Dott. Filippo Falzoni Gallerani
Piazza Castello, 23 - 20121 Milano
filippo.falzoni@fastwebnet.it
www.filippofalzoni.com
Raccolta di brani di diversi autori che hanno fatto parte negli anni
'90 del materiale didattico dei seminari sulla tecnica respiratoria
Rebirthing ad approccio Transpersonale. Questa miscellanea e sempre
attuale per offrie le informazioni basilari del percorso di ricerca
interiore e della conoscenza di Sè.
W. Rech, A. Lowen, F. Capra, J. Hillman, C. G. Jung, D. Bohm, A.
Watts, Sri Aurobndo, J. Krishnamurti, Sri Nisargadatta Maharaj, Sri
ramana Maharsi... e altri
Reich
aveva intuito il rapporto tra la sessualità, l'energia vitale (da
lui denominata energia orgonica) e la respirazione, e l'inevitabile legame
tra i blocchi respiratori, i problemi sessuali e la nevrosi.
Vari decenni fa studiando i meccanismi della tensione addominale così
scriveva: "Non esiste malato nevrotico che non riveli una tensione
addominale. Avrebbe poco senso elencare e descriverne qui i sintomi, senza
comprenderne la funzione nella nevrosi .
Il trattamento della tensione addominale è divenuto tanto importante
nel nostro lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come
sia stato possibile curare anche solo approssimativamente le nevrosi senza
conoscere la sintomatologia del plesso solare. I disturbi della respirazione
nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali.
Si cerchi di immaginare di essere stati spaventati o di trovarsi in uno
stato di angosciosa attesa di un grande pericolo. Involontariamente si
tratterrà il respiro e si manterrà questa posizione. Poiché
non si può cessare completamente di respirare presto si espirerà
nuovamente, ma l'espirazione non sarà completa e profonda, ma leggera;
non si espirerà pienamente, ma solo a tratti. In uno stato di attesa
angosciosa si spingono involontariamente le spalle in avanti e si rimane
in questo atteggiamento rigido. (...)
Che funzione ha l'atteggiamento descritto dalla "respirazione leggera"?
Se guardiamo la posizione degli organi interni e il loro rapporto con il
plesso solare, comprendiamo immediatamente di cosa si tratta. Quando si
è spaventati si inspira involontariamente; viene fatto di pensare
alla inspirazione involontaria di quando si sta per annegare e che è
la causa principale della morte; il diaframma si contrae e comprime dall'alto
il plesso solare. La funzione di questa azione muscolare diventa pienamente
comprensibile solo quando si prendono in considerazione i risultati dell'esame
analitico caratteriale dei precedenti meccanismi di difesa infantili .
I bambini combattono solitamente i continui e penosi stati di angoscia che
sentono nello stomaco trattenendo il respiro. Essi fanno la stessa cosa
quando provano sensazioni di piacere nell'addome e nei genitali e ne hanno
paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è forse
uno dei primi e più importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere
le sensazioni di piacere nell'addome sia di soffocare sul nascere l'angoscia
addominale. A questo trattenere il respiro si aggiunge poi l'effetto della
pressione addominale.
Il modo in cui i nostri bambini riescono a bloccare le sensazioni nel
ventre con la respirazione e la pressione addominale è tipico e
universale... " Come era possibile che questo blocco della respirazione
potesse reprimere o eliminare completamente gli affetti? Questa domanda
era decisiva. Era infatti divenuto chiaro che il freno della
respirazione costituiva il meccanismo fisiologico della repressione
degli affetti e la rimozione degli affetti era quindi anche il
meccanismo fondamentale della nevrosi in generale. Una semplice
riflessione ci faceva ricordare che la respirazione ha biologicamente
la funzione di apportare ossigeno e di eliminare biossido di carbonio
dall'organismo. L'ossigeno contenuto nell'aria immessa permette la
combustione nell'organismo dei cibi digeriti. In termini chimici,
combustione è tutto ciò che comporta la formazione di
composti con l'ossigeno. Nella combustione si crea energia. Senza
ossigeno non c'è combustione e di conseguenza neppure produzione
di energia. Nell'organismo l'energia si crea attraverso la combustione
degli elementi. Durante questo processo vengono generati calore ed
energia cinetica. La bio-elettricità viene prodotta durante
questo processo di combustione. Se la respirazione è ridotta, si
introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità
necessaria alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene
prodotta meno energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e
quindi anche più facili da dominare. La respirazione frenata dei
nevrotici ha quindi, biologicamente parlando, la funzione dl ridurre la
produzione di energia nell'organismo, e quindi anche la produzione di
angoscia." Da "La Funzione
dell'Orgasmo" Edizioni Sugarco Milano, 1961.
Il seguente articolo di Alexander Lowen (attuale
figura di spicco della Bioenergetica), ci offre una conferma della
sostanziale importanza della respirazione per tutte le funzioni biologiche.
