
Brani di saggezza
Orientale
Gli insegnamenti Shambhala si fondano sulla premessa che esiste una
saggezza umana di base che può essere d'aiuto nel risolvere i problemi
del mondo. Questa saggezza non appartiene a nessuna religione o cultura
particolare né proviene esclusivamente dall'Occidente o dall'Oriente.
Piuttosto è una tradizione umana d'essere guerrieri che è
esistita in molte culture e in diversi periodi storici.
In Tibet, come in molti altri paesi asiatici, esistono racconti su di
un regno leggendario che fu la fonte del sapere e della cultura per le attuali
società dell'Asia. Secondo queste leggende, era un luogo di pace
e prosperità governato da sovrani saggi e compassionevoli. I cittadini
erano gentili e istruiti, perciò nel complesso questo regno era una
società esemplare. Questo luogo si chiamava Shambhala.
Si afferma che il Buddhismo abbia giocato un ruolo importante nello sviluppo
della società di Shambhala. Le leggende ci narrano che Sakyamuni
Buddha diede insegnamenti tantrici molto avanzati al primo re di Shambhala,
Dawa Sangpo. Questi insegnamenti, preservati nel Kalacakra Tantra, sono
ritenuti patrimonio della più profonda saggezza del Buddhismo tibetano.
Secondo quanto narra la storia, dopo che il re ebbe ricevuto queste istruzioni,
tutto il popolo di Shambhala cominciò a praticare la meditazione
e a seguire il sentiero Buddhista dell'amorevole gentilezza e dell'interessamento
per tutti gli esseri. Così non solo i sovrani ma tutti i sudditi
del regno divennero persone altamente sviluppate.
Una credenza popolare tibetana afferma che si può trovare il regno
di Shambhala nascosto in una valle remota situata in qualche parte dell'Himalaya.
Vi sono alcuni testi Buddhisti che danno dettagliate, anche se oscure, istruzioni
su come arrivare a Shambhala, ma esistono opinioni contrastanti sull'interpretazione
letterale o metaforica da dare a questi scritti. Ci sono anche molti testi
che forniscono elaborate descrizioni del regno. Per esempio, secondo il
Grande Commentario sul Kalacakra del famoso maestro Mipham vissuto
nel diciannovesimo secolo, il territorio di Shambhala si trova a nord del
fiume Sita e il paese e diviso da otto catene di montagne. Il palazzo dei
Rigden, gli imperatori di Shambhala, è costruito sulla cima di una
montagna circolare nel centro del paese. Mipham ci afferma che questa montagna
è chiamata Kailasa. Il palazzo, che si chiama palazzo di Kalapa,
si estende su una superficie di molti chilometri quadrati. Di fronte, guardando
verso sud, si trova lo splendido parco conosciuto con il nome di Malaya,
nel centro del quale vi è un tempio dedicato a Kalachakra che fu
costruito da Dawa Sangpo.
Altre leggende affermano che il regno di Shambhala scomparve dalla terra
molti secoli or sono. Ad un certo punto l'intera società divenne
illuminata e il regno svanì in un più celestiale reame. Secondo
questi racconti i sovrani Rigden di Shambhala continuano ad osservare gli
avvenimenti umani e un giorno torneranno sulla terra per salvare l'umanità
dalla distruzione. Molti tibetani credono che il grande re guerriero tibetano
Gesar di Ling fu ispirato e guidato dai Rigden e dalla saggezza Shambhala.
Questo fatto riflette la credenza nella dimensione celestiale del regno.
Si ritiene che Gesar non abbia visitato Shambhala, ma che il suo legame
con il regno sia stato di natura spirituale. Egli visse intorno all'undicesimo
secolo e governò il distretto di Ling, situato nella regione di Kham
nel Tibet orientale. Racconti su Gesar, sulla sua abilità di guerriero
e di monarca, si diffusero in tutto il Tibet e in seguito costituirono la
principale letteratura epica tibetana. Alcune leggende affermano che Gesar,
proveniente da Shambhala, apparirà di nuovo alla guida di un esercito
che sconfiggerà le forze delle tenebre nel mondo.
Negli ultimi anni alcuni ricercatori occidentali hanno affacciato l'ipotesi
che il regno di Shambhala possa essere stato uno dei primi regni tibetani
la cui esistenza è storicamente documentata, come quello di Zhang-Zhung
nell'Asia centrale. Altri studiosi comunque ritengono che i racconti su
Shambhala siano solo dei miti. Certo è facile liquidare il regno
di Shambhala come un puro parto della fantasia, ma è anche possibile
vedere in questa leggenda l'espressione di un desiderio umano, profondamente
radicato e molto reale, di un'esistenza buona e soddisfacente. In effetti,
tra molti maestri del Buddhismo tibetano esiste da diverso tempo una tradizione
che considera il regno di Shambhala non un luogo esterno ma piuttosto il
terreno o la radice del risveglio e della sanità che in potenza si
trova all'interno d'ogni essere umano. Da questo punto di vista non è
importante determinare se il regno di Shambhala sia realtà o fantasia.
Invece dovremmo apprezzare ed emulare quello che esso rappresenta: l'ideale
di una società illuminata.
Durante gli ultimi sette anni ho dato una serie di "Insegnamenti Shambhala"
che usano l'immagine del regno di Shambhala per rappresentare l'ideale di
un'illuminazione laica che è la possibilità di elevare la
nostra e altrui personale esperienza senza l'aiuto d'alcuna visione religiosa.
Sebbene la tradizione Shambhala si fondi sulla sanità e gentilezza
della tradizione Buddhista, nel medesimo tempo ha una sua base indipendente,
direttamente interessata a promuovere la nostra natura d'esseri umani. Con
tutti i grandi problemi che deve affrontare la società ci è
sembrato molto importante trovare un semplice e non settario modo di lavorare
con noi stessi e di mostrare la nostra intelligenza agli altri. Gli insegnamenti
Shambhala o "Visione Shambhala", come questo approccio è
più comunemente chiamato, sono un tentativo di incoraggiare una sana
esistenza per noi stessi e per gli altri.
L'attuale situazione mondiale è qualcosa che riguarda tutti: la minaccia
di una guerra nucleare, la diffusa povertà, l'instabilità
economica, il caos politico e sociale, i cambiamenti psicologici d'ogni
tipo. Il mondo c in uno stato di totale confusione. Gli insegnamenti Shambhala
si fondano sulla premessa che esiste una saggezza umana di base che
può essere d'aiuto nel risolvere i problemi del mondo. Questa saggezza
non appartiene a nessuna religione o cultura particolare, né proviene
esclusivamente dall'Occidente o dall'Oriente. Piuttosto è una tradizione
umana d'essere guerrieri che è esistita in molte culture e in diversi
periodi storici.
