Dott. Filippo Falzoni Gallerani
A. R. A. T. Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale
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Libera traduzione da Brief History of Everything,
" di KEN WILBER, EDIZIONI SHAMBALA

Prova ad ascoltarti, proprio ora, ascolta la sensazione d'essere te stesso e nota che questo "te" non è altro che un oggetto nella consapevolezza. Non è neppure un vero soggetto è un altro oggetto nella consapevolezza. Questo piccolo "io" con i suoi pensieri sfila in parata davanti a te proprio come le nuvole attraverso il cielo. Che cosa è allora il vero "te" che sta osservando tutto questo? Chi sta osservando il tuo piccolo io? Chi o che cosa è? Quando ti spingi indietro verso questa pura "Soggettività", questo puro osservatore, non lo potrai vedere come un oggetto, perché non è un oggetto. Non è nulla che tu possa vedere. Piuttosto se rimani calmo in questa consapevolezza osservante - testimone della mente, del corpo e della natura che fluiscono davanti a te - potresti incominciare a notare che quello che provi ora è semplicemente una sensazione di libertà, una sensazione di distensione, di non essere legato a nessuno degli oggetti che stai tranquillamente osservando. Non guardi nulla, semplicemente riposi in questa vasta libertà. Di fronte a te le nuvole passano in parata, i pensieri passano in parata, le sensazioni fisiche passano in parata, e tu non sei nessuna di queste cose. Tu sei il vasto espandersi della libertà attraverso la quale gli oggetti vanno e vengono. Tu sei un'apertura, un vuoto, un vasto spazio nel quale gli oggetti vanno e vengono Le nuvole vanno e vengono, le sensazioni vanno e vengono, i pensieri vanno e vengono, e tu non sei loro, tu sei il vasto senso di libertà, quel vasto "Vuoto" quella vasta apertura in cui sorge la manifestazione, resta per un po', poi se ne va.
Incominci a notare che "l'Osservatore" in te che è testimone di tutti gli oggetti è in sé stesso solo un vasto "vuoto". Non è una cosa, un oggetto, non è qualcosa che puoi vedere o afferrare. E' piuttosto una sensazione d'ampia libertà, non essendo nulla che possa entrare nel mondo obbiettivo degli oggetti, della tensione e dello sforzo... Questo puro Testimone è un puro Vuoto nel quale tutti questi soggetti ed oggetti individuali si manifestano, stanno per un po' e poi passano. Questo puro Testimone non è qualcosa che possa essere visto... Oggetti e soggetti possono indubbiamente essere osservati, ma l'Osservatore non può essere osservato. L'osservatore è assolutamente indipendente da loro, un'assoluta Libertà non può essere catturata dal loro trambusto, dai loro desideri, dalle paure e dalle speranze... Di certo abbiamo la tendenza ad identificarci con quei piccoli soggetti ed oggetti ed è esattamente questo il problema! Noi identifichiamo l'Osservatore con gracili piccole cose che possono essere viste. Questo è l'inizio del coinvolgimento e della schiavitù. Siamo in realtà un'ampia espansione di spazio libero, ma c'identifichiamo con oggetti e soggetti limitati e non liberi, che sono tutti osservabili, tutti vittime della sofferenza, e nessuno dei quali è ciò che noi siamo.
Patanjali dette la classica descrizione della schiavitù come "l'identificazione dell'Osservatore con gli strumenti dell'osservazione" con i piccoli soggetti ed oggetti, invece che con l'apertura, la vastità, il Vuoto in cui tutto sorge e si manifesta... Così quando risiedi nel puro Testimone sei invisibile. Non puoi essere visto. Nessuna parte di te può essere vista perché tu non sei un oggetto. Può essere visto il tuo corpo, può essere vista la tua mente, la natura può essere vista, ma tu non sei nessuno di questi oggetti. Sei la pura sorgente della consapevolezza e non alcunché che si manifesti in tale consapevolezza. Così tu sei consapevolezza. Le cose sorgono nella consapevolezza, vanno e vengono... Sorgono nello spazio si muovono nel tempo. Il puro Testimone non va e viene. Non sorge nello spazio e non si muove nel tempo. E' sempre presente ed immutabile. non è un oggetto la fuori e quindi non entra mai nella corrente del tempo, dello spazio della nascita e della morte ...

Ken Wilber, libera traduzione da Brief History of Everything


Monumentali, divini grandi Ego



ONE TASTE
THE JOURNALS OF KEN WILBER

Libera traduzione

I grandi yogi, i santi e i saggi, realizzarono tanto nelle loro vite perché non erano dei piccoli timidi esseri molli, ma erano dotati di un grande "ego" connesso con la base dinamica e lo scopo dello stesso Cosmo. Possiamo meglio comprendere il reale significato del termine "assenza di ego" un concetto che ha causato una gran confusione, perché l'ego, l'anima e il Sé possono tutti essere presenti simultaneamente.
"Assenza di ego" non significa l'assenza di un "io" funzionale, (ciò sarebbe psicosi e non saggezza); significa invece non essere esclusivamente identificati con l'io. Una delle ragioni per cui abbiamo problemi con la nozione di "assenza di ego" è che la gente vorrebbe che i loro "santi senza ego" soddisfino le loro fantasie di "santo" o di "spirituale," che generalmente significa "essere morti dal collo in giù", senza pulsioni della carne e desideri e sempre sorridenti. Tutte le cose con cui la gente ha generalmente dei problemi, come il denaro, il sesso, le relazioni, i desideri, si vorrebbe che fossero assenti nei santi. Saggi "senza ego" che siano "al di sopra di tutto" è ciò che la gente vuole. Vogliono una mente separata dalla vita. La religione in cui credono, li libererà semplicemente di tutti gli istinti basilari, dagli impulsi e dalle relazioni, e quando si rivolgono alla religione, non lo fanno per avere indicazioni di come vivere la vita con entusiasmo, ma per trovare un modo per evitarla, reprimerla, negarla e sfuggirla. In altre parole le persone vogliono che il loro saggio spirituale sia "meno di una persona", in qualche modo separato da tutta la complessa confusione vitale e pulsante dei desideri e delle forze che spingono la maggior parte degli esseri umani.
Ci aspettiamo che i nostri saggi siano esenti da tutto ciò che ci stimola. Tutte le cose che ci spaventano, ci tormentano e confondono, vorremmo che non potessero toccare i nostri saggi. Tale assenza e mancanza, qualcosa di "meno che nella persona reale", è ciò che spesso s'intende per "assenza di ego."
Ma "assenza di ego"non significa "meno" della persona, significa "più" della persona. Non il "personale meno", ma tutte le normali qualità personali più altre qualità transpersonali.
Pensa a tutti i grandi yoghi, i santi e i saggi, da Mosé, Cristo, Padmasambhava, non erano individui dalle maniere deboli e distaccate, ma fieri rivoluzionari in grado di scuotere e soggiogare interi paesi. Trattavano il mondo nei suoi stessi termini, non con qualche pietosa fantasia celeste, molti di loro istigarono rivoluzioni sociali di massa che sono andate avanti per migliaia d'anni. Fecero questo non perché avevano evitato la dimensione fisica, emozionale, mentale dell'uomo e l'ego che ne è il veicolo, ma perché s'impegnarono con una determinazione ed un'intensità da scuotere il mondo dalle fondamenta. Senza dubbio essi erano sintonizzati anche con l'anima (lo psichico profondo) e lo spirito (il Sé senza forma) sorgente ultima del loro potere, ma esprimevano quel potere, e raggiunsero risultati concreti, proprio perché si erano impegnati drammaticamente nelle dimensioni inferiori attraverso le quali tale potere poteva esprimersi in modo da poter essere udito da tutti.
Questi grandi esseri, che dettero impulso al mondo non erano dei piccoli "ego"; erano, nel miglior senso del termine, grandi ego, precisamente perché l'ego (il veicolo funzionale dei reami più densi) esiste parallelamente all'anima (veicolo funzionale della dimensione sottile) ed il Sé (veicolo della dimensione causale).
Quanto questi grandi maestri riuscirono a realizzare nelle dimensioni materiali, lo ottennero attraverso il loro ego, perché l'ego è il veicolo funzionale in tale reame. Tuttavia essi non s'identificavano esclusivamente con il loro ego (ciò è narcisismo) ma, semplicemente, sentivano il loro ego sintonizzato con la radiante sorgente cosmica. I grandi yoghi, i santi e i saggi, realizzarono tanto nelle loro vite precisamente perché erano grandi "ego" sintonizzati con il loro stesso Sé superiore, erano consapevoli del puro Atman (l'io Io di Ramana Maharsi) che è uno con il Brahman, e quando aprivano la bocca la gente cadeva ai loro piedi in ginocchio ed il mondo tremava, confrontandosi con il Dio radiante.
Santa Teresa era una grande contemplativa? Si! E, (riflettiamoci) Santa Teresa è la sola donna che abbia mai riformato l'intera tradizione monastica Cattolica. Gautama Buddha scosse l'India dalle fondamenta, Rumi, Plotino, Bodhidharma, Lao Tzu, Platone, ecc. tali uomini e donne iniziarono rivoluzioni che durarono per centinaia e talvolta migliaia d'anni, qualcosa che non può ancora essere attribuito né a Marx né a Lenin, né a Locke né a Jefferson. Fecero queste cose non perché erano morti dal collo in giù. No, erano dei monumentali, gloriosi e divini grandi "ego", sintonizzati con uno psichico più profondo, che era sintonizzato direttamente con Dio. C'è certamente una certa verità nel concetto di "trascendere l'ego": ma non significa distruggere l'io, significa sintonia con qualcosa di più grande.
Come dice Nagarjuna, nel mondo relativo l'atman è reale; nell'assoluto né l'atman né l'anatman è reale, (né "Sé", né "non Sé") e quindi in nessun caso si coglie una descrizione corretta della realtà. Il piccolo ego non evapora; rimane come centro funzionale d'attività nel reame convenzionale. Come ho già detto, perdere l'ego fa divenire psicotici e non saggi.
Trascendere l'ego, quindi significa trascenderlo ma includerlo in un più profondo e più alto abbraccio, nell'anima, quindi nel Testimone o "Sé primordiale", e poi quando le fasi precedenti sono superate incluse e abbracciate nella luminosità del "sentire non-duale". Ciò significa che non eliminiamo, il piccolo ego, ma piuttosto che lo viviamo pienamente, lo viviamo con verve, lo usiamo come necessario veicolo attraverso il quale verità più alte si comunicano. L'anima e lo Spirito, includo il corpo, le emozioni e la mente, non li cancellano. Detto brutalmente: l'ego non è d'ostacolo allo spirito, ma una radiante manifestazione dello Spirito stesso. Tutte le forme non sono altro che vuoto, inclusa la forma dell'ego. Non è necessario eliminare l'ego, ma semplicemente viverlo con una certa esuberanza. Quando l'identificazione scorre oltre all'ego e si'immerge nel Cosmo, l'ego scopre che l'atman individuale è, di fatto, una cosa sola con il Brahman. Il Sé "superiore" in effetti, non è il piccolo ego, sino a che sei bloccato nel piccolo io, è necessaria una morte e rinascita. I narcisisti semplicemente hanno un io che non è ancora abbastanza grande da abbracciare l'intero Cosmo, e così essi cercano, invece, di esserne il centro.
Ma noi non vogliamo che i nostri saggi abbiano un grande ego, anzi non vorremmo neppure che mostrassero una dimensione manifesta. Ogni volta che un saggio mostra tratti umani verso il sesso, il denaro e le relazioni, siamo scioccati, e lo siamo a causa della nostra volontà di fuggire la vita, perciò il saggio che vive la sua vita ci offende. Vogliamo ascendere, uscire, fuggire e il saggio che vive la sua vita con piacere, la vive sino in fondo, prende ogni onda della vita e ci naviga sopra, ci disturba profondamente, e ci spaventa perché vuol dire che anche noi dobbiamo affrontare la vita, e non semplicemente sfuggirla in una nube d'etere luminoso. Non vogliamo che i nostri saggi abbiano corpi e personalità, inclinazioni, vitalità, sesso, denaro e relazioni perché queste sono le cose che solitamente ci torturano e vogliamo eliminarle. Non vogliamo nuotare sulle onde della vita, vogliamo che le onde se ne vadano. Vogliamo una spiritualità in forma di vapore. Il saggio integrale, il saggio nondualista, è qui a mostraci cose diverse. Conosciuti in genere come "tantrici", questi maestri insistono sul trascendere la vita vivendola. Insistono sul trovare liberazione attraverso il coinvolgimento, nirvana nel mezzo del samsara, e totale liberazione nella completa immersione. Entrano consapevolmente i nove gironi dell'inferno, perché in nessun altro luogo si possono trovare i nove paradisi. Nulla è loro estraneo, perché non c'è nulla che non sia l'Unico sentire. Il punto è essere pienamente a proprio agio nel corpo ed i suoi desideri, nella mente con le sue idee, e nello spirito con la sua luce. Abbracciando tutto, pienamente e simultaneamente sino a che tutto non è altro che espressione dell'Uno e dell'unico sentire.
Abitare il desiderio e osservarne il gioco, entrare nelle idee e seguirne la brillantezza per essere inghiottiti dallo Spirito e risvegliarvi ad una gloria cui il tempo ha dimenticato di dare un nome. Corpo mente e spirito tutti contenuti, ugualmente contenuti nella consapevolezza sempre presente che è la base di tutta la rappresentazione.
Nella notte immobile, la Divinità sussurra, nello splendere del giorno, Dio ruggisce. La vita pulsa, la mente immagina, le emozioni ondeggiano, i pensieri vagano. Che cosa è tutto ciò se non il movimento senza fine dell'unico sentire, che sempre gioca con i propri movimenti, sussurrando silenziosamente a tutti coloro che vogliono ascoltare; non sei tu stesso ciò? Quando il tuono rimbomba non stai ascoltando il tuo Sé? Quando il lampo crepita non vedi il tuo Sé? Quando le nuvole vagano quiete attraverso il cielo, non è il tuo stesso essere illimitato che si muove?


