (Coscienza).
Questa divisione, questa distanza tra soggetto e oggetto, questo Dualismo
Primario, è ciò che dà il via all'evoluzione dello
spettro della coscienza, e che continua ad operare a tutti i livelli per
mezzo di irriducibili ed illusorie separazioni (pensatore/pensiero, conoscitore/conosciuto,
ecc.). Ciascun livello dello spettro non è che una variante di questo
dualismo primordiale, ed è caratterizzato da una restrizione del
senso d'identità o pseudosoggettività: dall'universo all'organismo,
fino all'ego ed alle varie parti di esso.
Questo spazio, questa distanza tra soggetto e oggetto partecipa del
tempo, perché spazio e tempo non sono assoluti newtoniani
separati tra loro, ma costituiscono un continuum. La componente temporale
del Dualismo Primario è data dal Dualismo Secondario, o dualismo
vita/morte. Abbiamo trattato questi dualismi come se fossero distinti: un
semplice espediente esegetico per poter descrivere con maggior facilità
l'evoluzione dello spettro della coscienza. In realtà, quando l'uomo
inizia a vivere nello spazio (dualismo primario), inizia anche a vivere
nel tempo (dualismo secondario).
Teniamo presente che il dualismo secondario scaccia l'uomo dall'Ora senza
tempo, dove vita e morte sono una cosa sola, e lo trasferisce in un mondo
cronologico immaginario, in cui egli combatte per sfuggire ad una morte
illusoria, cercando di assicurarsi un futuro di pura fantasia. Vivere nel
momento senza tempo significa non avere futuro, e questo equivale a morire,
ma nessun uomo sa accettare la morte e quindi non può vivere nell'Ora
che è oltre il tempo. Ma la vita dell'uomo immerso nel tempo (dualismo
secondario) non è che l'altra faccia della vita dell'uomo immerso
nello spazio (dualismo primario), perciò quando un uomo separa il
proprio organismo dall'ambiente (dualismo primario) emergono immediatamente
i problemi conseguenti alle opposizioni essere/nulla, esistenza/non-esistenza,
vita/morte, tutti a loro volta relativi al problema di tempo. Quando invece
l'uomo è una cosa sola con l'universo (nessun dualismo primario),
non vi è nulla al di fuori che possa minacciare la sua esistenza;
vale a dire, non vi è più opposizione tra essere e nulla (dualismo
secondario). E quando la vita e la morte sembrano essere una cosa sola (nessun
dualismo secondario), allora non vi è nulla che possa minacciare
l'esistenza dell'uomo, e dunque, nulla al di fuori di lui che sia in grado
di farlo, nessuna distanza tra uomo ed universo (nessun dualismo primario).
La distanza che c'è tra voi e questa pagina e la stessa distanza
che vi separa dall'Ora. Se riusciste a vivere completamente nell'Ora,
voi e questa pagina (ed ogni altro oggetto) sareste una cosa sola, se foste
una cosa sola, vivreste nell'Ora. Dualismo Primario e Dualismo Secondario
sono solo due modi di descrivere la stessa frattura dell'unità spazio
tempo.
E' naturale che, se non vi è modo di trovare la Mente nello spazio
cercandola come se fosse un oggetto "là fuori", non è
neppure possibile trovarla nel tempo a forza di cercarla nel futuro. Così
non vi è un sentiero che conduca QUI, neppure ve n'è uno chi
conduca all'ORA. Qualsiasi Mente, o Dio, o Brahman chi riuscissimo a trovare
all'interno del tempo sarebbe un'entità. temporale che nulla avrebbe
a che vedere con la Divinità. La maggior parte di noi è convinta
che, anche se la Mente non è qui in questo momento, sarà però
possibile, mettendocela tutta trovarla domani. Ma una Mente che sia possibile
trovare "domani" deve, di necessità, avere un inizio nel
tempo, dal momento che sembra essere assente oggi, ma presente in futuro.
Noi non possiamo entrare nell'Eternità perché l'Eternità
è sempre presente: una situazione nella quale si possa entrare può
essere solo una situazione immersa nel tempo. O la troveremo Ora, oppure
non la troveremo mai più.
Hstian-tse sentì parlare di un maestro di meditazione che si chiamava
Chih-huang. Quando lo andò a trovare, Chih-huang stava meditando.
"Cosa stai facendo?" chiese Hstian-tse.
"Sto entrando in samadhi" (unione senza tempo con l'universo)
rispose Chih-huang:
"Tu parli di entrare, ma per entrare in samadhi occorre il pensiero
o l'assenza di pensiero? Se mi rispondi che occorre l'assenza di pensiero,
tutti gli esseri non senzienti come le piante o i mattoni potrebbero raggiungere
il samadhi. Se invece rispondi che occorre il pensiero, tutti gli esseri
senzienti lo potrebbero raggiungere."
"Ebbene", disse Chih huang, "Io non so se nella mia mente
vi è pensiero o assenza di esso."
Il verdetto di Hstian tse fu immediato: "Se non sei consapevole né
dell'uno né dell'altro, significa che ti trovi sempre in samadhi;
ed allora perché parlare di entrarvi o di uscirne? Se invece affermi
che puoi entrarvi o uscirne, non può trattarsi del Grande Samadhi.
Anche Shankara, su questo punto, è chiarissimo:
Se il Brahman fosse considerato complementare a certe azioni, e la liberazione
come l'effetto di tali azioni, esso sarebbe immerso nel tempo, e andrebbe
semplicemente considerato come il più importante tra i numerosi frutti
temporali, disposti in ordine gerarchico, delle azioni. Ma... la liberazione
è eterna... La sua natura è quella dell'eternamente libero
Sé, e non può essere gravata dalle imperfezioni della temporalità.
In altre parole, se la scoperta della Mente o liberazione ha inizio nel
tempo, vuoi dire che non è una liberazione autentica; la liberazione
non può essere una speranza futura, ma un fatto che accade ora. Poiché
ogni dualismo è illusorio, non c'è nulla che ci vincoli, nessuna
catena da spezzare, nessuna libertà da conseguire.
Monaco: Com'è ci si libera (dall'agonia) del triplice mondo?
Seng tsang: Dove ti trovi in questo preciso momento?
Tao hsin: Ti prego, indicami la via per liberarmi!
Seng tsan: Chi ti tiene legato?
Tao hsin: Nessuno.
Seng tsang: Perché dunque cerchi di liberarti?
Allan Watts riassume dicendo: "Ciò di cui abbiamo bisogno per
conseguire la coscienza cosmica è già qui; tutto il resto
è solo inutile o di ostacolo.
Qualunque sentiero che porti da qualche parte, allontana dall'Ora.
Citiamo Nagarjuna: "Non vi è differenza tra nirvana e
samsara; non vi è differenza tra samsara e nirvana".
E Dogen: "Il sentiero è la meta". Innumerevoli simili
dichiarazioni di Maestri di ogni grande tradizione, affermano che illuminazione
e ignoranza, realtà e illusione, paradiso ed inferno, liberazione
e schiavitù, sono non duali e non devono essere separati. Quindi,
"voi vi trovate già dove qualunque sentiero potrebbe condurvi.
La maggior parte di noi, tuttavia, è come l'uomo convinto che la
terra sia piatta, e incapace di capire l'errore anche dopo aver viaggiato
intorno al mondo ed esser tornato al punto da cui era partito. Siamo convinti
che, se è la Mente quel che "manca", allora possiamo raggiungerla
per mezzo di "esercizi spirituali"; ma così facendo ci
ritroviamo inevitabilmente al punto di partenza.
Qui e ora. Citiamo Huang Po:
Anche attraversando tutte le fasi del sentiero del Bodhisattva verso la
Buddhità, una per una, quando alla fine, in un solo istante, conseguirai
la piena realizzazione, avrai soltanto realizzato la Natura di Buddha che
è stata con te per tutto il tempo; non vi sarà nulla che tu
avrai aggiunto, lungo tutto il sentiero. Arriverai a guardare millenni di
lavoro come se fossero le azioni irreali di un sogno.