Con il termine "via del guerriero" non ci riferiamo al fare la
guerra agli altri. L'aggressività è la fonte dei nostri problemi,
non la soluzione. Qui il termine "guerriero" è preso dalla
parola tibetana pawo, che letteralmente significa "colui che
è coraggioso". La via del guerriero in questo contesto e la
tradizione del coraggio o tradizione dell'assenza di paura. Gli indiani
del Nord America possedevano una tradizione del genere che esisteva inoltre
nelle società indiane dell'America meridionale. Anche l'ideale giapponese
del samurai rappresentava una tradizione guerriera di saggezza e c'erano
principi di una via del guerriero illuminata nelle società dell'Occidente
cristiano. Re Artù è un esempio leggendario dell'essere guerriero
nella tradizione occidentale e i grandi monarchi biblici, come il re Davide,
sono esempi di via del guerriero comuni sia alla tradizione cristiana sia
a quella ebraica. Sul nostro pianeta terra ci sono stati molti eccelsi esempi
di via del guerriero.
La chiave per essere guerriero e il primo principio della visione Shambhala
consiste nel non aver paura di ciò che sei. In ultima analisi questa
è la definizione di coraggio: non aver paura di te stesso. La visione
Shambhala insegna che, di fronte ai grandi problemi mondiali, possiamo essere
allo stesso tempo eroici e gentili. La visione Shambhala è l'opposto
dell'egoismo. Quando abbiamo paura di noi stessi e dell'apparente minaccia
del mondo, allora diventiamo estremamente egoisti. Vogliamo costruirci un
piccolo nido, un bozzolo, in modo da poter vivere per conto nostro e in
un modo sicuro.
Ma dobbiamo essere molto più coraggiosi. Dobbiamo cercare di guardare
oltre le nostre case, oltre il fuoco che brucia nel caminetto, oltre il
mandare i nostri figli a scuola o andare al lavoro la mattina. Dobbiamo
cercare di pensare come aiutare questo mondo. Se non lo facciamo noi non
lo farà nessuno. E' il nostro momento per aiutare il mondo. Ma aiutare
gli altri non vuol dire abbandonare la nostra vita individuale. Non dovete
precipitarvi a diventare sindaco della vostra città o presidente
degli Stati Uniti per aiutare gli altri, ma potete cominciare con i vostri
parenti, gli amici e la gente che vi è vicina. In realtà potete
cominciare con voi stessi. Il punto importante da comprendere è che
non siete mai fuori servizio. Non potete mai lasciarvi andare, perché
l'intero mondo ha bisogno d'aiuto.
Se ognuno di noi ha la responsabilità di aiutare il mondo, possiamo
però aggiungere altro caos se cerchiamo di imporre le nostre idee
o il nostro aiuto agli altri. Molte persone possiedono delle teorie su quello
di cui il mondo ha bisogno. Alcuni ritengono che il mondo abbia bisogno
di comunismo, altri di democrazia, altri ancora ritengono che sarà
la tecnologia a salvarlo. Gli insegnamenti Shambhala non mirano a convertire
il mondo ad un'altra teoria ancora. La premessa della visione Shambhala
è che, per poter fondare un'altruistica società illuminata,
dobbiamo scoprire quanto d'innato abbiamo da offrire al mondo. Così,
per cominciare, dovremmo sforzarci di esaminare la nostra propria esperienza
per vedere cosa contenga di valido per aiutare noi stessi e gli altri a
migliorare la nostra e la loro esistenza.
Se vogliamo veramente essere imparziali, dovremo convenire che, malgrado
problemi, confusioni, instabilità emotive e psicologiche, c'è
qualcosa di fondamentalmente buono nella nostra esistenza d'esseri umani.
Fino a quando non scopriremo questo fondamento di bontà nella nostra
vita, non potremo sperare di migliorare quella degli altri. Se siamo esseri
miserabili e infelici, come potremo non dico comprendere ma anche solo immaginare
una società illuminata?
La scoperta della reale bontà deriva dall'apprezzare le semplici
esperienze. Non stiamo parlando di come ci si sente bene guadagnando un
milione di dollari, prendendo la sospirata laurea o comprando una casa nuova;
stiamo invece parlando della fondamentale bontà d'essere vivi, che
non dipende dai nostri risultati o dal raggiungimento dei nostri desideri.
Sperimentiamo lampi di bontà in ogni momento, ma spesso non sappiamo
riconoscerli. Quando vediamo un colore brillante siamo in presenza della
nostra innata bontà. Quando ascoltiamo un suono meraviglioso stiamo
ascoltando la nostra bontà fondamentale. Dopo aver fatto la doccia
ci sentiamo freschi e puliti e quando usciamo da una stanza dall'aria viziata
apprezziamo l'improvviso soffio d'aria fresca. Questi eventi possono anche
durare solo una frazione di secondo, ma costituiscono una reale esperienza
della bontà Ci accadono continuamente ma di solito non li riconosciamo,
considerandoli fatti banali e del tutto casuali. Secondo i principi Shambhala,
però, è utile riconoscere e usare con profitto questi momenti,
poiché stanno rivelandoci la fondamentale non aggressività
e freschezza nelle nostre esistenze - la fondamentale bontà.
Ogni essere umano possiede una fondamentale natura di bontà che è
pura e non confusa. Questa bontà contiene un'enorme gentilezza e
capacità d'apprezzamento. In quanto esseri umani possiamo fare l'amore.
Possiamo accarezzare con tocco delicato; possiamo baciare dolcemente qualcuno.
Possiamo apprezzare la bellezza. Possiamo apprezzare le cose migliori di
questo mondo. Possiamo apprezzarne la vividezza: il "giallo" del
giallo, il "rosso" del rosso, il "verde" del verde,
il "viola" del viola. La nostra esperienza è reale. Quando
il giallo è giallo possiamo forse dire che è rosso, se non
ci piace il suo essere giallo? Sarebbe negare la realtà. Quando siamo
alla luce del sole possiamo rifiutarla e dire che è terribile? Possiamo
veramente affermare una cosa del genere? Quando vediamo splendere il sole
o assistiamo ad una meravigliosa nevicata, apprezziamo questi eventi. E
quando apprezziamo la realtà essa può veramente lavorare su
di noi. Possiamo alzarci la mattina dopo aver dormito solo poche ore ma,
se guardiamo fuori dalla finestra e vediamo il sole brillare, questa vista
può rinfrancarci. Possiamo veramente curare la nostra depressione
se riconosciamo che il mondo in cui viviamo è buono.
Che il mondo sia buono non è un'idea arbitraria, il mondo è
buono perché possiamo sperimentare la sua bontà. Possiamo
sperimentare il nostro mondo come salubre e onesto, diretto e reale, poiché
la nostra natura fondamentale procede con la bontà delle situazioni.