IL PUNTO CRUCIALE DEL KUNDALINI YOGA



ONE TASTE, THE JOURNALS OF KEN WILBER Shambhala Publications, 1999


libera traduzione

Il punto cruciale del Kundalini Yoga e dei sette chakra è: tutti i sette chakra, senza eccezione, sono radiose forme della Shakti, l'energia della Dea, in un eterno abbraccio con Shiva, il puro testimone senza forma. Tutte le forme sono una cosa sola con il Vuoto: Shiva e Shakti fanno eternamente l'amore, legato l'uno all'altra in fiera devozione, che il tempo, il tumulto, la morte ed il destino non possono neppure avvicinarsi a toccare. Nel Buddhismo Dzogchen viene espressa la stessa idea nel tangka dell'Adi Buddha (il Buddha supremo), Samantabhadra, e la sua consorte, Samantabhadri.
Samantabhadra è rappresentato come una figura di un profondo blu scuro che siede nudo nella posizione del loto. Nel suo grembo di fronte a lui, nell'atto sessuale è Samantabhadri. Anche Samantabhadri è nuda, ma di un luminoso bianco brillante. Samantabhadra rappresenta Dharmakaya, o il voto radicale, che è completamente senza forma e quindi "nero", (come il sonno profondo senza sogni). Samantabhadri rappresenta Rupakaya, l'intero mondo della forma, che è si mostra brillante, bianca e luminosa. Vuoto e Forma, Coscienza e Materia, Spirito e Mondo.
E stanno facendo l'amore, sono uniti nell'unità dell'estatico abbraccio l'un nell'altra; sono uniti nell'eternità dal legame infallibile dell'Amore che è invincibile. Sono uno per l'altra un solo sentire, la percezione non duale, "One Taste". Questo tangka di Samantabhadra e Samantabhadri, (Purusha e Prakrti, Shiva e Shakti, Vuoto e Forma, Saggezza e Compassione, Eros e Agape, Ascendente e Discendente) non è meramente un simbolo. E' la rappresentazione di una realizzazione diretta.
Quando ti interiorizzi e ti riposi nell'"Io Io" come testimone senza forma, tu letteralmente sei Samantabhadra, tu sei il grande "Non Nato", il radicalmente inqualificabile Divino. Sei un grande nero Vuoto d'infinito abbandono.
Tuttavia nello spazio di quel vuoto che tu sei, l'intero universo sorge momento dopo momento, le nuvole galleggiano nella tua consapevolezza, quegli alberi sorgono nella consapevolezza, quegli uccelli che cantano sono una cosa sola con te. Perché tu, come Osservatore senza forma, (Samantabhadra), sei una cosa sola con l'intero Mondo della Forma (Samantabhadri), ed è eternamente un'unione erotica.
Tu stai letteralmente facendo l'amore con l'intero mondo mentre esso appare attimo per attimo. Le brutali e tortuose lacune tra soggetto ed oggetto sono cadute, e tu e il mondo siete entrati in un'unione intima, sensuale ed estatica, nella radiosità e nell'abbandono, il tuono ed il lampo di "un solo sentire, (un sentire non duale)". Ed è sempre stato così.
In genere, la gente commette principalmente due errori sulla via di "un solo sentire" (One Taste o sentire non duale). Il primo avviene nel prendere contatto con il Testimone, il secondo dal muoversi dal Testimone al "sentire non duale".
Il primo errore: cercando di prendere contatto il Testimone (o Io io), la gente immagina che "vedrà qualcosa". Ma, non c'è nulla da vedere, semplicemente si risiede come Testimone di tutto ciò che appare, tu sei il puro e vuoto "Osservatore", non qualcosa che possa essere visto.
L'errore è nel cercare di osservare l'Osservatore come fosse una luce speciale, una grande beatitudine, un'improvvisa visione, tutte queste cose sono oggetti, non sono l'Osservatore che è il tuo stesso essere.
Certamente con il "sentire non duale" tu sarai ogni cosa che percepisci, ma non puoi iniziare a farlo cercando con uno sforzo di vedere la Verità, perché è proprio questo che lo impedisce. Devi iniziare con "Neti, Neti" (Io non sono questo, io non sono quello). Il primo errore è il sabotaggio del Testimone che si attua cercando di renderlo un oggetto che può essere afferrato, quando è semplicemente l'osservatore di tutti gli oggetti che sorgono, ed è "percepito" soltanto come una sensazione di fondo di Grande Libertà e Distacco da tutti gli oggetti.
Riposando in questa Libertà e Vuoto e imparzialmente osservando tutto ciò che sorge, noterai che il sé separato (o ego) sorge nella consapevolezza semplicemente come qualunque altra cosa. Puoi in realtà sentire la contrazione nell'io, proprio come puoi sentire le tue gambe, o percepire il tavolo, una roccia o il tuo piede. La contrazione nell'io è una sensazione di tensione interiore, spesso localizzata tra gli occhi, e associata ad una sottile tensione muscolare attraverso il corpomente. E' uno sforzo ed una sensazione di contrazione di fronte al mondo.
Una sottile tensione del corpo nel suo insieme. Semplicemente osserva questa tensione. Quando si è divenuti capaci di essere a proprio agio come vuoto Testimone, ed una volta che si è notata la tensione della contrazione nell'io, si immagina di potere entrare dal Testimone alla percezione non duale, ma che per farlo, prima ci si debba liberare della contrazione nell'io (o liberarsi dell'ego). E questo diventa il secondo errore perché in realtà blocca la contrazione dell'io fermamente al suo posto. Pensiamo che la contrazione dell'io nasconda od ostruisca lo Spirito, mentre, di fatto, è semplicemente una radiosa manifestazione dello Spirito stesso, come assolutamente ogni altra forma dell'universo.
Tutte le forme non sono altro che vuoto, inclusa la forma dell'ego. Inoltre l'unica cosa che vuole liberarsi dall'ego è l'ego. Lo Spirito ama ogni cosa che sorge proprio così com'è. Il Testimone ama ogni cosa che sorge proprio com'è. Il Testimone ama l'ego, perché il Testimone è la mentespecchio imparziale che ugualmente riflette e perfettamente abbraccia qualunque cosa sorga.
Tuttavia l'ego, convinto di potersi meglio trincerare, decide di giocare il gioco di liberarsi di se stesso semplicemente perché sino a che gioca il gioco, ovviamente può continuare ad esistere, (chi altro sta giocando questo gioco?)
Come affermò Chuang Tzu molto tempo fa: "Il desiderio di liberarsi dall'ego non è, esso stesso, una manifestazione dell'ego?".
L'ego non è una cosa, è un sottile sforzo, e non puoi usare lo sforzo per liberarti dallo sforzo, o finiresti con due sforzi invece di uno.
L'ego stesso è una perfetta manifestazione del divino, e si può affrontare al meglio riposando nella Libertà, non cercando di liberarsene, che semplicemente accresce lo sforzo dell'ego stesso.
E allora le pratiche e la disciplina?
Quando riposi nel Testimone, semplicemente nell'"Io Io", o risiedi nel Vuoto, nota semplicemente questa contrazione dell'io. Rimani nel Testimone e senti questa contrazione dell'io. Quando osservi questa contrazione dell'io, ne sei già libero, stai già osservando, anziché identificati con essa. La stai guardando dalla posizione di Testimone, che è già ora e da sempre, libero da tutti gli oggetti in ogni caso. Così riposa nel Testimone, e percepisci la contrazione dell'io allo stesso modo in cui puoi percepire la sedia sotto di te, la terra, e le nuvole galleggiare nel cielo.
I pensieri fluiscono nella mente, le sensazioni fluiscono nel corpo, la contrazione dell'io appare nella consapevolezza, e tu spontaneamente e senza sforzo osservi tutto, ugualmente ed imparzialmente.
E' in questo semplice stato senza sforzo, mentre non stai cercando di liberarti dalla contrazione dell'io, ma semplicemente la osservi, e sei lì nel grande Testimone o Vuoto che è il tuo vero essere, che la "percezione non duale" può più facilmente manifestarsi. Non ce nulla che tu possa fare per provocarla (o per causarla), la percezione non duale è già e da sempre completamente presente, non è il risultato di azioni nel tempo, e comunque non l'hai mai persa. Il massimo che tu possa fare, attraverso lo sforzo nel tempo è quello di evitare questi due principali errori (non cercare di vedere il Testimone come un oggetto, riposa nel testimone come Osservatore; non cercare di liberarti dall'ego, semplicemente sentilo) e ciò ti condurrà al bordo, allo stesso precipizio del tuo Volto Originario. Quel punto è completamente oltre il tuo controllo. Riposa come Testimone, senti la contrazione dell'io: questo è esattamente lo spazio in cui la percezione non duale può più facilmente manifestarsi. Non fare questo come sforzo strategico, ma casualmente e spontaneamente, durante tutto il giorno e la notte, rimanendo sempre così, sull'orlo della scioccante scoperta di te stesso.
Questi sono i passaggi:
Riposa come Testimone, senti la contrazione dell'io. Facendo questo, nota che il Testimone non è la contrazione dell'io, è consapevole della contrazione dell'io. Il Testimone è libero dalla contrazione dell'io, e tu sei il Testimone. Come Testimone sei libero dalla contrazione dell'io. Rilassati in quella Libertà, Apertura, Vuoto, Abbandono.
Percepisci la contrazione dell'io, e lascia che sia, come permetti a tutte le altre sensazioni di manifestarsi. Non cerchi di liberarti dalle nuvole nel cielo, degli alberi o dall'ego, lascia che siano e abbandonati nello spazio di Libertà che è te stesso. In quello spazio di Libertà potrai notare che la sensazione di Libertà non ha un interno ed un esterno, non ha un centro e un contorno. I pensieri galleggiano in questa Libertà, il mondo sorge in questa Libertà, e tu sei Quello. Il cielo è la tua testa, il vento il tuo respiro, la terra è la tua pelle, e tutto è così vicino, sempre più vicino. Tu sei il Mondo sino a che rimani in questa Libertà, in questa infinita Pienezza.
Questo è il mondo della percezione "non duale", senza interno ed esterno, senza soggetto ed oggetto, non un "qui dentro" verso un "la fuori", senza inizio né fine, senza sentieri e senza strumenti, senza una via e senza una meta. Come disse Ramana, questa è la verità finale. <..>



GLI STADI DELLA MEDITAZIONE
KEN WILBER, JACK ENGLER, DANIEL P. BROWN
LE TRASFORMAZIONI DELLA COSCIENZA



GLI STADI DELLA MEDITAZIONE
Il brano che segue è tratto da: Le Trasformazioni della Coscienza di Ken Wilber, Jack Engler, Daniel P. Brown, edizioni Ubaldini, Roma, 1989, testo a cui rimando per una lettura integrale. Ritengo questa sintesi dei testi classici molto importante per comprendere gli aspetti essenziali delle pratiche di meditazione. Per rendere la lettura più scorrevole ho creduto opportuno apportare alcuni tagli ed eliminare le osservazioni e i commenti dal punto di vista della psicologia Occidentale. In questi ultimi anni sono state realizzate migliaia di nuove ricerche scientifiche sugli stati meditativi che non erano disponibili al tempo della pubblicazione di questo lavoro e ho creduto bene facilitare il lettore a concentrare l'attenzione sulle fasi di sviluppo degli stati meditativi. Sempre per rendere più facile la lettura dell'impegnativo argomento, ho eliminato anche quasi tutti i termini sanscriti e tibetani che non ho ritenuto indispensabile citare.
Ritengo inoltre, sia importante una breve introduzione per una corretta comprensione della relazione tra la meditazione secondo le scuole classiche e il Rebirthing Transpersonale.
Ad esempio: Come si concilia che qui come in altri testi classici si suggerisce l'acquietamento del respiro sino alla sua sospensione in certi stati di samadhi, mentre il Rebirthing Transpersonale è un metodo di respirazione intensa?
E' bene chiarire che non c'è incongruenza perché anche nel Rebirthing Transpersonale, alle fasi di respirazione intensa seguono spontanee fasi d'assorbimento interiore accompagnate da spontanea apnea e producono esperienze che sono assolutamente corrispondenti a quelle indicate dallo yoga classico.
A sostegno del metodo si può ricordare che la meditazione è uno stato che non si può provocare attraverso uno sforzo dell'io e che quindi la vera meditazione ha luogo quando si manifesta in modo spontaneo, come accade nella fase d'apnea spontanea prodotta dai precedenti momenti d'iperventilazione si manifesta lo stato meditativo di assorbimento.
Altri punti su cui riflettere:
Chi si sottopone al Rebirthing Transpersonale dovrebbe padroneggiare il sentiero meditativo e tutti questi sottili stati della coscienza come descritti negli Yoga Sutra o nella Mahamudra?
E' necessario quindi studiare a fondo questi insegnamenti oppure, se non è necessario perché appesantire il ricercatore con informazioni inutili?
Mentre lo Yoga e il Mahayana insegnano il vero sentiero che è lungo e difficile il Rebirthing Transpersonale è un'altra delle tecniche New Age che con la supersemplificazione perdono profondità e possono solo indurre momentanei stati di coscienza alterata?
Per rispondere al primo punto è fondamentale ricordare che le fasi della meditazione descritte nel brano che segue sono la mappa di un territorio interiore, e ciò che conta è conoscerlo e attraversarlo direttamente. Non conoscere prima di partire la mappa del territorio che dovremo attraversare non è un vero problema per il viaggiatore che segue il suo sentiero nella giusta direzione. Inoltre queste sono solo due mappe importanti fra le molte che i saggi nei secoli hanno realizzato e ce ne sono molte altre. E' vero che è necessaria l'indicazione iniziale di qualcuno che conosce il sentiero, e tale deve essere il rebirther che assiste alla seduta, ma l'importanza di una guida esperta consiste solo nel mettere il viaggiatore nella direzione opportuna e lasciargli percorrere il suo cammino interiore senza interferenze.
Così il soggetto sarà come quel pellegrino che seguendo un sentiero che gli è stato indicato guidato dai suggerimenti di una bussola interiore, prende la giusta direzione che lo conduce alla meta della liberazione.
Seguendo la voce del cuore attraverserà paesi ignoti, conoscerà luoghi e stati dell'essere e dopo per lui sarà un gran piacere trovarli descritti da altri viaggiatori ben esperti dei luoghi e vederne i nomi e leggerne la storia sulle mappe. Quanto ha vissuto nel viaggio lo troverà poi descritto nell'esperienza dei maestri e questo l'aiuterà ad integrare queste esperienze e a considerale nella giusta luce.
Secondo la mia esperienza chi prova il Rebirthing Transpersonale senza una dottrina a cui conformarsi è spesso avvantaggiato rispetto a chi è condizionato da precedenti conoscenze intellettuali. La mappa è compresa e appare significativa dopo che si è avuta l'esperienza diretta del viaggio. Prima del viaggio una lettura attenta, ma senza bisogno di vero e proprio studio può bastare per far intuire a grandi linee di che tipo di viaggio si tratta e quale è la direzione, ma è raro che ci sia una vera comprensione sino a che l'esperienza non è vissuta.
Come ho detto di mappe ce ne sono molte altre, Ken Wilber in Integral Psychology ha comparato decine di modelli di sviluppo interiore Oriente e Occidente, antichi e moderni, che ho riportato in parte nel volume II di questo lavoro.
Riguardo al secondo punto certamente se la direzione e la motivazione sono ancora nella sfera dell'ego il Rebirthing può essere usato in modo superficiale e rientrare nella categoria delle superficiali e semplicistiche tecniche new age e questo purtroppo accade spesso. Ciò spesso dipende dall'impreparazione dell'assistente alla seduta e dal fatto che ogni persona raggiunge stati secondo la sua evoluzione interiore. Le riflessioni sulla natura della mente e della coscienza non sono per tutti e per molti neppure di primaria importanza. Per qualcuno è necessario passar prima attraverso la soluzione delle tensioni bioenergetiche, dei conflitti della personalità. ecc.
Purtroppo ci sono anche individui che non amano la luce e temo sia vero che "idiots seldom get enlightened".
Ma se si segue sino in fondo il processo con il giusto atteggiamento, saremo realmente condotti ad esperienze di grande valore trasformativo. Stati che vanno coltivati, ma che possono scaturire già in poche sedute quando si risvegliano livelli profondi della consapevolezza.
Come insegna lo Zen a volte si raggiunge il Satori in trenta secondi e a volte non bastano trent'anni.
Il Rebirthing Transpersonale rappresenta una via rapida per l'occidentale moderno verso stati di coscienza profondi in sintonia con gli insegnamenti classici, anche se il metodo è caratterizzato da un approccio intuitivo.
I praticanti avanzati si renderanno conto che per progredire è necessaria la Sadhana cioè una disciplina spirituale. Il Rebirthing Transpersonale oltre ad essere efficace per indurre nei principianti stati meditativi profondi, è anche uno valido strumento per il praticante avanzato che ha gia raggiunto con pratiche classiche stati di samadhi e momenti di illuminazione. Infatti potrà, attraverso il metodo, rievocarli con facilità.
Ma ecco temi che possono aiutarci a chiarire aspetti sostanziali riguardo alla meditazione.