Il piacere di essere pienamente vivi
Respirazione, movimento e sensazione
Ognuno di noi ha sperimentato qualche volta nella sua vita l'assoluto
piacere che segue la guarigione dopo una malattia o un incidente. Il primo
giorno in cui ci si rimette in salute si sente con profondo piacere, la
gioia di essere vivi. Che soddisfazione respirare profondamente! Che bello
muoversi agevolmente e liberamente! La mancanza di salute rende una persona
consapevole del suo corpo e dell'importanza di essere sana. Sfortunatamente,
questa consapevolezza si perde in breve tempo, e presto svanisce anche la
meravigliosa sensazione che l'accompagna. Non appena un individuo riprende
le sue attività di sempre, viene intrappolato da pulsioni che lo
dissociano dal suo corpo. Si preoccupa degli eventi e degli oggetti del
mondo esterno e dimentica rapidamente la rivelazione che il piacere è
la percezione di essere pienamente vivi nel qui e ora; il che significa
essere pienamente vivi in senso corporeo.
Essendosi dissociato dal corpo, l'individuo non pensa più in termini
corporei. Ignora la semplice verità che dice che per essere vivi
si deve respirare e che meglio si respira e più si è vivi.
Soltanto sporadicamente può essere consapevole di avere il respiro
corto e, specialmente sotto stress, può accorgersi che sta trattenendo
il respiro, ma non dà a questo fatto una particolare importanza.
Può persino prendere atto con un sorriso di rassegnazione che l'andatura
frenetica della sua vita non gli lascia il tempo di respirare. Comunque,
con il passare degli anni farà la triste scoperta che questa funzione,
come altre funzioni del corpo, si deteriora se non viene usata propriamente.
Una volta che la respirazione diventa difficile, una persona darebbe qualsiasi
cosa pur di essere nuovamente in grado di respirare con facilità.
In quel momento sa che la respirazione è una questione di vita o
di morte o, per vederla da un punto di vista positivo, che la vita è
una questione di respirazione.
Un'altra semplice verità che dovrebbe risultare ovvia è quella
che la personalità di un individuo si esprime attraverso il suo corpo
tanto quanto attraverso la sua mente. Non si può dividere un essere
umano in mente e corpo. Nonostante questa verità, tutti gli studi
della personalità sono centrati sulla mente, a completo discapito
del corpo. Il corpo di una persona ci dice molto della sua personalità.
Il portamento, l'intensità dello sguardo, il tono della voce, la
forma delle mascelle, la posizione delle spalle, la facilità di movimento
e la spontaneità dei gesti non ci dicono soltanto chi è ma
anche se si gode la vita, se è triste o a disagio. Possiamo anche
chiudere gli occhi davanti a queste espressioni della personalità
altrui, proprio come la persona stessa può chiudere i cancelli mentali
alla consapevolezza del corpo, ma se lo facciamo ci illudiamo con un'immagine
che non ha alcun rapporto con la realtà dell'esistenza. La verità
del corpo di una persona può essere dolorosa, ma eludere questo dolore
significa chiudere la porta alla possibilità del piacere.
Una persona entra in terapia perché non è contenta della vita.
Nel passato o nel futuro della sua mente è consapevole che la sua
capacità di provare piacere è diminuita o è andata
perduta. I motivi che adduce possono essere la depressione, l'ansia, il
senso d'inadeguatezza e così via, ma questi sono sintomi di un disturbo
più profondo, in altre parole, dell'incapacità di apprezzare
la vita. In ogni, caso, può essere dimostrato che questa incapacità
nasce dal fatto che il paziente non è pienamente vivo nel suo corpo
e nella sua mente. Quindi, questo è un problema che non può
essere risolto con un approccio puramente mentale. Deve essere affrontato
simultaneamente a livello fisico e psicologico. Solo quando una persona
diventa completamente viva si ristabilisce appieno la sua capacità
di provare piacere.
I principi e le pratiche della terapia bioenergetica si basano sull'identità
funzionale della mente e del corpo. Ciò significa che qualsiasi cambiamento
effettivo nel pensiero di una persona e, di conseguenza, nel suo comportamento
e nei suoi sentimenti, è condizionato dal cambiamento della funzionalità
del suo corpo. A questo riguardo, le due funzioni più importanti
sono la respirazione e il movimento. In una persona che ha
un conflitto emotivo, entrambe le funzioni sono disturbate da tensioni muscolari
croniche che rappresentano la controparte fisica dei conflitti psicologici.
Tali conflitti si strutturano nel corpo attraverso le tensioni muscolari.
Quando ciò accade, non possono trovare soluzione finché non
si allentano le tensioni. Per allentare le tensioni muscolari si deve sentirle
come una limitazione all'espressione di sé. Non è sufficiente
essere consapevoli del dolore che provocano. E la maggior parte delle persone
non è neppure consapevole di questo. Quando una tensione muscolare
diventa cronica, viene rimossa dalla coscienza e se ne perde la consapevolezza.
La sensazione viene determinata dalla respirazione e dal movimento.
