Dott. Filippo Falzoni Gallerani
filippo.falzoni@fastwebnet.it
www.filippofalzoni.com
EGO
tratto da: "Il Tao della filosofia" di Alan Watts, Red Edizioni
Credo
che, se siamo onesti con noi stessi, il problema più
affascinante che ci possiamo porre è: "Chi sono io?" Che cosa
intendiamo e che cosa sentiamo quando diciamo la parola "io"? Non penso
che vi possa essere una percezione più seducente di questa,
così inafferrabile e nascosta. Ciò che sei nell'intimo
del tuo essere sfugge all'osservazione allo stesso modo in cui non puoi
guardarti direttamente negli occhi senza servirti di uno specchio. Ecco
perché esiste sempre un elemento di profondo mistero nella
domanda: "Chi siamo noi?" Questo interrogativo mi ha attirato per
diversi anni. Ho chiesto a molte persone: "Che cosa intendi con la
parola io?" Ho visto che esiste un certo accordo sulla risposta,
soprattutto fra la gente della civiltà occidentale: abbiamo,
secondo la mia definizione, una concezione di noi stessi in quanto "ego
incapsulati nella pelle". La maggior parte di noi percepisce l'io (l'ego, il mio sé,
la fonte della mia coscienza) come un centro di consapevolezza e una
sorgente di azioni che risiedono nel mezzo di una borsa di pelle.
È curioso come usiamo la parola io. In un discorso comune non
siamo abituati a dire: "Io sono un corpo". Diciamo piuttosto: "Io ho un
corpo". Non affermiamo: "Io batto il mio cuore", così come
enunciamo invece: "Io cammino, io penso, io parlo". Sentiamo che il
cuore batte da solo e che non ha niente a che fare con l'io. In altre
parole, non consideriamo l'io "me" come coincidente con il nostro
organismo fisico. Riteniamo che sia qualcosa al suo interno: la maggior
parte degli occidentali colloca l'io dentro la testa, da qualche parte
tra gli occhi e le orecchie, mentre tutto il resto di noi penzola da
quel punto di riferimento. In altre culture non è così.
Quando
un giapponese o un cinese vogliono localizzare il centro di sé,
il primo lo chiama kokoro e il secondo lo definisce shin: cuore-mente.
Alcune persone situano il proprio sé nel plesso solare, ma in
generale lo immaginiamo dietro agli occhi e da qualche parte tra le
orecchie. È come se all'interno della zona superiore del cranio
ci fosse una specie di centrale che somiglia al quartier generale
dell'Aeronautica a Denver, dove gli addetti siedono in grandi locali,
circondati da schermi radar e da ogni sorta di monitor, e controllano i
movimenti degli aerei in tutto il mondo. In ugual modo, noi concepiamo
noi stessi come una piccola persona all'interno della nostra testa, che
indossa una cuffia di ascolto per captare i messaggi dalle orecchie,
che ha un televisore davanti a sé per ricevere i messaggi dagli
occhi e che è coperta sul corpo da elettrodi di ogni tipo che le
inviano messaggi dalle mani e così via. Questa persona si trova
dietro un pannello pieno di pulsanti, quadranti, eccetera, e in tal
modo riesce, più o meno, a controllare il corpo. Non è
però il corpo, perché "io" sovrintendo solo a quelle che
vengono chiamate le azioni volontarie, mentre le cosiddette azioni
involontarie mi succedono. Vengo comandato a bacchetta da queste
ultime, anche se posso impartire, fino a un certo punto, ordini al mio
corpo. Questa è, secondo la conclusione a cui sono arrivato,
l'ordinaria concezione dell'uomo moderno di ciò che è il
proprio sé.
Osserviamo
come i bambini, influenzati dal nostro ambiente culturale, ci chiedono:
"Mamma, chi sarei se papà fosse stato un altro uomo?" Dalla
nostra cultura il bambino prende l'idea che padre e madre gli hanno
dato un corpo dentro il quale, a un certo momento, è stato
infilato (il fatto che sia stato concepito o partorito un po' vago).
Comunque, in tutto il nostro modo di pensare c'è l'idea che
siamo un'anima, una qualche essenza spirituale, imprigionata dentro un
corpo. Guardiamo fuori, in un mondo che ci è estraneo e
sentiamo, per usare le parole del poeta A.E. Housman: "Io, uno
straniero che ha paura di vivere in un mondo non fatto da me". Di
conseguenza parliamo del dovere di confrontarci con la realtà,
di fronteggiare gli eventi. Diciamo di essere venuti in questo mondo e
siamo allevati con la sensazione di essere un'isola di consapevolezza
rinchiusa in un sacco di pelle. All'esterno vediamo una realtà
che ci è profondamente aliena, nel senso che ciò che
è al di fuori di "me" non è me. Questo fatto crea una
fondamentale sensazione di ostilità e di distacco tra noi e il
cosiddetto mondo esterno. Quindi continuiamo a parlare di conquista
della natura, di conquista dello spazio e vediamo noi stessi come se
fossimo schierati in battaglia per opporci a tutto quanto rappresenta
l'altro da me. Parlerò più estesamente di questo
argomento nel prossimo capitolo, mentre qui voglio esaminare la strana
sensazione di essere un sé isolato. Dunque, è
assolutamente assurdo dire che siamo entrati in questo mondo. Non
è così: in effetti ne siamo usciti! Che cosa credete di
essere? Facciamo un esempio: supponete che il mondo sia un albero.
Siete per caso una foglia dei sui rami o uno stormo di uccelli arrivati
da qualche parte che si è stabilito sopra un vecchio albero
morto? Ogni cosa che conosciamo sugli organismi viventi, dal punto di
vista scientifico, ci mostra che "cresciamo fuori" da questo mondo, che
ciascuno di noi è ciò che si potrebbe definire un sintomo
dello stato dell'universo nella sua globalità. Tuttavia, questo
pensiero non fa parte del nostro senso comune.
Per
molti secoli l'uomo occidentale è stato sotto l'influenza di due
grandi miti. Quando uso il termine "mito" non intendo necessariamente
dire "falso". La parola mito richiama una grande idea nel cui ambito
l'uomo cerca di trovare il significato del mondo; può essere un
concetto, oppure un'immagine. La prima delle due immagini che hanno
profondamente influenzato l'Occidente è quella del mondo come
"prodotto", più o meno come una brocca fatta da un vasaio. E,
infatti, nel Libro della Genesi c'è l'idea che originariamente
l'uomo era una figura di terra fabbricata da Dio, che poi alitò
sopra di essa dandole la vita. Tutto il pensiero dell'Occidente
è profondamente influenzato dall'idea che ogni cosa (ogni
evento, ogni essere umano, ogni montagna, ogni stella, ogni fiore, ogni
cavalletta, ogni verme) è un , "prodotto": è stata
fabbricata. Pertanto, è naturale per un bambino occidentale
chiedere alla madre: "Come sono stato fatto?". Al contrario, questa
sarebbe una domanda anomala per un bambino cinese, perché i
cinesi non credono che la natura sia un insieme di oggetti fabbricati.
La considerano come qualcosa che cresce, e i due processi sono ben
diversi. Quando costruite un oggetto, assemblate le varie parti, oppure
scolpite una immagine in un pezzo di legno o in una pietra, lavorando
dall'esterno verso l'interno. Invece l'osservazione di qualcosa che
cresce è completamente differente. Non si assemblano parti.
Ciò che cresce si espande dall'interno e gradualmente si
complica, estendendosi verso l'esterno, come una gemma che fiorisce o
un seme che diventa una pianta.
Tuttavia,
dietro tutto il nostro processo di pensiero occidentale c'è
l'idea che il mondo sia un manufatto, messo insieme da un architetto
celeste, un falegname, un artista che, proprio perché lo ha
costruito, sa come è fatto. Quando ero ragazzino ponevo a mia
madre molte domande a cui la poverina non era in grado di rispondere.
Allora si rifugiava nella disperazione, dicendomi: "Mio caro, ci sono
cose che non ci è dato di conoscere". E io ribattevo: "Ma un
giorno troveremo la risposta?". "Sì," mi spiegava, "quando
moriremo e andremo in cielo ci sarà tutto chiaro." Così,
ero convinto che durante i pomeriggi piovosi, in paradiso, ci saremmo
tutti seduti attorno al Trono di Grazia e avremmo detto al Signore:
"Allora, spiegaci finalmente perché hai creato il mondo in
questo modo e come sei riuscito a fare quest'altra cosa" ed Egli
avrebbe chiarito e reso tutto comprensibile. Ogni interrogativo avrebbe
avuto una risposta perché, come abbiamo imparato dalla teologia
popolare, Dio è la grande mente onnisciente. Se chiedeste al
Signore l'altezza esatta del Mount Whitney, fino all'ultimo millimetro,
Egli naturalmente lo saprebbe e ve lo direbbe. Potreste rivolgergli
qualsiasi domanda, perché Egli è l'Enciclopedia
Britannica cosmica. Tuttavia, questa particolare immagine (o mito)
è diventata troppo pesante per l'uomo occidentale: è
opprimente pensare che si sa tutto di te e che sei perennemente
osservato da un giudice infinitamente giusto. Ho un'amica, una
cattolica convertita, molto illuminata: nella stanza da bagno di casa
sua ha un gabinetto vecchio stile e sul tubo che connette lo sciacquone
con la tazza del gabinetto è appeso un piccolo dipinto
incorniciato, che rappresenta un occhio. Sotto, in lettere gotiche,
è scritto: "Dio ti vede". Questo occhio è dappertutto e
guarda, guarda, guarda, giudicandovi e voi sentite in ogni momento che
non siete mai veramente soli. Il vecchio gentiluomo vi sta osservando e
sta prendendo appunti nel suo libro nero: un concetto simile è
diventato insopportabile per l'Occidente. Abbiamo dovuto liberarcene.
Così, al suo posto, abbiamo sviluppato un altro mito: quello
dell'universo puramente meccanico. Questo mito è stato inventato
alla fine del XVIII secolo ed è diventato sempre più di
moda durante il XIX e buona parte del XX secolo, di modo che oggi
è un luogo comune. Oggi poche persone credono veramente in un
Dio vecchio stile. Dicono di farlo, ma anche se sperano davvero che
esista un Dio, non hanno realmente fede in Lui. Desiderano con fervore
che ci sia e sentono il dovere di credere, ma l'idea dell'universo
governato da quel meraviglioso vecchio gentiluomo non è
più plausibile. Non è che ognuno di noi lo confuti;
semplicemente non è più in accordo con la nostra
conoscenza della smisurata immensità delle galassie e delle
infinite distanze di anni luce che separano le une dalle altre.
È
invece diventato di moda, e non è altro che una moda, credere
che l'universo sia ottuso e che l'intelligenza, i valori, l'amore e i
sentimenti più delicati risiedano unicamente nella borsa di
epidermide umana; e che oltre a questo esista soltanto una specie di
interazione caotica e stupida di forze cieche. Per esempio, grazie a Sigmund Freud
abbiamo imparato il concetto che la vita biologica è basata su
qualcosa chiamata libido, una parola molto insidiosa. Tale libidine
cieca, spietata, incapace di comprensione, è vista come il
fondamento dell'inconscio umano e i pensatori del XIX secolo come Georg WF Hegel, Charles Darwin
e Thomas H. Huxley erano convinti che alla radice dell'essere vi fosse
un'energia e che questa energia fosse cieca. L'energia, dicevamo,
è semplicemente energia, completamente e assolutamente stupida,
e la nostra intelligenza è uno sfortunato incidente. Per qualche
strambo capriccio dell'evoluzione siamo diventati questi esseri
sensibili e razionali (o, per meglio dire, più o meno
razionali); ma tutto ciò è un terribile errore
perché ci troviamo in un universo che non ha nulla in comune con
noi. Non condivide i nostri sentimenti, non è veramente
interessato a noi: siamo soltanto una specie di colpo di fortuna
cosmico. Ne consegue che l'unica speranza per l'umanità è
costringere questo universo irrazionale alla sottomissione,
conquistarlo e dominarlo. Naturalmente, l'intero discorso e una
perfetta idiozia. Se pensate che l'universo sia stato creato da un
gentiluomo vecchio e bonario, vi accorgerete ben presto che Egli non
è così bonario e che ha un atteggiamento che indurrebbe a
pensare: "Questo farà più male a me di quanto ne
farà a te". Potete, certo, avere tale idea, ma se questa nozione
dovesse diventarvi scomoda, potete cambiarla con l'altro concetto a
vostra disposizione, il concetto opposto: vale a dire che l'ultima
realtà non possiede intelligenza alcuna. Almeno un'impostazione
del genere ci aiuterebbe a sbarazzarci del vecchio spauracchio
lassù nel cielo, in cambio però dell'immagine di un mondo
totalmente stupido.
Naturalmente,
simili teorie non hanno veramente senso, perché non è
possibile arrivare a un organismo intelligente, come l'essere umano,
partendo da un universo non intelligente. Non può esistere un
organismo intelligente che vive in un ambiente non intelligente.
C'è un albero in giardino e ogni estate produce mele; lo
chiamiamo melo, perché l'albero fa le mele. C'è un
sistema solare all'interno di una galassia e una delle sue
peculiarità che (perlomeno per quanto riguarda il pianeta Terra)
"produce" esseri umani, proprio come l'albero "fabbrica" le mele.
Forse, due milioni di anni fa, dentro un disco volante è
arrivato qualcuno da un'altra galassia, ha visto questo sistema solare,
ha alzato le spalle e ha detto: "È solo un ammasso di rocce", ed
è ripartito. Più tardi, due milioni di anni dopo,
è ritornato, ha guardato di nuovo e ha detto: "Scusatemi,
credevo che fosse soltanto un ammasso di rocce, ma in realtà
è popolato, è vivo: ha fatto qualcosa di intelligente".