KEN WILBER, JACK ENGLER, DANIEL P. BROWN
LE TRASFORMAZIONI DELLA COSCIENZA


Stadio I. PRATICHE ETICHE PRELIMINARI

A. I preliminari ordinari: cambiamento d'atteggiamento
Le pratiche etiche preliminari riguardano la completa trasformazione psicocomportamentale intesa a preparare il principiante, in un momento successivo, alla meditazione vera e propria. Sono effettuate mentre il novizio continua a vivere la sua vita di tutti i giorni. Siccome i principianti dubitano per lo più della loro capacità di conseguire l'illuminazione, la pratica, almeno nella Mahamudra, comincia con un esercizio per "risvegliare la fede". (...)
Il principiante, inoltre, deve imparare a cambiare l'atteggiamento verso la vita quotidiana per abbandonare gli attaccamenti mondani e diventare sempre più motivato alla pratica della meditazione. Questo cambiamento può essere sollecitato mediante una serie di "preliminari ordinari" chiamati nella Mahamudra le "Quattro Nozioni". Il novizio deve anzitutto riflettere sulla rara e preziosa occasione di trovarsi in una situazione favorevole alla pratica, poi compiere una visualizzazione particolareggiata del proprio comportamento giornaliero e delle sue conseguenze, come pure una visualizzazione della sofferenza sperimentata dai vari esseri nel mondo. Presi nel loro insieme, questi esercizi producono uno stato ipermotivato che pone il novizio in grado di perdere lentamente ogni interesse per le attività quotidiane e di diventare invece fortemente motivato a intraprendere la pratica del dharma. (...)

B. I preliminari straordinari: cambiamento intrapsichico
Favorita così questa motivazione, il principiante è in grado di rinunciare alle faccende quotidiane e di "penetrare". La consapevolezza è ora rivolta al flusso della coscienza tenendo ben presente lo scopo della pratica. La Mahamudra raccomanda reiterate riflessioni formali sullo scopo mediante lo sviluppo di un "atteggiamento illuminato". Negli Yogasutra si istruisce il novizio a "stabilire il collegamento" con la "consapevolezza trascendente", il "Purusa". La riflessione interna sullo scopo è integrata nel comportamento esterno dal rigoroso studio formale dei fondamenti filosofici della pratica. In questo modo egli muta lentamente, ma radicalmente aspettative e credenze circa la pratica. (...)
Per prepararsi alla meditazione vera e propria, il principiante deve compiere una radicale trasformazione del flusso della coscienza e dare armonia alla propria vita interiore. Ciò lo si ottiene con una serie di esercizi chiamati "preliminari straordinari" nella Mahamudra e "prescrizioni" (niyama) negli Yogasutra. Il flusso della coscienza è composto di vari "fattori mentali" letteralmente: "ciò che avviene nella mente". Gli stati affettivi dolorosi, con i pensieri, le immagini e i ricordi che vi sono associati, sono frequentissimi, e ciascuno di essi, dicono gli Yogasutra, contribuisce a creare il dubbio. Il principiante impara a osservare e a reagire agli eventi del flusso per modificarne il contenuto. Con la "confessione" o "purificazione" individua ed estirpa gli stati dolorosi. Attraverso "offerte" concomitanti e perseguendo l'appagamento, coltiva attivamente stati piacevoli, per esempio la pazienza. Con la rappresentazione di qualche simbolo della realtà ultima, sia visivamente come nel "guru-yoga" della Mahamudra, sia auditivamente, come nel mormorare Om o altri Mantra nell'identificazione con Ishwara degli Yogasutra, egli impara a riformulare i concetti riguardanti la realtà ultima in modo che le "nozioni" spontanee che sopravvengono nel flusso della coscienza siano più in armonia con le credenze filosofiche e con lo scopo ultimo della pratica della meditazione.
Presi nell'insieme, questi esercizi producono un profondo cambiamento intrapsichico.
(...) Nella meditazione, la focalizzazione sugli eventi del flusso della coscienza può essere effettuata in modo da estirpare gli stati affettivi dolorosi, coltivare i piacevoli e rendere le proprie associazioni spontanee più adeguate allo scopo ultimo.

C. I preliminari avanzati: cambiamento del comportamento
Le prescrizioni sono integrate da una serie di pratiche comportamentali chiamate rispettivamente "preliminari avanzati" "precetti" (MM, sila) e "divieti" (YS, yama). Esse comprendono modificazioni: a) dello stile di vita e del comportamento sociale; b) dell'input sensoriale; c) del grado di consapevolezza. Il principiante impara a individuare il comportamento dannoso e quindi a "praticare il comportamento opposto". Per le leggi di causa ed effetto, quest'azione contraria si manifesterà nel tempo come una serie di cambiamenti positivi nel flusso della coscienza; il cambiamento di comportamento contribuisce al cambiamento intrapsichico.
Stile di vita e comportamento sociale sono regolati mediante un elenco di precetti principali e secondari destinati a enumerare gli elementi della vita quotidiana al fine di far compiere all'individuo un accurato esame del proprio comportamento: routine e abitudini giornaliere, lavoro e tempo libero, alimentazione e sonno. Le normali attività dell'individuo, e anche un eccesso di input sensoriale, scompigliano il flusso della coscienza. Il principiante impara anche a padroneggiare i sensi con un esercizio chiamato "controllo dei sensi" nella Mahamudra e "disciplina del calore interiore" negli Yogasutra. I divieti si concludono con un rigoroso addestramento alla consapevolezza, coltivato sia nella seduta formale sia nell'intero corso delle proprie attività giornaliere allo scopo di conseguire uno stato di consapevolezza ininterrotta per l'intero giorno e l'intera notte. Poiché la meditazione ha lo scopo di modificare il flusso della coscienza, è necessario un controbilanciamento che dia più ordine alla vita esterna. Se gli eventi del flusso diventano più regolari, è più facile effettuare quell'addestramento alla consapevolezza che è di vitale importanza per la meditazione formale.
Raggiunta l'armonia fra comportamento esterno e vita interiore, il novizio è più preparato alla meditazione formale quando vi si aggiunga la consapevolezza.

Stadio II. ADDESTRAMENTO PRELIMINARE DEL CORPO E DELLA MENTE

A. Addestramento alla consapevolezza corporea
Mentre i preliminari avanzati mirano a eliminare le distrazioni nell'addestramento iniziale alla consapevolezza, l'addestramento preliminare corporeo/mentale dirige il training alla consapevolezza più estensivamente verso il foro interiore, sul "flusso della coscienza". Il meditante deve ora imparare a individuare con chiarezza nel flusso "l'attività che distrae" come pure a impedire cadute di consapevolezza. Poiché questo compito comporta l'attenta discriminazione dei vari tipi di distrazione, l'esercizio è chiamato nella Mahamudra i "tre isolamenti". Il meditante isola e specifica la natura dell'attività del flusso in modo da far ordine nel caos.
Comincia con l'addestramento alla consapevolezza dei processi corporei. Si ritira in un luogo appartato, riduce al minimo i movimenti fisici e adotta una postura stabile. Gli Yogasutra consigliano più posture; la Mahamudra ne usa una sola, la posizione del loto, ma suggerisce di tenere presenti i sette "punti" (gambe, colonna vertebrale, petto, collo, mani, lingua e occhi). Tanto gli Yogasutra quanto la Mahamudra ne forniscono un modello ideale rispettivamente la divinità Ishwara e il Buddha cosmico, Vairocana. Perfezionata la postura, il meditante osserva attentamente lo stato del corpo per notarne le eventuali imperfezioni della posizione e le attività irrequiete. Scopre ben presto che il corpo emette una costante e disordinata attività interna; essa viene neutralizzata con la costante produzione di attività controllata, "mantenendo fermamente" la postura perfetta con "sforzo". Come risultato, la grossolana attività del corpo subisce un cambiamento che la Mahamudra definisce "acquietamento" letteralmente "caduta in se stesso", e gli Yogasutra chiamano "stabilità", con cui diventa facile mantenere a lungo e senza fatica una posizione stabile. L'acquietamento o la stabilità non implicano una cessazione dell'attività corporea, ma, più esattamente, una ridistribuzione dell'attività muscolare in modo che il corpo sia restituito alla sua "azione appropriata". (...)
Con la maggiore esperienza, il meditante impara a isolare gli schemi energetici discernibili, che subiscono col tempo un significativo "riassetto" in direzione di una maggiore regolarità. Poiché si afferma che queste correnti sono correlate all'attività della mente, l'addestramento alla postura contribuisce anche a creare uno stato mentale più equilibrato, chiamato "fermezza" nella Mahamudra e "equilibrio" negli Yogasutra.

B. Acquietamento della respirazione e del pensiero
Con l'acquietarsi del corpo, si acquista una maggiore consapevolezza dell'attività irregolare della respirazione e degli eventi nel flusso della coscienza. Questo disordine nel flusso assume la forma di "illusione" del pensiero e dell'attività incessante del dialogo interiore e/o delle fantasticherie. Entrambe le irregolarità, della respirazione e del dialogo interiore, sono comprese nel termine tibetano "parola", quindi l'esercizio è chiamato "isolamento della parola" nella Mahamudra e "controllo del respiro" (pranayama) negli Yogasutra. Muovendo sia dalla respirazione sia dal dialogo interiore, la meditazione ha lo scopo di isolare i diversi aspetti del ciclo respiratorio e/o del dialogo interiore in modo da diminuirne l'attività irregolare o, nell'espressione degli Yogasutra, "interromperne il movimento". La Mahamudra parte dal dialogo interiore, gli Yogasutra dalla respirazione. La prima dà al meditante l'istruzione di "lasciar andare" ogni sforzo dopo avere avvertito l'acquietarsi del corpo e notare la risultante attività del flusso fino a che non avvenga l'"acquietamento" del dialogo interiore. Allora le chiacchiere mentali e le fantasticherie recedono nello sfondo. I secondi gli prescrivono di interferire attivamente nel ritmo normale della respirazione modificandone la direzione, la durata e la successione, cosa che produce un netto "cambiamento" (YS, vrtti) del ciclo respiratorio e del flusso.
Entrambi gli approcci risultano in un'accresciuta regolarità del ciclo respiratorio, un esito convalidato anche da studi empirici sui meditanti. Altro risultato comune ad entrambi è la riduzione del pensiero ordinario, chiamato "non cognizione" nella Mahamudra e "distruggere le cognizioni che creano la copertura della luce della consapevolezza" negli Yogasutra. (...)
Il conseguente maggiore ordine del flusso è il primo equivalente della "contemplazione", letteralmente l'acquietarsi delle riflessioni.

C. Riassetto del flusso della coscienza. Pensiero decostruttivo
Ora il meditante ha creato un ambiente interiore favorevole alla meditazione ed è in grado di portare la "consapevolezza" all'attento esame di quest'ambiente. Tuttavia, l'ordinaria consapevolezza cosciente è rivolta verso l'esterno, e il primo compito è lo sviluppo di uno "stile" di consapevolezza detto "introversione" nella Mahamudra e "ritiro in se stessi" (pratyahara) negli Yogasutra. Il meditante impara a "sganciarsi" dalla realtà esterna e dall'influenza degli oggetti dei sensi in modo da portare la consapevolezza a rivolgere ogni attenzione al flusso della coscienza. Quest'esercizio è quindi chiamato negli Yogasutra "ritrazione dei sensi" (YS, pratyahara). Il meditante impara anche a "isolare" i vari aspetti del flusso e a vedere in che modo si dispieghino gli eventi. Quest'esercizio è quindi chiamato nella Mahamudra "isolamento della mente".
Come risultato, il meditante diventa meno sensibile agli eventi esterni e più sensibile agli eventi interiori. Ma il risultato più importante, ottenuto con la pratica estensiva, è la dilatazione della coscienza al di là del contenuto, agli stessi processi con cui gli eventi compaiono nel flusso. Il contenuto del pensiero viene a cadere. Questa consapevolezza penetrante causa anche un "riassetto" del flusso nel senso di un maggior ordine. Qui però le due tradizioni divergono. Il meditante buddista impara a discernere la discontinuità del flusso, lo yogi induista la continuità. Le due tradizioni sono però d'accordo nel ritenere che l'esercizio debba principalmente mirare a far discernere la struttura del flusso della coscienza, non il suo contenuto. Il termine tecnico con cui si designa l'esperienza discontinua del meditante buddhista è "discontinuità", ossia successione di eventi separati, uno dopo l'altro, con uno iato fra il precedente e il seguente. L'esperienza continua dell'induista è definita tecnicamente "cambiamento continuo del materiale mentale" (YS, chittavrtti). L'ordinario contenuto della mente si modifica continuamente per prendere la forma dei sempre mutevoli dati sensoriali. Con quest'esercizio lo yogi impara a "individuare il contenuto mentale nella forma che esso veramente ha [non in quella dei dati dei sensi]". Ma in entrambe le tradizioni il meditante riesce ad avvertire una sempre maggiore regolarità nell'ambiente interiore, che non subisce più l'influenza immediata dei mutevoli eventi esterni.