Un organismo percepisce soltanto ciò che si muove all'interno del
corpo. Per esempio, quando un braccio resta immobilizzato per un certo periodo
di tempo, si intorpidisce e perde sensibilità. Per recuperare la
sensibilità bisogna rimetterlo in movimento. Quando la respirazione
è affannosa, si riduce la mobilità dell'intero corpo. Quindi,
trattenere il respiro e la maniera più efficace di annullare una
sensazione. Questo principio opera anche all'inverso. Proprio come le forti
emozioni stimolano la respirazione e la rendono più profonda, la
stimolazione della respirazione riesce a evocare forti emozioni.
La morte è un arresto della respirazione, una cessazione del movimento
e una perdita della sensibilità. Essere completamente vivi significa
respirare profondamente, muoversi liberamente e provare appieno le sensazioni.
Queste verità non possono essere ignorate se diamo valore alla vita
e al piacere.
Molti medici e terapeuti hanno trascurato l'importanza che un'appropriata
respirazione assume nei confronti della salute emotiva e fisica. Sappiamo
che la respirazione è indispensabile per vivere, che l'ossigeno fornisce
all'organismo le energie per muoversi, ma non ci siamo resi conto che una
respirazione inadeguata riduce la vitalità dell'organismo. I sintomi
di stanchezza e di esaurimento che si accusano normalmente non vengono in
genere attribuiti a deficienze respiratorie. Eppure, la depressione e l'affaticamento
sono i risultati diretti di una respirazione "depressa". In mancanza
di sufficiente ossigeno i centri focali del metabolismo bruciano lentamente,
come un falò povero di legna. Invece di ardere con la vita, chi ha
delle deficienze nella respirazione è freddo, smorto e poco vivace.
Gli mancano il calore e l'energia. La sua circolazione risente direttamente
della mancanza di ossigeno. In casi cronici di respirazione carente le arterie
si sclerotizzano e si accentua l'anemia.
In un recente esperimento, riportato dal Medical World News del 5
settembre 1969, un certo numero di ricoverati in un ospizio per anziani
sono stati posti in una camera iperbarica a ossigeno per aumentare il loro
tasso di ossigenazione. La teoria su cui si basava l'esperimento sosteneva
che la carenza di ossigeno nelle cellule cerebrali causava disfunzioni mentali
e che, di conseguenza, una maggior irrorazione riusciva a migliorare le
funzioni mentali. La maggior parte dei casi di senilità sono dovuti
a una sclerosi delle arterie che portano sangue e ossigeno al cervello,
riducendone il tasso nelle cellule cerebrali. I risultati positivi dell'esperimento
sorpresero i medici. La maggior parte dei pazienti mostrò un miglioramento
marcato e definitivo delle capacità intellettive e della personalità.
"Tutte le persone che hanno subito questo trattamento sono diventate
più attive, hanno dormito meglio, hanno chiesto di leggere quotidiani
e riviste e, cosa ancora più importante, hanno ripreso l'abitudine
di curare la loro persona". In alcuni casi gli effetti ebbero seguito
anche dopo la fine della serie iniziale di trattamenti. Questo era uno studio
preliminare, come precisarono gli sperimentatori stessi. Verrà ripetuto
e sottoposto a ulteriori verifiche. La sua rilevanza è comunque immensa.
La maggior parte delle persone ha una respirazione carente, lenta, e ha
una forte tendenza a trattenere il respiro in ogni situazione di sovraffaticamento.
Anche in momenti di normale tensione, come guidare un'automobile, battere
a macchina una lettera o attendere per un colloquio di lavoro, le persone
tendono a contrarre il respiro. Il risultato è che la tensione aumenta.
Quando la gente è consapevole della respirazione, si rende conto
di come e di quanto spesso trattiene e inibisce il respiro. Di solito i
pazienti dichiarano: "Noto di avere poco fiato".
Mi sono reso conto del rapporto tra la respirazione e la tensione quando
frequentavo il liceo. Come membro del ROTC * ho praticato il tiro con la
carabina nel locale poligono. Sparavo in maniera irregolare e avevo poca
mira. Uno dei commissari di tiro mi osservò e mi dette questo consiglio:
"Prima di premere il grilletto, fai tre respiri profondi. Al terzo
espira lentamente e, nel frattempo, esercita una pressione graduale sul
grilletto. Seguii il suo consiglio e rimasi stupefatto nel constatare che
il mio braccio era fermo e che cominciavo a fare centro. Questa esperienza
mi provò la sua validità anche in altre occasioni. Avevo l'abitudine
di sedermi dal dentista in uno stato di tensione, stringendomi con forza
le braccia. Questo non solo aumentava la mia paura ma, come scoprii in un
secondo tempo, acutizzava anche il dolore. Invece, quando diressi la mia
attenzione sul respiro, rimasi piacevolmente colpito dal fatto che non solo
avevo meno paura, ma mi sembrava di soffrire meno. La respirazione profonda
ebbe un simile effetto rilassante durante gli esami. Prendendo tempo per
respirare, riuscivo anche a organizzare meglio i pensieri. Molti anni dopo,
nella mia pratica professionale, mi resi conto che l'inibizione della respirazione
era direttamente responsabile dell'incapacità di concentrarsi e dell'irrequietezza
che disturbano molti studenti. Spesso i genitori mi hanno consultato sulle
difficoltà che i loro figli incontravano nello svolgere il lavoro
scolastico. Un esame del ragazzo, rivelava sempre che il corpo era in tensione
e che la respirazione era minima. Il ragazzo in questione diventava irrequieto
quando tentava di dirigere la sua attenzione su un testo scolastico per
un lungo periodo di tempo. La sua mente si distraeva; si sentiva spinto
a muoversi. Rimaneva seduto e resisteva alla tentazione, ma non riusciva
a studiare con facilità. Gli adulti che non respirano bene hanno
lo stesso problema. La concentrazione e l'efficacia diminuiscono.