Il potenziale umano d'intelligenza e dignità si accorda con l'esperienza
della luminosità di uno scintillante cielo azzurro, la freschezza
dei prati verdi e la bellezza d'alberi e montagne. Abbiamo un rapporto autentico
con la realtà che può svegliarci e farci sentire sostanzialmente,
fondamentalmente buoni. La visione Shambhala consiste nel sintonizzarci
con la nostra capacità di svegliarci e nel riconoscere che la bontà
può venirci incontro. In effetti, già c'è venuta incontro.
Ma c'è ancora una domanda. Potete aver stabilito un rapporto autentico
con il vostro mondo: afferrato un lampo di sole che brilla, visto colori
radianti, ascoltato buona musica, mangiato buon cibo o altre cose del genere.
Ma come può una scintilla di bontà entrare in rapporto con
un'esperienza in atto? Da una parte potete pensare: "Voglio ottenere
questa bontà che è in me e nel mondo fenomenico". E così
vi date da fare nel tentativo di trovare un modo per possederla. Oppure,
ad un livello più esplicito, potete dire: "Qual è il
prezzo per ottenerla? Quell'esperienza era così meravigliosa. Voglio
possederla". Il problema fondamentale di quest'approccio è che
non vi sentite mai soddisfatti, anche quando ottenete quello che volete,
perché ancora lo volete in modo sbagliato. Se andate a passeggio
nella Quinta Strada potete osservare questo genere di disperazione. Potete
dire che la gente che fa acquisti nella Quinta Strada ha buon gusto e che
dunque ha la possibilità di realizzare la dignità umana. Ma
d'altra parte è come se fossero coperti di spine. Si vogliono aggrappare
sempre di più.
Poi c'è chi si arrende o umilia per ottenere la bontà. Qualcuno
ti promette che ti renderà felice se dedicherai la tua vita alla
sua causa. Se credi che lui possieda la bontà che cerchi sei disposto
a raderti il cranio, o ad indossare la tonaca, o a strisciare sul pavimento,
o a mangiare con le mani per avere quella bontà. Sei disposto a perdere
la dignità e a divenire uno schiavo.
Entrambe queste situazioni sono tentativi di recuperare qualcosa di buono,
qualcosa di reale. Se siete ricchi, siete disposti per questo a spendere
migliaia di dollari. Se siete poveri offrite la vostra vita. Ma c'è
qualcosa di sbagliato in entrambi questi approcci.
Il problema è che quando cominciamo a comprendere la potenziale bontà
dentro di noi spesso prendiamo questa scoperta troppo seriamente. Possiamo
uccidere o morire per la bontà; la vogliamo in modo errato. Quello
che manca è il senso dell'umorismo. Umorismo qui non significa raccontare
barzellette, fare il buffone o criticare gli altri e ridere di loro. Un
genuino senso dell'umorismo consiste nell'avere un tocco lieve: non sbattere
la realtà sul pavimento ma apprezzarla con tocco lieve. La base della
visione Shambhala consiste nel riscoprire questo perfetto e reale senso
dell'umorismo, questo lieve tocco d'apprezzamento.
Se vi osservate, se osservate la vostra mente, se osservate le vostre attività
potete rientrare in possesso dell'umorismo che avete perduto nel corso della
vostra esistenza. Per cominciare dovete osservare la vostra realtà
domestica: coltelli, forchette, stoviglie, telefono, lavapiatti, tovaglie,
le cose d'ogni giorno. Non c'è niente di mistico o di straordinario,
ma se manca il rapporto con le situazioni quotidiane, se non prendete in
esame la vostra vita terrena, non troverete mai alcun umorismo o dignità
e, in definitiva, nessuna realtà.
Il modo in cui vi pettinate, vi vestite, lavate i piatti - tutte queste
attività Sono un'estensione della sanità; sono un modo d'entrare
in relazione con la realtà. Una forchetta è una forchetta,
naturalmente. E un semplice strumento per mangiare. Ma, al medesimo tempo,
l'estensione della vostra dignità e sanità può dipendere
da come usate la forchetta. In parole povere, la visione Shambhala cerca
di stimolarvi a comprendere come vivete il vostro rapporto con l'esistenza
quotidiana.
In quanto esseri umani siamo fondamentalmente "svegli" e possiamo
comprendere la realtà. Non siamo schiavi della nostra esistenza,
siamo liberi. Essere liberi, in questo caso, significa semplicemente che
abbiamo un corpo e una mente e possiamo innalzarci per poter lavorare con
la realtà in maniera dignitosa e umoristica. Se cominciamo ad alzare
il capo, troveremo che l'intero universo - con le stagioni, le nevicate,
il ghiaccio ed il fango - agisce anche potentemente insieme a noi. La vita
è una situazione umoristica, ma non ci sta prendendo in giro. Ci
accorgiamo che, dopo tutto, possiamo entrare in rapporto con il nostro mondo
e con il nostro universo propriamente, pienamente e in un modo che ci fa
crescere.
La scoperta della bontà fondamentale non è un'esperienza esclusivamente
religiosa. Piuttosto è la comprensione che possiamo sperimentare
direttamente la realtà e lavorare con essa, con l'autentico mondo
in cui siamo. Sperimentare la bontà fondamentale della nostra vita
ci fa sentire che siamo persone intelligenti e decorose e che il mondo non
è una minaccia. Quando sentiamo che la nostra vita è genuina
e buona non dobbiamo più ingannare noi stessi o gli altri. Possiamo
vedere i nostri difetti senza sentirci in colpa o inadeguati e, allo stesso
tempo, vedere il nostro potenziale d'estensione della bontà agli
altri. Possiamo dire francamente la verità e insieme essere assolutamente
aperti e decisi.
L'essenza della via del guerriero, o l'essenza del coraggio umano, è
il rifiutare di appoggiarci a qualcuno o a qualcosa. Non possiamo dire che
stiamo semplicemente cadendo in pezzi, né possiamo dirlo di nessun
altro, e nemmeno del mondo. Durante la nostra vita ci saranno grandi problemi
nel mondo, ma siamo sicuri che non accadrà alcun disastro. Prevenirli
è alla nostra portata. Possiamo salvare il mondo dalla distruzione
o cominciare a farlo. Questo è il motivo per cui esiste la visione
Shambhala. Un'idea antica di secoli: servendo il mondo lo possiamo salvare.
Ma salvare il mondo non è abbastanza. Dobbiamo anche lavorare per
edificare una società illuminata.
In questo libro discuteremo le basi della società illuminata e il
sentiero per arrivarci, invece di esporre alcune fantasie utopiche di cosa
possa essere una società illuminata. Se vogliamo aiutare il mondo
dobbiamo compiere un viaggio personale, non possiamo semplicemente teorizzare
o speculare sulla nostra destinazione. E' possibile per ognuno di
noi scoprire il significato di una società illuminata e scoprire
come possa essere costruita. Spero che questa presentazione della via del
guerriero Shambhala possa contribuire alla nascita di questa scoperta.
Scoprire la bontà fondamentale Semplicemente rimanendo dove siete
la vostra vita può divenire utilizzabile e perfino meravigliosa.