Se invece crediamo davvero che la terra sia piatta, che siamo privi della
Natura Buddhica, allora non ci resta che metterci in viaggio. Ci possono
aiutare gli upaya (i "mezzi ingegnosi"), termine spesso
tradotto con "inganno"; e infatti inganniamo noi stessi, perché
cerchiamo qualcosa che non abbiamo mai perso. Grazie agli upaya si
possono effettuare quegli esperimenti che permettono all'individuo di stabilire
se la Mente esiste o meno. Come tutti gli esperimenti scientifici, essi
consistono di una serie di istruzioni che l'individuo può scegliere
di seguire o di rifiutare. Se le rifiuta, non potrà però permettersi
di dare giudizi sull'esperienza della Mente. Se uno scienziato nega il "solo-Mente"
ed afferma che si tratta di un cumulo di sciocchezze, senza avere alcuna
prova scientifica, il suo comportamento non è quello di un vero scienziato.
Gli upaya (Esperimenti Ingegnosi) sono perfettamente intelligibili,
razionali, scientifici. Chi li rifiuta può farlo solo per ragioni
emotive.
Il numero di Esperimenti Ingegnosi messi a punto nel corso dei secoli è
notevole, ma a nostro avviso i loro tratti essenziali sono molto simili..
Ci proponiamo di presentare ora un sommario dei tipi più importanti,
sottolineandone le somiglianze.
Iniziamo con il dott. Hubert Benoit, i cui Esperimenti Ingegnosi si riassumono
nel "gesto interiore", che se ripetuto con fede può condurci
a realizzare che "ognuno di noi vive in stato di satori, né
potrebbe essere altrimenti... "Perché questa è la nostra
eterna condizione, che nulla ha a che fare con la nostra nascita o la nostra
morte."
L'analisi benoitiana del "gesto interiore" è dedicata soprattutto
ad analizzare i processi interni che ora condizionano la nostra illusione
di non vivere in stato di satori. Vedremo che si tratta dei nostri processi
ideativoemotivi, in cui la nostra Energia vitale è disintegrata,
e tenteremo di definire con chiarezza le disfunzioni della nostra attenzione
che a loro volta condizionano tali processi. Nel corso del nostro lavoro
abbiamo descritto questi "processi che condizionano la nostra illusione
di non vivere in stato di satori", e abbiamo detto che si trattava
delle nostre tendenze alla concettualizzazione, all'oggettivazione e al
dualismo; Benoit li chiama semplicemente "processi ideativoemotivi",
ed afferma che essi conducono all'identificazione con il proprio organismo
anziché con il resto della Manifestazione. Per arrivare a percepire
la nostra identità cosmica, dobbiamo lasciar andare, per lo meno
temporaneamente ,i nostri concetti, le immagini e gli oggetti mentali.
Per far questo, e "questo" è l'Esperimento, il gesto interiore,
dobbiamo comprendere i meccanismi psicologici che alimentano la formazione
di nuovi pensieri, concetti ed immagini. Smettete per un attimo di leggere,
e noterete che nella vostra testa la conversazione con voi stessi continua.
E' difficile farla cessare perfino introducendo l'idea di smettere, perché
questa stessa idea non è che una continuazione della conversazione.
Non funzionerà mai perché passeremo il tempo a pensare di
non pensare.
Dobbiamo invece comprendere il meccanismo che genera la concettualizzazione
in modo da elminarlo alla radice, e Benoit lo ha descritto. Per comprendere
la sua spiegazione è sufficiente ricordare che Benoit si muove entro
il contesto della "mobilitazione dell'Energia", vale a dire l'idea
che in ogni istante la nostra Energia emerge dal basso (la Mente, dove vi
è Energia pura, informale, non oggettiva, oltre il tempo e lo spazio)
ed opera Ora, nel "momento, durata". Quest'Energia, mobilitandosi
dall'interno, sembra anche intensificarsi, e mentre passa per il Livello
Esistenziale Biosociale inizia ad assumere la forma dei pensieri e
la direzione delle emozioni; questi "processi ideativoemotivi"
disintegrano e disperdono la nostra Energia.
E' importante comprendere tutto questo perché non ci sfugga il significato
di ciò che scrive Benoit La mobilitazione dell'Energia e la successiva
"disintegrazione" in forme di pensiero e in direzioni emotive
si sta realizzando anche adesso, in ogni momento, anche se si nota meglio
soprattutto in certe situazioni. Se, per esempio, arrivo alle vostre spalle
e grido per spaventarvi, per alcuni istanti, in cui rimanete assolutamente
immobili anche se mi sentite gridare, sperimenterete una sorta di attenzione
passiva che poi esploderà in una sensazione di shock (o qualcosa
di simile), accompagnata da un flusso di pensieri ed emozioni (processi
ideativoemotivi). In quei pochi istanti di consapevolezza passiva la vostra
Energia inizia a mobilitarsi senza elaborare ancora shock o paura, è
pura e senza forma; solo più tardi si ha la disintegrazione nei pensieri
e nelle emozioni riguardanti lo shock e la paura.
Un altro esempio: un oggetto di cristallo cade da uno scaffale, la vostra
Energia si mobilita velocemente e spontaneamente, mentre voi tentate di
afferrare l'oggetto senza che ci sia il tempo di formulare un pensiero,
un idea o un'intenzione. Solo quando lo avete afferrato potete pensarci,
capire cos'è successo, e allora il vostro battito cardiaco si fa
più veloce, i pensieri si affollano nella mente e la vostra Energia
inizia a disintegrarsi in pensieri ed emozioni. Si tratta di due esempi
estremi per qualcosa che succede continuamente, perché la nostra
Energia viene continuamente aggredita da idee, concetti, pensieri, emozioni
e oggetti mentali, il che introduce uno schermo tra il Sé e la Realtà.
Questo schermo dev'essere sollevato, e per far ciò dobbiamo comprendere
il meccanismo che lo genera. Ecco la risposta di Benoit:
Quest'intimo processo è la modalità passiva secondo la quale
opera la mia attenzione. E' perché la mia attenzione è
passiva che essa viene allertata dalla mobilitazione dell'energia prodotta,
quando è già troppo tardi e non resta altro da fare che
disintegrare tale Energia. La mia attenzione (ordinaria) non si trova in
realtà in uno stato di vigilanza autonomo e incondizionato; essa
viene semplicemente risvegliata da mobilitazioni di energia prodottesi nel
mio organismo, e il suo risveglio è condizionato da tali mobilitazioni.
Quindi io finisco sempre col dover affrontare il fatto compiuto. Non appena
passa il momento-senza-durata in cui la mia Energia sgorga, ancora informale,
dall'immanifesto, essa resta intrappolata nel mondo formale (dei pensieri
e concetti); l'occasione (di contattare la Realtà) è perduta.
La disintegrazione in forme ideativo-emotive è inevitabile. La mia
Energia si trova ora nel regno dominato dalla mia identificazione egotistica
(il Livello Egoico).
Quando la nostra Energia si trova a Livello Egoico perde completamente il
contatto con la Realtà, perché pensieri, simboli e mappe la
confondono talmente che è assai difficile riuscire a riconoscere
il territorio. Dopo che i pensieri sono emersi, non serve a niente cercare
di liberarsene, perché l'unico risultato che se ne può ricavare
è il quarto dualismo: non si possono sopprimere questi pensieri,
se ne può sopprimere soltanto la paternità, e il prezzo
è la loro proiezione. Come disse Hui Neng: "Sopprimere il lavoro
della mente... è malattia, non è Zen." Se le forme di
pensiero appaiono, significa che è già troppo tardi per liberarsene,
anche se molti di noi ci provano.