L'incapacità di respirare pienamente e profondamente è anche
responsabile del mancato raggiungimento della completa soddisfazione sessuale.
Trattenere il respiro all'avvicinarsi del momento di massima tensione porta
all'eliminazione di forti sensazioni sessuali. Normalmente, l'aria viene
espirata con la conseguente oscillazione del bacino. Se invece in questo
movimento si inspira, il diaframma si contrae e impedisce l'elasticità
necessaria al rilassamento tipico dell'orgasmo. Durante l'atto sessuale,
ogni limitazione nella respirazione fa diminuire il piacere erotico.
Una respirazione inadeguata produce ansia, irritabilità e tensione.
Acutizza sintomi come la claustrofobia e l'agorafobia. La persona claustrofobica
sente di non poter avere aria sufficiente in un ambiente chiuso. L'agorafobo
ha paura degli spazi aperti perché accelerano la sua respirazione.
Ogni difficoltà di respirazione causa ansietà. Se la difficoltà
è grave, può portare al panico o al terrore.
Perché tante persone incontrano difficoltà nel respirare appieno
e agevolmente? La risposta sta nel fatto che la respirazione crea delle
sensazioni che le persone temono di provare. Hanno paura di percepire la
loro tristezza, la collera e i timori. Come da bambini, trattengono il loro
respiro per smettere di piangere, tirano indietro le spalle e comprimono
il torace per contenere la collera e la gola per evitare di urlare. L'effetto
di ognuna di queste manovre è quello di limitare e di ridurre la
respirazione. Parallelamente, dalla repressione di una qualsiasi sensazione
risulta qualche inibizione della respirazione. Ora, da adulti, inibiscono
la respirazione per reprimere le loro sensazioni. Quindi, l'incapacità
di respirare normalmente diventa il principale ostacolo al recupero della
salute emotiva. Generalizzando, è importante comprendere il meccanismo
che blocca la respirazione, perché la repressione non può
venir eliminata finché non si ristabilisce una respirazione normale.
Prenderò in esame due tipici disturbi della respirazione. In uno
la respirazione è più o meno confinata nel torace, con la
relativa esclusione dell'addome. Nell'altro la respirazione è per
la maggior parte diaframmatica, con movimenti relativamente lievi del torace.
Il primo genere di respirazione è tipico della personalità
schizoide, il secondo di quella nevrotica.
Nell'individuo schizoide il diaframma è immobilizzato e i muscoli
addominali subiscono forti contrazioni. Queste tensioni tagliano fuori le
sensazioni della parte inferiore del corpo, in special modo gli stimoli
sessuali della regione pelvica. Il torace viene mantenuto in posizione di
'sgonfiamento' e appare generalmente stretto e incassato. La respirazione
è limitata e causa un'ossigenazione inadeguata e un basso livello
metabolico. L'inspirazione è letteralmente un risucchio di aria e
richiede un atteggiamento aggressivo nei confronti dell'ambiente. L'aggressività
è però ridotta nell'individuo schizoide che è emotivamente
tagliato fuori dal mondo. Manifesta un'inconscia riluttanza a respirare
perché è fissato a livello uterino, dove il suo bisogno di
ossigeno veniva soddisfatto senza sforzo. Per superare il blocco dello schizoide
a inspirare, si deve riuscire a mitigare il suo terrore e a riattivare la
sua aggressività. Deve sentire di avere il diritto di fare delle
richieste alla vita o, in un senso più primitivo, di "succhiare"
la vita.
D'altra parte, nell'individuo nevrotico, la cui aggressività non
è bloccata come nello schizoide, il torace è immobilizzato,
mentre il diaframma e la parte superiore dell'addome sono relativamente
liberi. Il torace viene generalmente mantenuto in posizione di espansione,
e i polmoni contengono una grande riserva d'aria. Per la persona nevrotica
è difficile espirare appieno. Trattiene la sua riserva d'aria come
per una misura di sicurezza. Espirare è un atto di passività,
l'equivalente del "lasciarsi andare". Significa cedere, arrendersi
al corpo. Il lasciar andare fuori l'aria viene sperimentato come una perdita
di controllo di cui l'individuo nevrotico ha paura. La respirazione diaframmatica
del nevrotico è un tipo di respirazione più efficace di quella
toracica dello schizoide. La respirazione diaframmatica fornisce il massimo
dell'aria con il minimo sforzo ed è adeguata per usi normali. Comunque.
a meno che sia il torace che l'addome non siano impegnati nello sforzo respiratorio,
l'unità del corpo è inesistente e la reattività emotiva
limitata.