L'uomo cresce in questo mondo esattamente come le mele crescono sul
melo: se l'evoluzione ha un significato, il significato è
proprio questo. Ma noi, curiosamente, lo distorciamo. Diciamo:
"D'accordo, all'inizio non c'era altro che gas e roccia. Poi è
capitato che vi sorgesse l'intelligenza, come una specie di fungo o
poltiglia che si è posata sopra al tutto". Ma questo modo di
pensare separa l'intelligenza dalle rocce. Dove ci sono le rocce
bisogna stare attenti, perché un giorno diventeranno vive e
saranno brulicanti di esseri. È solo una questione di tempo,
proprio come la ghianda un giorno diventerà una quercia
perché ne ha intrinsecamente la potenzialità. Quindi
state attenti: le rocce non sono senza vita.
Dipende
dal tipo di atteggiamento che scegliete di avere nei confronti del
mondo. Se lo volete umiliare, potete dire: "Fondamentalmente è
soltanto un po' di geologia, un po' di stupidità bell'e buona,
su cui appare, per caso, una specie di fenomeno che noi chiamiamo
coscienza". Questo è un atteggiamento che possiamo assumere
quando vogliamo provare agli altri che siamo tipi tosti, concreti, che
guardiamo in faccia ai fatti, che non indugiamo nelle illusioni. In
realtà stiamo semplicemente impersonando un ruolo e ce ne
dobbiamo rendere conto: si tratta di mode intellettuali. D'altro canto,
se provate amore per l'universo, lo elevate invece di umiliarlo, e a
proposito delle rocce, direte: "Sono veramente consapevoli, ma una
forma diversa di consapevolezza". Naturalmente la coscienza è
qualcosa di molto più sottile. Ma se percuotete una campana o
urtate un cristallo, essi rispondono: dentro di loro c'è una
reazione estremamente semplice. È un suono che proviene
dall'interno, mentre noi "risuoniamo" a ogni tipo di colore, di luce,
di intelligenza, di idee, di pensieri; è più complicato.
Entrambe le reazioni sono ugualmente consapevoli, anche se in modi
differenti. È un concetto perfettamente accettabile. Quello che
voglio dire è che i minerali possiedono una forma rudimentale di
coscienza; altri, invece, sostengono che la coscienza sia una forma
complessa di sostanze minerali. Queste persone ritengono che ogni cosa
sia scialba, mentre io affermo che la vita è uno spettacolo
magnifico.
Ciò
nonostante, mentre studiamo l'essere umano o qualsiasi altro organismo
vivente e cerchiamo di descriverli in modo accurato e scientifico, ci
accorgiamo che la normale percezione di noi stessi come tanti io
isolati dentro una borsa di pelle è un'allucinazione. E'
veramente pazzesco, perché quando si cerca di definire il
comportamento umano, oppure il comportamento di un topo, di un ratto,
di un pollo (o di qualsiasi altro organismo) si scopre che se si vuole
descrivere questo comportamento in modo accurato si deve analizzare
anche il comportamento dell'ambiente. Supponiamo che io stia camminando
e voi volete descrivere l'atto del camminare. Non potete parlare del
mio modo di camminare senza descrivere il suolo, perché se non
lo fate e se non descrivete nemmeno lo spazio dentro il quale mi sto
muovendo, parlerete solo di qualcuno che sta facendo dondolare le gambe
in un spazio vuoto. Così come raccontate il mio modo di
camminare, dovete raccontare anche lo spazio in cui mi trovate. Non
potete vedere se non vedete anche lo sfondo; ciò che sta dietro
di me. Se i limiti della mia pelle avessero la stessa estensione della
totalità del vostro campo visivo, non mi vedreste affatto.
Osservereste le cose che riempiono il vostro campo visivo, ma non
vedreste me, perché per vedermi non dovreste vedere soltanto
ciò che è all'interno del limite della mia pelle, ma
anche quello che è fuori.
È
un fatto estremamente importante. In realtà l'ultimo mistero,
quello fondamentale, l'unico che dovete conoscere per capire i segreti
metafisici più profondi, è questo: per ogni fuori
c'è un dentro e per ogni dentro c'è un fuori, e
benché siano differenti, i due sono un tutt'uno. In altre
parole, vi è una cospirazione segreta tra ogni interno e ogni
esterno: ciascuno cioè deve apparire quanto più è
possibile diverso dall'altro, ma sotto sotto entrambi sono identici.
Non troverete mai l'uno senza l'altro. I due si sono messi d'accordo
per darsi battaglia. Ecco perciò il segreto: ciò che
è esoterico, profondo, intenso, viene denominato 'implicito'.
Ciò che è ovvio e pubblico si chiama 'esplicito'.
Così, io nel mio ambiente e voi nel vostro siamo esplicitamente
tanto diversi quanto possibile, ma implicitamente siamo un tutt'uno. Lo
scienziato riesce a scoprire questa realtà molto velocemente,
quando cerca di descrivere esattamente che cosa stiamo facendo; dato
che tutta l'arte della scienza è quella di illustrare il nostro
comportamento, quest'ultimo non è qualcosa che può essere
separato dal mondo che ci circonda. Quindi lo scienziato si rende conto
che siamo qualcosa che tutto il mondo sta facendo, proprio come quando
il mare ha le onde, l'oceano 'ondeggia'. Così ognuno di noi
è un "ondeggiamento' di tutto il cosmo, l'opera completa, tutto
ciò che c'è, e insieme con ciascuno di noi è
questo 'ondeggiamento' che dice: "Ehi! Sono qui!", eppure ogni volta
è diverso, perché la diversità dà sapore
alla vita.
Il
fatto strano, però, è che non siamo stati educati a
sentire in questo modo. Invece di sentire che siamo qualcosa che tutto
il regno dell'esistenza sta facendo, percepiamo di essere entrati in
questa totalità come stranieri. Quando nasciamo non sappiamo da
dove veniamo perché non lo ricordiamo; così pensiamo che
anche quando moriremo sarà uguale. Alcune persone si consolano
con l'idea che andranno in paradiso oppure che si reincarneranno, ma in
generale nessuno ci crede veramente. Per la maggior parte della gente
non è una storia accettabile; perciò la cosa che davvero
ossessiona è che quando si muore ci si addormenta per non
svegliarsi mai più. Saremo chiusi a chiave nella cassetta di
sicurezza delle tenebre per sempre. Però, tutto questo si basa
su una nozione falsa di ciò che è il sé di un
individuo. Il motivo per cui abbiamo questo concetto errato di noi
stessi, per quanto sono riuscito a capire, sta nel fatto che ci siamo
specializzati in un tipo particolare di consapevolezza.
Generalmente
parlando, possediamo due modelli di consapevolezza. Chiamerò il
primo "faro direzionale" e il secondo "luce a largo fascio". Il faro
è l'attenzione consapevole e fin da bambini ci è stato
detto che costituisce la forma di percezione più preziosa.
Quando il maestro dice alla classe: "Fate attenzione!", ogni allievo
guarda verso l'insegnante. Questa è la consapevolezza "faro":
fissare la mente su un solo oggetto alla volta. Ci concentriamo e anche
se non siamo in grado di avere una durata di attenzione molto lunga,
usiamo il nostro "faro": ci focalizziamo su un oggetto dopo l'altro,
uno dopo l'altro... Tuttavia abbiamo anche una consapevolezza "a largo
fascio". Per esempio, possiamo guidare l'automobile per diversi
chilometri con un amico seduto a fianco e la nostra consapevolezza
"faro" può essere completamente assorbita nella conversazione
con l'amico. Eppure l'attenzione "a largo fascio" si arrangia a guidare
il veicolo, vedrà tutti i segnali stradali, gli altri idioti che
stanno guidando e così via, e noi arriveremo alla meta sani e
salvi senza neppure pensarci.
La
nostra cultura, però, ci ha insegnato a specializzarci nella
consapevolezza "faro" e a identificarci solo con essa. "Io sono la mia
consapevolezza faro, la mia attenzione cosciente; cioè il mio
ego; cioè me." Sebbene in larga misura la ignoriamo, la
"coscienza a largo fascio" è all'opera senza sosta e ogni
terminazione nervosa che possediamo è un suo strumento. Potete
uscire a pranzo ed essere seduti accanto alla signora Tal-dei-tali, poi
tornate a casa e vostra moglie vi chiede: "C'era anche la signora
Tal-dei-tali?" "Sì, ero seduto accanto a lei." "Che cosa
indossava?" "Non ne ho la più pallida idea." Avete visto, ma non
avete notato. Ora, siccome siamo stati abituati a identificarci con la
consapevolezza "faro", mentre quella a "largo fascio" è
sottovalutata, abbiamo la sensazione di noi stessi in quanto
consapevolezza "faro": un io che guarda e si occupa di questo e di
quello. In tal modo, non siamo coscienti della immensa vastità
del nostro essere. Persone che, grazie a diversi metodi, diventano
totalmente coscienti della propria consapevolezza a largo fascio, fanno
un'esperienza cosiddetta "mistica": il buddhismo la definisce bodhi, "risveglio"; gli induisti
la chiamano moksha, "liberazione". In questa esperienza si scopre che
il vero, profondo Sé, ciò che voi siete veramente,
fondamentalmente e per sempre, è l'essere nella sua interezza,
tutto ciò che è, che opera: quello siete voi. Soltanto
questo Sé universale che costituisce la vostra vera
realtà ha la capacità di focalizzarsi in numerosi e
diversi qui-e-ora. Affermava William James: "La parola "io" è in
realtà un termine che esprime un concetto di posizione, come
"questo" oppure "qui". Proprio come il sole e le stelle hanno molti
raggi, l'intero cosmo esprime se stesso in te, in voi, in noi, in tutte
le variazioni possibili. Gioca: gioca il gioco chiamato Mario Rossi,
Maria Verdi, Giuseppe Bianchi. Gioca il gioco dello scarafaggio, il
gioco della farfalla, dell'uccello, del piccione, del pesce, delle
stelle. Sono giochi diversi uno dall'altro, proprio come il backgammon,
il bridge, il poker, il pinnacolo, o come il valzer, la mazurca, il
minuetto, il tango. È una danza con variazioni infinite, ma ogni
danza (cioè ognuno di noi) è ciò che sta facendo
l'essere intero. Ma noi lo dimentichiamo e non sappiamo chi siamo.
Veniamo educati in un modo tale da non renderci conto di questa
connessione, ignoriamo che ciascuno di noi è l'opera, il gioco
giocato in un certo modo per un certo tempo. Così, ci è
stato insegnato a temere la morte come se fosse la fine di uno
spettacolo che non si ripeterà più. Siamo condizionati ad
avere paura di tutto ciò che comporta un rischio di morte: il
dolore, la malattia, la sofferenza, Se non siete veramente e
vividamente consapevoli del fatto che fondamentalmente siete "l'opera",
è probabile che non proverete mai la vera gioia: siete soltanto
un fascio di ansia mescolata a senso di colpa. Quando nascono i
bambini, ci comportiamo in modo orrendo con loro. Invece di dire: "Come
stai? Benvenuto tra la razza umana. Devi sapere, mio caro, che stiamo
giocando giochi molto complicati: queste sono le regole. Voglio che tu
le capisca, che le impari quando diventerai più grande; magari
riuscirai perfino a inventare regole migliori, ma ora devi giocare
secondo le nostre". Invece di essere diretti con i nostri figli,
diciamo: "Siete qui in prova, dovete capirlo. Forse quando sarete un
po' cresciuti diventerete più accettabili, ma per ora dovete far
sì che vi si veda e non vi si senta. Siete un pasticcio: dovete
essere educati e istruiti finché diventerete umani". Questi
atteggiamenti che ci vengono inculcati dall'infanzia vanno avanti fino
alla tarda età, perché è possibile che il modo in
cui si comincia sia anche il modo in cui si finisce. La gente, vivendo,
percepisce di non avere un senso di appartenenza, perché la
prima cosa che ha sentito dai genitori è stata: "Guarda, sei
nato per soffrire. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano".
Ed è in preda a questa sensazione fino alla vecchiaia,
immaginando che l'intero universo sia presidiato da un terribile Dio
Padre che vuole solo il meglio per noi, che ci ama, ma: "Chi risparmia
la frusta, rovina il bambino. Chi è amato dal Signore, Egli lo
perseguita". Dove cadrà il prossimo colpo? È chiaro che
in questo modo non si può avere un senso di appartenenza; in sua
vece, siamo pervasi da una spaventosa impressione, quella che io chiamo
"ego cristiano", ma che è anche un pochino ebraica: la sensazione di essere orfani, senza una casa. I cristiani
dicono che siamo figli di Dio per adozione: non figli veri, ma solo
adottati, per grazia, per sofferenza. Ed ecco allora la sensazione
assolutamente caratteristica dell'uomo occidentale, di ogni persona
altamente civilizzata: essere uno straniero sulla terra, un momentaneo
guizzo di consapevolezza fra due tenebre eterne.
Per
tale ragione ci veniamo a trovare in un continuo contenzioso con ogni
cosa che ci circonda: non solo con il nostro prossimo, ma anche con la
terra, con le acque. Simbolo di questo, nella nostra cultura, è
il bulldozer. Nel luogo dove abito, a bordo di una nave-traghetto, si
vedono alcune colline molto belle dall'altra parte della distesa
d'acqua. Su quelle alture costruiranno una serie di case, ma saranno
case che di solito si trovano nelle zone di periferia e non in un'area
tanto amena. Un bravo architetto riesce a far si che una casa si adatti
alla collina e non deve distruggere la collina per metterci sopra una
casa. Se decidete di vivere sopra una collina, ovvio che ci volete
vivere ed è ovvio che non la volete distruggere solo per il
fatto che ci volete abitare. Eppure è ciò che succede,
soprattutto in California, dove si susseguono molte piccole alture. Che
cosa fanno? Livellano le cime fino a che sono perfettamente piatte. Poi
vi costruiscono le case, terrazzando via via il territorio fino in
fondo. Naturalmente sconvolgono l'ecologia delle colline e le case
corrono il rischio di crollare, ma il costruttore dice: "E allora?"