Ciò che Benoit vorrebbe che noi facessimo non è sopprimere
il pensiero, bensì evocare quel "gesto interiore" che elimina
alla radice le forme di pensiero:
L'attenzione non dovrebbe risvegliarsi solo quando la mia Energia viene
mobilitata, bensì prima: e questo si verifica nel momento in cui,
invece di osservare i processi ideativoemotivi che si stanno producendo,
io considero quei processi che sono sul punto di prodursi. Il che si
verifica quando, invece di esercitare un 'attenzione passiva nei confronti
dell'Energia mobilitata e della sua futura disintegrazione, io cerco di
percepirne attivamente la nascita. Una nuova vigilanza sovrintende ora la
mobilitazione dell'Energia. Detto più semplicemente, un'attenzione
attiva giace in attesa dei miei movimenti interni. Non sono più le
mie emozioni ad interessarmi, ma la loro nascita; non più il loro
movimento, bensì il sorgere di quel movimento informale che ne è
all'origine.
Benoit ci fa notare come, quando la nostra attenzione è passiva,
essa provochi l'emergere dei pensieri-concetti, mentre al contrario, quando
è attiva, allora i pensieri non emergono perché viene
evitata la disintegrazione dell'Energia in forme ideativoemotive. Torneremo
tra breve su questo concetto; per il momento è importante avvertire
il lettore che quando la nostra attenzione opera secondo la modalità
attiva descritta da Benoit, non vi è assolutamente nulla
di oggettivo da percepire; gli oggetti mentali non emergono, e poiché
è questo lo schermo concettuale che sembra separarmi dal mondo, "io"
e "mondo", non più separati,diventiamo una cosa sola. Non
resta alcun mondo oggettivo 'là fuori" da percepire,
"il mondo guarda se stesso" secondo la modalità non duale.
Esiste l'atto del vedere senza nulla di oggettivo da vedere!
Ecco la spiegazione data da Benoit:
La nostra attenzione, quando funziona secondo la modalità attiva,
è attenzione pura, senza un oggetto manifestato. La mia Energia mobilitata
non è percepibile di per sé, ma solo negli effetti della sua
disintegrazione, le immagini [concetti, pensieri, oggetti mentali]. La disintegrazione,
a sua volta, si verifica solo quando la mia attenzione opera secondo la
modalità passiva; l'attenzione attiva previene questa disintegrazione.
Perciò, quando la mia attenzione è attiva non v'è nulla
da percepire...
Benoit fornisce anche un esempio per spiegare cosa comporti l'attenzione
attiva:
E' facile per me verificare concretamente che l'attenzione attiva verso
il mio mondo interiore non ha un oggetto. Se io assumo, nei confronti del
mio monologo interiore (l'incessante chiacchierio con noi stessi] l'atteggiamento
di un ascoltatore attivo che permette al monologo di esprimere tutto ciò
che vuole come vuole, se io assumo l'atteggiamento che può essere
definito con la formula "Parla, ti ascolto", osservo che il monologo
cessa (senza sforzi da parte mia). Esso non riprende finché non scompare
il mio atteggiamento di vigile attesa.
Questa vigile attesa costituisce il "gesto interiore" che previene
i pensieri-concetti e ci mette direttamente in contatto con la Mente. Ecco
un altro esempio di "gesto interiore" relativo all'attenzione
attiva:
E' chiaramente impossibile descrivere questa presenza interiore che è
percezione immediata e normale [attiva]... proprio a causa del suo carattere
informale. Supponiamo che vi chieda:
"Come vi sentite in questo momento?" Mi risponderete: "Da
che punto di vista? Fisicamente o moralmente?" Replicherò: "Da
tutti i punti di vista. " Per un paio di secondi resterete in silenzio,
poi risponderete, per esempio: "Non male", "cosi così
, molto bene", o qualcos'altro... Dei due secondi durante i quali siete
rimasti in silenzio l'ultimo non ci interessa, perché l'avete usato
per dare forma espressiva alla vostra percezione...; In quel momento
voi siete già lontani dalla presenza interiore di cui stiamo parlando.
Durante il primo secondo avete invece percepito quel che davvero importa,
e di cui in genere non siete consapevoli, essendo abituati a limitarvi a
quelle forme (pensieri-oggetti) che derivano dalla percezione inconscia...
Se qualcuno, dopo aver letto questo, vuole tentare di conseguire tale percezione
informale, deve fare attenzione; sono mille le strade che portano a credere
di averla conseguita, quando non è così; l'errore si traduce
nelle numerose complicazioni che riguardano le forme: i nostri pensieri
non sono sufficientemente semplici.
Un altro esempio ancora:
Questo gesto... e come uno sguardo che, gettato nel pieno centro del mio
mondo interiore, travalica la dimensione mondana per condurmi verso ciò
che mi è sconosciuto. Questo sguardo, che non preferisce alcun oggetto
essendo rivolto senza alcun preconcetto e senza scopo, non incontra nulla
(di oggettivo) e si traduce, senza che io l'abbia voluto, nella sospensione
del film delle immagini nella mia mente. E' un'interrogazione totale senza
particolare espressione formale, che rimane senza risposta perché
non ha risposte. E una sfida senza scopo e senza concorrenti; un 'attenzione
che si rivolge a tutto, che non ha oggetto. La sospensione del film
delle immagini nella mia mente, ottenuta senza averla cercata, è
istantanea; è senza durata, un bagliore nel cuore del tempo...
Tutti e tre gli esempi di Benoit si riferiscono al gesto interiore che si
traduce nella sospensione della visione dualistica, cioè nella sospensione
del pensiero senza la sua soppressione - questo è il punto. Quando
la mia consapevolezza dei processi di pensiero è totale ed attiva,
quando dico "Parla, ti ascolto", quando lascio che qualsiasi pensiero
emerga preparandomi ad ascoltarlo ed osservarlo attivamente,
non emerge nulla! Come dice Benoit, i miei processi cognitivi riemergono
solo quando abbandono l'atteggiamento del "Parla-ti-ascolto".
A suo avviso, il gesto interiore "si verifica quando mi apro alla
totalità delle mie inclinazioni (ideativo, emotive) prima
ancora che si presentino alla coscienza; ed allora, nessuna di esse appare.
E quando nessuna di queste inclinazioni appare come oggetto consapevole,
mi trovo nella dimensione di coscienza organica pura e non duale, "grazie
alla quale posso dire di essere già praticamente libero."
Consideriamo ora il "gesto interiore" di Benoit indicandone i
fattori essenziali che, come vedremo, esso ha in comune con tutti gli Esperimenti
Ingegnosi. I fattori sono tre:
Fattore I: Attenzione Attiva, una vigilanza intensa ma rilassata, conferita
dall'atteggiamento del "Parla-ti-ascolto"; una totale accettazione
delle mie tendenze, che si traduce in un'attenzione rivolta alla nascita
dei pensieri e delle emozioni; un'attenzione rivolta a ciò che è
adesso, e che considera ciò che è dentro e ciò che
è fuori in modo equanime. Quest'attenzione attiva conduce al:
Fattore Il: Cessazione, la sospensione del pensiero, della concettualizzazione,
dell'oggettivazione, della conversazione mentale. Si tratta cioè
della sospensione della prima modalità di conoscenza, quella conoscenza
dualistica e simbolica che in ultima analisi distorce la Realtà.
E la cessazione del Dualismo Primario, una sospensione di spazio,
tempo, forma e dualismo; e in tali condizioni prevale un Silenzio mentale
totale. Questo e essere in contatto con ciò che à Uno
stato che possiamo chiamare, con Huang Po, "star seduti in Bodhimandala",
ossia seduti proprio là dove, in ogni momento, si può realizzare
l'illuminazione. Se questa è completa si tradurrà nel:
Fattore III: Consapevolezza Passiva,una visione speciale che è data
dal vedere dentro il nulla. Vedere dentro il nulla è il vero
ed eterno vedere. Questo tipo di consapevolezza non significa tanto guardare
nel vuoto, quanto non vedere nulla di oggettivo, una consapevolezza
pura e senza tempo, libera dal dualismo primario soggetto/oggetto, e quindi
completa in sé, senza nulla di esterno o di oggettivo. A causa di
ciò, essa si sviluppa in maniera del tutto spontanea, senza riferimenti
al passato o al futuro. Funziona indipendentemente dalle coordinate spazio-temporali,
perché la sua dimensione è quella dell'Ora assoluto. Un istante
di questa consapevolezza pura è esso stesso la Mente. Che lo comprendiamo
o no, e sempre già così.