La respirazione normale e salutare ha la qualità di ristabilire tale
unità. L'inspirazione comincia con un movimento dell'addome diretto
all'esterno, mentre il diaframma si contrae e i muscoli addominali si rilassano.
Il flusso di espansione si espande poi verso l'alto, fino a comprendere
tutto il torace. Non è diviso nel mezzo, come nelle persone disturbate.
L'espirazione inizia con un rilassamento del torace diretto all'ingiù
e procede come un flusso di contrazione fino alla regione pelvica. Produce
una sensazione di fluidità lungo la parte frontale del corpo che
termina nei genitali. Nella respirazione sana, tale parte frontale si muove
con un movimento simile a quello di un'onda. Questa maniera di respirare
può essere osservata in bambini piccoli e animali perché la
loro emotività non è bloccata. In realtà, una tale
respirazione riguarda l'intero organismo, e una tensione in qualunque parte
del corpo disturba il suo naturale svolgimento. Per esempio, l'immobilità
pelvica intralcia tale svolgimento. Normalmente, avviene un leggero movimento
all'indietro del bacino durante l'inspirazione, e in avanti durante l'espirazione.
Questo è ciò che Reich chiamava riflesso orgastico. Se il
bacino è bloccato nella posizione in avanti o all'indietro, si impedisce
la sua azione rotatoria di equilibrio.
Anche la testa assume una notevole parte attiva nel processo respiratorio.
Assieme alla gola forma un grande organo di assorbimento che porta l'aria
nei polmoni. Quando la gola è compressa, questa azione di assorbimento
viene ridotta. Se l'aria non viene "risucchiata", la respirazione
è poco profonda. E' stato osservato nei neonati che tutti i disturbi
della suzione hanno a che fare con la respirazione. Ho osservato che non
appena i pazienti risucchiano l'aria, la loro respirazione si fa più
profonda.
La connessione tra suzione e respirazione è evidente nell'atto di
fumare una sigaretta. La prima boccata di una sigaretta è una forte
azione di suzione che immette il fumo come se si aspirasse aria. Quando
il fumo riempie la gola e i polmoni, si prova un momentaneo senso di soddisfazione
e si sentono i polmoni che tornano in vita per la reazione alle sostanze
irritanti del tabacco. Questo uso delle sigarette, atto a eccitare i movimenti
respiratori, crea la dipendenza dal fumo. La prima boccata è seguita
dalla seconda, dalla terza e così via. Fumare diventa allora un atto
coercitivo. Il fumo stesso ha un effetto depressivo sull'attività
respiratoria, tranne che per la sua stimolazione iniziale. Più una
persona fuma e meno respira. Comunque, a causa della sua prima esperienza,
non riesce a eliminare la sensazione che la sigaretta sia essenziale per
aiutarla a respirare.
La funzione che ha il fumo nello stimolare la respirazione può essere
osservata in due situazioni: la sigaretta del mattino e quella fumata per
stress. Per alcune persone la sigaretta del mattino significa l'inizio della
giornata, ma le obbliga anche a fumare per tutto il resto del giorno. In
situazioni di stress la persona media tende a trattenere il respiro. Ciò
la rende ansiosa. Per dare il via alla respirazione e superare l'ansietà,
fuma una sigaretta. Si stabilisce allora un'abitudine: quella di prendere
una sigaretta ogni qualvolta ci si trova sotto stress. II motto del fumatore
accanito dovrebbe essere: fai un respiro invece di una boccata.
La profondità della respirazione si misura dalla lunghezza del flusso
respiratorio, e non dalla sua ampiezza. Più profonda è la
respirazione e più il flusso si estende fino al basso addome. Nella
respirazione veramente profonda, i movimenti respiratori raggiungono e coinvolgono
la regione pelvica, e si può realmente provare una sensazione in
questa area. L'espansione dei polmoni verso il basso è limitata dal
diaframma che separa il torace dall'addome. Quando parliamo di respirazione
addominale, quindi, non vogliamo dire che l'aria penetra nell'addome. Respirazione
addominale è un termine usato per descrivere i movimenti del corpo
durante la respirazione. Vuol mettere in rilievo il fatto che l'addome è
impegnato attivamente nel processo inspiratorio. La sua espansione e il
suo rilassamento permettono l'abbassamento del diaframma. Ma di ben maggiore
importanza è il fatto che soltanto attraverso la respirazione addominale
il flusso di eccitamento associato al respiro riesce a penetrare in tutto
il corpo.
Nelle pagine precedenti ho preso in esame la differenza tra la respirazione
schizoide e quella nevrotica. La prima si sviluppa soprattutto nel torace,
mentre la seconda riguarda prevalentemente l'area diaframmatica. La respirazione
diaframmatica si estende soltanto fino alla parte superiore dell'addome
e, pur essendo più profonda della respirazione superficiale dell'individuo
schizoide, non può essere qualificata come respirazione profonda.