Quando accadrà, tutti i pagamenti saranno stati eseguiti.
È evidente che il costruttore non sente il mondo esterno come se
fosse il suo corpo. Mentre invece lo è. Il mondo esterno
l'estensione del nostro corpo e un architetto intelligente, salendo
sulla collina prescelta, dovrebbe dire: "Buongiorno. Vorrei tanto
costruire una casa in questo luogo e vorrei sapere da te, collina, che
tipo di casa ti piacerebbe ti venisse costruita sopra". Al contrario,
l'architetto ha già un'idea precisa di quale casa erigere e
sottomette la collina a questo suo pregiudizio. E così rovina
l'altura, se ne libera per metterci sopra una casa.
Un
uomo che agisce così è completamente fuori di mente,
perché non si rende conto che il mondo esterno è il suo
corpo. Solo quando lo capirà, rientrerà in sé.
Essere consapevoli
tratto da: La Via della Liberazione, di Alan Watts
Edizioni Ubaldini Astrolabio
La domanda: "Cosa
dobbiamo fare in proposito?", è posta solo da chi non capisce il
problema. Se un problema può essere risolto, capirlo e sapere
che cosa fare in proposito sono la stessa cosa. Per contro, fare
qualcosa circa un problema che non si capisce è come cercare di
spazzar via l'oscurità allontanandola con le mani. Quando
facciamo luce, l'oscurità svanisce di colpo.
Ciò vale in particolar modo per il problema che ora ci sta di fronte. Come sanare la frattura tra l'Io e il me,
la mente e il corpo, l'uomo e la natura, e far cessare tutti i circoli
viziosi che essa determina? In che modo sperimentare la vita come
qualcosa di diverso dalla trappola di miele nella quale ci dibattiamo
come mosche? Come trovare sicurezza e tranquillità di mente in
un mondo la cui vera natura è l'insicurezza, l'impermanenza, il
mutamento incessante? Tutte queste domande esigono un metodo e una
linea d'azione. Al tempo stesso ci dimostrano che il problema non
è stato capito. Non abbiamo bisogno dell'azione, non ancora.
Abbiamo bisogno di più luce.
Luce qui significa
consapevolezza: essere consapevoli della vita, dell'esperienza
com'è in questo momento, senza alcun giudizio o idea su di essa.
In altre parole, dobbiamo vedere e sentire ciò che stiamo
sperimentando così com'è, non come lo si definisce.
Questo semplicissimo "aprire gli occhi" provoca la più
straordinaria trasformazione della comprensione e della vita, e ci
mostra come molti dei nostri problemi più sconcertanti siano
pure illusioni. Questa può sembrare un'eccessiva semplificazione
perché la maggior parte della gente pensa di avere già
una consapevolezza abbastanza piena del presente, ma vedremo che le
cose non stanno affatto così.
Siccome la
consapevolezza è una visione della realtà libera da idee
e giudizi, è chiaramente impossibile definire e mettere per
iscritto che cosa essa rivela. Tutto ciò che
può essere descritto è un'idea e non posso affermare
nulla di certo in merito a qualcosa, il mondo reale che non è
un'idea. Devo quindi limitarmi a parlare delle false impressioni che la
consapevolezza rimuove piuttosto che della verità che essa
rivela. Quest'ultima può essere soltanto simboleggiata con
parole che significano poco o nulla per quanti non abbiano una
comprensione diretta della verità in questione.
Ciò che è vero e certo è
troppo reale e troppo vivo per essere descritto: cercare di farlo
è come pitturare di rosso una rosa rossa. Perciò quanto
segue avrà necessariamente, per la maggior parte, una
qualità piuttosto negativa. La verità è rivelata
rimovendo ciò che le fa ombra: arte non dissimile dalla
scultura, in cui l'artista crea non costruendo ma togliendo a colpi di
scalpello.
Abbiamo visto come le
domande sul perseguimento della sicurezza e della pace in un mondo
impermanente dimostrino che il problema non è stato capito.
Prima di procedere oltre dev'essere chiaro che la sicurezza di cui
stiamo parlando è in primo luogo spirituale e psicologica. Per
esistere gli esseri umani devono avere un minimo di mezzi di
sussistenza in termini di cibo, bevande e vestiario - nell'intesa,
tuttavia, che tali mezzi non possono durare indefinitamente. Ma se la
certezza di avere questo minimo vitale per una sessantina d'anni
cominciasse a soddisfare il cuore dell'uomo, i problemi umani sarebbero
ben poca cosa. In realtà il vero motivo per cui questa certezza
ci manca è il fatto che vogliamo assai più del minimo
necessario.
Dev'essere chiaro fin
dall'inizio che c'è una contraddizione nel voler essere
perfettamente sicuri in un universo la cui vera natura è
transitorietà e fluidità. Ma è una contraddizione
leggermente più profonda che il semplice conflitto fra il desiderio di
sicurezza e il fatto del mutamento. Se voglio essere sicuro,
cioè protetto contro il fluire della vita, voglio essere
separato dalla vita. Eppure è proprio questo senso di
separatezza che mi fa sentire insicuro. Essere sicuro significa isolare
e rafforzare l'Io, ma è proprio l'impressione d'essere
un "Io" isolato a farmi sentire solo e impaurito. In altre parole,
più sicurezza potrò avere più ne vorrò.
Più
semplicemente: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono
la stessa cosa. Trattenere il respiro è perderlo. Una
società che si fondi sul perseguimento della sicurezza non
è altro che una gara a chi trattiene di più il fiato, in
cui ognuno è teso come un tamburo e paonazzo come una
barbabietola.
Perseguiamo questa
sicurezza rafforzandoci e racchiudendoci in noi in moltissimi modi.
Vogliamo la protezione che ci viene dall'essere "esclusivi e
"speciali", cercando di appartenere alla chiesa più sicura, alla
nazione migliore, alla classe più alta, all'ambiente giusto,
alla gente "per bene". Queste difese provocano tra noi delle divisioni,
e quindi più insicurezza che esige più difese.
Naturalmente facciamo tutto nella sincera convinzione d'essere nel
giusto e di vivere nel modo migliore; ma anche questo è una
contraddizione.
Posso solo fare qualche serio tentativo di vivere secondo un ideale, di migliorarmi, se sono scisso in due. Ci dev'essere un Io buono che cerca di rendere migliore il "me" cattivo. L'Io, che ha le migliori intenzioni, cercherà di lavorarsi l'indocile 'me' e il contrasto fra i due ne metterà in rilievo il divario. Di conseguenza l'Io
si sentirà più separato che mai, e non farà che
acuire i sentimenti di solitudine e isolamento che determinano il
cattivo comportamento del 'me'.
Difficilmente riusciamo a prendere in
considerazione questo problema se non ci è chiaro che la brama
di sicurezza è essa stessa dolore e contraddizione, e che
più la perseguiamo più diventa dolorosa. Ed è
così per qualsiasi forma di sicurezza si possa concepire.
Vuoi essere felice,
dimentico di te stesso, ma più tenti di dimenticarti più
ricordi il sé che vuoi dimenticare. Vuoi sottrarti al dolore, ma
più lotti per farlo più attizzi il tormento. Hai paura e
vuoi essere coraggioso, ma lo sforzo per essere coraggioso è
solo paura che tenta di sfuggire a se stessa. Vuoi la
tranquillità dello spirito, ma il tentativo di tranquillizzarlo
è come cercare di sedare le onde con un ferro da stiro.
Tutti abbiamo
dimestichezza con questa specie di circolo vizioso sotto forma di
inquietudine. Sappiamo che essere inquieti non serve a niente, ma
continuiamo a inquietarci perché dire che non serve a niente non
fa cessare l'inquietudine. Siamo inquieti perché ci sentiamo in
pericolo e vogliamo essere al sicuro. Ma è perfettamente inutile
dire che non dovremmo voler essere al sicuro. Ingiuriando un desiderio
non ce ne liberiamo. Quel che dobbiamo scoprire è che non
c'è alcuna sicurezza, che cercarla è doloroso e che,
quando pensiamo di averla trovata, non ci piace. In altre parole, se
riusciremo veramente a capire ciò che stiamo cercando - che la
sicurezza è isolamento, e che cosa facciamo a noi stessi quando
la cerchiamo - ci accorgeremo di non volerla affatto. Non occorre che
ci vengano a dire che non dovremmo trattenere il respiro per dieci
minuti. Sappiamo benissimo che non possiamo farlo e che tentare di
farlo, è quanto mai scomodo.
La prima cosa da
capire è che non c'è scampo né sicurezza. Uno dei
peggiori circoli viziosi è il problema dell'alcolista. In
moltissimi casi egli sa benissimo che si sta distruggendo, che per lui
il liquore è veleno, che odia davvero essere ubriaco e
addirittura non può soffrire il gusto del liquore. Eppure beve.
Perché, per quanto possa detestare il bere, l'esperienza del non
bere è peggiore. Gli provoca le 'allucinazioni' perché lo
mette di fronte alla fondamentale, non più velata, insicurezza
del mondo.
Qui sta il punto
cruciale della questione. Essere posto di. fronte all'insicurezza
equivale ancora a non capirla. Per capirla non la si deve fronteggiare,
si deve essere l'insicurezza. E come la storia persiana del saggio che
giunse alla porta del Cielo e bussò. Dall'interno la voce di Dio
chiese: "Chi è là?". Il saggio rispose: "Sono io". "In
questa casa", replicò la voce, "non c'è posto per te e
me". Il saggio venne via e passò molti anni a riflettere su
questa risposta in profonda meditazione. Tornò poi una seconda
volta, la voce gli fece la stessa domanda e il saggio rispose di nuovo:
"Sono io". La porta rimase chiusa. Dopo qualche anno tornò per
la terza volta e quando bussò la voce gli chiese ancora: "Chi
è là?". Allora il saggio gridò: "Sei tu!", e la
porta gli fu aperta.
Capire che non
c'è sicurezza è assai più che essere d'accordo
sulla teoria che ogni cosa cambia, assai più, anche, che
osservare la transitorietà della vita. La nozione di sicurezza
si fonda sul sentimento che in noi ci sia qualcosa di permanente,
qualcosa che dura attraverso tutti i giorni e i cambiamenti della vita.
Lottiamo per essere sicuri della permanenza, continuità e
sicurezza di questo nucleo che persiste, di questo centro e anima del
nostro essere che chiamiamo l'Io. Pensiamo infatti che sia
esso l'uomo reale: il pensatore dei nostri pensieri, il senziente dei
nostri sentimenti, il conoscitore della nostra conoscenza. Non capiamo
proprio che non vi sarà alcuna sicurezza finché non ci
renderemo conto che questo Io non esiste.
La comprensione
giunge attraverso la consapevolezza. Possiamo allora accostarci alla
nostra esperienza, sensazioni, sentimenti, pensieri nel modo più
semplice, come se prima li avessimo sempre ignorati, ed esaminare senza
preconcetti ciò che sta accadendo? Mi si potrà chiedere:
"Quali esperienze, sensazioni, sentimenti dobbiamo esaminare?".
Replicherò: "Quali sono quelli che si possono esaminare?". La
risposta è che vanno presi in esame quelli che si hanno ora.
Certo, è
piuttosto ovvio. Ma spesso trascuriamo proprio le cose più
ovvie. Se un sentimento non è presente, non ne siamo coscienti.
Non c'è altra esperienza che l'esperienza presente. Ciò
che sappiamo, ciò di cui siamo effettivamente consapevoli,
è solo ciò che sta accadendo in questo momento,
nient'altro.
Ma i ricordi, allora?
Certo, ricordando posso anche conoscere ciò che è
passato? Benissimo, ricorda qualcosa. Ricorda l'episodio dell'incontro
di un amico per strada. Di che cosa sei consapevole? Non stai
effettivamente assistendo al vero avvenimento dell'incontro col tuo
amico. Non puoi andargli a stringere la mano o avere la risposta a una
domanda che ti eri dimenticato di fargli nel momento passato che stai
ricordando. In altre parole, non stai affatto esaminando il vero
passato. Stai esaminando la traccia presente del passato.
E come vedere le orme
di un uccello sulla sabbia. Vedo le orme che ci sono adesso. Non vedo,
contemporaneamente, l'uccello che un'ora fa le ha lasciate. L'uccello
è volato via e non lo vedo. Deduco dalle impronte che è
stato qui. Dai ricordi deduciamo che vi sono stati degli avvenimenti
passati. Ma non abbiamo la consapevolezza immediata di alcun
avvenimento passato. Conosciamo il passato solo nel presente e come
parte del presente.
Abbiamo visto dunque
che la nostra esperienza è assolutamente momentanea. Da un punto
di vista ogni istante è così elusivo e breve che non
riusciamo neppure a pensarlo prima che sia scomparso. Ma da un altro
punto di vista quest'istante è sempre qui, perché non
conosciamo altro istante che quello presente. Esso continua a morire, a
diventare passato più velocemente di quanto l'immaginazione
possa concepire. Ma al tempo stesso continua a nascere, sempre nuovo,
emergendo con altrettanta velocità da quell'assoluto ignoto che
chiamiamo il futuro. Pensano è qualcosa che lascia quasi senza
fiato.