Comprendete di poter stare seduti su un trono come un re o una regina. La
regalità di questa situazione vi mostra la dignità che deriva
dall'essere calmi e semplici.
Una volta compresi l'ego e la nevrosi e conoscendo la situazione che
ci troviamo di fronte, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo metterci in relazione
col nostro chiacchierio mentale e con le nostre emozioni, semplicemente
e direttamente, senza filosofia. Dobbiamo usare il materiale esistente,
cioè le frustrazioni, le credenziali e gli inganni dell'ego, come
punto di partenza. Quindi cominciamo con l'accorgerci che per fare ciò
dobbiamo, in effetti, usare qualche tipo di piccola credenziale. Sono necessarie
delle credenziali simboliche, senza di esse non possiamo iniziare. Pratichiamo
perciò la meditazione usando tecniche semplici: la respirazione è
la nostra piccola credenziale. Sembra un controsenso: stiamo studiando il
buddha-dharma senza credenziali e ora ci ritroviamo a fare qualcosa di equivoco.
Stiamo facendo proprio ciò che prima criticavamo. Tutto questo ci
fa sentire a disagio e imbarazzati. E' forse un'altra strada che conduce
alla ciarlataneria, un'altra forma di egocentrismo? Si tratta forse dello
stesso gioco? Quest'insegnamento si prende forse gioco di me, vuole farmi
sembrare stupido? Siamo molto sospettosi. Questo va bene: è segno
che la nostra intelligenza è più acuta. E' un buon modo di
cominciare, ma, non di meno, alla fine, qualcosa dobbiamo fare. Dobbiamo
umiliarci fino a riconoscere che, nonostante la nostra finezza intellettuale,
la nostra effettiva consapevolezza della mente è primitiva. Siamo
al livello dei bambini dell'asilo che non sanno contare fino a dieci. Perciò,
sedendo e meditando, riconosciamo di essere sciocchi, che è una misura
estremamente potente e necessaria. Cominciamo da sciocchi. Ci sediamo e
meditiamo. Non appena cominciamo a renderci conto di essere davvero sciocchi
al cento per cento a fare una simile cosa, allora cominciamo a capire che
le tecniche servono da stampella. Non ci attacchiamo alla nostra stampella
né le attribuiamo un importante significato mistico. Si tratta semplicemente
di uno strumento che usiamo finché ci serve e poi lo mettiamo da
parte.
Dobbiamo voler essere persone assolutamente comuni, il che significa accettarci
così come siamo, senza cercare di diventare più grandi, più
puri, più spirituali, più intuitivi. Se riusciamo ad accettare
le nostre imperfezioni così come sono, piuttosto normalmente, allora
possiamo usarle come parte del sentiero. Ma se cerchiamo di liberarcene,
allora esse diverranno nemiche, ostacoli sulla strada verso il nostro "auto-miglioramento".
E lo stesso vale per la respirazione. Se riusciamo a vederla così
com'è, senza cercare di usarla per migliorarci, allora diverrà
parte del sentiero, dato che non la stiamo più usando come lo strumento
della nostra ambizione personale.
Semplicità-
La pratica della meditazione è basata sul lasciar cadere la fissazione
dualistica, sul lasciar cadere la lotta del bene contro il male. L'atteggiamento
da tenere verso la spiritualità dovrebbe essere naturale, ordinario,
senza ambizione. Anche se stai costruendo un buon karma' stai ancora seminando
ulteriori semi karmici. Così l'importante è trascendere interamente
il processo karmico. Trascendere sia il buono che il cattivo karma.
Nella letteratura tantrica vi sono molti riferimenti alla mahasukha,
la grande gioia, ma la ragione per cui è detta la grande gioia
è perché trascende sia la speranza che la paura, sia il dolore
che il piacere. La gioia qui non è intesa come piacevole nel senso
ordinario del termine, ma come un definitivo e fondamentale senso di libertà,
un senso di umorismo, una capacità di vedere l'assurdità del
gioco dell'ego e delle polarità. Riuscendo a vedere l'ego da un punto
di vista aereo, si riesce allora a vederne l'aspetto umoristico. L'atteggiamento
da tenere nella pratica della meditazione dovrebbe essere quindi molto semplice,
non basato sul tentativo di attirare il piacere o evitare il dolore. La
meditazione è anzi un processo naturale, che opera sulla materia
del dolore e del piacere come il sentiero stesso.
Tu non cerchi di usare le tecniche di meditazione - preghiera, mantra, visualizzazione,
rituali, tecniche di respirazione - per creare piacere o per confermare
la tua esistenza. Non cerchi di separarti dalla tecnica, cerchi invece di
diventare la tecnica stessa così che ci sia un senso di non dualità.
La tecnica è un modo di imitare lo stile della nondualità.
All'inizio una persona usa la tecnica come un gioco Perché sta ancora
immaginando di meditare.
Il giusto atteggiamento verso una tecnica è quello di non
considerarla magica, un miracolo o un qualche tipo di profonda cerimonia,
ma vederla come un processo estremamente semplice. Più semplice è
la tecnica, minore è il pericolo di deviazioni perché in tal
modo non ti nutri di ogni sorta di affascinanti, seducenti speranze e paure.
In principio la pratica della meditazione si limita alle nevrosi fondamentali
della mente, il confuso rapporto tra te e le tue proiezioni, il tuo rapporto
con i pensieri. Quando una persona riesce a vedere la semplicità
della tecnica senza alcuno speciale atteggiamento verso di essa, allora
riesce anche a mettersi in rapporto col proprio modello di pensiero. Comincia
a vedere i pensieri come semplici fenomeni, non fa differenza se si tratta
di pensieri pii o malvagi, o familiari, o di qualsiasi altro genere. Non
devono essere considerati come appartenenti a diverse categorie, come buoni
o cattivi; vanno solo visti come semplici pensieri. Quando ti metti in un
rapporto ossessivo coi pensieri, allora davvero li stai alimentando perché
i pensieri hanno bisogno della tua attenzione per sopravvivere. Una volta
che inizi a prestar loro attenzione coinvolgente e a dividerli in categorie,
diventano molto potenti. Li stai nutrendo d'energia, perché non li
hai visti come semplici fenomeni. Cercare di calmarli non è che un
altro modo di alimentarli. Così la meditazione all'inizio non è
un tentativo di raggiungere la felicità, né un tentativo di
ottenere calma o pace mentali, benché questi possano essere dei sottoprodotti
della meditazione. La meditazione non dovrebbe essere considerata come una
vacanza dall'irritazione.
Quando una persona inizia a praticare la meditazione, si trova sempre di
fronte a ogni sorta di problemi. Qualsiasi aspetto nascosto della tua personalità
è portato allo scoperto, per il semplice motivo che per la prima
volta ti permetti di scorgere il tuo stato mentale così com'è.