Stadio III. CONCENTRAZIONE CON SUPPORTO

A. 1. Concentrazione frontale
Il meditante comincia la concentrazione "frontale" scegliendo il posto, costruendosi un comodo sedile e adottando una posizione stabile. Poiché la concentrazione ha lo scopo di fissare l'attenzione su qualcosa per periodi di tempo prolungati, si può usare qualsiasi "oggetto di consapevolezza" che sia tangibile e abbia attributi chiaramente definiti in modo da "far da supporto" alla concentrazione. La Mahamudra si serve principalmente d'oggetti visivi, per esempio pietre o pezzi di legno, gli Yogasutra fanno ricorso ai mantra e il Visuddhimagga a vari oggetti, scelti secondo l'indole personale. L'oggetto viene poi posto "di fronte" a una distanza ottimale, la distanza di un giogo nella Mahamudra o di due braccia e mezzo nel Visuddhimagga. Le tre tradizioni concordano su più elementi fondamentali della pratica della concentrazione. Il controllo dello sguardo, effettuato fissando dritto avanti a sé, nella Mahamudra, o socchiudendo gli occhi, nel Visuddhimagga, riduce l'input sensoriale e quindi anche le manifestazioni del flusso della coscienza. Fissare lo sguardo sugli "attributi" percettivi, per esempio colore e forma, è molto importante (M, "attaccare la mente"; YS, "tenere saldamente"). Altrettanto importante è sforzarsi di mantenere la concentrazione".
Un primo risultato, è la capacità di sostenere la consapevolezza sempre più a lungo senza cadute di tensione. Di solito il mondo è "visto" attraverso il filtro di un'ampia rete di categorie astratte. Ma, con la concentrazione prolungata il meditante le scardina e ritorna agli effettivi tratti fisici degli oggetti di percezione o, come dicono i testi, ai loro "puri e semplici attributi".

A. 2. Concentrazione "interiore"
La concentrazione "frontale" è un passo preparatorio all'esercizio principale della concentrazione "interiore". Esso ha lo scopo di addestrare la consapevolezza a "restare ferma" di fronte alle potenziali distrazioni del flusso di coscienza servendosi di un oggetto di consapevolezza interno. Il meditante passa ora alla rappresentazione interna dell'oggetto che prima era esterno. Le tradizioni buddhiste ricorrono a rappresentazioni visive, "immagine riflessa"; "immagine eidetica"; gli Yogasutra a una rappresentazione delle correnti di energia sottile nel corpo. La concentrazione "interiore" è praticata sino a quando "non ci sia più alcuna differenza nella visione dell'oggetto di consapevolezza ad occhi aperti e ad occhi chiusi". Poi, quando riesce a protrarre la concentrazione su questi oggetti interni, il meditante passa ad oggetti ancora più dettagliati: l'immagine tipica del Corpo del Tathagata (Buddha) con i suoi trentadue tratti percettivi maggiori e gli ottanta minori, nella Mahamudra e, analogamente, l'immagine della divinità Hari (Vishnu), negli Yogasutra.
Un primo risultato, nella prospettiva del punto d'osservazione, è il raggiungimento da parte del meditante di una condizione di concentrazione ininterrotta che la Mahamudra chiama "mente che sta ferma". Altro risultato, nella prospettiva degli eventi osservabili, è la trasformazione che avviene nel flusso di coscienza. Dapprima, l'oggetto interno domina sempre più il flusso per cui, nelle buone sedute, può essere l'unico evento che si manifesta istante per istante. Poi l'oggetto diventa sempre più instabile. Cambia dimensioni, forma, posizione e luminosità: può diventare, per esempio, grande come il mare o piccolo come un seme di senape. Quella che prima sembrava una rappresentazione interiore fissa è ora percepita come un'immagine in continuo cambiamento. Infine il flusso si "riordina" in modo da accostarsi sempre più all'oggetto di consapevolezza. Se l'immagine è quella del Buddha o di Hari nei loro aspetti tipici, il flusso di coscienza comincia ad accostarsi nel suo manifestarsi a tali aspetti e qualità.

B. Abilità nel riconoscere il seme: riconoscimento dello schema
Con il progredire della concentrazione, si ha un profondo mutamento dell'oggetto di consapevolezza. Esso emerge in una forma nuova, chiamata il "seme". Gli incontri iniziali con il seme sono impressionanti. Il campo della concentrazione si riduce ad un piccolo seme compatto che fluttua nello spazio. Sembra anche che il seme emetta una luce propria. Esso contiene informazioni combinate provenienti da ogni sistema sensoriale tutte le forme, i suoni, i profumi, ecc. Mentre nelle meditazioni precedenti le informazioni provenienti da ciascun sistema sensoriale erano separate esse non lo sono più nella meditazione sul seme, nella quale si sommano. Il seme contiene le stesse informazioni che provengono dalle molteplici modalità sensoriali indipendentemente dalla natura dell'oggetto che le origina (oggetto visivo o mantra). Contiene anche informazioni su una miriade di sottili attributi percettivi, non discernibili nella percezione ordinaria, nonché su una grande quantità d'attributi "particolari" e "vari". E' soggetto a continua trasformazione. La natura esatta della trasformazione differisce nei sistemi buddhista e induista. Benché entrambi concordino sul fatto che nella consapevolezza il seme va continuamente cambiando, il cambiamento è percepito come discontinuo nel Buddhismo e come continuo nell'Induismo. La Mahamudra descrive il seme come "emanante" vari eventi percettivi separati. Da esso pulsano in successione specifiche immagini, luci colorate, vibrazioni, fragranze, sensazioni, ecc. con discontinuità nell'emanazione dei vari eventi. Per gli Yogasutra, il seme (YS, bindu) è un'"incessante trasformazione" (YS, vrtti) di "uno stesso continuum". Immagini, luci, vibrazioni, ecc. continuano ad intrecciarsi, come nei disegni di Escher, senza confini discernibili fra gli eventi che si succedono.
La meditazione sul seme richiede una modifica della natura della concentrazione. Poiché lo sforzo interferisce con gli eventi che si dispiegano dal seme, il meditante riceve l'istruzione di passare a uno stile di concentrazione "rilassato". Questo richiede "abilità" come è chiamato l'esercizio nella Mahamudra. Il passaggio al rilassamento comporta un più chiaro manifestarsi degli eventi, i quali si susseguono in una "non-cessazione". Il meditante impara a focalizzare l'attenzione sugli eventi che si dispiegano nel flusso allorché emerge il seme. Quindi l'esercizio è chiamato "contemplazione" (dhyana negli Yogasutra). Il termine tecnico per questo particolare aspetto della consapevolezza è "riconoscimento", letteralmente "conoscere il materiale". Il meditante non fa altro che agevolare la concentrazione e notare quella che la Mahamudra ha chiamato la "forza delle emanazioni danzanti".
In seguito a questo riconoscimento si stabilisce una nuova condizione del seme, detta nella Mahamudra "seme condensato". Al meditante riesce sempre più difficile riconoscere gli schemi percettivi. Con il crescere dell'abilità questi diventano una "massa di luce". Analogamente, nel Visuddhimagga il patibhaga (letteralmente, "segno di somiglianza") è descritto come un disco luminoso simile alla luna o a una stella, migliaia di volte più puro del "segno eidetico". Il "seme sviluppato" non ha né colori né forme particolari. Così pure, negli Yogasutra l'emissione di luce con la scomparsa degli schemi specifici contraddistingue l'inizio del successivo gradino della pratica, il samadhi del principiante in cui il seme appare come una gemma preziosa. Sulla scomparsa degli specifici schemi tutte le tradizioni concordano. Scompaiono anche gli "stati emotivi dolorosi". Il meditante non "particolarizza" più tali schemi; nella consapevolezza non resta che una mutevole massa di luce. Questo riconoscimento è chiamato "grande chiarezza". (...)

C. Fermare la mente: sintesi percettiva
E' assai difficile mantenere la consapevolezza del seme condensato. Certi particolari schemi possono facilmente ripresentarsi o si può perdere la consapevolezza del seme. Per approfondire la concentrazione il seme va "protetto" come è chiamato l'esercizio nel Visuddhimagga. Il meditante deve "eliminare" ogni residuo contenuto cognitivo e percettivo che possa provocare la perdita della consapevolezza del seme. Deve "fermare la mente", com'è chiamato l'esercizio nella Mahamudra. Gli Yogasutra lo chiamano invece il "samadhi del principiante" durante il quale "decrescono le grossolane fluttuazioni del materiale mentale". Uno dei problemi è che l'oggetto di consapevolezza si fa sempre più sottile. La difficoltà di mantenere la concentrazione ha a che fare con l'attività dei sistemi sensoriali. La mente è continuamente attiva nel registrare l'input sensoriale in atto. "La mente vaga fra gli oggetti dei sensi". "Si sposta continuamente da un istante dell'input sensoriale all'altro, e quest'attività dà inizio all'intera sequenza dei processi con i quali viene "costruito" il mondo della percezione. Il meditante deve imparare a fermare questa sottile ma costante attività, con la quale sono registrate ed elaborate le impressioni dei sensi, e decostruire l'ordinaria percezione degli schemi. L'esercizio è perciò chiamato "arresto della mente".
Per fermare la mente occorre sviluppare una semplice consapevolezza vuota d'ogni attività. Nella Mahamudra il meditante pone la propria consapevolezza sullo spazio vuoto, reprimendo l'attività con la quale vengono riconosciuti i particolari schemi. Negli Yogasutra sviluppa la consapevolezza in modo che essa "rimanga su quello" "penetri in quello" e "assuma l'identità dell'oggetto" mentre "si fanno cessare le fluttuazioni". Se non riesce a sviluppare una consapevolezza libera da attività, può praticare l'esercizio del trattenere il respiro. Quando il respiro è trattenuto per intervalli sempre più lunghi, l'attività mentale cessa momentaneamente. Acquisita una certa sensazione di come sia l'arresto della mente, il meditante prosegue nello svolgimento dell'esercizio senza l'aiuto della manipolazione fisiologica.
Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione, è che la consapevolezza diventa ininterrotta, senza più cadute di tensione. La consapevolezza "sta continuamente" o "sta su quello e penetra in quello". Cessato il contenuto mentale grossolano, nulla più la intralcia. L'altro risultato, dal punto di vista degli eventi osservabili, è che il meditante "ha arrestato la mente". E' entrato in uno stato di concentrazione profonda chiamato samadhi. Riesce a mantenere la consapevolezza sulle soglie dei diversi sensi e ad arrestare l'attività di costruzione del contenuto mentale grossolano appena si presenta alla coscienza. Benché possa continuare ad avvertirvi alcuni movimenti alla soglia dei sensi, questi non vengono "costruiti" in schemi percettivi e cognitivi grossolani.
(...) Così facendo, il meditante impara a smantellare il mondo grossolano della percezione e ad arrestare la mente.

Stadio IV. CONCENTRAZIONE SENZA SUPPORTO

A. Tenersi saldi al flusso di luce
L'esercizio successivo riguarda il modo in cui lo yogi potrebbe sviluppare e rendere stabile un nuovo punto d'osservazione su una nuova dimensione degli eventi osservabili, ossia il sostrato della percezione ordinaria sperimentato come flusso di luce. Il meditante non può più prendere come oggetto di consapevolezza le cognizioni o le percezioni grossolane. L'oggetto è diventato sempre più "sottile" e non può fare da supporto alla concentrazione come fa un oggetto grossolano, quale un pensiero o un precetto. Ne derivano gli esercizi che la Mahamudra chiama di "concentrazione senza supporto". Mantenere la consapevolezza su questo sottile flusso di luce richiede una considerevole abilità, quindi il Visuddhimagga parla delle "dieci abilità d'accesso". Gli Yogasutra considerano tuttavia il flusso di luce un sottile ma tangibile "supporto" alla concentrazione e chiamano gli esercizi "samadhi del seme".
L'arresto della mente per la durata della meditazione non è compito facile a causa della tendenza abituale dei processi cognitivi e percettivi normali, grossolani, a ristabilire le loro operazioni. Il samadhi va depurato dal contenuto grossolano. Secondo la Mahamudra, la mente ha una grande "forza" per "costruire" eventi grossolani. Un'abitudine del genere può essere persa solo con una meditazione più intensiva, sforzandosi di "tenersi saldamente" in modo che il flusso di luce sia "non interrotto" dal contenuto grossolano. Negli Yogasutra, il samadhi è costantemente ostacolato dal "grossolano" contenuto della "memoria" che può essere "riconosciuto" di fronte al "flusso di luce, vuoto di forma propria". Questo livello di samadhi è detto nirvikalpasamadhi.
Secondo la Mahamudra, il meditante è "sottilmente addormentato" in questo sostrato della percezione. La consapevolezza del sottile flusso di luce semplicemente non rientra nella coscienza quotidiana normalmente l'individuo comune non vede il mondo esterno e gli eventi interni nel fluire della coscienza come manifestazioni mutevoli d'energia luminosa. Anche la prima volta in cui ne diventa consapevole, questo flusso luminoso continua ad apparirgli indistinto. La chiave per mettersi in sintonia con esso è il livello del risveglio. Poiché tale livello è connesso a una produzione di sforzo, l'iniziale acquisto di padronanza esige un'immensa produzione di sforzo perché lo yogi sia risvegliato alla luce. Il modo di praticare è "tenersi saldamente" o "esercitarsi" a mantenere la consapevolezza sul flusso di luce. Ogni volta che sopravvengono pensieri o percetti occorre intensificare lo sforzo.
Nella Mahamudra il risultato, in termini d'eventi osservabili, è la maggiore chiarezza del flusso di luce. La frequenza delle mutevoli manifestazioni luminose aumenta enormemente, divenendo "sempre più veloce". Anche l'intensità diventa "più splendente". Quando il flusso di luce è completamente chiaro si ha lo stato detto di "prechiarezza" perché la consapevolezza è tenuta al livello sottile della luce che precede la costruzione del contenuto mentale grossolano. Gli Yogasutra, analogamente, parlano del "risplendere di pura luce vuota di forma propria". Visto dal punto d'osservazione il risultato è il crollo dell'ordinaria rappresentazione di sé. La consapevolezza comune opera mediante un quadro di riferimento stabile, o rappresentazione di sé, che funge da principio organizzatore centrale per l'interpretazione dei dati sensoriali. Questa costruzione si chiama "Io" nella Mahamudra, "senso mentale" (manas) negli Yogasutra. Con l'arresto del contenuto mentale grossolano e il tenersi saldi al sottile flusso di luce, anche la rappresentazione grossolana di sé viene a cadere. La consapevolezza s'identifica sempre meno con il contenuto dell'esperienza, grossolano o sottile che sia, e sempre più con l'attività dell'esperienza. Ciò che resta è la consapevolezza del Sé-come-agente.