Dire che l'esperienza
è momentanea equivale in realtà a dire che l'esperienza e
l'istante presente sono la stessa cosa. Dire che quest'istante continua
a morire, o a diventare passato, e che continua a nascere, o a venir
fuori dall'ignoto, equivale a dire la stessa cosa dell'esperienza.
L'esperienza che si è appena avuta è svanita ed è
irrecuperabile; tutto ciò che ne rimane non è altro che
una specie di scia o impronta nei presente che chiamiamo ricordo. Se
possiamo avanzare qualche congettura sulla prossima esperienza che
avremo, in realtà non ne sappiamo niente. Potrebbe accadere
qualsiasi cosa. Ma l'esperienza in corso ora è, per così
dire, un neonato che svanisce ancor prima di cominciare a crescere.
Mentre seguiamo
quest'esperienza presente, siamo consapevoli che qualcuno la sta
seguendo? Possiamo trovare, oltre all'esperienza in se stessa, uno
sperimentatore? Possiamo, contemporaneamente, leggere questa frase e
pensare noi stessi in atto di leggerla? Constateremo che, per farlo,
dobbiamo smettere di leggere per un istante. La prima esperienza
è la lettura. La seconda esperienza è il pensiero: "Sto
leggendo". Possiamo trovare un lettore, il quale stia pensando il
pensiero: "Sto leggendo"? In altre parole, quando l'esperienza presente
è il pensiero: "Sto leggendo", è possibile pensare noi
stessi in atto di pensare questo pensiero?
Dobbiamo di nuovo
smettere di pensare semplicemente: "Sto leggendo", per passare a una
terza esperienza, al pensiero: "Sto pensando di stare leggendo". La
rapidità con cui questi pensieri possono cambiare non deve darci
l'errata impressione che li pensiamo subito tutti. Che cosa è
avvenuto? Non riuscivamo mai a separarci dal nostro pensiero presente
né dalla nostra esperienza presente. La prima esperienza
presente era un'esperienza di lettura. Quando cercavamo di pensare noi
stessi in atto di leggere, l'esperienza cambiava e l'esperienza
presente successiva era il pensiero: "Sto leggendo". Non riuscivamo a
separarci da quest'esperienza senza passare a un'altra. Era un girotondo.
Quando pensavamo: "Sto leggendo questa frase", non la leggevamo. In
altre parole, in ogni esperienza presente eravamo consapevoli soltanto
di quella stessa esperienza. Non eravamo consapevoli d'essere
consapevoli. Non riuscivamo mai a separare il pensatore dal pensiero,
il conoscitore dal conosciuto. Non trovavamo mai nient'altro che un
nuovo pensiero, una nuova esperienza.
Essere consapevoli,
dunque, è essere consapevoli di pensieri, sentimenti,
sensazioni, desideri e di ogni altra forma di esperienza. Non
c'è mai un momento in cui siamo consapevoli di qualcosa che non
sia esperienza, che non sia un pensiero o un sentimento, ma sia invece
uno sperimentatore, pensatore o senziente. Se è così, che
cosa ci fa pensare che esista una cosa del genere?
Potremmo dire, per esempio, che l'Io
pensante è questo corpo fisico e questa mente. Ma questo corpo
non è in alcun modo separato dai suoi pensieri e dalle sue
sensazioni. Quando abbiamo una sensazione, per esempio una sensazione
tattile, essa è parte del nostro corpo. Quando è in atto
non possiamo distoglierne il corpo, non più di quanto possiamo
allontanarci dal mal di testa o dai nostri piedi. Sinché
è presente, questa sensazione è il nostro corpo, siamo
noi. Possiamo togliere il corpo da una sedia scomoda, non possiamo
distoglierlo dalla sensazione della sedia.
La nozione di un pensatore separato, di un Io
distinto dall'esperienza, è data dalla memoria e dalla
rapidità con cui il pensiero cambia come far ruotare rapidamente
un bastoncino che brucia per dare l'illusione di un cerchio continuo di
fuoco. Se immaginiamo che la memoria sia conoscenza diretta del passato
anziché esperienza presente, abbiamo l'illusione di conoscere
passato e presente contemporaneamente. Questo ci fa pensare che in noi
vi sia qualcosa di distinto sia dalle esperienze passate sia da quelle
presenti. Ragioniamo così: "Conosco quest'esperienza presente e
so che è diversa da quell'esperienza passata. Se posso
confrontarle e osservare che l'esperienza è cambiata, ci
dev'essere qualcosa di costante e separato".
Di fatto,
però, non possiamo confrontare quest'esperienza presente con
un'esperienza passata. Possiamo solo confrontarla con un ricordo del
passato, che è parte dell'esperienza presente. Quando vedremo
chiaramente che il ricordo è una forma di esperienza presente,
diverrà evidente che è impossibile cercare di separarci
da quest'esperienza, proprio com'è impossibile cercare di far
sì che i denti mordano se stessi. C'è semplicemente
l'esperienza. Non c'è qualcosa o qualcuno che sperimenti
l'esperienza! Non sentiamo sentimenti né pensiamo pensieri,
né percepiamo percezioni più di quanto non udiamo
l'udito, vediamo la vista, odoriamo l'odorato. "Mi sento bene",
significa che è presente una sensazione di benessere. Non
significa che c'è una cosa chiamata 'lo' e un'altra cosa
separata chiamata sensazione, per cui, se le mettiamo insieme, questo
'Io' sente il senso di benessere. Non vi sono altre sensazioni che le
sensazioni presenti, e qualsiasi sensazione presente è l'Io. Nessuno ha mai trovato un Io separato da qualche esperienza presente, o qualche esperienza separata da un Io, il che significa semplicemente che 'Io' ed esperienza sono la stessa cosa.
Come pura
argomentazione filosofica questa è una perdita di tempo. Non
stiamo cercando di fare una "discussione intellettuale". Stiamo
prendendo coscienza del fatto che ogni 'Io' separato che pensi i
pensieri e sperimenti le esperienze è un'illusione. Capirlo
è capire che la vita è assolutamente momentanea, che non
c'è né permanenza né sicurezza, che non c'è
alcun 'Io' che possa essere protetto.
C'è una storia
cinese su un uomo che si recò da un saggio e gli disse: "Il mio
spirito non ha pace. Ti prego di placarmelo". Il saggio rispose: "Tira
fuori il tuo spirito (il tuo 'Io') e mettimelo davanti; lo
tranquillizzerò". "Lo vado cercando da molti anni",
replicò l'uomo, "ma non riesco a trovarlo". "Ecco dunque",
concluse il saggio, "che si è placato! ".
Il vero motivo per
cui la vita umana può essere così totalmente esasperante
e frustrante non è l'esistenza di fatti chiamati morte, dolore,
paura o fame. La cosa pazzesca è che, quando questi fatti sono
presenti, noi ci giriamo intorno, ci agitiamo, ci dimeniamo, corriamo
via, tentando di sottrarre l'Io all'esperienza. Fingiamo
d'essere delle amebe e cerchiamo di proteggerci dalla vita dividendoci
in due. La salute mentale, l'interezza e l'integrazione risiedono nella
comprensione che non siamo divisi, che l'uomo e la sua esperienza
presente sono una cosa sola, e che è impossibile trovare un 'Io'
o una psiche separati.
Sino a quando
continuerò a pensare d'essere separato dalla mia esperienza vi
sarà confusione e scompiglio. Per questo non avrò
né consapevolezza né comprensione dell'esperienza, e
quindi nessuna vera possibilità di assimilarla. Per capire
questo istante non devo cercare di separarmene, ma devo esserne
consapevole con tutto il mio essere. E ciò, al pari del
trattenermi dal non respirare per dieci minuti, non è qualcosa
che dovrei fare. In realtà è la sola cosa che posso fare.
Qualsiasi altra cosa è la follia di tentare l'impossibile.
Per capire la musica
dobbiamo ascoltarla. Ma finché pensiamo: "Io sto ascoltando
questa musica" non la sentiamo. Per capire la gioia o la paura dobbiamo
esserne consapevoli in modo totale e indiviso. Finché le diamo
un nome e diciamo: "Sono felice", oppure: "Ho paura", non ne siamo
coscienti. Paura, dolore, afflizione, noia restano problemi se non li
capiamo, ma il capirli richiede una psiche semplice e indivisa. E'
certamente questo il significato dello strano detto: "Se il tuo occhio
è semplice anche tutto il tuo corpo è illuminato".
La pratica della meditazione
tratto da: La Via della Liberazione, di Alan Watts
Edizioni Ubaldini Astrolabio
La pratica della meditazione non è quel che comunemente si intende
per pratica, nel senso di ripetizione intesa a preparare a una qualche prova
futura. Può sembrare strano e illogico dire che la meditazione sotto
forma di yoga, dhyana o za-zen, come è in uso presso gli induisti
e i buddhisti è una pratica priva di scopo nel futuro immediato o
lontano, poiché è l'arte dell'essere completamente centrati
nel qui e ora. "Io non sono addormentato e non c'è nessun posto
in cui voglia andare".
Viviamo in una cultura totalmente stregata dall'illusione del tempo, in
cui il cosiddetto momento presente è sentito come qualcosa di infinitesimale
fra un passato potentemente condizionante e un futuro la cui importanza
è assoluta. Non abbiamo un presente. La nostra coscienza è
quasi totalmente occupata dal ricordo e dall'aspettativa. Non ci rendiamo
conto che non c'è mai stata, non c è e non ci sarà
mai altra esperienza che quella del presente.
Siamo perciò privi di contatto con la realtà. Confondiamo
il mondo di cui si parla, che si descrive e si misura col mondo qual è
in realtà. Siamo sotto l'incantesimo di quegli utili strumenti che
sono i nomi, i numeri, i simboli, i segni, i concetti e le idee. Ecco dunque
che la meditazione è l'arte di sospendere temporaneamente il pensiero
verbale e simbolico, un po' come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni
quando sta per iniziare un concerto.
Limitatevi a stare seduti, chiudere gli occhi e ascoltare tutti i suoni
che possono essere nell'aria, senza provare a identificarli o a definirli.
Ascoltate come ascoltereste la musica. Se vi accorgete che il dialogo mentale
continua, non cercate di interromperlo con la volontà. Limitatevi
a lasciare la lingua rilassata, abbandonata e comoda nella mascella inferiore,
e ascoltate i vostri pensieri come ascoltereste gli uccelli che cinguettano
fuori dalla finestra, puro rumore nella vostra testa: i pensieri alla fine
si placheranno da soli, come uno stagno agitato e fangoso si calma e torna
limpido se non lo si disturba.
Ancora, prendete coscienza del vostro respiro e lasciate che i vostri polmoni
funzionino al ritmo loro congeniale. E per un po' restate semplicemente
ad ascoltare e sentire il respiro. Ma, se possibile, non chiamatelo così.
Limitatevi a vivere l'evento non verbale. Si può obiettare che questa
non è meditazione 'spirituale' ma semplice attenzione al mondo fisico:
si dovrebbe però comprendere che spirituale e fisico sono soltanto
idee, concetti filosofici, e che la realtà di cui ora avete coscienza
non è un'idea. Di più, non c'è in voi un io che ne
è cosciente. Anche quella era solo un'idea. Potete udirvi in ascolto?
E adesso cominciate a lasciar 'cadere' il vostro respiro all'esterno, lentamente
e comodamente. Non sforzate né tendete i polmoni, ma lasciate che
il respiro esca allo stesso modo di quando vi abbandonate in un letto accogliente.
Lasciatelo semplicemente andare, andare, e andare. Non appena c'è
un minimo sforzo, fatelo semplicemente rientrare come un riflesso, senza
pressioni o strappi. Non pensate all'orologio. Non pensate a contare. Mantenete
semplicemente questo stato tanto a lungo quanto dura il senso di beatitudine
che dà.
Usando il respiro in questa maniera, scoprite come produrre energia senza
forza. Ad esempio, una delle tecniche (in sanscrito upaya) usate per quietare
la mente pensante e il suo meccanico chiacchiericcio è nota come
mantra - che è il salmodiare un suono in quanto suono, piuttosto
che per il significato. Per cui cominciate a emettere un'unica nota sull'onda
dell'espirazione, all'altezza che vi viene più facile. Gli induisti
e i buddhisti usano per questa pratica sillabe come OM, AUM (cioè
HUNG), e i cristiani possono preferire AMEN O ALLELUIA, i mussulmani ALLAH
e gli ebrei ADONAI: sostanzialmente non fa differenza, dal momento che ciò
che conta è solo e unicamente il suono. Come i Buddhisti Zen potreste
usare semplicemente la sillaba Mu (~). Scegliere questa sillaba, e lasciate
che la vostra coscienza sprofondi giù, giù, giù dentro
il suono fino a quando non provate più nessun senso di sforzo.
Soprattutto, non puntate a un risultato, a un improvviso cambiamento di
coscienza o al satori: l'essenza della pratica della meditazione è
tutta nel concentrarsi su ciò che È, non su ciò che
dovrebbe o potrebbe essere. Il problema è: non usare la forza per
svuotare la mente, o per concentrarsi su un punto di luce o altro, anche
se, fatto senza accanimento, queste cose possono essere meravigliose.
Quanto dovrebbe durare tutto ciò? La mia idea, forse non ortodossa,
è che lo si possa far durare fintanto che non c'è sensazione
di sforzo - e può voler dire arrivare a trenta o quaranta minuti
a seduta; dopo di che vorrete tornare allo stato di normale riposo e distrazione.
Sedendo per meditare, è bene mettere sul pavimento un cuscino abbastanza
consistente, tenere la spina dorsale diritta ma non rigida, tenere le mani
in grembo - a palme in alto - poggiare morbidamente l'una sull'altra e sedere
a gambe incrociate nella posizione del Buddha, nella postura del mezzo 'loro'
o del loto completo, o inginocchiati e seduti all'indietro sui calcagni.