Per la prima volta non stai valutando i tuoi pensieri
Cominci ad apprezzare sempre più la bellezza della semplicità.
E' davvero la prima volta che stai facendo le cose completamente. Respirare
o camminare o quale che sia la tecnica, inizi a metterla in opera e a seguirla
molto semplicemente. Le complicazioni diventano trasparenti anziché
solide. Così il primo passo nel trattare con l'ego è quello
di iniziare con un modo molto semplice di trattare i pensieri. Non trattarli
nel senso di calmarli, ma soltanto scorgerne la trasparenza.
La seduta di meditazione deve essere combinata con una pratica di consapevolezza
nella vita quotidiana. Durante la pratica della consapevolezza inizierai
a renderti conto delle conseguenze della meditazione. Il tuo rapporto semplice
con la respirazione e con i pensieri continua. E ogni situazione della vita
si trasforma in un rapporto semplice.
L'ottavo aspetto di Padmasambhava è Dorje Trolo, la qualità
ultima e definitiva della pazza saggezza. Per comprendere l'ottavo aspetto
di Padmasambhava dobbiamo avere qualche conoscenza dei modi tradizionali
di trasmissione degli insegnamenti. L'idea di lignaggio è
connessa alla trasmissione dell'adbisbthana, letteralmente "energia"
o, se volete, "grazia", che passa dal guru trikaya agli esseri
senzienti come una corrente elettrica. La pazza saggezza è, infatti,
un flusso continuo di energia che, scorrendo, si rigenera. La si può
rigenerare solo irradiandola e trasmettendola, mettendola in atto e traducendola
in pratica, è diversa da altre forme di energia che si esauriscono
con l'uso. L'energia della pazza saggezza si rigenera attraverso il nostro
viverla. Mentre la vivete, l'energia si rigenera; non vivete per la morte
ma per la nascita. Vivere è una nascita ininterrotta, non un processo
di logoramento.
Il lignaggio adotta tre stili di trasmissione dell'energia.
Il primo è detto kangsak nyen-gyu e avviene attraverso le
parole, le quali utilizzano idee e concetti. In un certo senso e un metodo
relativamente rozzo e primitivo, un approccio in qualche misura dualistico
che, comunque, è valido ed efficace.
Se vi sedete a gambe incrociate come se meditaste, dopo un certo tempo avete
buone probabilità di ritrovarvi effettivamente a meditare. Equivale
a ottenere la sanità fingendo di averla, comportandovi come se foste
effettivamente sani. Allo stesso modo è possibile utilizzare parole,
termini, immagini e idee negli insegnamenti orali o scritti, come se fossero
un mezzo assolutamente perfetto di trasmissione. La procedura è la
seguente: si espone l'idea, si confuta l'idea opposta, e quindi la si riporta
a un testo o un insegnamento dato in passato.
Credere nella sacralità di determinate cose è, a livello primitivo,
il primo passo della trasmissione. Secondo la tradizione non si devono calpestare
libri e testi sacri, né sederci sopra o trattarli comunque senza
cura, perché racchiudono cose molto potenti. Maltrattare i testi
equivale a maltrattarne il messaggio. C'è la credenza in una entità,
un'energia, una forza: una qualità vivente.
Il secondo stile di comunicazione, o insegnamento, è il rigdzin
da-gyu. E' un metodo della pazza saggezza, anche se a livello relativo
e non ancora assoluto. La trasmissione avviene provocando incidenti che
sembrano casuali, non imputabili a nessuno, e che invece sono stati provocati.
In altre parole il guru si sintonizza sull'energia cosmica, o comunque vogliate
chiamarla. Se ad esempio occorre creare una situazione di caos, il guru
indirizza l'attenzione verso il caos e questo, come per caso o per errore,
si manifesta. Il tibetano da significa "segno", "simbolo".
Il senso è che il guru della pazza saggezza non si esprime né
insegna a parole ma mediante la creazione di un simbolo, di un mezzo. Il
simbolo in questione non è qualcosa che richiama qualcos'altro, ma
manifesta la vivente qualità della vita trasformandola in messaggio.
Il terzo stile di trasmissione è detto gyalwa gong-gyu. Gong gyu
significa "pensiero-lignaggio" o "mente-lignaggio".
Dall'ottica del pensiero-lignaggio, anche il precedente metodo di provocare
una situazione è rozzo e primitivo. Qui invece la reciproca comprensione
crea un'atmosfera globale in cui il messaggio viene compreso. Se il guru
della pazza saggezza è autentico, allora si produce l'autentica comunicazione
che non richiede né parole né simboli. Basta esserci per trasmettere
un senso di accuratezza. Può assumere l'aspetto di un aspettare...
niente, o di fingere di meditare insieme... senza fare nulla. Può
prendere la forma di un rapporto assolutamente informale in cui si parla
del tempo o dell'aroma del tè; di come si prepara il curry o il chopsuey,
o di cucina macrobiotica; si chiacchiera di storia, dei vicini di casa o
di un argomento qualsiasi.
La pazza saggezza del pensiero-lignaggio assume a volta forme deludenti
per lo zelante destinatario dell'insegnamento. Forse vi siete preparati
con gran cura per una visita al guru, e lui non mostra il minimo
interesse di parlare con voi: è assorto nella lettura del giornale.
Oppure può assumere un'aria cupa e seria, che crea un'atmosfera di
minaccia. Non succede niente, a tal punto che ve ne andate con un sospiro
di sollievo, lieti che sia finita. Poi, in seguito, in voi accade qualcosa,
come se in quei momenti di silenzio o di forza fosse accaduto tutto.
Il pensiero-lignaggio è più una presenza che l'accadere di
qualcosa. Inoltre, possiede una qualità straordinariamente ordinaria.
Nelle cerimonie tradizionali di iniziazione (abbisbeka), l'energia
del pensiero-lignaggio viene trasmessa nel vostro organismo al livello del
quarto abhisheka. Poi il guru potrebbe improvvisamente chiedervi: "Come
ti chiami?", o "Dov'è la tua mente?". L'improvvisa
domanda recide momentaneamente il vostro chiacchiericcio inconscio, generando
uno smarrimento di tipo diverso da quello generalmente in atto nella mente.
Cercate una risposta e capite di avere un nome che lui vuole conoscere.
E' come se, finora, non aveste nome e ora scopriste di averne uno.
All'improvviso.
Naturalmente le cerimonie sono soggette a degenerazioni. Se il maestro segue
pedissequamente i testi e i commenti, e se lo studente è teso nell'aspettativa
di qualcosa di straordinario, entrambi hanno perso il treno.
La trasmissione del pensiero-lignaggio è l'insegnamento del dharmakaya;
la comunicazione mediante segni e simboli, ovvero la creazione di una situazione,
è il livello sambhogakaya dell'insegnamento; la comunicazione verbale
è il livello nirmanakaya. Ecco i tre stadi con cui i guru della pazza
saggezza comunicano con i potenziali studenti.