Questi tre fattori sono essenziali in tutti gli Esperimenti Ingegnosi,
e sono riconoscibili nonostante le forme diverse che assumono nei vari upaya.
Nessuno più di Krishnamurti ha descritto ciò che noi intendiamo
per Consapevolezza Passiva con maggior chiarezza e precisione. Per più
di mezzo secolo, questo grande uomo, i cui discorsi sono stati paragonati
a quelli di Huxley e del Buddha, ha viaggiato per il mondo parlando alla
gente della necessità di conseguire una consapevolezza senza scelte,
eppure intensamente vigile; una consapevolezza dell'Ora, di ciò
che è, non di ciò che era, sarà, dovrebbe o
potrebbe essere. Ciò che è reale, e solo conoscendo
questa realtà possiamo conseguire la liberazione:
"Il reale è vicino, non dovete cercarlo; un uomo che cerca la
verità non la troverà mai. La verità è in ciò
che é, questa è la sua bellezza. Ma nel momento in cui la
pensate, nel momento in cui la cercate, inizia il conflitto; e un uomo in
conflitto non può comprendere. Per questo dobbiamo essere calmi,
contemplativi, passivamente consapevoli".
L'eterna domanda di coloro che ascoltano Krishnamurti è: "Come
posso conseguire la consapevolezza che può darmi la liberazione?"
Krishnamurti risponde che una simile ricerca allontana proprio da ciò
che è adesso; il desiderio di consapevolezza impedisce di conseguirla.
Non possiamo in alcun modo prepararci per ciò che esiste sempre.
E' possibile realizzare la verità immediatamente, senza preparazione?
Io dico di sì, non per mio capriccio o per illusione; eseguite questo
esperimento psicologico e lo vedrete. Considerate una difficoltà
qualunque, qualsiasi piccolo incidente, non serve attendere una grande crisi,
ed osservate come reagite. Siate consapevoli delle vostre reazioni, delle
vostre intenzioni, dei vostri atteggiamenti, e nel comprenderli comprenderete
il vostro background. Vi assicuro che è possibile farlo, se fate
ricorso a tutta la vostra attenzione. Se siete alla ricerca del significato
del vostro background, questo esercizio ve lo offrirà, e in un sol
colpo scoprirete come stanno le cose, comprendere te il vostro problema.
La comprensione sorge dall'adesso, dal presente che è sempre senza
tempo... Il semplice posporre, il prepararsi a ricevere ciò che sarà
domani, impedisce di comprendere quel che accade ora... E come se
vi preparaste a capire domani ciò che può essere compreso
solo nell'"ora". Percepire la verità non richiede alcuna
preparazione; per prepararsi ci vuole tempo, e il tempo non è uno
strumento di comprensione della realtà. Il tempo è continuità,
e la verità è senza tempo.
Krishnamurti sostiene, inoltre, come tutti i veri metafisici, che "non
è possibile formulare pensieri su Dio o sulla verità."
Non possiamo comprendere la verità se tentiamo di evitarla ed offuscarla
con pensieri e simboli che la lacerano, lasciandoci in mano nient'altro
che fantasmi, e producendo soltanto confusione e frustrazione. L'ironia
è che poi tentiamo di trovare una via d'uscita da questa confusione,
cercando di evitare dì riconoscerla!
Quanto bramiamo di non avere i nostri problemi! Con quale insistenza cerchiamo
una risposta, una via d'uscita, un rimedio! Non consideriamo mai il problema
in se stesso, cerchiamo solo, in preda all'agitazione ed all'ansia, una
risposta... Cercare una risposta vuol dire evitare il problema, proprio
quel che la maggior parte di noi desidera fare... La soluzione non è
separata dal problema; la risposta è nel problema (perché,
come il problema, esiste ora), non lontana da esso. Se la risposta
e separata dalla questione principale creiamo altri problemi: il problema
di trovare la risposta, di come esprimerla e metterla in pratica, e così
via.
Quando per esempio proviamo una grande paura, molti di noi non vogliono
sentirla, ma soltanto allontanarsene. Non desiderano osservarla,
ma negarla. Ciò tuttavia può succedere solo se io e la 'paura"
siamo due cose diverse, ovvero solo se è in atto il dualismo primario
conoscitore/conosciuto (soggetto/oggetto). Ma se il dualismo primario è
illusorio, se io sono e non ho la mia esperienza, allora "io"
e la "paura" facciamo parte, in questo momento, del medesimo processo,
ed io non posso separarli. Quando comprendo di essere la paura, essa
smette di minacciarmi e di pungolarmi, perché non c'è più
un "io" separato che si offre come vittima. La paura smette d'impaurirmi.
D'altra parte, se tento di sfuggire alla paura significa che ne ho paura,
ed è un po' come se la paura stesse tentando di dividersi in
due per sfuggire a se stessa. Ricadiamo così nel dualismo primario,
e nel circolo vizioso delle contrapposizioni pensatore/pensiero, osservatore/osservato;
la paura può dividere e moltiplicare se stessa fino a raggiungere
proporzioni terrificanti, e tutto mentre cerca di sfuggire a se stessa.
Krishnamurti ribadisce in continuazione questo punto quando parla della
paura, della rabbia, della gelosia o della sofferenza, non possiamo affrontare
la sofferenza o la paura evitandole; dobbiamo comprendere di essere quella
sofferenza o quella paura.
Ora, voi siete pienamente consapevoli di questa sofferenza. E' forse distinta
da voi, così che ne siete soltanto gli osservatori, o siete voi stessi
quella sofferenza?
Quando non c'è alcun osservatore [pseudosoggetto] che stia
soffrendo, la sofferenza è diversa da voi? Voi siete la sofferenza,
non è così? Voi non siete separati dal dolore, voi siete
il dolore. Cosa accade? Nessuna etichetta, nessun nome, e quindi nessuna
possibilità di metterlo da parte, voi siete semplicemente quel dolore,
quel sentimento, quel senso di agonia. E cosa accade quand'è così?
Quando non date un nome alla sofferenza, quando non provate più paura
nei suoi confronti, il centro [pseudo-sé] è ancora in rapporto
con essa? Se lo è [vale a dire che è diverso da essa], ecco
che il centro ha paura e deve agire, fare assolutamente qualcosa. Ma se
il centro e' la sofferenza, cosa succede allora? Non resta nulla da fare,
non è così? Se voi siete la sofferenza, e dunque non
dovete accettarla, o darle un nome, o metterla da parte, allora cosa accade?
Dite forse di soffrire? Di sicuro ha avuto luogo una trasformazione importantissima.
Non esiste più "io soffro", perché viene meno il
centro della sofferenza... Non appena cessa ogni rapporto [e dunque ogni
separazione] tra me e quella cosa in quanto esterna, il problema non esiste;
nel momento in cui stabilisco un rapporto con essa in quanto esterna,
ecco il problema... Non appena affronto la sofferenza come qualcosa
di esterno... stabilisco un rapporto con essa, e tale rapporto [il
dualismo primario] è fittizio. Ma se io sono quella cosa e
me ne rendo conto, allora tutto Si trasforma ed assume un significato diverso.