'Loro' significa che uno o entrambi i piedi poggiano, con la pianta rivolta
verso l'alto, sulla coscia opposta. Queste posture sono leggermente scomode,
ma hanno, proprio per questo, il vantaggio di tenervi desti.
Può accadere che nel corso della meditazione abbiate visioni stupefacenti,
idee abbaglianti e meravigliose fantasie. Può anche succedervi di
avere l'impressione di stare per diventare chiaroveggenti, o di poter lasciare
il corpo e viaggiare a volontà. Ma tutto ciò è distrazione.
Lasciatelo stare e osservate semplicemente cosa accade ADESSO. Non si medita
per acquistare poteri straordinari:
infatti, se riusciste a diventare onnipotenti e onniscienti, che fareste?
Non ci sarebbero ad attendervi altre sorprese, e tutta la vostra vita sarebbe
come far l'amore con una donna di plastica. Attenti, quindi, a tutti quei
guru che promettono 'meravigliosi risultati' e altri futuri benefici dal
loro insegnamento. Ciò che importa veramente è rendersi conto
che il futuro non esiste, e che il vero senso della vita è l'esplorazione
dell'eterno presente. FERMATEVI, GUARDATE e ASCOLTATE!
Si racconta che un uomo andò dal Buddha con un'offerta di fiori in
ambo le mani. Il Buddha disse: "Lascialo cadere!". Per cui egli
fece cadere i fiori che aveva nella mano sinistra. Il Buddha disse ancora:
"Lascialo cadere!", ed egli lasciò cadere i fiori che teneva
nella mano destra. Ma il Buddha disse: "Lascia cadere quello che non
hai né a sinistra né a destra ma al centro!". E l'uomo
fu di colpo illuminato.
È meraviglioso avere la sensazione che tutto ciò che vive
e che si muove sta cadendo o segue la gravità. Dopotutto, la terra
sta cadendo intorno al sole, e a sua volta il sole sta cadendo intorno a
qualche altra stella. Poiché l'energia è semplicemente il
prendere la via della minima resistenza. L'energia è nella massa.
La potenza dell'acqua è nel seguire il suo stesso peso. Tutto viene
a colui che ha peso.
Le Ossa dello Zen, di Allan Watts
(Edizioni Ubaldini Astrolabio, Roma)
Una volta uno studente zen citò al proprio maestro questa antica
poesia buddhista:
Le voci dei torrenti provengono da un'unica grande lingua
I leoni delle colline sono il puro corpo del Buddha. "Non è
così?", chiese lo studente. "Sì", rispose il
maestro, "ma è davvero un peccato metterla in questi termini".
Sarebbe stato molto meglio se tale occasione fosse stata celebrata col più
totale silenzio. Se dovessi rivolgervi la parola nello stile dei vecchi
maestri zen, dovrei dare una botta sul microfono e andarmene. Penso però
che siccome tutti voi avete contribuito al mantenimento del Mountain Zen
Center nella speranza di imparare qualcosa, io devo dirvi qualche parola,
sebbene debba avvertirvi che spiegandovi queste cose vi espongo al rischio
di una solenne presa in giro. Ora, se io vi permettessi di lasciare questa
sala stasera con l'idea di aver capito qualcosa dello zen, avreste mancato
completamente il bersaglio. Lo zen è uno stile di vita, una condizione
dell'essere, che non è possibile ridurre a nessuna forma concettuale.
Qualsiasi concetto, idea o parola io volessi trasmettervi stasera non potrebbe
avere altro obiettivo che dimostrare la limitatezza delle parole e del pensiero.
Dovendo improvvisare qualcosa sullo zen, e voglio proprio provare a farlo
a guisa d'introduzione, è importante che io metta l'accento sul fatto
che lo zen, nella sua essenza. non è una dottrina. Non c'è
proprio nulla in cui ci venga chiesto di credere, e non si tratta di una
filosofia, almeno secondo l'accezione più comune del termine. Non
è quindi un sistema di idee, una rete intellettuale attraverso la
quale si prova a catturare il pesce della realtà. Anzi, il pesce
della realtà assomiglia più che altro all'acqua: scivola sempre
tra le maglie della rete, e come l'acqua, quando lo si incontra non c'é
nessun appiglio per afferrarlo. Naturalmente l'universo intero è
come l'acqua: è fluido, è fugace, è mutevole. Un uomo
gettato in mare che non conosce altro che la vita sulla terraferma, che
non ha alcuna dimestichezza con l'idea di nuotare, prova a tenersi sopra
l'acqua. Cerca di aggrapparsi all'acqua, e il risultato è che annega.
Mi riferisco in particolare alle acque della confusione filosofica moderna,
nella quale dio è morto, ogni affermazione metafisica è priva
di senso, e non c'è nulla a cui aggrapparci semplicemente perché
stiamo crollando. In tali circostanze l'unico modo per sopravvivere è
imparare a nuotare: ci si rilassa, si lascia la presa e ci si abbandona
all'acqua. Bisogna sapere respirare nel modo corretto, ma una volta capito
che l'acqua ci sostiene, in un certo senso diventiamo davvero l'acqua.
Se si dovesse provare (ripeto, in modo fuorviante) a illustrare lo zen con
una qualche forma concettuale, si potrebbe ridurlo a queste poche parole:
il nostro universo è pregno di una grande energia e non sappiamo
come chiamarla. Gli uomini hanno escogitato diversi nomi dio Brahman e tao
tanto per fare qualche esempio ma in occidente il termine dio ha talmente
tante associazioni ridicole che la maggior parte della gente non ne può
più. Quando qualcuno dice Dio padre onnipotente la maggior parte
degli ascoltatori si sente in imbarazzo e quindi e necessario trovare nuove
parole Ci piacciono quegli strani nomi che vengono dall'Estremo Oriente,
come tao, Brahman o tathata, perché non hanno le stesse associazioni
che ci riportano alla più sdolcinata santimonia, o agli strani significati
che appartengono al passato. In realtà, alcune delle parole usate
dai buddhisti per indicare l'energia fondamentale del mondo non hanno alcun
senso. La parola tathata, che è il termine sanscrito per 'talità,
quiddità,' o 'vastità, in realtà significa qualcosa
del tipo: 'da-da-da', sulla base della parola tat, che in sanscrito vuol
dire 'quello'. Sempre in sanscrito, l'esistenza viene descritta come 'tat
tvam asi', 'quello voi siete', ovvero, in un linguaggio corrente, 'tu sei
quello'. Però da-da-da è il primo suono che viene emesso dal
neonato, allorché si guarda intorno e dice proprio: "Dada-da-da-da
, ovvero Quello, quello, quello, quello, quello! . I padri se ne compiacciono,
pensando che il piccolo con quel 'da-da' voglia dire 'daddy', invece, secondo
la filosofia buddhista, tutto l'universo è da-dada, vale a dire diecimila
funzioni, diecimila cose, ovvero una talità, nella quale ci ritroviamo
tutti.
La talità muta a seconda delle circostanze, come ogni altra cosa,
perché questo nostro mondo è un sistema che funziona a intermittenza.
I cinesi lo chiamano yin e yang, qualcosa basato sull'adesso ti vedo, adesso
non ti vedo, ci sei, non ci sei. La natura stessa dell'energia è
simile all'onda, e sappiamo bene che le onde hanno una cresta e un ventre.
Tuttavia, qualcosa, perché non c'è niente da cercare. La domanda
a questo punto è: "Sto ancora cercando? Ho capito?"
Tale conoscenza non è un genere di sapere che può essere posseduto,
né qualcosa che si è imparato a scuola, o che può essere
attestato da un diploma. Si tratta di un genere di conoscenza nel quale
non c'è nulla da ricordare né nulla da ridurre in formule.
È qualcosa che conosciamo meglio quando affermiamo di non conoscerlo
affatto, perché vuoi dire che non lo stiamo afferrando, non stiamo
cercando di tenerlo ben stretto come se si trattasse di un concetto. Non
è assolutamente necessario farlo, e se dovessimo provarci, sarebbe
come provare a 'mettere le gambe a un serpente' o 'far crescere la barba
a un eunuco', tanto per usare qualche esempio zen, o, come diremmo noi,
'raddrizzare le zampe ai cani'. Sembra piuttosto facile, non vi pare? Vorrebbe
forse dire che tutto ciò che dobbiamo fare è rilassarci? Che
non c'è più bisogno di andare in giro in cerca di qualcosa,
che possiamo abbandonare la religione, la meditazione, questo e quello e
quell'altro ancora, e tirare avanti vivendo come più ci piace? Ecco
come un padre risponde al figlio che continua a chiedere:
"Perché, perché, perché?". "Perché
dio ha fatto l'universo?". "Chi ha creato dio?". "Perché
gli alberi sono verdi?". Alla fine quel padre esclama: Oh piantala,
e mangia la tua merenda". Ma non è così semplice. Tutta
questa gente che cerca di realizzare lo zen per mezzo del non fare nulla
in quella direzione, sta ancora cercando disperatamente di trovano ed è
sulla strada sbagliata. C'è un'altra poesia che dice: "Non puoi
ottenerlo pensando, non puoi afferrano non pensando"; in altre parole:
"Non si può afferrare il significato dello zen cercando di fare
qualche passo in quella direzione, ma allo stesso modo è impossibile
penetrarne il significato evitando di muoversi in quella stessa direzione".
Si tratta di due diversi tentativi di allontanarci da dove siamo, qui e
ora, per dirigerci altrove Il fatto è che possiamo giungere a una
comprensione di ciò che chiamo 'talità' solo cercando di essere
completamente qui, e per essere completamente qui non è necessario
alcun espediente, né espedienti attivi né espedienti passivi,
perché in entrambi i casi staremmo cercando di allontanarci dal momento
presente.
È difficile comprendere un linguaggio come questo, e tuttavia per
arrivare a capire di cosa si tratti c'è solo un prerequisito assolutamente
necessario: smettere di pensare. Ora, in ciò che dico non c'è
la minima intenzione di anti-intellettualità, perché io penso
molto, parlo molto, scrivo molti libri e sono una specie di stupido erudito.
In ogni caso sapete bene che se passiamo tutto il tempo a parlare, non ci
sarà possibile ascoltare nulla di quanto gli altri vogliono dirci,
e quindi tutto ciò di cui potremo disquisire sarà il nostro
soliloquio. Lo stesso vale per le persone che pensano di continuo. Uso il
verbo 'pensare' per indicare il parlare tra sé e sé, una conversazione
interiore, il costante chiacchiericcio di simboli, immagini, discorsi e
parole all'interno del nostro cranio. Ora, se lo facciamo di continuo, scopriremo
che non abbiamo null'altro a cui pensare oltre al pensiero stesso, e se
da un lato è necessario smettere di parlare per poter ascoltare ciò
che gli altri hanno da dire, dall'altro è necessario smettere di
pensare per scoprire cos'è la vita. Nel momento in cui smettiamo
di pensare, entriamo immediatamente in contatto con quello che Alfred Korzybski
ha così splendidamente definito 'il mondo inesprimibile', ovvero
il mondo non-verbale. Qualcuno lo chiamerebbe 'mondo fisico', ma tali termini,
'fisico', 'non-verbale' e 'materiale' sono tutte forme concettuali, mentre
non si tratta affatto di un concetto. Non è neppure un rumore, è
semplicemente 'quello'. Se ci apriamo a quel mondo scopriamo tutt'a un tratto
che tutte le cosiddette differenze tra noi stessi e gli altri, tra la vita
e la morte, il piacere e il dolore, sono puramente concettuali e non hanno
esistenza. Nel mondo che è semplicemente 'quello' non esistono affatto.
In altri termini, se vi colpisco con sufficiente forza, 'Ahi', non sentite
dolore. Se siete nella condizione denominata 'non pensiero', c'è
una determinata esperienza, ma non la chiamate 'dolore'. Quando eravamo
piccoli, e gli altri bambini ci picchiavano, scoppiavamo a piangere e loro
ci dicevano: "Non piangere", perché volevano farci male
ma nello stesso tempo non volevano farci piangere. Ecco perché nello
zen c'è la pratica detta zazen, ovvero la meditazione seduta zen.
Nel buddhismo si parla delle quattro nobili posture dell'uomo: camminare,
stare eretti, sedere e coricarsi; connesse a queste, oltre allo zazen, ci
sono altri tre generi di zen: il modo zen di stare eretti, di camminare
e di coricarsi. Viene detto: "Quando siedi, siedi; quando cammini,
cammina; ma qualsiasi cosa tu faccia non esitare" Naturalmente, potete
anche esitare ma occorre farlo bene
Quando al vecchio maestro Hyakujo venne chiesto in che cosa consistesse
lo zen, questi rispose Quando ho fame mangio Quando ho sonno, dormo".