Tutta la faccenda non è così scandalosa. C'è comunque
la tendenza latente ad approfittare delle contraddizioni della realtà,
e ciò induce un senso di follia o l'impressione che questa o quella
cosa non sia troppo solida. Vengono attaccate le vostre sicurezze, così
che il destinatario della pazza saggezza, lo studente ideale della pazza
saggezza, si senta insicuro, minacciato. Metà pazza saggezza la costruite
voi, e l'altra metà il guru. Entrambi, guru e studente, sono all'erta
rispetto alla situazione. La mente non ha nulla su cui fare affidamento.
Si è aperta un'improvvisa frattura, uno smarrimento.
E' uno smarrimento diverso dalla perplessità dell'ignoranza. Piuttosto
la sospensione che si crea tra la domanda e la risposta, il confine tra
il chiedere e il rispondere. Viene posta una domanda e, mentre state per
rispondere, c'è un momento di sospensione. Avete distillato la vostra
domanda, e la risposta non è ancora arrivata. La risposta è
già nell'aria, qualcosa è lì lì per accadere,
ma nulla è ancora accaduto. E' il punto in cui la risposta sta per
nascere e la domanda è appena morta.
E' una strana combinazione chimica: la combinazione tra la morte della domanda
e la nascita della risposta genera un'incertezza. Incertezza intelligente,
vigile, curiosa. Qui sta la diversità dalla perplessità dell'ignoranza,
che ha perso del tutto il contatto con la realtà perché avete
ormai instaurato un dualismo e siete perplessi sul prossimo passo. Siete
confusi a causa della tendenza dualistica dell'io. Lo smarrimento di cui
parliamo non è ignorare che cosa fare, ma l'incertezza di qualcosa
che sta per nascere e non è ancora nato.
La pazza saggezza di Dorje Trolo non è ragionevole ma tirannica,
perché la saggezza non accetta compromessi. Se cercate un compromesso
tra il bianco e il nero vi ritroverete con un colore grigiastro, né
bianco né nero. E' una via di mezzo triste, deludente, niente affatto
gioiosa. Vi spiace di essere scesi a un compromesso, anzi ne siete costernati.
Per questo la pazza saggezza non conosce compromessi. Il suo stile è
questo: costruirvi, costruire il vostro io fino al massimo livello di assurdità,
portarlo alla sua rappresentazione comica, alla farsa e... lasciarlo improvvisamente
cadere. Un bel ruzzolone alla Humpty Dumpty: "Tutti i cavalli e gli
uomini del re, non poterono rimetterlo assieme".
Torniamo a Padmasambhava come Dorje Trolo. Una divinità tibetana
gli chiede: "Che cosa temi di più?", e Padmasambhava risponde:
"La colpa nevrotica". In tibetano, il termine dikpa significa
tanto "colpa" che "scorpione", per cui la divinità
pensò di poterlo spaventare assumendo l'aspetto di uno scorpione
gigantesco. L'animale venne ricacciato nella polvere, come si conviene a
uno scorpione.
I tibetani credevano che la loro terra fosse interamente circondata da montagne
innevate, a cui sono preposte le dodici dee protettrici del Tibet. All'arrivo
di Dorje Trolo, una di queste dee rifiutò di sottomettersi. Fuggì,
scappò ovunque e si arrampicò su una montagna solo
per ritrovarselo davanti intento a danzare sulla vetta. La dea si precipitò
giù dalla montagna e di nuovo lo ritrovò, seduto alla confluenza
di due valli. Dovunque andasse, non riusciva a sfuggirgli. Decise di nascondersi
in fondo a un lago. Padmasambhava trasformò le acque in metallo fuso,
e la dea ne riemerse con il solo scheletro. Infine dovette arrendersi, perché
Padmasambhava era ovunque. Una situazione claustrofobica.
Una caratteristica della pazza saggezza è infatti questa: non potete
sfuggirle. E' ovunque (qualunque cosa essa sia).
Padmasambhava si manifestò come Dorje Trolo a Taktsang, in Bhutan.
Trasformò la propria consorte, Yeshe Tsogyal, in una tigre gravida
in groppa alla quale scorrazzava sulle colline di Taktsang. Questa manifestazione
simboleggia l'assoggettamento delle energie psichiche del paese, che mantenevano
in vita credenze primitive sull'io e su Dio. Un'altra espressione della
pazza saggezza è infatti il controllo delle energie psichiche. Non
si tratta di creare un'energia psichica ancora più forte, Che rappresenterebbe
un inasprimento delle ostilità e un aumento delle spese, come la
guerra del Vietnam. Se elaborate una contro-strategia, innescate una contro-contro-strategia
che richiede un'ulteriore contro-contro-controstrategia. Non occorre evocare
una super-energia. Per controllare l'energia psichica delle credenze primitive
basta scatenare il caos. Infiltrare la confusione nel bel mezzo delle energie,
confondere il modo di pensare della gente. Confondeteli, costringeteli a
pensarci due volte. E' come il momento del cambio della guardia. Quando
cominciano a pensarci due volte, esplode l'energia della pazza saggezza.
Così Dorje Trolo poté controllare le energie psichiche delle
credenze primitive scatenando la confusione. Mezzo indiano e mezzo tibetano,
aveva i tratti fisici di un indiano e l'abbigliamento di un tibetano matto,
impugna un vajra e un pugnale, fiamme gli escono dal corpo e cavalca una
tigre gravida. Effetto decisamente strano. Molto diverso da una divinità
locale e da un guru convenzionale. Non è né un re né
un guerriero, ma certo non una persona comune. Cavalcare una tigre è
estremamente pericoloso, ma ci riuscì. Voleva travestirsi da tibetano?
Cosa cercava di fare? Non dava alcun insegnamento specifico, non agiva come
un sacerdote Bon o come un missionario. Non convertiva nessuno, cosa che
non fu mai nel suo stile. Si limitava a scatenare il caos dovunque arrivasse.
Persino gli dèi locali erano confusi e perplessi.