Vi è allora attenzione piena, integrata, e ciò che
questa prende in considerazione viene completamente compreso e dissolto;
non vi è più paura, e la parola "dolore" non esiste
Potremmo dire che l'intero messaggio di Krishnamurti si riassume nell'esortazione
a disperdere (o vedere attraverso) la finzione del dualismo primario per
risvegliarci alla seconda modalità di conoscenza; a risvegliare la
nostra consapevolezza non duale e non concettuale perché essa sola
può rivelare la Realtà, ciò che è sempre in
atto qui e ora:
Se riusciremo a sperimentare direttamente un sentimento, senza dargli un
nome, credo che in esso troveremo molto; non saremo più in conflitto,
perché colui che sperimenta e l'esperienza stessa diventeranno una
cosa sola, e ciò è essenziale. Finché il soggetto dell'esperienza
verbalizza ciò che prova, l'esperienza è separata da lui ed
egli agisce sudi essa; tale azione è artificiale, illusoria. Ma se
non vi è verbalizzazione, allora il soggetto e l'esperienza sono
una cosa sola. Tale integrazione [del dualismo primario] é
necessaria e dev'essere affrontata radicalmente.
Questa integrazione produce la consapevolezza passiva (fattore III)
a patto che non permanga la minima traccia di dualismo primario, vale a
dire delle opposizioni pensatore/pensiero, conoscitore/conosciuto, osservatore/osservato.
Innanzitutto, dobbiamo comprendere cos'è la consapevolezza:
essere consapevoli, esternamente, dei colori e delle proporzioni di questa
sala, dei colori che indossate; consapevoli senza scegliere, limitandovi
solo ad osservare. E, interiormente, essere consapevoli dei movimenti del
vostro pensiero, dei vostri gesti, del modo in cui camminate, di ciò
che mangiate, delle vostre abitudini, di nuovo senza scegliere semplicemente
osservando con attenzione. Non potete essere consapevoli se e in
atto una divisione tra chi osserva e ciò che viene osservato.
Sappiamo già come il dualismo primario venga perpetuato dal pensiero
e dalla concettualizzazione. Riguardo a questo Krishnamurti dichiara:
Voi sapete che una delle cose più difficili è quella di osservare,
guardare: guardare qualcosa senza farsene un'immagine, guardare una nuvola
senza ricorrere ad associazioni precedenti, guardare un fiore senza evocare
immagini, ricordi e associazioni che lo riguardano. Perché tali
associazioni immagini e ricordi creano distanza tra osservatore ed osservato.
In quella distanza, in quella divisione c'è tutto il conflitto
dell'uomo. E necessario vedere senza immagini, di modo che lo spazio tra
osservatore ed osservato semplicemente scompaia.
"Vedere senza immagini è la cosa più importante, e per
questo Krishnamurti chiede: "Possono le immagini cessare, non con il
tempo, non per gradi, ma istantaneamente? La risposta a questa domanda è
che è necessario penetrare nel meccanismo che è
all'origine delle immagini." Egli descrive poi questo "meccanismo",
ed in tale descrizione emergono chiaramente i tre fattori (attenzione cessazione
consapevolezza).
Ora, di che meccanismo si tratta? Vi prego di capire che stiamo condividendo
il problema. Non vi sto dando istruzioni. Ci stiamo interrogando reciprocamente.
Cos'è questa immagine, come si produce e cosa la sostiene? Il meccanismo
che produce l'immagine è la disattenzione. Comprendete?
Krishnamurti è quindi d'accordo con Benoit: il meccanismo di produzione
delle immagini è la disattenzione, o, come la definisce Benoit,
l'attenzione passiva. Krishnamurti continua:
Voi m'insultate oppure mi fate dei complimenti. Quando m'insultate io reagisco,
e la reazione produce un'immagine. La reazione si verifica quando non c'è
attenzione. Mi seguite? Quando la mia attenzione non è totale Benoit
direbbe attiva essa costruisce un'immagine sul vostro insulto. Quando
mi dite idiota io reagisco, il che significa che non sono del tutto attento
a quel che andate dicendo, e quindi ecco l'immagine. Ma quando sono completamente
attento a quel che dite, non si forma alcuna immagine.(
Secondo Krishnamurti, un'attenzione totale e completa (fattore I) si
traduce nella sospensione o blocco della produzione di immagini (fattore
II). Nessuna immagine può essere prodotta se la nostra attenzione
è totale e attiva, e il nostro atteggiamento e quello del "Parla
ti ascolto"
Nel momento in cui l'attenzione è completa, tutti i condizionamenti
scompaiono, la creazione delle immagini cessa; è solo quando non
siete attenti che l'intera faccenda prende il via...
Quando non vi sono immagini, né pensieri, non vi è dualità;
secondo Krishnamurti, ciò conduce alla consapevolezza passiva (fattore
III) che permette alla Realtà di rivelarsi. Ecco quindi i tre fattori
di Krishnamurti: 1) attenzione attiva, 2) cessazione e 3) consapevolezza
passiva non duale. Nelle parole dello stesso Krishnamurti, quando stanno
per emergere le immagini,
prestate completa attenzione a quel momento (Fattore I), e
vedrete che non vi è alcuna immagine (Fattore II), e dunque
nessuna divisione tra osservatore ed osservato (Fattore III)
Passando all'Induismo Vedanta, troviamo gli stessi tre fattori in forma
un po' diversa soprattutto perché il Vedanta si serve della metafora
della Soggettività Assoluta (Brahman Atman) anziché di quella
dell'Energia Assoluta (come fanno Krishnamurti e Benoit) Tuttavia i tre
fattori di attenzione cessazione consapevolezza sono presenti, come dimostreranno
le citazioni del più grande vedantino, Sri Ramana Maharshi.
Questi sostiene che il pensiero, causa del dualismo, è la fonte di
ogni illusione o schiavitù. Ovviamente, questo non significa che
si debba rinunciare per sempre ai concetti e far ritorno ad un livello puramente
animale. Il pensiero simbolico è necessario, purché non lo
si confonda con la Realtà, al punto da non riuscire più a
scorgere la differenza tra mappa e territorio. Il problema è che
invece li abbiamo già confusi, e quindi ora è necessario sospendere
completamente il pensiero e gettar via le mappe (fattore Il) per brevi periodi,
in modo da poter vedere il territorio così com'è. Solo
dopo aver fatto questo, possiamo ritornare alle mappe senza correre
il rischio che esse ci posseggano. Per questo Ramana dichiara che "il
pensiero è la sola schiavitù. "
Il grande contributo di Maharshi alla causa della liberazione sta nell'aver
ribadito che il "pensiero egoico" è la fonte di ogni altro
pensiero. Il che significa che ogni volta che voi pensate a voi stessi formulate
un "pensiero egoico"
Il primo pensiero ad emergere nella mente è 1'"io". Soltanto
dopo di esso possono emergere innumerevoli altri pensieri.
La sospensione del pensiero egoico segna la sospensione di ogni altro pensiero
od oggetto mentale. Maharshi comprende inoltre che il pensiero egoico non
può essere soppresso, chi potrebbe farlo se non un altro "io"?
L'altruismo spirituale è ipocrisia. Il pensiero egoico, come ogni
altro pensiero, dev'essere sospeso, non soppresso; a tale scopo Ramana raccomanda
quella che egli chiama Autoanalisi, una ricerca basata sulla domanda
"Chi sono io?". Tale attenta ricerca, che noi riconosciamo come
fattore I, conduce, secondo Ramana, alla sospensione delle immagini, che
è il fattore II. Quindi: Poiché ogni altro pensiero può
verificarsi soltanto dopo aver pensato "io", e poiché la
mente non è che un fascio di pensieri, è solo con la domanda
"Chi sono?" che la mente può acquietarsi. Inoltre, il pensiero
integrale dell'"io", implicito in questa domanda, dopo aver distrutto
tutti gli altri pensieri, alla fine distrugge e consuma se stesso, proprio
come il bastone che, usato per governare il fuoco della pira funeraria,
a sua volta in esso si consuma.