Il postulante controbatte Beh ma non e ciò che fanno tutti? Non sei
proprio come gli esseri ordmari" Oh no rispose il maestro, "gli
esseri ordinari non fanno nulla del genere quando hanno fame non si accontentano
di mangiare, ma pensano a ogni genere di cose. Quando sono stanchi non si
accontentano di dormire, ma passano da un sogno all'altro". So che
non piacerà ai seguaci di Jung, ma arriva un momento in cui si smette
semplicemente di sognare e non ci sono più sogni, di conseguenza
si dorme come un sasso. È proprio per questo che lo zazen, ovvero
il 'sedere zen', è una cosa ottima per il mondo occidentale. Abbiamo
corso più del necessario. Non c'è problema, perché
siamo stati attivi, e col nostro agire abbiamo ottenuto un sacco di cose
positive. Tuttavia, ecco cosa ci ha suggerito Aristotele molto tempo fa,
uno dei suoi migliori suggerimenti: "Lo scopo dell'azione è
la contemplazione". In altri termini, a che fine essere sempre, continuamente,
terribilmente occupati? Quando la gente è indaffarata, pensa che
arriverà da qualche parte, che riuscirà a raggiungere la meta
prefissata e a ottenere qualcosa. C'è davvero un valido motivo per
agire se sappiamo che non stiamo andando da nessuna parte, e se sappiamo
agire nello stesso modo in cui danziamo, cantiamo o suoniamo, allora davvero
non stiamo andando in nessuna direzione. Stiamo semplicemente compiendo
l'azione pura. Se d'altra parte vogliamo agire con l'idea che in seguito
a tale azione arriveremo in qualche posto, in cui tutto sarà perfetto,
ecco che siamo ricaduti nella ruota della gabbia dello scoiattolo: condannati
senza speranza a ciò che nel buddhismo prende il nome di samsara,
la ruota, o rincorsa, della nascita e della morte. È questa la conseguenza
del pensare di arrivare da qualche parte. Ci siamo già, e solo una
persona che ha scoperto di esserci già è davvero in grado
di agire. Una persona del genere non agisce in modo convulso con l'idea
di arrivare da qualche parte. Può arrivarci con la meditazione camminata,
e cioè con un camminare che non è motivato dall'incontenibile
fretta di raggiungere la propria destinazione, ma perché camminare
è in sé stupendo e camminare è in sé meditazione.
Osservare i monaci zen è uno spettacolo molto affascinante, perché
hanno un modo di camminare che non ha pari in tutto il Giappone. La maggior
parte della gente se ne va in giro strascicando i piedi; se invece è
vestita all'occidentale sfreccia via come facciamo noi. I monaci zen hanno
nel loro camminare un dondolio caratteristico: si ha quasi l'impressione
che camminino come i gatti. C'è un qualcosa nel loro stile che indica
la mancanza di esitazioni: vanno per la loro strada normalmente, ma il loro
camminare è un camminare e basta. Non si può agire creativamente
se non sulla base della più assoluta calma, con la mente capace di
tanto in tanto di smettere di pensare.
A prima vista la pratica seduta può sembrare molto difficile, perché
se ci si siede nel modo buddhista, le gambe iniziano a far male. Inoltre
molti occidentali ben presto si innervosiscono, perché trovano noioso
stare seduti a lungo. La ragione per cui lo trovano noioso è che
stanno ancora pensando; se non pensassero non potrebbero rendersi conto
del passare del tempo. Invece il mondo osservato senza il rumore di fondo
del chiacchiericcio mentale diventa interessantissimo, anziché noioso.
Le visioni, i suoni e gli odori più comuni, così come il succedersi
delle ombre sulla porta di fronte a noi, tutte queste cose esistono senza
essere nominate, senza che si dica: "Ecco un'ombra, quello è
rosso, quello è marrone, quello è il piede di qualcuno".
Se riusciamo finalmente a smettere di nominare le cose, cominciamo a vederle.
Quando una persona dice: "Vedo una foglia", immediatamente si
pensa a una cosa di forma appuntita con una sagoma dai bordi scuri e l'interno
verde pallido. Non c'è nessuna foglia che sia fatta davvero così.
No, le foglie non sono verdi. Ecco perché Lao-tzu disse: 'I cinque
colori accecano l'occhio dell'uomo. Le cinque note assordano l'orecchio
dell'uomo"
Se possiamo vedere solo cinque colori, siamo ciechi; se nella musica possiamo
sentire solo cinque note, siamo sordi. Se riduciamo ogni suono a una delle
cinque note, e ogni colore a uno dei cinque colori, siamo sordi e ciechi.
Il mondo dei colori è senza limiti, così come lo è
il mondo dei suoni. Solo smettendo di classificare le percezioni del mondo
dei colori e dei suoni possiamo veramente iniziare a vedere e ascoltare.
È la disciplina, se posso permettermi l'audacia di usare tale termine,
dello zazen (o meditazione) che produce la straordinaria capacità
dei praticanti zen di sviluppare grandi arti come il giardinaggio, la cerimonia
del tè, la calligrafia e i grandiosi dipinti della dinastia Song
e della tradizione giapponese suini-e. I maestri zen ritrovano la magia
nelle cose più semplici della vita quotidiana, in particolar modo
nella cerimonia del tè, o chanoyu, che in giapponese vuoi dire 'acqua
calda per il tè'. Per citare le parole del poeta Ho Koji: "Poteri
meravigliosi e attività sovrannaturali: attingere l'acqua, portare
la legna".
Sapete che talvolta, ripetendola all'infinito, si può rendere una
parola priva di senso? Prendete per esempio la parola sì'. Sì.
Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì.
Sì. Diventa ridicola. Ecco perché nell'addestramento zen si
usa la parola mu, che vuol dire 'no'. Se ripetiamo questa parola per molto
tempo, finché cessa di avere significato, diventa magica, e quello
è il suono. Il modo più semplice per smettere di pensare è
innanzitutto pensare a qualcosa che non abbia significato. Ora, naturalmente,
parlandovi di mu, oppure del 'sì', del contare il respiro oppure
dell'ascoltare un suono privo di significato, quello che voglio è
farvi smettere di pensare per lasciarvi affascinare dal suono. In seguito,
approfondendosi la vostra concentrazione, giungerete a un punto nel quale
il suono scompare e sarete completamente aperti. A quel punto ci sarà
una specie di preliminare del cosiddetto sa tori, e penserete: 'Accidenti,
eccolo!". Sarete così felici che vi metterete a passeggiare
per aria. Quando chiesero a Daisetsu Suzuki a cosa assomigliasse il satori,
rispose: "Beh, è come ogni altra esperienza quotidiana, solo
che si sta a quattro dita da terra". C'è un altro detto secondo
il quale lo studente che ha raggiunto il satori precipita all'inferno dritto
come una freccia. Se si ha un'esperienza spirituale, sia attraverso lo zazen
sia per mezzo di qualsiasi altra cosa che porti comunque a tale esperienza
e si prova ad afferrarla, dicendo. "Ecco, ci sono arrivato...",
in un lampo la si perde, vola via, perché nell'istante in cui si
prova ad agguantare una cosa vivente, questa scivola via, come l'acqua tra
le dita. Più stringiamo il pugno, più ci sfugge tra le dita;
non c'è niente da afferrare perché non c'è bisogno
di afferrare nulla: l'abbiamo sempre avuto sin dall'inizio.
Naturalmente è possibile ottenere tale esperienza con diversi metodi
di meditazione. Il problema sono quelle persone che una volta conclusa l'esperienza
se ne vantano. Dicono: "L'ho visto". Le persone che studiano lo
zen e si vantano con gli amici della lunghezza delle loro sedute e del dolore
alle gambe, ripetendo com'è stata dura, sono altrettanto intollerabili.
La disciplina dello zen non è intesa come qualcosa di volutamente
duro, e non viene mantenuta con spirito masochista e con l'ottica puritana
che la sofferenza è qualcosa di positivo. Quando andavo a scuola,
in Inghilterra, la premessa educativa fondamentale era che la sofferenza
formasse il carattere. Di conseguenza tutti gli studenti più anziani
erano liberi di malmenare i più giovani, con la coscienza perfettamente
a posto, perché dopotutto gli stavano facendo un favore. Era considerata
una cosa utile perché in tal modo i giovani potevano rafforzare il
loro carattere. Per colpa di un tale atteggiamento la parola 'disciplina'
ha iniziato ad assumere una pessima fama, e l'ha conservata per lungo tempo.
Nei confronti della disciplina zen, invece, dobbiamo mantenere un atteggiamento
completamente nuovo, perché senza la sua quiete e la sua funzione
pacificante la vita diventerebbe caotica. Quando alla fine giungiamo a lasciar
andare tutto, dobbiamo stare maledettamente attenti a non scioglierci e
divenire completamente liquidi, perché non c'è più
nulla a cui afferrarci. Quando capita di chiedere alla gente di sdraiarsi
a terra e rilassarsi, si scopre che la maggior parte è piena di tensioni,
perché non crede davvero che il pavimento la sosterrà, e quindi
continua a fare uno sforzo per tenersi su. Molti sono in ansia e hanno paura
che se non si tengono su, per quanto ci sia sempre il suolo a sostenerli,
improvvisamente si trasformeranno in una pozzanghera e goccioleranno via
in tutte le direzioni. D'altro canto ci sono persone che, non appena gli
viene chiesto di rilassarsi, si afflosciano come uno straccio. Ora, l'organismo
umano è una complessa combinazione di parti dure e molli, di carne
e ossa. Nello zen c'è un aspetto che non ha niente a che vedere né
col fare né col non-fare, e che tuttavia riguarda il semplice fatto
che noi siamo quello e non dobbiamo cercarlo: questa è la carne dello
zen. C'è poi l'aspetto nel quale possiamo tornare al mondo con un
atteggiamento di non-ricerca, sapendo che siamo quello e tuttavia evitando
di crollare: qui ci vogliono le ossa dello zen. Farsi le ossa dello zen
è una delle cose più difficili.
Una certa generazione di cui noi tutti siamo a conoscenza si fece una certa
idea dello zen e cominciò uno stile di pittura e di scultura, nonché
di vita, in cui tutto era permesso. Credo che ormai siamo guariti da quella
fase. I nostri pittori stanno cominciando a tornare all'idea di bellezza,
allo splendore della chiarezza espressiva e dei colori vividi. e non c'è
stato nulla di simile sin dalle vetrate di Chartres. È un buon segno,
ma richiede la presenza di un senso di libertà nella nostra vita
quotidiana. Non sto parlando della semplice libertà politica. Mi
riferisco alla libertà che è provocata dal sapere che si è
quello, per sempre, senza limiti, e sarà così bello quando
arriverà la morte, perché ci sarà un cambiamento, ma
quello tornerà in qualche altra forma. Se abbiamo capito tutto ciò,
se abbiamo penetrato la natura del miraggio universale, a quel punto dobbiamo
stare attenti, perché possiamo avere in noi dei semi di ostilità,
semi di orgoglio, semi che ci spingono a voler umiliare gli altri, o a voler
semplicemente sfidare le normali regole della vita. Ecco perché nei
monasteri zen ai novizi vengono assegnati i compiti più leggeri,
e più anziani si è, più sono impegnativi i propri doveri.
Per esempio, spesso la pulizia della toilette tocca al roshi. Vediamo in
ciò una splendida concezione estetica, molto raffinata, perché
proprio il rispetto continuo di tale ordine evita che tutta l'energia contenuta
nel sistema ci dia alla testa. La comprensione dello zen, la comprensione
del risveglio, ovvero la comprensione dell'esperienza mistica è una
delle cose più pericolose al mondo, e per la persona che non può
contenerla, equivale a far passare una corrente di un milione di volt in
un rasoio elettrico. Si esce fuori di testa e fuori si rimane.
Chi esce in questo modo viene definito pratieka-buddha: uno che penetra
nel mondo trascendente e non torna più indietro. Dal punto di vista
del buddhismo ha commesso un errore, perché nel buddhismo non c è
differenza fondamentale tra il mondo trascendente e il mondo di tutti i
giorni. Il Bodhisattva non raggiunge il nirvana e vi resta poi perpetuamente;
torna indietro e vive una normale vita quotidiana, per aiutare gli altri
esseri a comprendere anche loro. Non che torni indietro perché ha
preso una sorta di solenne impegno ad aiutare l'umanità, o per una
qualsiasi altra pia inclinazione. Torna perché ha visto che i due
mondi sono identici, e vede tutti gli altri esseri come Buddha. Per usare
una frase di G. K. Chesterton: "Ora per strada qualsiasi cenno umano
sembra una gran cosa, una ben strana democrazia, un milione di maschere
di dio". È fantastico osservare la gente e scoprire che in realtà,
nel loro intimo, sono illuminati e sono quello, sono i volti del divino.
Ci guardano e dicono:
"Oh no, ma io non sono divino, sono un semplice e ordinario me stesso".
Noi torniamo a osservarli in quel modo curioso e scopriamo la natura Buddha,
che ci viene incontro dal loro sguardo mentre dicono che non lo e, e lo
dicono con assoluta sincerità. Ecco perché quando ci troviamo
a faccia a faccia con un grande guru, con un maestro zen, questi ci osserva
con quel suo strano sguardo. Gli diciamo: "Maestro, ho un problema.
Sono veramente confuso e non capisco". Lui ci scruta ancora in quel
modo particolare, finché pensiamo: "Povero me! Sta leggendo
i miei pensieri più nascosti. Sta guardando tutte le mie negatività,
la mia codardia, tutti i miei difetti". Niente di tutto ciò.
Non è nemmeno interessato a quelle cose. Volendo usare una terminologia
Induista, sta osservando lo Shiva in noi e gli sta dicendo: "Mio dio,
Shiva, perché non vieni fuori?".
Il Bodhisattva, al contrario del pratieka-buddha, non si rifugia in un'estasi
permanente, non entra in una specie di samadhi catatonico. Non che io voglia
criticare tali condizioni: ci sono persone che possono farlo perché
è la loro vocazione, la loro specialità. Proprio come una
cosa lunga è il corpo lungo del Buddha e una cosa breve è
il corpo breve del Buddha, se giungiamo davvero a comprendere lo zen, ci
rendiamo conto che l'idea buddhista di illuminazione non è inclusa
nella nozione di trascendente. Né d'altra parte è inclusa
nella nozione di ordinario, o in termini quali finito e infinito, eterno
o temporale: sono tutti concetti.
Non sto parlando di regolare la normale vita quotidiana secondo una prospettiva
metodica e ragionevole; non vi sto dicendo: "Se foste delle brave persone,
ecco come dovreste comportarvi". Per amor di dio, non cercate di essere
'brave persone'. Ma se non possedete quella struttura fondamentale basata
su un certo tipo di ordine e di disciplina, allora la forza della liberazione
fa esplodere il mondo: e una corrente troppo forte, che un semplice cavo
elettrico non può reggere.