B. Lasciar andare per osservare il flusso di luce
Successivamente il meditante impara a "riconoscere" il flusso di luce in maniera stabile e chiara. La stabilità comporta la cessazione delle costruzioni cognitive e percettive grossolane che distraggono dalla concentrazione. La chiarezza comporta un più attento discernimento del modo in cui si manifesta il flusso di luce. All'inizio è difficile riconoscere con un minimo di chiarezza il flusso di luce a causa dell'attività, o meglio della reattività, associata alla consapevolezza ordinaria. Pur avendo già estirpato dalla meditazione l'ordinaria rappresentazione di sé, il meditante non ha ancora estirpato il senso ordinario dell'attività del Sé, chiamato "agire" nella Mahamudra e "Io-agente" (ahamkara) negli Yogasutra. Questi termini si riferiscono alla consapevolezza di vari tipi d'attività durante il samadhi, per esempio "dirigere l'attenzione", "rifiutare o sviluppare" il flusso sottile nella cognizione grossolana ed "esercitarsi". Sono proprio queste le attività che interferiscono nel riconoscimento e nell'attenta discriminazione del flusso di luce e che ne scompigliano il modo di manifestarsi.
Il provetto yogi impara a praticare diminuendo la quantità dello sforzo esattamente nei punti giusti del samadhi. Nei sistemi buddhisti l'esercizio viene quindi chiamato "lasciar andare". Lo yogi lascia andare tutte le attività che potrebbero interferire con l'accurata osservazione del flusso di luce.
Considerando il punto d'osservazione, il risultato è la diminuzione del senso dell'agire del Sé. Gli eventi semplicemente "accadono da soli" indipendenti da ogni attività da parte del meditante. Considerando gli eventi osservabili, il risultato è che il flusso di luce diventa ancora più chiaro e si manifesta in un modo nuovo; come una "successione" di manifestazioni luminose che cambiano continuamente. Questi mutevoli punti luminosi si presentano "adagio" e "strettamente vicini". Qualsiasi potenziale interruzione si possa manifestare come contenuto grossolano diventa "calma del Sé". Lo yogi impara a mettere continuamente a fuoco e a riconoscere il sottile flusso di luce e le sue vicissitudini. A causa di quest'analisi più focalizzata" l'esercizio è chiamato vicarasamadhi negli Yogasutra.

C. Equilibrare il flusso di luce
La chiave per l'apprensione diretta della verità riposa sull'affinamento della consapevolezza di questo flusso di luce e sull'attento sviluppo di una fra le varie prospettive in cui lo si coglie. Pertanto il Visuddhimagga chiama "accesso", quest'esercizio. Con lo svanire degli ordinari punti di osservazione, rappresentazione di Sé e agire del Sé, diventano possibili numerosi punti di osservazione alternativi. Il Buddhismo e lo Yoga induista rappresentano due prospettive molto diverse. Ogni tradizione affina la propria particolare prospettiva in modo che certe verità divengano direttamente accessibili al meditante. Anche il flusso di luce apparirà in maniera diversa visto nelle varie prospettive possibili. Lo "sviluppo abile" del flusso di luce, com'è chiamato l'esercizio nel Visuddhimagga, richiede che il meditante compia soltanto la giusta quantità di sforzo nel predisporre il flusso stesso. Questo sforzo è chiamato "equilibrato" dal nome dato all'esercizio nella Mahamudra. Il meditante deve anche imparare a dar "peso", durante il samadhi, a un particolare punto di osservazione o evento osservabile.
Mentre può essere "generalmente consapevole" del punto di osservazione e contemporaneamente dell'evento osservabile il meditante impara la "specifica messa a fuoco" di entrambi durante il samadhi e anche a spostarne il peso dall'uno all'altro. Questi spostamenti avvengono con grande rapidità, più veloci del tempo ordinariamente occorrente per prestarvi attenzione.
Il buddhista impara ad acquisire un punto di osservazione chiamato "consapevolezza concomitante" dal quale il flusso di luce appare discontinuo. Il meditante sviluppa abilmente l'evento osservabile, il flusso luminoso, esaminando accuratamente la luce fino a renderne "discontinue" le vicissitudini, come pulsazioni o "movimenti" inframmezzati da cesure. I lampi compaiono "vicinissimi l'uno all'altro" sono cioè emessi in rapida successione. L'abilità di acquisire il giusto punto di osservazione viene dallo spostamento della specifica messa a fuoco sulla consapevolezza che "sta" su ciascun evento distinto. Ripiegandosi su se stessa, anche la consapevolezza diventa sempre più discontinua. L'esperienza discontinua sia del flusso di luce sia della consapevolezza che se ne ha è chiamata "concomitanza" nella Mahamudra e "mente/materia" (namarupa) nel Visuddhimagga.
Lo yogi induista impara a sviluppare un punto d'osservazione chiamato "consapevolezza riflessiva" dal quale il flusso di luce appare continuo. Affinato dallo yogi, l'evento osservabile, il flusso di luce, comincia a manifestarsi sempre più come un campo d'energia in incessante vibrazione chiamato tanmatra (letteralmente "le coordinate del precedente contenuto grossolano"), che si trova in stato di propagazione continua. La consapevolezza è in grado di distinguere i punti percepibili che appaiono in questo campo in costante trasformazione. L'abile sviluppo del punto d'osservazione deriva dal distogliere la consapevolezza dai punti percepibili che appaiono nel campo di energia in vibrazione, indirizzandola verso la "consapevolezza eterna" (YS, "Purusa") che trascende tutti gli stati della materia. L'esercizio prende quindi il nome di nirvikalpasamadhi, in quanto si abbandona completamente una specifica messa a fuoco degli eventi in favore della consapevolezza che pervade l'universo intero. Questa nuova prospettiva di osservazione è chiamata "consapevolezza riflessiva" (YS, buddhi) poiché è in grado di unire i più sottili eventi della mente alla consapevolezza eterna che pervade l'universo. Dicono gli Yogasutra: "Quando si fa esperienza del nirvikalpasamadhi, si trascende il punto di osservazione e si acquietano gli eventi osservabili".
(...)

Sentieri ramificati: gli assorbimenti e i poteri psichici iniziali
In questo stadio diventano disponibili certi sentieri ramificati, in larga misura a causa della decostruzione del punto d'osservazione ordinario e della riduzione degli eventi osservabili al sostrato stesso della percezione. E' possibile, anzitutto, continuare la concentrazione in modo che perfino la consapevolezza generale e la specifica messa a fuoco vengano meno; il meditante imbocca un altro sentiero, chiamato rispettivamente: la "grande meditazione sul seme" gli "assorbimenti" e il "riconoscimento degli stati dell'essere". Secondo il Visuddhimagga, ci sono otto assorbimenti: i primi quattro sono "samadhi con forma" (rupa), i secondi quattro "samadhi senza forma" (arupa). In secondo luogo, in tutte le tradizioni si riconoscono esperienze spontanee di "poteri psichici", per esempio, rispettivamente: i Dieci Segni dell'Abilità, i due capitoli sui poteri psichici e la padronanza della realtà fisica. Queste esperienze iniziali sono instabili perché lo yogi non ha ancora estirpato gli ostacoli. L'esperienza stabile dei poteri psichici ricompare alla conclusione del V stadio, lo stadio che si occupa dell'abolizione degli ostacoli.

Stadio V. MEDITAZIONE DI VISIONE PROFONDA

A. Conseguire la visione
Con la percezione del modo in cui gli eventi si manifestano nel flusso e con il nuovo punto d'osservazione, il meditante è ora giunto a uno stadio che gli consente di intuire come sono costruiti il mondo dell'esperienza ordinaria e il Sé attraverso una nuova serie di meditazioni dette Meditazioni di Visione Profonda. Pur nella significativa differenza della visione nelle varie tradizioni, tutte e tre partono dall'analisi dettagliata del flusso di luce e sono concordi nel ritenere sbagliata la percezione iniziale che il meditante ha del modo in cui esso si presenta. L'abituale non veridicità della percezione ordinaria è basata su sottili fattori condizionanti, detti "inclinazioni" o "impressioni" (YS, samskara), insiti nella struttura stessa della percezione al suo livello fondamentale. La meditazione di visione profonda ha lo scopo di eliminarli e di correggere il modo in cui il meditante vede il fluire degli eventi, affinché la loro successione subisca una significativa trasformazione senza più influenze. Ecco perché l'esercizio iniziale è chiamato nelle tradizioni buddhiste "conseguire la visione". Poiché la visione profonda porta al samadhi "senza i sottili semi del condizionamento" gli Yogasutra lo chiamano "samadhi senza seme".
La meditazione di visione profonda è un'analisi ad alta velocità del flusso che si manifesta nel tempo come una "successione" di movimenti discontinui o continui. Perfino in un breve intervallo di meditazione possono aver luogo migliaia di movimenti di questo tipo. Il meditante effettua l'analisi di ciascun movimento che avviene così rapidamente da passare inosservato nella percezione ordinaria. Il flusso muta continuamente. Per spiegare questi sottili cambiamenti s'introducono nuovi termini: i buddhisti considerano la discontinuità del cambiamento, "qualsiasi cosa insorga [separatamente]", gli yogi induisti la continuità nella "trasformazione" del campo di energia.
Ciascuna tradizione rende espliciti i propri condizionamenti circa il modo in cui si può osservare il flusso mediante l'addestramento filosofico preparatorio seguito dalla pratica del samadhi. Queste due fasi della pratica si chiamano nella Mahamudra "meditazione investigativa" e "meditazione del samadhi". La prima è un riesame dei principi basilari del Buddhismo Mahayana. I capitoli dal 14° al 17° del Visuddhimagga e il 1° degli Yogasutra presentano le loro rispettive posizioni filosofiche. Benché diversa nelle varie tradizioni questa "comprensione intellettuale" preparatoria, serve di guida alla successiva pratica del samadhi. Iniziando il samadhi viene meno la comprensione cognitiva grossolana, ma la sua impressione persiste sotto forma di "categoria singola" e ha "influenza" sul samadhi stesso. Con questa categoria può essere posto a raffronto qualsiasi cambiamento del flusso di luce. Nella Mahamudra questo tipo di approccio è chiamato "compito di ricerca". A meno che il samadhi non sia orientato con questa categoria, non può esserci visione profonda. La categoria di visione profonda usata inizialmente nel compito di ricerca è diversa in ciascuna tradizione, rispettivamente: "non entità" "produzione condizionata" e "identità" o "modificazione".
Se ogni tradizione ha un diverso modo di vedere, ciascuna però corregge le inclinazioni percettive con una progressione della visione profonda che presenta stadi identici per tutte. C'è dapprima una fase preliminare per stabilire il livello ottimale di samadhi e la visione giusta secondo la categoria. Segue un'esaustiva ricerca seriale d'ogni istante per constatarne l'adeguamento alla visione profonda della categoria. Infine il meditante è in grado di riconoscere una profonda trasformazione nel modo in cui gli eventi si manifestano nel flusso. Si hanno questi stessi tre stadi per la "specifica messa a fuoco" dell'evento osservabile e del punto di osservazione. Le due prospettive sono chiamate, nelle rispettive tre tradizioni, "Vacuità della Persona e dei Fenomeni" e "conoscenza del corpo e della mente" e "riconoscimento dei mezzi" e "degli stati della materia".
Nella Mahamudra il meditante comincia con una meditazione investigativa della Vacuità della Persona. Studia le scritture autorevoli sulla vacuità e ne applica quindi le nozioni all'esperienza del proprio Sé sino a giungere alla conclusione che il Sé è una "non-entità" in quanto non lo si può identificare nell'esperienza immediata. Torna allora ad un livello di samadhi in cui avvengono pulsazioni luminose distinte con i concomitanti, distinti momenti di consapevolezza. Il primo passo è "mettere in ordine la [visione della] mente" inserendo nel samadhi la non-entità come una categoria della visione profonda. Il secondo passo consiste nel raffronto ripetuto d'ogni momento di consapevolezza con tale categoria per "indurre la visione profonda". Il passo finale è quello in cui il meditante "giunge al limite dell'analisi" e il flusso di luce subisce un profondo riassetto. La radice dell'inclinazione percettiva "è recisa". Questo punto di osservazione non sostanziale e momentaneo, chiamato la "consapevolezza stessa" (M, rang rig), sostituisce ogni "rappresentazione mentale [condizionata]" come punto di osservazione. Il meditante ripete poi gli stessi passi nella prospettiva degli eventi osservabili per ottenere la Vacuità dei Fenomeni.
Anche il Visuddhimagga comincia con una serie di riflessioni filosofiche (dal 14° al 17° capitolo) che descrivono gli aggregati, i sistemi sensoriali, ecc., secondo la psicologia buddhista. La descrizione più importante riguarda la produzione condizionata. Comprese queste riflessioni, il meditante torna al samadhi e osserva gli eventi distinti da ciascuna delle due prospettive concomitanti: l'evento osservato (VM, rupa) e il punto di osservazione (VM, nama), "mente e materia". Prendendo come prospettiva il punto di osservazione, effettua un'accurata ricerca del "supporto" per la consapevolezza momentanea della mente, come "seguendo un serpente verso la sua casa". Non trova altro supporto che l'evento distinto. Ogni distinto istante di consapevolezza (nama) ha solo il supporto dell'evento distinto (rupa) concomitante. Prendendo come prospettiva l'evento osservabile, si arriva a una conclusione simile: il livello mentale e il livello materiale sono interdipendenti.
Anche gli Yogasutra cominciano con una particolareggiata interpretazione della filosofia Samkhya dualista (capitolo 1°). Osservati nell'attività del materiale mentale in meditazione, i fenomeni del mondo fisico (YS, prakrti) appaiono in continuo cambiamento, mentre il "Sé trascendente" (YS, "Purusa") è immutabile. Lo yogi giunge alla comprensione intellettuale del dualismo fra prakrti e "Purusa" e l'applica all'esperienza del samadhi. Entra in un samadhi senza seme in cui restano le sole impressioni, non il contenuto grossolano. Usa la categoria "dell'identità" con la quale raffrontare i continui mutamenti del campo di energia. All'insorgere del samadhi osserverà probabilmente le "manifestazioni apparenti" e le "non-manifestazioni" (YS, abhibhava), cioè schemi percettivi in un campo di incessante mutamento. L'uso della categoria dell'identità durante la "pratica costante" dà luogo a una modificazione del campo di energia chiamata "trasformazione nella cessazione" (YS, nirodhaparinama). Per qualche momento cessa la trasformazione degli specifici schemi ondulatori e il materiale mentale giunge a una condizione ancor più affinata. Sono estirpate le impressioni condizionanti. Questi momenti di cessazione lasciano le loro proprie impressioni, le quali influiscono poi sull'esperienza del campo di energia in continuo mutamento. Esso è ora un "quieto flusso" in cui gli schemi ondulatori diventano meno appariscenti. Questo quieto flusso è il "mezzo per la comprensione". C"è stato un importante spostamento d'accento: la consapevolezza si allontana dagli eventi osservabili per rivolgersi verso il trascendente, perciò è chiamata "consapevolezza riflessiva" (YS, buddhi).
La ricerca su ogni singolo istante durante la meditazione è analoga agli studi sperimentali compiuti in Occidente sull'elaborazione ultrarapida delle informazioni, effettuati su ampia scala con l'uso del tachistoscopio. (...)