Da questo punto di vista la profondità della respirazione è
un riflesso della salute emotiva di una persona. La persona in buona salute
respira con tutto il corpo o, più specificamente, i movimenti respiratori
penetrano in profondità nel corpo. Parlando in linea generale, si
potrebbe dire di un uomo che 'respira fin dentro i suoi testicoli'.
La respirazione non può essere distinta dalla sessualità.
Essa fornisce indirettamente energia per lo sfogo sessuale. Il calore della
passione è un aspetto dei fuochi metabolici, di cui l'ossigeno è
un importante elemento. Dato che il processo metabolico fornisce l'energia
per tutte le funzioni vitali, la forza della pulsione sessuale è
in definitiva determinata da tale processo. Una respirazione totale e unitaria
che coinvolge l'intero corpo porta a un orgasmo che interessa l'intero corpo.
Tutti sanno che la respirazione è stimolata e che la sua profondità
viene incrementata dall'eccitazione sessuale. Non viene però generalmente
riconosciuto che una respirazione superficiale o inadeguata riduce il livello
di eccitazione sessuale. La respirazione contratta impedisce il propagarsi
dell'eccitazione e mantiene la sensazione sessuale entro l'area genitale.
Parallelamente, l'inibizione sessuale, la paura di lasciare che le sensazioni
sessuali fluiscano verso la regione pelvica e il resto del corpo, rappresenta
una delle cause della respirazione contratta e superficiale. Il flusso respiratorio
si dirige normalmente dalla bocca ai genitali. Nella parte superiore del
corpo si trova in connessione con il piacere erotico della suzione e dell'allattamento.
Nella parte inferiore, è legato al piacere e ai movimenti sessuali.
La respirazione è la pulsazione basilare (espansione e contrazione)
di tutto il corpo; è quindi il fondamento dell'esperienza di piacere
e dolore. La respirazione profonda mostra che l'organismo ha sperimentato
una piena gratificazione erotica allo stadio orale e che è capace
di una completa soddisfazione sessuale allo stadio genitale.
La respirazione profonda ricarica il corpo e lo riporta letteralmente in
vita. E una delle ovvie verità riguardanti un corpo vivo è
che si vede che è vivo: gli occhi brillano, il tono muscolare è
buono, la pelle ha una colorazione rilucente e il corpo è caldo.
Ciò accade quando una persona respira profondamente. (A. Lowen
da "Il Piacere" ed Astrolabio).
STANISLAV GROF " OLTRE IL CERVELLO ", ED. CITTADELLA, ASSISI; PAG. 354... (il primo librodi Grof edito in Italia negli anni '80)
MECCANISMI EFFICACI DI PSICOTERAPIA E DI TRASFORMAZIONE DELLA PERSONALITÀ.
Gli effetti straordinari e spesso drammatici della terapia psichedelica
e di altre metodiche esperienziali (quali la respirazione Ndt) sollevano
automaticamente la questione dei meccanismi terapeutici implicati in tali
cambiamenti.
Anche se la dinamica di alcune forti trasformazioni sintomatiche e della
personalità osservate dopo le sedute esperienziali può essere
spiegata con argomentazioni convenzionali, la maggior parte di esse comprende
processi non ancora scoperti e riconosciuti dalla psichiatria e psicologia
accademiche tradizionali.
Questo non significa che i fenomeni di questo genere non siano mai stati
incontrati o discussi in precedenza. Si trovano nella descrizioni di pratiche
sciamaniche, riti di passaggio, cerimonie di guarigione di varie culture
aborigene della letteratura antropologica. Le fonti storiche e la letteratura
religiosa abbondano di descrizioni degli effetti delle pratiche spirituali
di guarigione e delle riunioni di varie sette estatiche sulle alterazioni
emotive e psicosomatiche. Tuttavia tutta questa letteratura non è
mai stata studiata seriamente per la sua manifesta incompatibilità
con i paradigmi scientifici correnti. Il materiale accumulato negli ultimi
decenni della ricerca sulla coscienza indica con insistenza che i dati di
questo genere andrebbero riesaminati in modo critico. Esistono ovviamente
molti meccanismi estremamente efficaci di guarigione e di trasformazione
della personalità che vanno ben oltre le manipolazioni biografiche
della psicoterapia corrente. Alcuni dei meccanismi terapeutici che operano
nelle fasi iniziali e nelle forme più superficiali di psicoterapia
esperienziale sono identici a quelli che si trovano nei manuali tradizionali
di psicoterapia. La loro intensità, però, trascende in modo
caratteristico quella dei fenomeni corrispondenti nella metodiche verbali.