Quindi diventa terribilmente importante andare oltre la prospettiva dell'estasi.
Sì, l'estasi è carne soffice e amabile, da abbracciare e baciare,
e in ciò non c'è niente di male. Tuttavia, oltre l'estasi
ci sono le ossa, ciò che chiamiamo la dura realtà dei fatti,
ciò che ci accade nella vita quotidiana. Non dovremmo dimenticarci
di citare i fatti più piacevoli, e ce ne sono molti. Ma la realtà
nuda e cruda, il mondo percepito nella condizione ordinaria, quotidiana,
della nostra coscienza non è differente dal mondo dell'estasi suprema.
Supponiamo che, come spesso accade, la nostra concezione dell'estasi sia
riferita all'interiorità, al percepire una luce. C'è una poesia
zen che dice: "L'improvviso scoppio del tuono, le porte della mente
che cedono e si spalancano, e là siede un vecchio ordinario".
C'è quest'improvvisa visione, il satori, le porte della mente si
aprono ed ecco che nel mezzo della scena c'è un vecchio, una persona
ordinaria. Il nostro piccolo sé. Lampi, una cascata di scintille.
Nel tempo di un batter di ciglia non siamo stati in grado di vedere. Perché?
Perché la luce è qui; la luce... Ogni mistico del mondo ha
visto la luce, quella brillante energia fiammeggiante che è rinchiusa
in ogni cosa, più brillante di migliaia di soli. Ora provate: immaginate
di percepirla, proprio come potreste vedere l'aura intorno ai Buddha, proprio
come se si trattasse della visione beatifica di Dante alla fine del suo
viaggio nel paradiso. Vivida, davvero vivida, una luce così brillante
che è come la chiara luce del vuoto nel Libro dei Morti tibetano;
qualcosa di così brillante da superare persino la luce stessa. La
vedete ritirarsi, e ai margini c'è come una grande stella, che diventa
un bordo di colore rosso, e poi arancione, giallo, verde, blu, indaco e
viola; vedete apparire quel grande mandala, come un grande sole. Oltre il
viola c'è il nero, un nero che ricorda l'ossidiana, non una tinta
opaca, ma quasi trasparente, come lacca. Ancora, dal nero scaturisce il
suono, proprio come dallo yin viene lo yang. Assieme alla luce bianca c'è
un suono così formidabile che non riuscite a sentirlo, così
perforante da far saltare le orecchie. Quindi, insieme ai colori il suono
discende la scala degli intervalli armonici, sempre più giù
sino a raggiungere un profondo rimbombo, talmente vibrante da diventare
qualcosa di solido, e si comincia a percepirne l'analoga gamma strutturale.
Ora, per tutto questo tempo avete continuato a osservare una specie di fenomeno
radiante, che però dice:
Sai, non è tutto qui quello che so fare", al che i raggi prendono
a muoversi, a danzare, e in modo del tutto naturale anche il suono comincia
a scuotersi, a oscillare, così come capita. Poi le strutture iniziano
a mutare, e dicono: "Bene, sei stato qui a osservare questa cosa mentre
continuavo a descriverla fino al limite delle due dimensioni. Ora aggiungiamo
una terza dimensione, ti arriverà proprio ora". Nel frattempo,
continua: "Non stiamo procedendo solo così, muovendoci in questo
modo, ora facciamo qualche piccolo ghirigoro, e poi in circolo, così
. E prosegue: Bene, non è che l'inizio, possiamo andare dappertutto,
fare angoli retti e giravolte", all'improvviso potete vedere tutto
sin nei minimi dettagli che diventano talmente intensi da poter contenere
molte piccole figure all'interno di quella che pensavate fosse originariamente
la figura principale. Il suono comincia a evolversi, raggiungendo una sorprendente
complessità, onnipervadente, e tutto questo fenomeno continua ad
andare avanti, avanti, avanti, finché pensate di stare per uscire
di testa, e all'improvviso diventa... Ma sì, siamo noi, seduti qui
intorno. Grazie, grazie di cuore.
Taoismo e Zen
Secondo me la vita è un processo spontaneo. Il termine cinese
per "natura" è tzu-jan, che, significa "ciò
che è spontaneamente quello che è", "ciò
che accade". E' ben curioso che sia proprio la nostra grammatica, la
stessa che regola tutte le principali lingue europee, ad impedirci di immaginare
un processo che accade spontaneamente. Ogni verbo deve avere un pronome
per soggetto, deve avere un agente, e noi di norma pensiamo che una cosa
non sia al proprio posto se non c'è qualcuno o qualcosa che le assegna
quel posto, se non c'è un responsabile; di conseguenza l'idea di
un processo che avviene totalmente da solo ci spaventa: ci sembra che manchi
l'autorità. " .... "Quello di cui sto parlando è
il nostro senso d'identità, il nostro senso d'alienazione, e le complicazioni
in cui ci cacciamo vedendo la nostra sopravvivenza come un dovere."
.... " Sapere d'essere Dio è il marchio della follia. E' assolutamente
tabù, particolarmente nella religione cristiana. Per averlo saputo,
Gesù fu crocifisso e i cristiani hanno detto: "D'accordo, Gesù
era Dio, ma finiamola qui. Nessun altro".Il Vangelo è la rivelazione
per noi tutti di qualcosa che gli indiani hanno sempre saputo: "Tat
tvam asi", tu sei quello! Se Gesù fosse vissuto in India, si
sarebbero congratulati con lui per aver scoperto d'essere Dio, anziché
crocifiggerlo. Ci sono stati molti in India che hanno saputo d'essere Dio
sotto mentite spoglie. Sri Ramakrishna, Srí Ramana Maharshi, Krishna
e il Buddha: tutti costoro l'hanno scoperto, poiché non è
una rivendicazione esclusíva che uno avanza per sé, d'essere
quello, tutti sono quello, e nel momento in cui uno guarda negli occhi dell'altro
vede l'universo che lo guarda a sua volta. Per cui siamo in una situazione
ín cui è tabù sapere d'essere Dio, e non dobbiamo ammettere
che sappiamo chi siamo, in modo da avere l'emozione, l'effetto mozzafiato
del sentirci perduti, sentirei alienati, sentirci soli, privi, d'appartenenza.
Nel linguaggio quotidiano noi affermiamo che veniamo al mondo, ma in realtà
non facciamo nulla del genere. In realtà proveniamo dal mondo. Proprio
come il frutto che proviene dall'albero, l'uovo dalla gallina, il neonato
dal grembo della madre, noi siamo sintomatici dell'universo. Esattamente
come nella retina ci sono miriadi di piccole terminazioni nervose, noi siamo
le terminazioni nervose dell'universo. E succedono cose affascinanti. Dal
momento che noi siamo tanti, l'universo ha tante facce; per cui il suo punto
di vista di se stesso non sarà di pregiudizio. Siamo qui e vogliamo
scoprire cosa succede intorno a noi. Guardiamo attraverso i telescopi per
scoprire le cose più remote, e attraverso i microscopi per scoprire
il cuore delle cose; e quanto più sofisticati si fanno i nostri strumenti
tanto più precipìtosamente il mondo ci sfugge. Quanto più
potenti diventano i nostri telescopi tanto più l'universo si espande.
Siamo noi stessi che sfuggiamo a noi stessi. Sapete, alcuni anni fa pensavamo
di esserci riusciti. Avevamo trovato una cosa chiamata atomo e sembrava
fatta. Ma a quel punto, hop!, salta fuori l'elettrone. E dopo ancora, bang,
il protone. E superate tutte quelle cose, ecco arrivarne ogni sorta di nuove:
mesoni, antiparticelle, e via via sempre peggio. Siamo un sistema autosservante
che somiglia al serpente, l'uroboro, che si morde la coda e cerca di ingoiarsi
per scoprire cos'è. E questo che è in realtà la ricerca
del "Chi sono io". Diciamo "Mi piacerebbe vedermi":
ma proviamo a guardarci la testa. Riusciamo a vederla? Non è nera
e non c'è neppure uno spazio vuoto dietro agli occhi - è solo
una semplice assenza. E qui la storia s'ínterrompe. La maggior parte
di noi dà per scontato che lo spazio sia níente, che non conti
e non contenga energia. Ma è un dato di fatto che lo spazio è
la base dell'esistenza. Come potremmo avere le stelle se non ci fosse lo
spazio? Le stelle si accendono a causa dello spazio e ci sono cose che vengono
fuori dal nulla esattamente alla stessa maniera, come quando, ascoltando
senza niente di' particolare in mente, sentiamo i mille suoni del silenzio.
E' stupefacente. Il silenzio è l'origine del suono esattamente come
lo spazio è l'origine delle stelle e la donna è l'origine
dell'uomo. Se ascoltate e prestate profondamente attenzione a ciò
che è, scoprirete che non c'è un passato né un futuro,
né un ascolto. Non potete udirvi ascoltare. Vivete nell'eterno presente
e siete l'eterno presente. Veramente di una semplicità straordinaria,
e le cose stanno proprio così. Tornando al nostro discorso: ho iniziato
dicendo che la sopravvivenza, il continuare a vivere è un processo
spontaneo; e l'amore è qualcosa di molto simile. Il problema è
che quando eravamo bambini, le persone più grandi di noi, quelle
che sapevano tutto, ci hanno detto che era nostro dovere amarle. Dio ha
detto: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta
la tua anima, con tutta la tua mente. Amerai il prossimo tuo come te stesso".
E analogamente, nostra madre ci ha detto: "Devi andare al bagno dopo
colazione", "Cerca di addormentarti", "Togliti quell'espressione
dal viso", "Smetti di tenere il broncio", "Perché
stai arrossendo", "Fatti animo!", "Fai attenzione!".
E tutti questi sono ordini basati su una regola fondamentale: si esige che
tu faccia ciò che ha un senso solo se fatto spontaneamente. Questa
è la formula. Tu devi "amarmi". E' un doppio legame, e
questo fatto ci rende tutti estremamente confusi. Se il marito dice alla
moglie: "Tesoro, mi ami?", lei potrebbe rispondere: "Faccio
del mio meglio". Ma nessuno vorrebbe una risposta del genere. Tutti
vogliono sentirsi rispondere "Ti amo tanto che ti mangerei. Non riesco
a non amarti, puoi fare di me ciò che vuoi". Per cui siamo costretti
a continuare ad amare, esattamente come siamo costretti a continuare a vivere.
Sentiamo che dobbiamo continuare, che è nostro dovere. Siamo stanchi
di vivere e paurosi di morire, ma dobbiamo andare avanti. Perché?
Beh, si risponde, ci sono altri che dipendono da me, ho dei figli e devo
continuare a lavorare per mantenerli. Ma tutto questo insegna ai figli lo
stesso atteggiamento, per cui continueranno anche loro a trascinarsi per
mantenere í loro figli, che a loro volta impareranno da loro a trascinarsi,
costi quello che costi. Così io osservo con totale sbigottimento
come il mondo va avanti. Vedo tutti quelli che fanno i pendolari, che guidano
l'auto come forsennati per correre in un ufficio a guadagnare soldi - per
cosa? Per poter continuare a fare le stesse cose: e a pochissimi di loro
tutto questo piace. La persona intelligente si fa pagare per giocare - questa
è l'arte del vivere. Ma l'intera idea di lottare e ammazzarsi di
fatica per andare avanti a vivere è totalmente príva di senso.
Albert Camus, all'inizio del suo Mito di Sisifo, ha fatto un'affermazione
estremamente saggia: "L'unica domanda fondamentale che ci si deve porre
nella vita è se suicidarsi o no. Rifletteteci sopra. Dovete continuare?
Sarebbe tanto più semplice smettere. Niente più problemi,
nessuno più che si lamenta che non ce la fa più. Che effetto
fa la morte? Andare a dormire e non risvegliarsi. Oh, com'è terribile
restare al buio in eterno! Ma non sarebbe niente del genere. Non sarebbe
essere sepolti vivi per sempre. Sarebbe non essere mai esistiti. Non soltanto
non essere mai esistiti noi, ma che non sia mai esistito niente in assoluto;
la qual cosa è esattamente com'era prima che nascessimo. Proprio
come abbiamo una testa che non possiamo vedere, così la nostra realtà
ultima o la sostanza del nostro essere è il nulla. Shunyata è
il termine usato dal Buddhismo per il vuoto,, che è spazio, che è
coscienza, che è quello in cui "noi viviamo e ci muoviamo e
abbiamo il nostro essere" - Dio, il Grande Vuoto. Fortunatamente, non
c'è modo di sapere che cos'è, ché se potessimo saperlo,
ne saremmo tediati. C'è stato un grande filosofo olandese, Van Der
Leeuw, che ha detto: Il mistero della vita non è un problema da risolvere
ma una realtà da sperimentare". Fortunatamente, nel pieno di
tutta la consapevolezza, ecco l'eterna domanda, l'eterno problema del non
conoscere la realtà delle cose. Di conseguenza la vita conserva il
suo interesse. Siamo sempre lì, che tentiamo di scopríre;
ma la vita non offre risposte. L'unico modo di rispondere alla domanda:
"Che cos'è la realtà" è classificarla. Sei
è o sei non è? Sei maschio o sei femmina? Sei repubblicano
o seì democratico? Sei animale, vegetale, minerale, stagnino, sarto,
soldato, marinaio, ricco, povero, mendicante, ladro? Siamo tutti classificati,
ma quello che fondamentalmente è non rientra in nessuna classificazione
possibile. Nessuno sa che cos'è ed è impossibile porre la
domanda in una maniera che abbia un senso. Sono molte le teorie filosofiche
su che cosa è la realtà. Ci sono quelli che dicono: "Bene,
la realtà è materiale; sapete, c'è una cosa chiamata
materia". E i filosofi, sempre impegnati nelle loro lezioni sulle cattedre
delle università, picchiano inevitabilmente la mano sul piano della
cattedra e dicono: "Ora, questa cattedra ha o non ha una realtà".