B. Abilità: Samadhi inverso
A causa del riassetto del sostrato stesso della percezione temporale, non è più necessario mantenere il samadhi a un livello così affinato in cui sia osservabile solo il sottile flusso di luce. Nella Mahamudra l'esercizio è chiamato "abilità" o "samadhi inverso" perché il meditante cerca di mantenere le visioni profonde di nuova acquisizione, non più influenzabili, nel mezzo del contenuto mentale grossolano: pensieri, sentimenti, sensazioni e precetti. Il samadhi inverso è caratterizzato dal ritorno di questi grossolani eventi mentali. Il meditante, che ha ormai familiarità con la vacuità, può "lasciar andare" lo sforzo e rivolgere la consapevolezza a "tutto ciò che si presenta", ossia ai "vari" eventi in rapida successione. Anche il Visuddhimagga menziona gli eventi mentali grossolani, specie le varie e dolorose sensazioni e immagini visive comuni a questo samadhi. Per gli Yogasutra occorre che lo yogi mantenga una "consapevolezza riflessiva" (YS, buddhi) durante la "molteplicità delle cose" ossia i vari eventi del mondo fenomenico.
Si tratta ancora di un compito di ricerca ultrarapida, reso più difficile dal nuovo tipo d'eventi complessi. Un problema che si incontra tipicamente è il venir meno della visione profonda quando il meditante è distratto dall'improvviso aumento del contenuto mentale grossolano. Egli deve imparare a mantenerla stabile nonostante i radicali cambiamenti degli eventi osservabili durante il samadhi. Quale che sia la prospettiva - non entità, produzione condizionata, identità - deve imparare a mettere a confronto i vari eventi grossolani, che compaiono in rapida successione, con la rispettiva categoria. E' prevedibile che compaiano anche le stesse rispettive visioni profonde. Poiché esse si rivelano in un nuovo contesto, i buddhisti chiamano questo samadhi "superamento del dubbio" o "abilità". Gli Yogasutra lo chiamano "la trasformazione del samadhi" per la grande stabilità del samadhi che si ottiene. Mentre ricorrono gli ordinari eventi mentali, la visione profonda resta la stessa: rispettivamente la vacuità, l'assenza del Sé e l'identità-nel-cambiamento. Queste visioni diventano esperienze dirette incorporate nella struttura stessa della percezione sia a livello grossolano sia a livello sottile.
Il protrarsi dell'esperienza del samadhi inverso produce ulteriori abilità, come la continuazione automatica della consapevolezza e la capacità di ripartirla contemporaneamente fra più tipi di eventi. Oltre a concentrarsi sul contenuto, il meditante si rende anche conto del processo con il quale gli eventi compaiono e scompaiono nell'esperienza immediata. Secondo la Mahamudra ci sono più stadi di sviluppo. Dapprima il meditante è consapevole soltanto dell'istante esatto in cui avviene l'impatto di ciascun evento prima di elaborarlo come contenuto grossolano: pensieri, percetti, ecc. L'ulteriore esperienza porta a discernere l'intera durata di ciascun evento, ossia a rendersi conto dell'istante in cui esso si presenta, della sua breve durata e dell'istante in cui scompare dalla consapevolezza. Questa conoscenza d'ogni evento che si succede, di cui parla anche il Visuddhimagga, si chiama "chiara comprensione". Infine diventa chiarissimo l'istante esatto in cui l'evento ha origine e quello in cui scompare, mentre si perde la consapevolezza del passo intermedio, cioè della sua durata. E' quindi difficile discernere la natura del contenuto. Ogni istante sfreccia con estrema rapidità, immerso in un'intensa luce bianca. Questo stadio finale è chiamato "andare e venire" nella Mahamudra e "sorgere e scomparire" nel Visuddhimagga per il lampeggiare della luce a ogni istante. Gli Yogasutra lo chiamano lo stadio della "trasformazione nella focalizzazione su un solo punto". Entrambi comportano una luce intensa, ma l'esperienza discontinua dei buddisti è simile al rapido pulsare di uno stroboscopio, mentre l'esperienza continua degli induisti è come un susseguirsi di colpi di gong talmente rapido da dare l'impressione che l'uno sfumi nell'altro in un'unica vibrazione continua. (...)

C. Samadhi del sorgere e dello scomparire
Il samadhi del sorgere e dello scomparire è uno degli stadi più importanti lungo il sentiero della meditazione, perché il meditante ha affinato la consapevolezza del flusso di luce fino all'estremo limite, alla struttura temporale della percezione ordinaria. Da questo punto d'osservazione ormai stabile e sottratto a ogni influenza, egli riesce a discernere il processo stesso con il quale i fenomeni sembrano originarsi e sparire. Poiché nell'universo intero sono operanti le stesse leggi che regolano la comparsa e la scomparsa dei fenomeni mentali, il meditante ha raggiunto l'interfaccia di mente e cosmo.
Le tradizioni sono concordi nel considerare l'osservazione del modo di nascere e morire degli eventi l'aspetto principale dell'esercizio, ma l'effettiva esperienza che ne hanno è completamente diversa a causa delle prospettive in cui si pongono: continuità o discontinuità. Nel Buddhismo l'esperienza è una successione di eventi distinti, simili apparentemente a una luce intensissima che lampeggia e si spegne con estrema rapidità come uno stroboscopio ad alta frequenza. Nell'Induismo è una successione continua di cambiamenti di più aspetti osservabili di ondulazioni, che sono più o meno manifeste in ogni dato istante, pressappoco come il succedersi di note alte e basse in una partitura musicale. Quando il meditante osserva l'andirivieni discontinuo o il più o meno continuo manifestarsi dei fenomeni ondulatori, avviene un cambiamento improvviso e importante. La consapevolezza si apre e si rivolge proprio alla struttura spazio-temporale del flusso di luce. Sorgono nuovi interrogativi. Quello che sembra un andare e venire è di per sé un condizionamento percettivo? Quelle che sembrano molte manifestazioni sono riducibili a un solo fenomeno unitario? Per risolverli, il meditante prende a esaminare le sottilissime relazioni causali e spaziali in cui è incapsulata la percezione. Lo fa adottando una nuova categoria della visione profonda, spesso a carattere paradossale o dialettico.
Il Visuddhimagga si serve della categoria della scomparsa. Relativamente agli eventi osservabili, lo yogi fissa l'attenzione sulla scomparsa, istante per istante, di ogni singolo sprazzo, mentre ne ignora la comparsa. Come risultato, tutti gli eventi si dissipano e si ha quella che si chiama l'esperienza della "dissoluzione". Relativamente al punto di osservazione, lo yogi fissa l'attenzione sulla scomparsa di ogni istante distinto di consapevolezza finché tutti non cessino per un certo periodo. Mentre le esperienze risultanti sono profonde, quest'esperienza assume ancora una matrice spazio-temporale. Il Mahayana ha criticato il Theravada che non è riuscito a risolvere completamente il condizionamento spazio-temporale e adotta quindi, per farlo la categoria della negazione dialettica, come nella famosa istruzione di Nagarjuna: Ciò che è percorso non lo si sta percorrendo. Ciò che non è percorso non lo si sta percorrendo. Privo di ciò che è percorso e non percorso, non vediamo nessun cammino che si stia percorrendo.
Riferita al samadhi del sorgere e dello scomparire, una simile dialettica porta a un'esperienza di "non-dissoluzione" o di "ingresso nel sentiero di mezzo", in cui tutti i molteplici eventi potenziali dell'universo compaiono simultaneamente ma sono reciprocamente dipendenti per la loro esistenza. Negli Yogasutra, il meditante risolve interamente il rapporto fra identità e cambiamento applicando questa categoria non solo agli "eventi mutevoli" (YS, parinama), ma ora anche alla loro stessa organizzazione temporale. Lo yogi dapprima osserva i cambiamenti di schemi, proprietà e stati del campo di energia, poi ne osserva il sottostante "aspetto immutabile". Un medesimo sostrato sottende gli aspetti osservabili che diventano manifesti, cessano di esserlo o lo sono potenzialmente. Dopo aver contrapposto il mutevole all'immutato lo yogi esamina i rapporti causali fra cambiamento e identità: le differenze della successione sono le cause delle differenze nelle trasformazioni. Ne risulta un'esperienza di unità, in cui tutti i potenziali eventi dell'universo si presentano simultaneamente come una dimensione dello stesso sostrato che li sottende. L'esperienza ha una struttura comune, almeno nella Mahamudra e negli Yogasutra. Ciascuna è una variazione sul tema dell'interconnessione. La normale matrice spazio-temporale della percezione ordinaria è trascesa e la consapevolezza si apre a un ordine diverso in cui compaiono tutti i potenziali eventi dell'universo con la trama delle loro potenziali connessioni. In questa indivisa interconnessione dell'universo le interazioni hanno luogo non secondo le leggi causali, ma secondo i rapporti relativi con ogni altra cosa. Da questi rapporti dipendono anche la posizione assumibile nello spazio e le proprietà.
Ciascuna tradizione spiega come si trascende l'ordinaria percezione spazio-temporale, ma le esperienze sono diverse, come risulta dalle distinzioni descritte fra le posizioni nichilista, del sentiero di mezzo e dell'eterna immutabilità. L'esperienza di dissoluzione, propria del Theravada, è nichilista in quanto eventi e istanti di consapevolezza si succedono e scompaiono. L'esperienza dell'unità, propria dell'Induismo, è d'eterna immutabilità perché l'interconnessione che è percepita riguarda un qualche sostrato sotteso all'universo e la consapevolezza che lo riflette non cambia mai. L'esperienza propria della Mahamudra è quella del sentiero di mezzo perché cambiano gli eventi interconnessi e la consapevolezza di essi, gli eventi particolari, percepiti nella loro interconnessione, dipendono per la loro esistenza visibile dal rapporto in cui sono con tutti gli eventi potenziali, e la consapevolezza concomitante cambia quando essi sembrano cambiare.