Quando durante questa indagine emergono pensieri estranei, non tentate di
completarli, ma chiedetevi profondamente: "A chi è venuto questo
pensiero?" Non importa quanti pensieri verranno fuori, sarà
sufficiente che vi chiediate immediatamente, con attenta vigilanza (Fattore
I) in chi emerge ciascun pensiero, e troverete che la risposta sarà:
"In me". Se poi vi chiederete "Chi sono io?", a quel
punto la mente diverrà introversa, il pensiero emergente si placherà,
e la percezione del mondo come realtà oggettiva avrà
termine (Fattore II)
Come funziona questa ricerca su se stessi? Supponiamo, per esempio, che
io vi chieda "Chi siete voi?", e che voi rispondiate "Sono
Tal dei Tali, faccio questo lavoro, sono sposato e appartengo a questa religione.
E questo che vuoi sapere?" "No, vi risponderei, questi sono oggetti
di percezione, sono idee. Chi siete voi che vedete questi oggetti, queste
idee?" "Beh, io sono un essere umano, un organismo individuale
dotato di alcune facoltà biologiche. Adesso sono più vicino?"
"Non proprio, dovrei ribattere, perché anche queste sono idee,
pensieri. Più profondamente, chi siete voi?" Mentre vi
arrovellate per trovare mia risposta, nella vostra mente cresce il silenzio.
Se io continuassi a chiedere "Chi siete voi?", ecco che raggiungere
ste il silenzio mentale, ed esso sarebbe identico al silenzio provocato
dalla domanda di Benoit: "Come vi sentite, considerando tutti i punti
di vista in una volta sola?" Quel silenzio senza oggetto prodotto
dall'attenzione attiva, dalla vigilanza acuta, dalla ricerca intensa, è
un Bodhimandala, perché proprio nel momento in cui non esistono più
una risposta, un'immagine o un oggetto mentali, voi siete aperti a cogliere
la Realtà. Questo silenzio o cessazione, che è il fattore
II, apre la porta alla consapevolezza infinita o fattore III, come spiega
Ramana:
Quando si indaga sulla natura dell'io, esso perisce. E insieme periscono
anche il tu e l'egli (oggetti). La condizione che ne risulta, la quale brilla
come l'Essere Assoluto, è il proprio stato naturale, il Sé...
L'unica indagine che conduce alla realizzazione del Sé è la
ricerca dell'origine dell' "io", compiuta con la mente rivolta
all'interno e senza mai pronunciare la parola io"... Se nel profondo
della mente ci si chiede "Chi sono?", l'"io" individuale
crolla, abbattuto... e subito la Realtà si manifesta spontaneamente
come "io-io" [Soggettività Assoluta, consapevolezza non
duale, Fattore III].
L'INTEGRAZIONE DELL'OMBRA
Agli inizi della sua carriera di neurologo, Sigmund Freud si recò
a Nancy, nella Francia orientale, per poter assistere alle famose sedute
di un ipnotizzatore, il dott. Bernheim. Ciò che Freud vide influenzò
in seguito le principali correnti della psicoterapia occidentale, da
Adler a Jung alla terapia Gestalt a Maslow. Durante un esperimento
tipico eseguito da Bernheim, il paziente veniva condotto in stato di profonda
trance ipnotica; gli veniva poi detto che, ad un certo segnale, egli avrebbe
sollevato un ombrello vicino alla porta, lo avrebbe aperto e si sarebbe
riparato con esso. Quando veniva dato il segnale, il paziente faceva esattamente
come gli era stato detto: prendeva l'ombrello e lo apriva. Quando il medico
gli chiedeva perché avesse aperto un ombrello in casa, il paziente
rispondeva, per esempio: "volevo vedere a chi appartenesse", oppure
"Desideravo solo assicurarmi che funzionasse bene", oppure ancora
"Volevo vedere il nome della marca" e cose del genere, tutte buone
ragioni, ma che ovviamente non avevano nulla a che fare con quella vera.
Il paziente eseguiva un'azione senza avere la benché minima idea
del perché lo stesse facendo! In modo più preciso, il paziente
aveva una ragione per aprire l'ombrello, ma non ne era consapevole - egli
veniva guidato da forze che evidentemente non risiedevano nella sua mente
conscia.
Freud costruì tutto il suo sistema psicoanalitico intorno a quest'intuizione
di base: l'uomo ha bisogni e motivazioni di cui non è consapevole.
Di conseguenza, egli non può fare nulla per soddisfare tali istinti
e tali bisogni. In breve, l'uomo non sa cosa vuole, i suoi veri desideri
sono inconsci, e quindi non vengono mai adeguatamente soddisfatti. Ne derivano
nevrosi e malattie se non vi rendeste assolutamente conto del vostro desiderio
di mangiare, non sapreste mai di aver fame, quindi non mangereste mai, e
di conseguenza vi ammalereste gravemente. Si tratta di un'intuizione eccezionale,
confermata innumerevoli volte dall'osservazione clinica. Il problema, tuttavia,
è che per quanto tutti concordino sul fatto che l'uomo possieda bisogni
inconsci, nessuno è d'accordo sulla definizione di tali bisogni.
La confusione ebbe inizio con lo stesso Freud, il quale cambiò idea
ben tre volte circa la natura dei desideri e degli istinti dell'uomo. Inizialmente,
parlò d'istinto sessuale e di sopravvivenza; poi parlò di
piacere e di aggressività; infine di istinto vitale e di pulsione
di morte. Da allora, gli psicoterapeuti hanno tentato di comprendere quali
siano i "veri" bisogni dell'uomo. Che li abbiano chiamati bisogni,
istinti, volizioni, impulsi, motivazioni, desideri o altro, la storia è
sempre la stessa. Così Rank enfatizzò il bisogno di una volontà
forte e costruttiva; Adler parlò di ricerca del potere; Ferenczi
del bisogno di amore e accettazione; Horney del bisogno di sicurezza; H.S.
Sullivan di soddisfazione biologica e di sicurezza; Fromm del bisogno di
significato; Perls del bisogno di crescere e maturare; Rogers di autodifesa
e di auto-miglioramento; Glasser di bisogno di amore e rispetto di sé;
e così via.
Non abbiamo alcuna intenzione di accrescere questa confusione elencando
quali siano secondo noi i "reali bisogni" dell'uomo, perché
sebbene le diverse scuole di psichiatria e psicoterapia postulino bisogni
essenzialmente differenti, tutte quante sottoscrivono alla medesima fondamentale
premessa, e cioè che l'uomo è inconsapevole di (alienato da,
non in contatto con) alcuni aspetti del proprio "sé". Tali
aspetti sono ciò che abbiamo chiamato Ombra; in questo capitolo ci
proponiamo di esplorare alcuni dei metodi più efficaci per mezzo
dei quali l'uomo può ricontattare e infine riappropriarsi dell'Ombra
alienata. Si tratta, in altre parole, del tentativo di riunire la Persona,
o autoimmagine incompleta, con gli aspetti alienati del sé, in modo
da sviluppare un'auto-immagine accurata e accettabile, ossia l'Io.
Non ci soffermeremo, tuttavia, ad esaminare le terapie relative al Livello
Egoico, perché attualmente esiste un vero e proprio zoo di tecniche,
sistemi, metodi, scuole, e discipline psicoterapeutiche. Il che di per sé
non è una situazione criticabile, perché, come diverrà
ovvio tra poco, esiste una buona ragione per l'esistenza di così
tante scuole. Il problema - ed è un problema pressante sia per il
professionista che per il profano - è quello di discernere una parvenza
d'ordine, nonché una struttura che sintetizzi la complessità
e la frequente contraddittorietà reciproca dei sistemi psicologici.
Riteniamo che, usando lo spettro della coscienza come modello, sia possibile
fare luce su entrambe.
Una delle nostre tesi principali è che la coscienza, l'universo non
duale, agisca apparentemente per mezzo di modalità, condizioni o
livelli tra loro distinti, ma privi di soluzioni di continuità. Noi
sosteniamo che con l'uso di un simile modello sia possibile integrare in
modo abbastanza completo non solo la maggior parte delle principali scuole
occidentali di psicologia e psicoterapia, ma anche i cosiddetti approcci
"orientale" e "occidentale" alla coscienza. Perché,
se vi è qualche verità nello Spettro della Coscienza e nelle
grandi tradizioni metafisiche che unanimemente concordano sulla sua tesi
di base, è evidente che ciascuna delle principali scuole di "psicoterapia
"si svolge ad un diverso livello dello Spettro.