Quando partì per il Tibet, gli indiani si allarmarono. Sentivano
di perdere qualcosa di molto prezioso, perché sembrava che Padmasambhava
avesse deciso di dare insegnamenti di pazza saggezza solo ai tibetani. Si
sentirono insultati. Si vantavano di essere i supremi ariani, la razza più
intelligente, i più bravi a recepire gli insegnamenti elevati. E
ora Padmasambhava se ne partiva per la selvaggia terra del Tibet, oltre
al confine, avendo deciso di insegnare ai tibetani. In re dell'Uttar Pradesh,
Surya Simba, inviò tre acharya, maestri spirituali, con un cortese
messaggio per il re del Tibet: Padmasambhava è un ciarlatano, un
mago nero; poiché è troppo pericoloso per il Tibet, meglio
che lo rimandiate indietro. Il punto interessante è che gli insegnamenti
di pazza saggezza possono essere dati soltanto in terre selvagge, dove c'è
maggiore possibilità di trarre vantaggio dal caos, dalle anfetamine,
o comunque vogliate chiamare questo fattore. L'aspetto di pazza saggezza
di Padmasambhava in quanto Dorje Trolo è quello di un guru che non
viene a compromessi. Ostacolatelo, e sarete distrutti. Dubitate di lui,
e lui ne approfitterà. Veneratelo, consegnatevi a lui con fede cieca,
e vi sconcerterà. Il lato ironico del mondo è per lui molto
serio. Fa scherzi su larga scala, e molto devastanti. Interessante è
anche la tigre, che nella simbologia è connessa a fiamme, fumo e
fuoco. La tigre gravida è la più perversa della sua specie:
famelica, folle, irrazionale. Non potete individuarne la psicologia e applicarvi
criteri razionali. E' capace di sbranarvi da un momento all'altro. Tale
la natura del mezzo di trasporto di Dorje Trolo, il suo veicolo. Il guru
della pazza saggezza cavalca un'energia molto pericolosa, gravida di possibilità.
La tigre può essere vista come il simbolo degli abili mezzi, abili
ma pazzi. Dorje Trolo, la pazza saggezza, li cavalca. Che splendida coppia!
In Tibet, Padmasambhava manifesta un'altra caratteristica che non fa parte
degli otto aspetti. Per i tibetani è una figura paterna che chiamano
Guru Rimpoche, il guru per eccellenza. Egli si innamorò dei tibetani
e li colmò di attenzioni (non esattamente le stesse attenzioni prodigate
dai missionari alle popolazioni africane). I tibetani avevano fama di essere
stupidi, materiali ed eccessivamente pratici. Si apriva quindi un'enorme
possibilità di introdurre la pazza saggezza del contrario della praticità:
abbandonate la vostra fattoria, rinunciate ai mezzi di sussistenza e vagabondate
sulle montagne avvolti nei bizzarri costumi degli yogi. Accettando questi
consigli di sanità, i tibetani hanno prodotto eccellenti yogi: hanno
trasferito alla disciplina yogica la loro mentalità pratica. Avevano
coltivato con fermezza i loro campi, allevato con fermezza i loro animali,
e con la stessa fermezza si dedicarono al mestiere di yogi. I tibetani non
possedevano il temperamento artistico dei giapponesi ma erano ottimi contadini,
ottimi mercanti e maghi eccellenti. La religione Bon era molto materiale,
interessata al lato pratico della vita. Anche le sue cerimonie sono molto
pratiche, ad esempio la sacra accensione del fuoco sulle montagne - che
vi fa stare al caldo. La mentalità tortuosa esibita dai tibetani
nel corso degli intrighi politici del ventesimo secolo non appartiene al
loro carattere; la corruzione e l'arte dell'intrigo giunsero in Tibet dall'esterno,
dai filosofi ariani dell'India e dai politici dell'impero cinese.
L'approccio di Padmasambhava fu splendido e le sue profezie predissero tutto,
compresa la futura corruzione. Profetizzò che i cinesi avrebbero
invaso il Tibet nell'Anno del Cavallo, avanzando alla maniera dei cavalli.
La Cina comunista invase effettivamente il Tibet nell'Anno del Cavallo,
e vennero costruite strade tra la Cina e il Tibet e in tutto il territorio
nazionale per poter avanzare con veicoli a motore. La profezia continua
dicendo che, nell'Anno del Maiale, il paese si sarebbe ridotto al livello
di un maiale, con riferimento all'indottrinamento dei tibetani con ideologie
primitive e straniere. Secondo un'altra profezia di Padmasambhava, il Tibet
sarebbe finito quando le suppellettili dello Tsang, la provincia settentrionale,
fossero state ritrovate nel Kongpo, la provincia meridionale. Effettivamente
si verificò nello Tsang un'inondazione provocata dallo smottamento
dei ghiacciai in un lago. Il fiume Brahmaputra straripò, trascinando
nella sua corsa monasteri e villaggi, e molte suppellettili dello Tsang
furono portate dalle acque sino al Kongpo. Un'altra profezia dice che un
segno della fine del Tibet sarebbe stata la costruzione di un tempio giallo
ai piedi del Potala, a Lhasa. Il tredicesimo Dalai Lama, in seguito a una
visione, fece infatti erigere in quel luogo un tempio a Kalachakra, che
venne dipinto di giallo. Ancora una profezia: l'arcobaleno del Potala scomparirà
nel suo quattordicesimo stadio. Il "quattordicesimo stadio" si
riferisce all'attuale Dalai Lama, il quattordicesimo. Il Potala è
il palazzo d'inverno del Dalai Lama.
Il re e i ministri rimasero profondamente colpiti dalle profezie di Padmasambhava,
e lo supplicarono di intervenire. "Cosa possiamo fare per salvare il
nostro paese?", gli chiesero. Rispose: "Non c'è altro da
fare che salvare gli insegnamenti e nasconderli in luoghi sicuri".
Il suo consiglio fu di seppellire i tesori, i testi sacri. Mise molti suoi
scritti in contenitori d'oro e d'argento, e li seppellì in luoghi
diversi del Tibet perché le generazioni future potessero riscoprirli.
Seppellì anche oggetti: gioielli di sua proprietà, gioielli
appartenenti al re e alla corte, e comuni manufatti. L'idea era che la popolazione
sarebbe regredita a un livello tanto primitivo che nessuno avrebbe più
saputo produrre con le proprie mani oggetti di tale qualità artistica.
Si adottarono i migliori procedimenti scientifici, probabilmente di origine
indiana, per preservare le pergamene e gli altri oggetti destinati alla
sepoltura avvolgendoli dentro strati protettivi di carbone, gesso e altri
materiali dotati delle proprietà chimiche richieste. Lo strato protettivo
esterno veniva avvelenato, come protezione contro i ladri e contro chiunque
fosse sprovvisto della retta conoscenza. Tali tesori furono scoperti in
seguito da grandi maestri ritenuti tulku dei discepoli di Padmasambhava.
Una visione psichica (qualunque cosa essa sia) li informava di dove scavare.
Si approntava la cerimonia di disseppellimento, a cui assistevano molti
fedeli mentre gli sterratori scavavano. A volte si dovette scavare nella
roccia. La riscoperta dei tesori si e protratta fino al nostri giorni, portando
alla luce innumerevoli testi sacri. Uno di questi è il Libro Tibetano
dei Morti.
Altro modo per conservare tesori è il pensiero-lignaggio. Maestri
appropriati hanno riscoperto antichi insegnamenti semplicemente ricordandoli,
e poi trascrivendoli così come li avevano ricordati. L'atteggiamento
paterno di Padmasambhava verso i tibetani si coglie nell'avvertimento che
diede al re Trisong Detsen. Si avvicinavano le celebrazioni del capodanno,
che includevano corse a cavallo e gare con l'arco. "Quest'anno, né
corse di cavalli né gare con l'arco", disse Padmasambhava. I
cortigiani elusero l'avvertimento e il re venne ucciso da una freccia scagliata
durante le gare.