Quando il dottor Johnson senti parlare della teoria del vescovo Berkeley
che ogní cosa è in realtà mentale, la smentì
tirando un calcio a un sasso e dicendo: "Di sicuro, per chiunque abbia
un po' di cervello, questo sasso è concretamente fisico e materiale".
Laddove, sul versante opposto, pensatori più sottili dicono: "No,
non c'è niente di materiale, è tutto una costruzione mentale.
Il mondo intero è un fenomeno di coscienza". Ai tempi del vescovo
Berkeley non si sapeva molto di neurologia. Ma oggi ne sappiamo molto di
più e possiamo sostenere la stessa teoria in maniera assai più
sofisticata: è la struttura del nostro sistema nervoso che determina
il mondo che vediamo. In altre parole, in un mondo senza occhi il sole non
sa-rebbe luce. In un mondo senza terminazioni nervose tattili il fuoco non
scotterebbe. In un mondo privo di muscoli, le pietre non sarebbero pesanti,
e in un mondo senza epidermide le pietre non sarebbero dure. E tutta una
questíone di relazione, per capirci. Nella vecchia domanda: "Quando
in una foresta cade un albero e nessuno lo sente, l'albero fa rumore o no?",
La iisposta è assolutamente semplice. Il rumore è una relazione
fra le vibrazioni dell'aria e i timpani delle orecchie. Se colpisco un tamburo
che non ha la pelle, posso colpire quanto forte voglio, non provocherò
nessun suono. Per cui l'aria può continuare a vibrare in eterno:
se non c'è il timpano dell'orecchio o non c'è il sistema uditivo
non ci sarà nessun rumore. Noi in viitù della nostra struttura
fisica evochìamo il mondo delle vibrazioni, che diversamente sarebbero
il vuoto. Noi creiamo dal vuoto ma siamo anche nel mondo. Il nostro corpo,
il nostro sistema nei-voso, sono qualcosa che esiste nel mondo esteriore.
Tu sei nel n-iio mondo esteriore e io sono nel tuo mondo esteriore. Per
cui è una situazione del tipo di quella dell'uovo e della gallina,
assolutamente affascinante. Da un punto di vista neurologico molto concreto,
noi evochiamo il mondo in cui viviamo e al tempo stesso siamo qualcosa che
il mondo sta creando. Dopotutto, lo scienziato spiegherà che ognuno
di noi è un vorticare di sostanze e processi elettronici, così
come ogni altra cosa. E tutto un'unica danza, ed è assolutamente
meraviglioso perché prende coscienza di sé stesso attraverso
noi. L'intera esistenza è una vibrazione, e tutte le vibrazioni hanno
due aspettí di fondo. Uno lo chiameremo 'acceso' e l'altro 'spento'.
".." Tutto ciò che ci succede è un accendersi e
spegnersi, accendersi e spegnersi continuo. Prendiamo la sensazione della
luce. La vibrazione della luce è talmente veloce che la retína
non registra lo spento, ma trattiene l'impressione dell'acceso: di conseguenza
i nostrì occhi vedono le cose come relativamente stabili. Ma se chiudiamo
gli occhi e cí concentrìamo sull'ascolto, udiamo tanto l'intensificarsi
che lo smorzarsì della vibrazione sonora, ín pallicolare nei
regístri bassi del suono. Nei registri alti non riusciamo a udire
lo smorzarsi, udiamo solo l'intensificarsi. Ma quando entriamo nei registri
bassi, udiamo il forte e il piano della vibrazione. In realtà tutto
ciò che esiste nel mondo fisico è pulsazione, è elettrícità
positiva e negativa. Leggete i primi due paragrafi della voce "Elettricità"
nella quattordicesima edizione dell'Enciclopedia Britannica. Si tratta di
un dotto articolo scientifico con ogni sorta di informazioni tecniche e
di formule, che però inizia in chiave puramente metafisica. "L'elettricità",
afferma l'autore, è un assoluto. Non conosciamo niente altro di simíle.
E' un fondamentale e vi rendete conto che è un discorso di teologia
pura. Perciò così stanno le cose: tutto si accende e si spegne,
tutto pulsa, feinmina e maschio, Yin e Yang, ora lo vediamo ora non lo vediamo.
La cultura occidentale del diciannovesimo secolo, in cui siamo cresciuti,
ci ha educati a pensare che quest'energia che pulsa è organicamente
stupida, è un fatto puramente meccanico. Freud l'ha chiamata 1ibido'.
Altri l'hanno chiamata energia cieca, con la conseguenza che noi sentiamo
di essere, in quanto esseri umani, fi-titto del caso. Un milione di scimmie
al lavoro su un milione di macchine da scrivere per un milione d'anni potrebbero,
dal punto di vista statistico, tirar fuori la Bibbia. Naturalmente, una
volta arrivate alla fine, tornerebbero a dissolversi nell'insensatezza.
Così noi siamo stati educati a sentirei frutto del caso, dei puri
accidenti. Questa è alienazione, e questo è il grande problema.
Per me è assolutamente ovvio che non siamo accidenti. C'è
chi dice che non siamo altro che microbi striscianti attorno a una sfera
di roccia, che ruota attomo a una stella insignificante, all'estrema periferia
di una galassia minore. Perché la gente dice cose del genere? Per
poter affermare: 1° sono un tipo realistico. Non ho paura di guardare
la realtà in faccia, ed è una realtà dura. L'idea che
lassù ci sia qualcuno che si prende cura di noi è un'idea
per vecchiette e rammolliti e io penso che quest'universo sia un mucchio
di merda". Questo è il messaggio che captiamo da certe persone.
Analizzate sempre la filosofia di una persona e saprete che cosa questa
persona pensa di se stessa. La nostra filosofia è il nostro ruolo,
il gioco che scegliamo di giocare. lo ammetto che la mia filosofia è
il modo in cui io imposto il mio gioco. E' la mia grande recita. E se devo
mettere in scena qualcosa, metterò in scena il più grande
spettacolo di cui sono capace e dirò: "Al diavolo tutte le chiacchiere,
so benissimo che sono impeirnanente, che sono una manifestazione precaria
di un che-che-non-c'è-niente-di-più-che". E questo è
quello che voglio. Sono una manifestazione della sostanza stessa dell'universo,
che è ciò che tutti gli uomini chiamano Dio, Atman o Brahman.
E penso che sia fantastico saperlo. E fantastico sapere che' non è
solo una teoria, ma è una sensazione positiva e reale dentro di te.
A questo punto la mia funzìone è, se e per quanto è
possibile, di pai-tecipare agli altri questa sensazione, cosi che non abbiano
più bisogno di psicoterapia, né di guru o di religioni - che
siamo liberi, semplicemente.
E' qui che la psicologia dell'Occidente può prendere lezione
dalla psicologia dell'Oriente, la quale presta più attenzione al
modo di accettare e meno alle cose da accettare. Essa è interessata
a creare uno stato mentale preparato a ogni eventualità, a ogni sorpresa
che venga sia dall'universo esterno sia dall'universo interno. Troppo poco
risalto è dato a questo aspetto dell'opera da sconsiderati professionisti
della psicologia dell'inconscio, così che facilmente l'analisi risulta
piuttosto astratta dalla vita. L'analisi non è qualcosa a cui si
possa lavorare solo di notte, nel paese dei sogni, e la salute psicologica
non può essere comperata a cento dollari la visita ogni giovedì
pomeriggio. Una sera un amico mi telefona e mi annuncia che deve rincasare
presto perché il suo analista lo ha incaricato di affrontare un problema".
Quando è necessario rincasare presto, chiudersi in camera, sedersi
solennemente, prendere da un cassetto il problema e affrontarlo, cominciamo
a chiederci con stupore che cosa sia avvenuto di una certa indispensabile
qualità chiamata umorismo. L'analisi non deve assolutamente astrarsi
dalla vita, ma, quando si dà eccessivo risalto al sogno, al simbolismo
inconscio, al disegno e alla pittura inconsci, e alla vita di fantasia in
generale, si corre il rischio di dividere la vita in due metà e trascurare
i rapporti che le legano, come se l'intero processo non richiedesse altro
che di essere sviluppato nel mondo del sogno e della fantasia.
Molte di queste difficoltà sarebbero superate, se coloro che non
possono giovarsi di un savio analista, avessero la chiara intelligenza dei
fini dell'opera psicologica, e anche qui la visione di sistemi orientali
come il Taoismo e varie forme di Buddhismo è molto indicativa. Infatti
qui l'obiettivo non è raggiungere uno stadio - particolare;
è trovare il giusto atteggiamento mentale in quale che sia lo stadio
in cui possa capitare di trovarsi. Questo, a dire il vero, è un principio
fondamentale di quelle forme di psicologia orientale che passeremo in rassegna.
Nel corso della sua evoluzione l'uomo passerà attraverso un numero
indefinito di stadi; si arrampicherà sulla cresta di un monte per
trovare la strada che lo porti oltre la cresta di un altro e di un altro
ancora e così all'infinito. Nessuno stadio è definitivo, perché
il significato della vita sta nel suo movimento e non nel luogo verso cui
si muove. Un nostro proverbio dice che viaggiare bene è meglio che
arrivare, il che si avvicina all'idea orientale. La saggezza non consiste
nell'arrivare a un luogo particolare e non si deve pensare che la si raggiunga
necessariamente con l'arrampicarsi su una scala i cui pioli sono gli stadi
successivi dell'esperienza psicologica. Quella scala è senza fine
e l'accesso all'illuminazione, alla saggezza o alla libertà spirituale
si può trovare su uno qualunque dei suoi pioli. Se lo scopri,
non significa che non dovrai continuare ad arrampicarti su per la scala;
dovrai continuare ad arrampicarti esattamente come dovrai continuare a vivere.
Ma l'illuminazione si trova con la piena accettazione del posto dove ti
trovi ora. L'uomo moderno si trova nello stadio dell'evoluzione umana
in cui c'è una divisione massima fra il suo Io e l'universo; per
lui l'illuminazione è l'accettazione totale di quella divisione.
Le tecniche psicologiche falliscono perché non si accettano pienamente
i vari stadi coinvolti; questi si accettano con il solo scopo di raggiungere
una certa meta, come per esempio lo stato di "individuazione"
simboleggiato dal mandala. In tali circostanze quello stato si può
raggiungere" ma non vi si trova ciò che intimamente si desidera.
Il risultato è che quanti immaginano di aver completato quella fase
di lavoro psicologico, sono spesso infelici come sempre.
La semplice esplorazione dell'inconscio non porta alla saggezza, perché
uno sciocco potrà imparare molto e sperimentare molto, ma sarà
sempre uno sciocco. Diventa saggio solo quando ha l'umiltà di lasciarsi
libero di essere uno sciocco. Come dice Chuang Tze: "Chi sa di essere
uno sciocco non è un grande sciocco". Infatti lo sciocco si
rivela sempre per il suo orgoglio, per l'illusione che la grandezza si misuri
semplicemente con il metro della sapienza psicologica e che caricandosi
di nuove esperienze diventerà saggio. La psicologia dell'inconscio
è il suo felice terreno di caccia. "Dopo cinque o sei anni di
analisi", egli pensa, "se lavorerò sodo e passerò
attraverso tutti gli stadi necessari, diventerò una persona reale,
un uomo autentico, libero". Veramente quei cinque anni di lavoro (la
cui realizzazione richiederà anche l'istupidimento dell'analista)
potranno insegnargli qualcosa, se per avventura gli mostreranno che egli
è simile a quel somaro che cercava il fuoco con la lanterna accesa.
Talvolta il giro più lungo è la via più breve per tornare
a casa.
La via dell'accettazione e della libertà spirituale si trova non
con l'andare da qualche parte, ma nell'andare, e lo stadio
in cui se ne può conoscere la felicità è ora, in questo
stesso momento, nello stesso posto in cui ti capita di stare. Sta nell'accettare
pienamente lo stato della tua anima, qual è ora, non nel tentare
di portarti con la forza in un altro suo stato, che per orgoglio immagini
che sia superiore e più progredito. Non si tratta di sapere se il
tuo stato presente sia buono o cattivo, nevrotico o normale, elementare
o progredito; si tratta di sapere quale sia. L'essenziale non è accettarlo
al fine di passare a uno stato "superiore", se cosi si
può chiamare. A mo' di illustrazione, ecco la storia di come il saggio
Buddhista Hui-neng illuminò Chen Wei-ming, il quale ]o aveva inseguito
per rubargli il mantello e la ciotola delle elemosine del Buddha. Hui-neng
li aveva deposti su una roccia e, quando Chen andò per sollevarli,
trovò che era impossibile. Preso dal terrore, Chen protestò
che non era venuto per il mantello e la ciotola, ma per la saggezza che
rappresentavano. " Poiché sei venuto per il Dharma", disse
Hui-neng, "non pensare al bene, non pensa re al male, ma vedi quale
sia la tua vera natura (letteralmente: " faccia originaria " )
in questo momento ". A queste parole, Chen fu d'improvviso illuminato;
grondando di sudore e salutando Hui-neng con lacrime di gioia, domandò:
"Oltre a queste parole segrete e a questi occulti significati che mi
hai appena largiti, c'è qualcos'altro di segreto?". Hui-neng
rispose: "In ciò che ti ho rivelato non c'è nulla di
segreto. Se rifletti e riconosci la tua vera natura, il segreto è
in te"."
Allan Watts
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