Così, la ragione fondamentale per cui esistono tante scuole di psicologia
non è, come generalmente si crede, il fatto che esse studino lo stesso
livello di coscienza e giungano a conclusioni contraddittorie, ma piuttosto
quello che ciascuna di loro si rivolga ad un diverso livello di coscienza,
e arrivi quindi a conclusioni complementari. Cominciamo così a intravedere
un certo ordine in questa sarabanda di sistemi psicologici che sembrano
contraddirsi. Perché se concordiamo con le grandi tradizioni metafisiche
sul fatto che la coscienza sia pluridimensionale (cioè apparentemente
costituita da numerosi livelli), e vi aggiungiamo l'idea che su ciascuno
di questi livelli possano verificarsi forme patologiche (ad eccezione ovviamente
del Livello Mentale), possiamo vedere che le varie scuole di psicoterapia,
nonché l 'Oriente e l'Occidente, sono naturalmente compresi in un
ordine che percorre l'intero Spettro della Coscienza.
Abbiamo così a disposizione una guida veramente completa sulle psicoterapie
oggi disponibili. Per aiutarci a renderla utilizzabile, ci dedicheremo nei
prossimi capitoli allo studio delle patologie, o, più correttamente,
dei disagi che comunemente si verificano ai principali livelli di coscienza,
nonché delle terapie che sono state messe a punto per trattare tali
disagi. Tale studio non vuol essere esauriente né definitivo, piuttosto
intende offrire un'ossatura di base, un modello stabile per accrescere la
nostra conoscenza.
Ricordiamo che ciascun livello dello spettro della coscienza ha origine
da un particolare dualismo-repressione-proiezione, il quale comporta (tra
le altre cose) una progressiva restrizione dell'identità: dall'universo
(Mente) all'organismo (Esistenziale), alla psiche (Ego), ad alcune parti
della psiche (Persona). Dunque, ogni livello dello spettro è
potenzialmente in grado di produrre un certo tipo di dis-agio, perché
ciascun livello rappresenta un particolare tipo di alienazione dell'universo
da se stesso. Parlando in modo molto generale, la natura di questi dis-agi
"peggiora" progressivamente man mano che si sale lungo lo spettro,
perché ad ogni nuovo livello aumentano gli aspetti dell'universo
con i quali l'individuo non si identifica più, e che perciò
gli appaiono alieni e potenzialmente minacciosi. Per esempio, a Livello
Esistenziale l'uomo s'immagina separato, e perciò potenzialmente
minacciato, dal proprio ambiente. A Livello Egoico egli crede di essere
alienato anche dal suo stesso corpo, e così tanto l'ambiente che
il corpo appaiono come possibili minacce. Al Livello dell'Ombra l'uomo appare
separato per fino da alcune parti della sua psiche e dunque l'ambiente,
il corpo e la mente possono sembrargli estranei e minacciosi. Ciascuna di
queste scissioni, creata da un particolare dualismo, repressione proiezione,
è potenzialmente in grado di produrre una certa classe di disagi.
Oppure, se preferite, una specifica classe di repressioni, proiezioni, processi
inconsci, dualismi, frammentazioni - dal punto di vista dello spettro della
coscienza, tutti questi termini si riferiscono allo stesso fondamentale
processo, che "crea due mondi a partire da uno" a ciascun livello
dello spettro.
Dire, quindi, che ogni livello viene creato da un particolare dualismo-repressione-proiezione,
o dire che ogni livello è contrassegnato da una riduzione del senso
d'identità, o ancora dire che ogni livello contempla particolari
processi inconsci, equivale a dire che ogni livello implica una caratteristica
serie di potenziali dis-agi. Il nostro compito, come abbiamo appena segnalato,
consisterà nell'indicare i principali dis-agi tipici di ciascun livello,
nonché le relative terapie. In questo modo, avremo anche occasione
di commentare i "bisogni", gli "impulsi", le "virtù",
i processi inconsci, ecc., dei singoli livelli. Per quanto riguarda le terapie,
scopriremo che poiché ogni livello dello spettro ha origine da un
particolare dualismo-repressione-proiezione, tutte le terapie condividono
il comune obiettivo di risanare e ricomporre il principale dualismo relativo
al livello di cui si occupano. Ritorneremo sull'argomento al momento opportuno.
Un ultimo punto. Inizieremo con il Livello dell'Ombra e concluderemo con
il Livello Mentale, seguendo precisamente l'ordine inverso a quello in cui
lo spettro si evolve. Esiste una buona ragione per procedere in questo modo.
Per ora è sufficiente segnalare che stiamo iniziando il cammino psicologico
dell'Involuzione, del ritorno all'origine, del recupero della memoria della
Mente: la discesa lungo lo Spettro della Coscienza.
Per essere certi di utilizzare appieno i metodi d'integrazione del Livello
dell'Ombra, sarà meglio ricordare come esso si genera. Al sorgere
del quarto dualismo-repressione-proiezione, l'Io si divide, la sua unità
viene repressa, e l'ombra - in origine un aspetto integrato nell'io -viene
proiettata come estranea, aliena, misconosciuta. In generale, possiamo pensare
all'Ombra come all'insieme di potenzialità egoiche con le quali abbiamo
perso contatto, che abbiamo dimenticato e ripudiato. Così l'Ombra
può contenere non solo quegli aspetti "cattivi",
aggressivi, perversi, spregevoli e demoniaci che tentiamo costantemente
di allontanare, ma anche quegli aspetti "buoni", dinamici, nobili
e ad immagine divina che abbiamo dimenticato di possedere. Pur provando
ripetutamente ad allontanare tali aspetti, essi rimangono nostri, e l'atto
stesso alla fine si rivela futile come il provare a negare i nostri gomiti.
Proprio perché tali aspetti rimangono nostri, essi continuano ad
operare e noi di conseguenza continuiamo a percepirli, ma poiché
crediamo che non ci appartengano, li consideriamo come appartenenti
ad altre persone.
A Livello Egoico, l'alienazione di certi aspetti del sé comporta
due principali conseguenze. In primo luogo, non avvertiamo più che
tali aspetti ci riguardano, e quindi non possiamo utilizzarli, trasformarli,
soddisfarli: il nostro campo d'azione risulta così drasticamente
ridotto e frustrato. In secondo luogo, tali aspetti sembrano appartenere
all'ambiente - avendo proiettato la nostra energia all'esterno, essa sembra
ora ritornare a noi come un boomerang. Avendola perduta dentro di noi la
"vediamo" nell'ambiente, da dove essa minaccia la nostra esistenza.
Scrive lo psichiatra G.A. Young: "In tale processo l'individuo si trasforma
in qualcosa di meno di ciò che egli è, e l'ambiente in qualcosa
di più. Finiamo così per distruggerci con la nostra stessa
energia. Afferma Fritz Perls, fondatore della Terapia Gestalt: "Una
volta che si verifica una proiezione, o una volta che abbiamo proiettato
un nostro potenziale, esso si rivolta contro di noi
E facile osservare come l'energia o il potenziale proiettati si rivoltino
contro di noi - supponiamo, per esempio, che emerga nel sé un impulso
all'azione, come quello di lavorare, mangiare, studiare, giocare. Cosa sentiamo
se, a causa del quarto dualismo, noi proiettiamo quest'impulso? Esso continua
ad esistere, ma noi non lo percepiamo più come nostro - l'impulso
sembra provenire dall'esterno, da un ambiente del quale, quindi, non ci
sentiamo più i dominatori ma le vittime! Anziché agire, ci
sentiamo costretti all'azione; anziché interesse avvertiamo pressione,
od obbligo al posto del desiderio. L'energia è sempre nostra, ma
a causa del quarto dualismo la sua fonte ci appare esterna; veniamo
sospinti senza pietà come burattini abbandonati a se stessi, mentre
l'ambiente esterno, apparentemente, muove i fili.