Padmasambhava amava tanto i tibetani che ci aspetteremmo che rimanesse in
Tibet per sempre. Invece, e questo è un altro punto importante della
sua storia, se ne andò. C'è un tempo adatto per prendersi
cura di una situazione. Quando il paese si fu riunificato, spiritualmente
e politicamente, e la popolazione ebbe sviluppato un po' di sanità,
Padmasambhava lasciò il Tibet ancora vivo, in senso letterale. Non
in uno stato del Sudamerica ma in un continente di vampiri, in un luogo
remoto chiamato Sangdok Pelri, la "Montagna di rame splendente".
Egli vive ancora. Poiché egli è il dharmakaya, la dissoluzione
del corpo non lo tocca. Se lo cerchiamo, abbiamo buone probabilità
di trovarlo. Ma, mi spiace per voi, sarete molto delusi dall'incontro. Naturalmente,
non parleremo più solo dei suoi otto aspetti. Sono sicuro che, da
allora, ne ha sviluppato qualche milione in più.
Meditare significa lavorare con la nostra fretta, con la nostra irrequietezza,
con la nostra costante attività. La meditazione procura quello spazio
o quel terreno in cui l'irrequietezza possa funzionare, possa avere la possibilità
di essere irrequieta, possa rilassarsi con l'essere irrequieta. Se non interferiamo
con l'irrequietezza, allora l'irrequietezza diventa parte dello spazio.
Non controlliamo né attacchiamo il desiderio di acchiapparci la coda.
La pratica della meditazione non consiste nel cercar di produrre uno stato
mentale ipnotico o nel creare un senso di quiete. Il tentativo di raggiungere
uno stato mentale di quiete riflette una mentalità povera. Cercando
uno stato mentale di quiete, ci si mette in guardia contro l'irrequietezza.
C'è un costante senso di paranoia e limitazione. Sentiamo il bisogno
di stare in guardia contro gli improvvisi attacchi di passione o di aggressività
che potrebbero sopraffarci, farci perdere il controllo. Questo metterci
in guardia limita il campo d'azione della mente, poiché non si accetta
qualsiasi cosa si presenti.
La meditazione dovrebbe invece riflettere una ricca mentalità, nel
senso di saper usare tutto ciò che si manifesta nello stato mentale.
Se perciò lasciamo posto sufficiente all'irrequietezza, così
che possa funzionare entro lo spazio, allora l'energia cessa di essere irrequieta
perché può fondamentalmente avere fiducia in sé. La
meditazione fornisce un prato enorme e invitante a una mucca irrequieta.
Per un po' la mucca può essere irrequieta nel suo enorme prato, ma
a un certo punto, essendoci tanto spazio, la sua irrequietezza diviene irrilevante.
Così la mucca mangia e mangia e mangia ancora e poi si rilassa e
si addormenta. Riconoscere l'irrequietezza, identificarsi con essa, richiede
presenza mentale, mentre procurarsi un prato invitante, un grande spazio
per la mucca irrequieta, richiede consapevolezza. Perciò presenza
mentale e consapevolezza si integrano sempre a vicenda. Presenza mentale
è mettersi in rapporto con le singole situazioni direttamente, precisamente,
in modo ben determinato. Comunichi o ti colleghi con situazioni problematiche
o irritanti in modo semplice. Ci sono ignoranza, irrequietezza, passione,
aggressività. Non c'è bisogno di lodarle né di condannarle.
Sono semplicemente considerate attacchi improvvisi. Sono situazioni condizionate,
ma potrebbero essere viste accuratamente e precisamente da una presenza
mentale non condizionata. La presenza mentale è come un microscopio,
che non è un'arma e nemmeno una difesa contro i germi che osserviamo
attraverso esso. La funzione del microscopio è semplicemente quella
di far vedere con chiarezza cosa c'è. La presenza mentale non ha
bisogno di riferirsi al passato o al futuro; è completamente nel
presente. Allo stesso tempo è una mente attiva implicata in percezioni
dualistiche, dato che è necessario all'inizio usare quella specie
di giudizio discriminante. Consapevolezza è vedere la scoperta della
presenza mentale. Non dobbiamo gettar via né conservare i contenuti
della mente. La precisione della presenza mentale può essere lasciata
com'è, dato che ha il suo proprio ambiente, il suo proprio spazio.
Non siamo tenuti a prendere decisioni, se gettarla via o custodirla come
un tesoro. La consapevolezza è dunque un altro passo verso l'assenza
di scelta nelle situazioni. La parola sanscrita per consapevolezza è
smriti che significa "riconoscimento", "reminiscenza".
Reminiscenza non nel senso di ricordare il passato, ma nel senso di riconoscere
il prodotto della presenza mentale. La presenza mentale procura un certo
terreno, un certo spazio per il riconoscimento dell'aggressività,
della passione e così via. La presenza mentale fornisce l'argomento
o i termini o le parole, e la consapevolezza è la grammatica che
connette e pone correttamente i termini. Avendo sperimentato la precisione
della presenza mentale potremmo chiederci: "che cosa dovrei farne?
Cosa posso fare dopo?". E la consapevolezza ci rassicura che, in effetti,
non dobbiamo farne niente, ma possiamo lasciarla nel suo luogo naturale.
E' come scoprire un bellissimo fiore nella giungla; dovremmo coglierlo e
portarcelo a casa o lasciarlo nella giungla? La consapevolezza dice di lasciare
il fiore nella giungla, dato che, per quella pianta, quello è
il posto naturale in cui crescere. Così la consapevolezza è
propensione a non attaccarsi alle scoperte della presenza mentale, e la
presenza è semplicemente precisione; le cose sono quello che sono.
La presenza mentale è l'avanguardia della consapevolezza. Facciamo
balenare la luce su una situazione e quindi diffondiamo quell'evidenza nella
consapevolezza.
La presenza mentale e la consapevolezza operano dunque insieme per produrre
l'accettazione delle situazioni della vita così come sono. Non abbiamo
bisogno di lasciarci andare nella vita o di boicottarla. Le situazioni della
vita sono il nutrimento della consapevolezza e della presenza mentale; non
possiamo meditare senza le depressioni e gli entusiasmi che continuamente
si presentano durante la vita. Camminando con la scarpa del samsara, la
logoriamo attraverso la pratica della meditazione. La combinazione di consapevolezza
e presenza mentale sostiene il viaggio, così la pratica della meditazione
o lo sviluppo spirituale dipendono dal samsara. Da un punto di vista aereo
potremmo dire che non c'è bisogno di samsara o di nirvana, che è
inutile intraprendere il viaggio. Ma, trovandoci sulla terra, intraprendere
il viaggio è cosa straordinariamente utile.
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