Stadio VI. LA MENTE E L'ILLUMINAZIONE STRAORDINARIE

A. Il rapporto fra la percezione ordinaria e l'interconnessione straordinaria della mente
L'apertura della consapevolezza al livello che oltrepassa la matrice spazio-temporale della percezione ordinaria costituisce una profonda trasformazione della coscienza - quella che la Mahamudra chiama la "mente straordinaria" e gli Yogasutra una "diversa classe di esistenza". Il primo compito è l'esperienza samadhica per intervalli sempre più lunghi. Il meditante deve estirpare le false percezioni e le influenze corruttrici, stando attento a non perdere di vista l'iniziale categoria della visione profonda ora applicata in un contesto totalmente nuovo. Il Visuddhimagga gli rammenta di concentrarsi sull'istante dello scomparire perfino quando non vede altro che la morte di tutte le formazioni. La Mahamudra prospetta un'altra meditazione investigativa, l'evidenziare che serve a ricordare allo yogi che la vasta interconnessione che sembra scaturire non è né sostanziale né dotata di esistenza propria, ma vuota emanazione della mente, simile a un sogno che emana dal sognatore. Gli Yogasutra applicano a un nuovo contesto la categoria dell'identità del cambiamento. Durante il samadhi straordinario il meditante diventa consapevole delle sottili interazioni non casuali fra gli eventi potenziali, chiamate vasana. Inizialmente può notare delle "differenze d'attività" originate da queste sottili interazioni. Se la categoria l'identità del cambiamento è applicata alle vasana, "l'impulso di ciò che non è lo stesso, è lo stesso" .
Il tenere presente una particolare categoria durante il samadhi straordinario influenza l'esperienza effettiva, compendiata nelle posizioni nichilista, mediana e di perpetua immutabilità. Con l'accento posto sulla scomparsa nel tempo, nel Visuddhimagga, la pienezza delle interazioni potenziali non è compiutamente esposta, anche se il testo allude ai "livelli delle formazioni". Con l'accento posto sulla dialettica del Sentiero di Mezzo, nella Mahamudra, la simultaneità degli eventi emerge secondo l'esperienza della produzione condizionata. Gli eventi hanno una relativa realtà, non però una sostanza durevole. Con l'accento posto sull'identità del cambiamento, negli Yogasutra, la simultaneità degli eventi emerge come sostanza eterna prakrti primordiale, capace di rispecchiare l'eternamente immutabile consapevolezza trascendente ("Purusa").
Malgrado queste differenze, il samadhi straordinario ha nelle tre tradizioni una struttura comune. In termini strutturali, rappresenta una totalità indivisa, letteralmente: "base di ogni, in cui ogni parte esiste soltanto nel suo rapporto con tutte le altre". Ogni relativo istante mentale contiene le informazioni sull'universo intero mediante le sue interconnessioni. In termini d'attività, rappresenta il movimento dell'universo in cui ogni sottile attività si inserisce in ogni altra sottile attività. Il concetto buddhista di produzione condizionata e la definizione induista delle vasana esprimono questo tipo di interazioni non causali.
Il meditante deve imparare a introdurre nel samadhi straordinario la categoria della visione profonda e a confrontare la nuova visione con le precedenti, ordinarie. Stabilisce dei legami fra le interazioni potenziali non manifeste e gli eventi mentali manifesti, sottili e grossolani. Impara ad "accoppiare" o ad "abolire l'intervallo" fra mente straordinaria e mente ordinaria. Lo si fa entrando dapprima nel samadhi straordinario e poi osservando il ritorno della mente ordinaria nella ri-transizione alla coscienza vigile. Con il ripetuto esercizio i due stati diventano contigui. Nella Mahamudra quest'esercizio di accoppiamento è chiamato "simultaneità della mente", in esso l'esperienza simultanea di tutti i potenziali eventi interconnessi è accoppiata al succedersi del flusso sottile e del contenuto grossolano dell'esperienza meditativa ordinaria. Ne risulta uno stato di meditazione paradossalmente nel tempo e fuori dal tempo. L'esperienza paragonabile a questa nel Visuddhimagga, chiamata "sofferenza" accentua sempre molto il succedersi della frattura fra eventi e consapevolezza, ma ne dilata la portata a "tutte le formazioni, ovunque" in modo che diventino chiare le interazioni fra eventi passati, presenti e futuri. Negli Yogasutra lo yogi comincia con l'aprire la consapevolezza alle sottili interazioni non casuali (vasana) e all'attività grossolana (vrtti) del contenuto mentale durante la transizione alla meditazione ordinaria. Giunge poi a rendersi conto, facendo ampio ricorso alla categoria dell'identità-nel-cambiamento, che "non c'è intervallo" fra i livelli ordinari e straordinari.
Poiché l'esperienza del samadhi straordinario è coercitiva, i meditanti tendono a reagirvi. Devono ripetere l'esercizio fino a diventare "indifferenti" "distaccati" o "liberi dal desiderio". Allora diventano chiari gli anelli della catena dell'attività karmica. Le sottili interazioni non causali fra gli eventi relativi interconnessi sono i "depositi" dell'attività karmica. Tali interazioni influiscono sui cambiamenti del flusso di luce al livello sottile dell'esperienza ordinaria, che provoca a sua volta manifestazioni mutevoli nel contenuto mentale grossolano nel fluire della coscienza. Il meditante impara non soltanto per quali stadi un'azione diventa manifesta nel tempo secondo la dottrina della causa e dell'effetto, ma vede anche che è possibile fermare la catena karmica. Questo tipo di visione profonda è chiamato rispettivamente, nelle tre tradizioni: "alba della saggezza" "desiderio di liberazione" e "possibilità della non-esistenza delle vasana".
Successivamente lo yogi passa ad osservare con maggiore attenzione la sottile attività karmica e le sue manifestazioni. Quest'esame è chiamato "simultaneità di cognizione e percezione" "riosservazione" e visione "dell'identica entità nel diverso materiale mentale". Il meditante giunge a rendersi conto che tutti gli eventi osservabili, simultanei o in successione, sottili o grossolani, non sono che emanazione di questa sottile attività karmica. Inoltre, mediante l'esercizio, seduta per seduta, la sottile reattività diminuisce ed egli li coglie in una forma nuova, così come sono allo stato primordiale. Secondo la Mahamudra, la "reattività" e le "false cognizioni" si attenuano e le emanazioni sono percepite "vividamente" nella loro originaria "spontaneità". E' ciò che è chiamato "conoscenza ordinaria". Anche per il Visuddhimagga la reattività svanisce e in ogni sorgere diventano chiari tre segni: l'impermanenza, l'assenza del Sé e la reattività. E ciò che è chiamato "equanimità". Per le due tradizioni buddhiste lo stato primordiale è uno stato di immediatezza. Gli eventi si stabilizzano rapidamente prima di venire inseriti nei costrutti tempo/spazio, Sé, precetti e pensieri grossolani. Gli Yogasutra chiamano lo stato primordiale "quiddità di un'entità". E' uno stato di sostanzialità. Lo yogi induista vede nella continua mutevolezza e nell'apparente diversità di tutte le manifestazioni e del materiale mentale la stessa "entità" (vatsu), la prakrti primordiale, che appare sotto forme diverse solo a causa dell'attività delle vasana. Nonostante il diverso modo di concepire lo stato primordiale, le tre tradizioni sono concordi nel ritenere che, considerati gli eventi osservabili ci sia un ritorno a una qualche condizione originaria, e che, considerato il punto di osservazione la consapevolezza proceda senza reattività e con la nozione dell'esperienza originaria quale è presentata. Tutti i paradossi, sorgere/scomparire, uno/molti, successione/simultaneità, sono risolvibili con la comprensione delle sottili interazioni non causali della mente straordinaria.

B. Il rapporto fra la mente straordinaria interconnessa e la mente illuminata
Dopo aver acquisito la visione profonda della natura dell'attività karmica della mente straordinaria e della relazione che essa ha con gli eventi mentali ordinari, il meditante comincia a chiedersi in che modo la consapevolezza equanime dell'attività karmica possa riferirsi anche all'illuminazione. Occorre soddisfare due condizioni, l'una nella prospettiva del punto di osservazione, l'altra in quella degli eventi osservabili.
Nella prospettiva del punto di osservazione, la consapevolezza cambia direzione allontanandosi dagli eventi interconnessi emananti per dirigersi su se stessa. Quando essa si ripiega su di sé, si ha spesso un netto cambiamento di esperienza, come l'aprirsi dello spazio fra il mutare degli eventi. Nella Mahamudra ciò è chiamato "riconoscimento della sapienza nel flusso in continuo cambiamento". I tibetani introducono il termine tecnico "presenza mentale consapevolezza" a significare che istante per istante la stessa consapevolezza diventa oggetto d'attenzione. Nel Visuddhimagga l'analogo cambiamento è chiamato "visione profonda che conduce all'emersione". I tre segni sono chiari in ogni istante. Ne consegue che la consapevolezza istante per istante non ha più nient'altro su cui posarsi, sicché si dice che l'illuminazione diventa il suo oggetto. Per gli Yogasutra, la consapevolezza continua si discosta dalle attività continue (vasana) della medesima entità, la prakrti primordiale, per dirigersi verso se stessa, verso la consapevolezza trascendente, il "Purusa". Diventa chiaro il rapporto fra la prakrti primordiale e la consapevolezza trascendente, Purusa.
Nella prospettiva dell'evento osservabile, l'attività osservata durante l'equanimità si avvicina sempre più al perfetto stato primordiale, essa deve conformarsi alla condizione naturale dell'attività della mente in modo che possa avvenire l'illuminazione. L'attività mentale è la chiave per la comprensione di questo stadio della pratica meditativa. Si fa un'importante distinzione fra l'attività artificiosa, la reattività grossolana e le sottili attività che ostacolano il conseguimento dell'illuminazione, e l'attività spontanea dello stato primordiale. Il meditante deve imparare ad annullare le forme più comuni di reattività, aspettative, dubbi, pensieri di valutazione e il continuo cercare di categorizzare l'esperienza che va facendo. Deve anche annullare le sottili attività della meditazione, altro ostacolo al conseguimento dell'illuminazione. Gli strumenti stessi della meditazione, per esempio la "presenza mentale" e il "portare-alla-mente" diventano ostacoli all'illuminazione e vanno annullati. Ecco perché i tibetani intitolano la serie d'esercizi "lo yoga della non-meditazione". Anche gli Yogasutra dicono che l'illuminazione non può essere un'attività "conseguita" (prapya) o "procurata". Anziché parlare delle attività che originano l'illuminazione, i tibetani asseriscono che occorre stabilire le condizioni che ne accrescano la probabilità, ossia i "mezzi per predisporla". Oltre ad annullare l'attività artificiosa, il meditante deve anche riconoscere e "salvaguardare" la naturale attività spontanea quando questa ha luogo. Le analoghe istruzioni del Visuddhimagga sono chiamate "conoscenza della conformità", in cui sono anche comprese certe istruzioni di negazione, "spassionatezza" e protettive, i "sette fattori d'illuminazione". Gli Yogasutra usano soltanto istruzioni protettive, compendiate in un unico aforisma: Questo (materiale mentale), benché diversificato da innumerevoli vasana, è per il bene dell'Altro perché ha la funzione di influire sulle interazioni. La frase "per il bene dell'Altro" definisce un'importante presa di coscienza, per cui l'attività stessa delle vasana è vista esistere a sostegno della consapevolezza trascendente. Il meditante si rende conto che la pura consapevolezza esiste come sfondo permanente alle innumerevoli attività delle vasana. Quando le condizioni sono esattamente soddisfatte avviene l'illuminazione. Tutte le tradizioni sono concordi nel sostenere che questa si manifesta come una serie di tre cambiamenti improvvisi della consapevolezza, chiamati momenti d'illuminazione: la base, il sentiero e la fruizione. La struttura dell'illuminazione è identica nelle tre tradizioni, ma è diversa l'esperienza del secondo e del terzo momento per la diversità delle prospettive assunte lungo l'intero sentiero della meditazione.
L'esperienza del primo momento, illuminazione-base, è identica nelle tre tradizioni. Nella prospettiva degli eventi osservabili, di tutti gli eventi-contenuto e attività, tutto si affievolisce. Si ha la cosiddetta "cessazione". Che cosa rimane? Nella prospettiva del punto di osservazione, poiché gli eventi recedono dalla consapevolezza, questa cambia sede: "passa alla sponda opposta" o "cambia linea". Prima dell'illuminazione la consapevolezza è inestricabilmente legata all'attività mentale e agli eventi. Il punto d'osservazione e l'evento osservabile si presentano come se fossero inseparabili. Quando invece la consapevolezza sposta la propria sede durante l'illuminazione-base, l'associazione fra evento e consapevolezza è permanentemente recisa.
Il secondo momento d'illuminazione, l'illuminazione-sentiero, è caratterizzato dal ritorno degli eventi osservabili, che ora sono visti da un diverso punto di consapevolezza. Poiché questa non è più associata agli eventi osservabili, nulla può interferire con la loro attività naturale, né si origina alcun nuovo karma. Le tradizioni concordano nel ritenere che l'estirpazione dell'attività karmica avvenga nell'illuminazione-sentiero. Il ritorno degli eventi osservabili, liberi dall'attività e reattività che li riguarda, è paragonato all'immettersi in un flusso con le sue correnti naturali, letteralmente: "chi entra nel flusso". Per la Mahamudra tutti gli eventi potenziali riempiono la consapevolezza e si presentano paradossalmente in simultaneità e in successione. Nel Visuddhimagga gli eventi osservabili si svuotano della consapevolezza, per cui il contenuto dell'illuminazione-sentiero non è molto diverso da quello dell'illuminazione-base, tranne che per l'esperienza di un altro cambiamento e della conseguenza che ne deriva: il consumarsi interamente del karma. Negli Yogasutra l'attività simultanea delle vasana e l'attività in successione delle impressioni (samskara) rimandano nuovamente al riconoscimento. Nell'intervallo [che segue] ciò, ci sono altri Riconoscimenti che provengono dai samskara. La principale differenza fra gli eventi osservabili secondo la Mahamudra e secondo gli Yogasutra sta nella contrapposizione fra la relatività interconnessa, insostanziale degli eventi discontinui, per il Buddhismo e l'attività continua, interconnessa della prakrti sostanziale per l'Induismo.
L'illuminazione-fruizione è il momento finale nel quale avviene una trasformazione permanente della coscienza. Ancora una volta la natura di tale trasformazione varia nelle diverse tradizioni. Nella Mahamudra il meditante diventa i "tre corpi del Buddha": uno sul piano della consapevolezza, uno nei vari reami cosmici potenziali interconnessi e uno sul piano dell'ordinaria esistenza spazio-temporale. Questi tre stati ora coesistono e sono parte della coscienza del meditante. Per il Visuddhimagga, il meditante avverte una profonda pace e tranquillità, senza alcuna attività mentale estranea. Per gli Yogasutra, sperimenta un samadhi detto "nube del dharma", in cui si riversano, come da una nuvola gonfia, tutte le forme possibili di conoscenza e d'esistenza.

C. Esame retrospettivo
Dopo questi tre momenti d'illuminazione, ritorna l'ordinaria esperienza spazio-temporale con il suo contenuto mentale grossolano. La coscienza ordinaria si manifesta come se fosse allo stato vigile precedente a ogni esperienza di meditazione; ma il meditante è riflessivamente consapevole che è avvenuto un profondo cambiamento. Torna il contenuto dell'esperienza ordinaria, ma in una prospettiva completamente diversa. Nell'esame retrospettivo è posto in risalto il rapporto fra la consapevolezza illuminata e l'ordinaria coscienza vigile. Il meditante impara a estirpare ulteriormente le percezioni errate e le inclinazioni attraverso cui si può perdere la prospettiva illuminata e in tal modo rende stabile l'illuminazione come una dimensione dell'ordinaria esperienza vigile.