Noi possiamo proiettare non solo emozioni positive d'interesse e
di desiderio, ma anche sentimenti negativi di rabbia, risentimento,
odio, rifiuto, ecc... Il risultato è comunque lo stesso: anziché
essere adirati con qualcuno, sentiamo che il mondo ce l'ha con noi; anziché
odiare temporaneamente una persona, ci sentiamo odiati; anziché rifiutare
una situazione, ci sentiamo rifiutati. Perdendo coscienza delle nostre tendenze
negative, le proiettiamo sull'ambiente, popolandolo così di diavoli
e fantasmi spaventosi: ci facciamo terrorizzare dalle nostre ombre.
Al pari delle emozioni (positive e negative), noi possiamo proiettare anche
idee, qualità o caratteristiche (positive e negative). Quando una
persona proietta le proprie qualità positive e la sua autostima su
di un'altra persona, è come se abbandonasse alcuni dei suoi "beni"
e li vedesse in un altro. Essa sente perciò di non aver valore se
paragonata all'altro, il quale appare adesso come un superman, dotato non
solo delle proprie qualità, ma anche di quelle proiettate su di lui.
Questa proiezione di idee e qualità positive è assai frequente
nell'amore romantico - sia etero, che omosessuale. La persona innamorata
proietta tutto il suo potenziale sull'amato, e viene di conseguenza sommersa
dalla presunta bontà, saggezza, bellezza, ecc. di costui. Nondimeno,
"la bellezza è negli occhi di chi la contempla", e l'individuo
romanticamente innamorato ama in realtà gli aspetti proiettati del
proprio sé, e crede che l'unico modo di riappropriarsene sia quello
di possedere la persona amata. Lo stesso meccanismo opera in caso di eccessiva
ammirazione o invidia: noi diventiamo "privi di valore", e il
mondo appare popolato da persone capaci, importanti e autorevoli.
Allo stesso modo, possiamo proiettare qualità negative. E un fatto
che si verifica comunemente, perché il nostro naturale impulso, di
fronte ad un aspetto indesiderabile di noi stessi, è quello di negarlo
e spingerlo fuori della coscienza. Si tratta ovviamente di un gesto futile,
perché le idee negative rimangono comunque nostre, e noi possiamo
solo fingere di liberarcene considerandole proprietà altrui. Ha inizio
la caccia alle streghe. I comunisti sotto il letto, il Diavolo appostato
ad ogni angolo; Noi (i Buoni) contro di Loro (i Cattivi) . La nostra lotta
appassionata contro i demoni di questo mondo è solo un modo complicato
di fare a pugni con le ombre.
A chi non ha familiarità con la proiezione a Livello Egoico, questo
meccanismo inizialmente sembra sconcertante e talvolta ridicolo, in quanto
implica l'idea che quei tratti che più ci disturbano negli altri
debbano essere riconosciuti come aspetti di noi stessi. Quest'idea di solito
incontra un'opposizione aspra e risentita. Eppure, fece notare Freud, la
negazione violenta è il contrassegno della proiezione; ovvero, se
non negassimo è chiaro che non proietteremmo! Rimane il fatto, comunque,
che "ognun dal proprio cuor altrui misura", e le nostre critiche
più aspre nei confronti degli altri sono soltanto pagine ripudiate
di autobiografia. Se desiderate sapere com'è veramente una persona,
ascoltate ciò che dice degli altri.
Tutto questo deriva dall'originaria scoperta di Freud secondo cui tutte
le emozioni sono intra-psichiche ed intra-personali, ovvero non inter-psichiche
né interpersonali - vale a dire che le emozioni vengono sperimentate
(per lo meno a Livello Egoico) non tra me e te, ma tra me e me.
Le cosiddette nevrosi derivano perciò dall'emergere del quarto dualismo,
in seguito al quale l'integrità del Livello Egoico si spezza, la
sua unità viene repressa, e certi suoi aspetti vengono proiettati
sull'ambiente. La terapia a Livello Egoico consiste nel ricordare le nostre
tendenze dimenticate e nel riappropriarci di esse, nel re-identificarci
con gli aspetti proiettati, nel riunirci alle nostre ombre. Citando il dott.
Perls:
Molto del materiale che è nostro, che fa parte di noi, è stato
dissociato, alienato, ripudiato, gettato via. Tale riserva di potenziale
non è a nostra disposizione. Ma io credo che la maggior parte di
essa sia disponibile in forma di proiezioni. Suggerisco di iniziare
con l'implausibile ipotesi che tutto ciò che vediamo negli altri
o nel mondo sia soltanto proiezione... Noi possiamo riassimilare o recuperare
le nostre proiezioni proiettandoci a nostra volta completamente nell'altra
cosa o persona... Dobbiamo attuare l'opposto dell'alienazione.
Forniremo ora numerosi esempi per chiarire accuratamente questi punti. Li
presenteremo riuniti in quattro gruppi che indicano le quattro principali
classi di proiezione: emozioni positive, emozioni negative, qualità
positive e qualità negative
( 1 ) Proiezione di emozioni positive: come interessi, desideri,
impulsi, motivazione, entusiasmo, eccitazione ecc... John ha un appuntamento
con Mary. E terribilmente emozionato, ed aspetta con ansia il momento in
cui andrà a prenderla a casa sua. Mentre suona il campanello trema
un po' per l'emozione, quando poi il padre di lei apre la porta, John si
fa prendere dalla paura e si innervosisce. Dimentica l'emozione per l'appuntamento
con Mary, e di conseguenza, invece di sentirsi coinvolto nei confronti dell'ambiente,
sente che l'ambiente, in particolare il padre di Mary, è coinvolto
nei suoi confronti. Anziché osservare si sente osservato, e gli sembra
di essere il centro dell'attenzione generale. John si sta colpendo con la
sua stessa energia (anche se probabilmente accuserà l'ambiente, in
questo caso lo sguardo fisso e "malevolo" del padre di Mary. Nondimeno,
non c'è nulla in questa situazione che di per sé possa "causare
nervosismo", perché a molti uomini piace veramente incontrare
i genitori della propria ragazza e tentare di conoscerli, il problema non
è nella situazione, ma in John) .
Oltre a colpirsi con la propria energia, John finisce in un circolo vizioso,
perché, come in tutte le proiezioni che si verificano a Livello Egoico,
più egli proietta, più tende a proiettare: più dimentica
la propria emozione e più la proietta, e in questo modo l'ambiente
gli appare sempre più ostile... L'unica via d'uscita da questa scomoda
situazione è che John recuperi il proprio coinvolgimento, si re-identifichi
con la propria emozione, per agirla invece di esserne agito. Ciò
accade non appena Mary entra nella stanza -John recupera subito il proprio
coinvolgimento e lo agisce correndo a salutare la ragazza; in questo modo
egli opera un'integrazione, e può ritornare ad osservare l'ambiente
invece di sentirsene osservato.
Nel momento in cui John inizia a provare panico ed ansia, perde contatto
con la sua eccitazione biologica di base (non stiamo parlando di eccitazione
sessuale, ma di eccitazione in generale) la blocca, la rifiuta e
la proietta. In tali condizioni, l'eccitazione viene sperimentata come ansia;
viceversa, ogni volta che proviamo ansia stiamo semplicemente rifiutandoci
di provare eccitazione, di sentirci vibranti, vivi. L'unico modo per uscirne
è quello di tornare in contatto con il nostro coinvolgimento e con
la nostra eccitazione, lasciando che il corpo si ecciti, che il respiro
si faccia magari affannoso ma profondo, invece di spezzarlo e irrigidire
il petto; dobbiamo tremare e vibrare di quest'energia, anziché "fare
i duri" trattenendo l'eccitazione, col risultato di contrarci e diventare
"tesi"; dobbiamo lasciare che l'Energia si m