Le tecniche esperienziali di psicoterapia indeboliscono il sistema di difesa
e diminuiscono la resistenza psicologica. Le reazioni emotive del soggetto
sono potenziate in modo evidente, e si può osservare abreazione e
catarsi. Il materiale inconscio represso della prima e seconda infanzia
diventa facilmente accessibile; questo può produrre non solo una
grande facilità a ricordare, ma anche una regressione autentica ad
un'età precedente ed un modo complesso e vivido di rivivere ricordi
emotivamente importanti. L'affioramento di questo materiale e la sua integrazione
sono associati alla reale comprensione emotiva ed intellettuale della psicodinamica
dei sintomi e degli schemi di disadattamento interpersonale del paziente.
Il meccanismo del transfert, e di analisi del transfert, considerato fondamentale
nella psicoterapia ad orientamento psicoanalitico, merita un maggior approfondimento
in questo contesto. La rimessa in atto dei sistemi patogeni originali e
lo sviluppo della nevrosi di transfert sono considerate condizioni assolutamente
necessarie per il successo della terapia. Nella terapia esperienziale, con
o senza farmaci, il transfert è considerato una complicazione non
necessaria che è bene scoraggiare. Quando si impiega una tecnica
tanto potente da condurre il paziente, spesso in una sola seduta, alla fonte
reale di varie emozioni e sensazioni fisiche, il transfert verso il verso
il terapeuta o il coordinatore della seduta va considerato un'indicazione
di difesa e di resistenza ad affrontare il vero tema. Mentre nella seduta
esperienziale il coordinatore può effettivamente impersonare il ruolo
genitoriale, anche fino al punto di offrire il contatto fisico gratificante,
è essenziale che negli intervalli tra le sedute ci sia il minor contatto
possibile. Le tecniche esperienziali dovrebbero favorire l'indipendenza
e la responsabilità personale per il proprio processo interiore e
non la dipendenza di qualsiasi tipo. Contrariamente a quanto si pensa di
solito, la soddisfazione diretta dei bisogni anaclitici (nota: bisogni primitivi
infantili, quali il bisogno di essere cullato tenuto in braccio, coccolato
e nutrito) nel corso delle sedute esperienziali tende a favorire l'indipendenza,
non lo sviluppo della dipendenza. Questo sembra in parallelo con osservazioni
della psicologia dell'età evolutiva indicanti che l'adeguata soddisfazione
emotiva nell'infanzia rende più facile al bambino diventare indipendente
dalla madre. Sono quei bambini che sperimentano carenze emotive croniche,
che non risolvono mai il legame e continuano per il resto della loro vita
a cercare la soddisfazione che non hanno avuto nell'infanzia. Analogamente,
sembra che nella situazione psicoanalitica sia la frustrazione cronica ad
alimentare il transfert, mentre la soddisfazione diretta dei bisogni analitici
di un individuo in uno stato di regressione profonda ne facilita la risoluzione.
Molti cambiamenti improvvisi e drammatici a livelli più profondi
sono spiegabili in base all'interazione di sistemi inconsci che hanno la
funzione di sistemi di regolazione dinamica. I più importanti di
questi sono i sistemi di esperienza condensata (siatemi COEX) i quali
organizzano il materiale di natura biografica, e le matrici perinatali
di base (BPM), che hanno un ruolo simile in rapporto a serbatoi esperienziali
connessi alla nascita e al processo morte-rinascita. Le caratteristiche
essenziali di queste due categorie di sistemi di regolazione funzionale
sono state descritte dettagliatamente in precedenza. Potremmo anche menzionare
le matrici dinamiche transpersonali, ma sarebbe più difficile descriverle
in modo esauriente a causa della ricchezza straordinaria e dell'organizzazione
meno rigida delle sfere transpersonali.
Il sistema della "filosofia perenne", che attribuisce i vari fenomeni
transpersonali a livelli differenti delle sfere sottili e causali, potrebbe
essere impiegato come principio guida per classificazioni di questo tipo.
Traggo una lettera del carteggio tra Michael Ventura e James Hillman
dal libro "100 ANNI DI PSICOTERAPIA ED IL MONDO VA SEMPRE PEGGIO"
riguarda certamente degli aspetti che sono affrontati in modo specifico
in queste pagine. Infatti il mondo dell'esperienza spirituale ed interiore
e della visione è spesso lontano ed oscuro anche da gran parte degli
psicologi e degli psicoterapeuti che dovrebbero invece essere i primi ad
aprirsi al mistero ed hai fenomeni della psiche.
La seconda, la terza e la quarta visione
Caro Jim,
le voglio parlare di un campo dell'esperienza che la psicoterapia ha il
terrore (intendo proprio il terrore) di riconoscere, di scriverci su, di
teorizzare, o di prendere in qualche modo in considerazione, ufficialmente.
Allo stesso tempo, però, conosco psicoterapeuti che, nel loro studio,
danno spazio a questo campo, lo prendono sul serio e perfino (la verità
va detta) lo auspicano. Anche Jung lo faceva, ma lui aveva la fama di farla
franca, e poi lui era il re della sua collina. Gli strizzacervelli di cui
parlo io si guardano bene, sono addirittura terrorizzati, dal lasciare che
queste convinzioni vengano conosciute ufficialmente.
Ma di cosa sto parlando? Le comunicherò qualche esperienza.