SOMMARIO

Il sentiero della meditazione
Nonostante le visibili differenze fra le tre tradizioni della meditazione, è nettamente evidente la presenza sottostante di un'unica, invariabile sequenza di stadi. Questi stadi rappresentano una prevedibile progressione di cambiamenti nella struttura psicologica e sono soggettivamente esperiti come il sistematico dischiudersi di stati di coscienza distinti. Il sentiero che vi è sotteso può essere concettualizzato nel modo migliore come la sistematica decostruzione delle strutture dell'ordinaria coscienza vigile. In ciascuna delle tradizioni i sentieri della meditazione comportano la progressiva decostruzione di tutte queste strutture: atteggiamenti e schemi comportamentali, pensiero, percezione grossolana, matrice spazio-temporale. Per effetto dello smantellamento delle coordinate della percezione ordinaria, il meditante ha accesso ad una struttura non ordinaria o straordinaria della coscienza che non opera secondo le normali leggi psicofisiche. Anche la decostruzione di questa struttura profonda porta all'illuminazione. (...)
La progressione delle alterazioni nella struttura della coscienza è avviata da certe condizioni. Un prerequisito è la diminuita interazione sensoriale-motoria fra l'organismo e l'ambiente. Tuttavia ciò che vi contribuisce maggiormente è la concentrazione dell'attenzione. L'uso prolungato dell'attenzione selettiva, dello sforzo e della pura consapevolezza, nonché il loro sviluppo come capacità generiche d'attenzione, sono essenziali per l'attivazione dei cambiamenti lungo il sentiero della meditazione. (...)
I teorici occidentali e gli autori della Mahamudra hanno avanzato teorie simili per spiegare i meccanismi del cambiamento strutturale. Gli uni e gli altri mettono in risalto il rapporto fra consapevolezza e struttura psicologica. Per Tart, la coscienza è composta da tre elementi: la struttura (organizzazione relativamente stabile), l'energia (ciò che attiva o disattiva le strutture) e l'attenzione/consapevolezza (sia l'attenzione volitiva sia la pura consapevolezza). Con l'applicazione dello sforzo si può scompigliare un'organizzazione relativamente stabile come lo stato vigile. Ne può seguire uno stato alterato di coscienza separato: uno schema relativamente stabile, con una struttura unica proveniente dallo stato vigile. Questo stato stabile può essere osservato con meno sforzo. Facendone esperienza si può anche imparare a "liberare completamente la consapevolezza dalle strutture" e a percepirla nella sua purezza: La coscienza, come la consideriamo ordinariamente in Occidente, non è pura consapevolezza ma piuttosto consapevolezza incarnata nella struttura psicologica della mente o del cervello. L'esperienza ordinaria non è né consapevolezza pura né pura struttura psicologica, ma è esperienza della consapevolezza inserita e modificata dalla struttura della mente/cervello, e della struttura della mente/cervello inserita e modificata dalla consapevolezza. Queste due componenti, consapevolezza e struttura psicologica, costituiscono una gestalt, un sistema generale interagente, dinamico, che costituisce la coscienza.
Vi sono delle tecniche, tuttavia, che sono intese a liberare la consapevolezza di una persona dal dominio della struttura, dal meccanismo programmato in lei culturalmente.
In modo simile, anche la Mahamudra parla dei tre "stili" dell'attenzione: "tenersi saldamente" con sforzo, "lasciar andare" lo sforzo e "pura consapevolezza". La Mahamudra aggiunge qualcosa che manca nell'opera di Tart, cioè il modo in cui questi tre stili dell'attenzione si applicano a ciascuno dei principali stadi della meditazione. In ogni stadio si ricorre allo sforzo per smantellare la struttura ad esso propria. Allentando lo sforzo, il meditante è in grado di osservare lo stato di coscienza separato, stabile, che ne risulta. Avviene infine una riorganizzazione in cui la struttura si scompone e la consapevolezza temporaneamente se ne libera. (...)
Poiché fino a poco tempo fa l'attenzione è stata ignorata nelle teorie occidentali dello sviluppo e della cognizione, non sorprende che il sentiero della meditazione sia stato un prodotto piuttosto incomprensibile dell'Oriente. La meditazione è semplicemente una forma d'addestramento intensivo all'attenzione e alle sue conseguenze, la più importante delle quali è l'avvio di una sequenza atipica dello sviluppo adulto: atipica solo nel senso che non tutti gli adulti possono avere accesso al sentiero della meditazione-sviluppo, ma solo coloro che sottopongono l'attenzione ad un addestramento rigoroso. Chi riesce a farlo è come un maestro che diriga la meravigliosa musica della mente. Anche se è chiaramente evidente che esiste un unico sentiero sotteso a tutte le tradizioni meditative, possono essere assunte prospettive diverse che, a loro volta, danno luogo ad esperienze diverse negli stadi equiparabili di quel sentiero. (...)
Una volta liberata la consapevolezza, è possibile assumere prospettive diverse, per esempio, la conformità nel Buddhismo o la concomitanza riflessiva nello yoga induista. Questa nuova applicazione della consapevolezza a seconda delle differenti prospettive produce esperienze diverse durante lo stesso sottostadio. Le differenze sono compendiate in termini di discontinuità e continuità: continuità contrapposta a discontinuità del pensiero, del flusso di luce, dell'interconnessione della mente illuminata. Ne risulta che la mente illuminata finale è diversa nelle varie tradizioni.
Le conclusioni esposte qui sono quasi opposte alla nozione stereotipa della philosophia perennis, la quale afferma che più sentieri spirituali portano alla stessa meta. Il raffronto approfondito delle varie tradizioni ci porta a concludere che c'è un unico sentiero, ma con più esiti. Ci sono più tipi di illuminazione, anche se tutti liberano la struttura psicologica e alleviano la sofferenza.
Gli stati di coscienza si conformano al tipo di cultura. Gli esercizi preliminari servono a modellare gli stati meditativi. Il novizio effettua uno studio rigoroso dei principi filosofici basilari della tradizione fino a subirne l'influenza sulla prospettiva adottata durante il samadhi. A questa influenza non si può sfuggire, tranne che nel momento fondamentale dell'illuminazione, ossia finché la consapevolezza non sia permanentemente liberata dalla struttura psicologica. Per lo più le tradizioni della meditazione riconoscono esplicitamente il ruolo influenzante della prospettiva filosofica. L'imbattersi sistematico in una particolare concezione spinge i singoli stati meditativi verso determinate prospettive ed esperienze. Ci si può ragionevolmente attendere che lo yogi sperimenti solo le visioni profonde avallate dalla tradizione. Certo, sono possibili altre esperienze, che rientrano nell'insieme delle potenzialità umane. Ecco perché sono così numerosi i dibattiti fra le varie tradizioni, ciascuna delle quali nega valore all'esperienza dell'altra. I seguaci del Mahayana riconoscono onestamente la validità delle altre esperienze, pur considerando più profonda la propria. Essi perciò inseriscono, dopo ogni sottostadio della pratica meditativa, particolari istruzioni di "protezione", che prevedono il raffronto dell'esperienza dello yogi con quelle accettate dalla tradizione. Tuttavia, dibattiti e inclinazioni a parte, la conclusione è una: se tutte le esperienze e tutti i tipi d'illuminazione sono validi, ognuna rappresenta però un diverso punto di vista.
Un'altra differenza di prospettiva è fra successione e simultaneità. Con il temporaneo liberarsi della consapevolezza dalle fondamentali strutture spazio-temporali della percezione ordinaria diventa possibile vedere l'esperienza umana nella prospettiva della successione (VM) o in quella della simultaneità (YS) o in entrambe (M). Ed effettivamente, in questo stato straordinario, l'intero sentiero della meditazione può essere visto in successione o in simultaneità o in entrambe le forme. Si tratta della distinzione fra sentieri graduali e rapidi, cioè in successione o simultanei. Quest'esposizione ha adottato a scopo euristico la prospettiva della successione, ma ambedue le prospettive sono legittime. E' giusto dire che la mente può operare per fasi successive o simultaneamente a seconda della prospettiva in cui ci si trova. Questa posizione è coerente con i risultati dell'odierna ricerca nel campo della psicologia cognitivistica. Esistono due modelli di elaborazione delle informazioni: il seriale (successione) e il parallelo (simultaneità) (Hoffman, 1979), ciascuno dei quali suffragato dalla presentazione di prove convincenti. Gli accesi dibattiti che oppongono l'uno all'altro possono essere elusi dicendo che entrambi sono corretti. La mente è attrezzata per elaborare le informazioni sia in successione sia in simultaneità: dipende dalle condizioni e dalla prospettiva assunta. Allo stesso modo, sempre a seconda della prospettiva in cui si è, nella meditazione la mente di dispiega per fasi successive o in forma simultanea.

Il risultato finale: gli effetti dell'illuminazione
Le tradizioni ritengono concordemente che l'illuminazione provochi due importanti cambiamenti: l'alterazione permanente della visione della realtà esterna e l'alleviamento dell'esperienza interiore di sofferenza. Entrambi sono originati dal cambiamento radicale, che avviene durante l'illuminazione, nell'associazione fra consapevolezza ed eventi mentali.
Il meditante fa esperienza dei profondi colpi che sono inferti all'ordinaria visione della realtà: alcuni prima dell'illuminazione, altri nel corso di essa. Assai prima dell'illuminazione, durante le meditazioni di concentrazione, egli impara ad arrestare la mente, a smantellare la percezione ordinaria, e giunge alla conclusione che il mondo non è semplicemente quale lo si vede, lo si sente, ecc. La messa in questione della visione ordinaria della realtà diventa anche più decisa con la scoperta dei poteri psichici, specie per il fatto che molti di questi comportano l'azione della mente sulla realtà fisica. Secondo i testi, i poteri psichici diventano utilizzabili solo in due punti del sentiero. La cosa non sorprende: essi infatti sono disponibili soltanto dopo la decostruzione della percezione grossolana e dell'ordinario sistema del Sé e dopo la decostruzione della matrice spazio-temporale della percezione ordinaria. In altre parole, i poteri psichici sono un risultato delle esperienze percettive insite nel nostro potenziale umano, ma diventano manifesti solo dopo la rimozione delle nostre più consuete strutture percettive. E' una scoperta coerente con la ricerca occidentale sulle capacità psichiche, la quale ha mostrato come queste siano enormemente accresciute negli stati di coscienza transitori, per esempio lo stato ipnagogico. Molti testi condividono l'idea che allo yogi riesce difficile la piena padronanza dei poteri psichici durante lo stadio iniziale perché non ha ancora padroneggiato la meditazione di visione profonda. I poteri psichici, quali emergono nello stadio successivo sono soltanto un risultato dell'intensa concentrazione. Quando però giunge ad avere la padronanza delle meditazioni di visione profonda, lo yogi ha rimosso anche il più tenue fattore influenzante e ha decostruito la base stessa della percezione ordinaria, la sua matrice spazio-temporale. Ma l'acquisizione di questa visione profonda sulla percezione rende stabilmente utilizzabili i poteri psichici. Questo è forse il motivo per cui gli Yogasutra non accennano a tali poteri nella loro descrizione delle meditazioni di concentrazione, mentre vi danno molto risalto quando esaminano la serie delle visioni profonde.
La visione della realtà ordinaria è messa in dubbio in forma ancor più radicale dalla scoperta del samadhi straordinario. Malgrado le notevoli differenze di prospettiva, tutte le tradizioni condividono l'idea che il samadhi straordinario comporti un qualche tipo di esperienza di interconnessione di tutte le potenziali interazioni non causali della mente e dell'universo. Attraverso queste esperienze dirette della più sottile struttura mentale, il meditante scopre nella mente un insieme di operazioni che differiscono completamente dalle ordinarie leggi psicofisiche. In queste sue operazioni più profonde la mente obbedisce a un altro ordine di leggi: quelle dell'interconnessione e della relatività universali. Inoltre, è possibile specificare in quale stadio esattamente avviene la transizione dalle leggi ordinarie a quelle straordinarie. La chiave per farlo è la decostruzione della matrice spazio-temporale della percezione ordinaria.
Ma la massima sfida alla visione della realtà ordinaria la si ha con l'illuminazione. Quale che sia la prospettiva in cui avviene l'esperienza nichilista, del sentiero di mezzo o dell'eterna immutabilità, l'illuminazione-base è identica nelle varie tradizioni. Durante l'illuminazione-base il contenuto dell'esperienza svanisce e la consapevolezza cambia sede. Il rapporto fra consapevolezza e struttura viene permanentemente alterato. La consapevolezza si libera una volta per tutte della struttura mentale. Questo altera, a sua volta, la visione della realtà dopo l'illuminazione. Il meditante è ora "consapevole" che la realtà ordinaria non è altro che una "costruzione", un semplice modello costruito dalle incessanti interazioni non casuali e casuali che avvengono nella mente. Modelli siffatti ingenerano "idee erronee" sulla natura della realtà. Quando però la consapevolezza è liberata da queste costruzioni, lo yogi si rende conto che di per sé questi modelli e concetti non costituiscono assunti veritieri circa la realtà: secondo gli Yogasutra non sono che "illusione" (YS, maya). (...)
Studi empirici sui meditanti illuminati hanno mostrato che essi "vedono" e insieme "vedono attraverso" la realtà ordinaria.
La brusca svolta che avviene nel rapporto fra struttura e consapevolezza, ha anche un profondo impatto sull'esperienza della sofferenza umana. La principale asserzione, e quindi in primo luogo la ragione per meditare, è che l'illuminazione la può alleviare. Durante illuminazione-sentiero, in particolare, cessa la reattività della mente al proprio contenuto, per cui non può essere originato un nuovo karma. Il contenuto d'esperienza che ricompare dopo l'illuminazione si basa sulla maturazione del karma passato anche se non ne viene originato uno nuovo. Poiché la consapevolezza ha cambiato sede, non c'è reattività a questo contenuto emergente. Tutte le tradizioni ritengono concordemente che la reattività si arresti, ma differisce, in ciascuna di esse, il destino delle reazioni emotive. Nella tradizione nichilista del Buddhismo Theravada, gli intensi stati emotivi possono cessare completamente dopo un certo numero d'esperienze di illuminazione. Per la tradizione dell'eterna immutabilità, propria dello yoga induista, c'è una relativa permanenza degli stati di beatitudine, anche se al di là di questi c'è ancora un'esperienza in cui non esistono più emozioni (sagunam "Purusa" contrapposto a nirgunam "Purusa"). Per il sentiero di mezzo, gli intensi stati emotivi hanno luogo in forma relativa e dipendente, ma alla fin fine sono vuoti. In ogni caso, l'esperienza umana della sofferenza è alterata perché è cambiato il modo di elaborare le informazioni sulle emozioni.
(...) I testi della meditazione rivendicano qualcosa di assolutamente radicale: nientemeno che una vita senza l'esperienza della sofferenza emotiva. Freud è stato più pessimista quanto alla psicoanalisi, in cui l'interpretazione delle associazioni libere potrebbe soltanto sostituire la sofferenza nevrotica con la comune infelicità umana. I maestri della meditazione hanno ripreso il cammino dal punto in cui si era arrestato Freud. Nelle parole del Buddha: "Se c'è una sola cosa che v'insegno, è la fine della sofferenza". Il disciplinato spiegamento dell'attenzione, che può modificare permanentemente l'elaborazione umana delle informazioni, può anche alleviare ogni traccia dell'infelicità quotidiana.



Sulla meditazione leggi anche "La Pratica della Meditazione" di Alan Watts

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