Sto facendo l'amore, guardo in basso e non vedo un viso, vedo un globo di
luce. Non è una metafora. Io davvero non vedo un viso; nell'oscurità
vedo un globo di luce sfocata, e attraverso questa, appena percettibile,
una specie di volto. La luce si fa più intensa. Mi sollevo un po',
e vedo sotto di me non un corpo, ma una sagoma indistinta simile a un corpo,
fatta di luce grigio-bianca scintillante. E come se potessi passarci attraverso
con la mano. La cosa mi sorprende, mi spaventa anche un poco, perché
mi accorgo che per un attimo siamo scivolati nell'Altro Mondo.
Dura solo pochi istanti. La stranezza della cosa mi scuote e io torno a
vedere e a sentire i corpi e, ormai al sicuro, ho anche il piacere di ricordare
come era bello quello che ho visto. Se avessi potuto lasciarmici andare,
forse avrei visto il corpo spirituale della ragazza più a lungo,
forse anche lei avrebbe visto il mio, forse... ma chi lo sa?
Molta gente dirà che io non ho visto niente, che l'ho immaginato
- anche se loro sono assolutamente certi di vedere quello che vedono. La
gente viene abituata a eludere questo tipo di visioni, o a scherzarci sopra,
o a trattarle con un'aria che dice: "Sì, erano cose misteriose,
forse anche interessanti, ma non significano nulla".
Non significa nulla, per esempio, il fatto che il telefono squilli e, prima
di rispondere, tu sappia già chi sta chiamando. Non significa
nulla che, specialmente mentre guidi, improvvisamente, senza pensarci,
giri la testa e ti ritrovi a guardare negli occhi un altro autista che ti
sta guardando, oppure stai guardando qualcuno e questo improvvisamente si
volta e ti guarda dritto negli occhi. Scommetto che succede almeno una volta
al giorno, a chiunque guidi un'auto. La gente comunica in modo non fisico,
telepaticamente, e ignora completamente questo fatto.
Cos'è più strano, questa comunicazione o la decisione di ignorarla?
Naturalmente, se non teniamo in alcun conto queste cose molto semplici,
cose che succedono di continuo; se ne siamo talmente inconsci da sperimentarle
semplicemente come un riflesso, in un modo per cui non producono nemmeno
un segno nel nostro schermo interiore, allora non vedremo nemmeno il globo
di luce sfocata mentre facciamo l'amore. E probabilmente prenderemo in giro,
e magari tratteremo male, coloro che affermano di averlo visto, e questo
per proteggere il nostro stato di inconscietà, perché
piccole cose, in quel campo, succedono anche a noi, ogni settimana,
se non ogni giorno, ed esserne consapevoli potrebbe voler dire cambiare
la nostra visione del mondo. Ma a chi vogliamo prestar fede, ai nostri sensi
o a quello che ci è stato insegnato a proposito di come funziona
il mondo?
Non sono certo il primo a far notare che esiste una grande pressione perché
si veda soltanto quello che la nostra cultura ci consente di vedere e perché
non si veda quello che non è consentito - oppure, nel caso che lo
si veda, non gli si dia credito e, soprattutto, non se ne parli. Se ne parliamo,
e a maggior ragione se ne scriviamo siamo sicuri di venire relegati, dalla
maggioranza, in una terra concettuale e immaginaria etichettata come mistica,
spirituale, metafisica, della Nuova Era - specialmente dagli intellettuali
occidentali, anche dagli intellettuali radical, che fanno da imbonitori
del vecchio ordine, perché sono intimoriti da ogni ristrutturazione
che possa essere etichettata come mistica o pagana.
Naturalmente, tutti noi sappiamo che la punizione per queste visioni può
essere molto più severa della disapprovazione. Molta gente, soprattutto
giovani, è costretta a farsi curare e/o a farsi ricoverare per aver
visto cose del genere. Questo soprattutto quando le hanno viste più
di una volta e hanno avuto l'ingenuità o la cattiva idea di parlarne.
Quando una cultura ha raggiunto un certo genere di potere, anche con il
non vedere o ignorando vari modi di vedere, allora quella cultura
difenderà il suo non vedere con ogni mezzo necessario. Intere culture
("primitive") esperte in questo tipo di visione sono state spazzate
via e poi storicamente svalutate, perché la visione del mondo materialistica
dell'Occidente non può sopportare di essere messa in discussione
(un sicuro segno di quanto facilmente sia timorosa, di quanto, cioè,
sia in realtà insicura di sé).
Un altro fenomeno interessante è il fatto che anche i cosiddetti
radicals della cultura dominante sono d'accordo con il presupposto
fondamentale di questa cultura, cioè che soltanto uno spettro ben
ristretto del mondo materiale ha validità. Lo vediamo nei radicals
politici, che inveiscono contro ogni sorta di misticismo, considerandolo
proprio di una mentalità ristretta o reazionaria, e che insistono,
come le loro controparti politiche, che tutto va focalizzato su questioni
materiali; lo vediamo in psicologia, dove vengono spese somme enormi per
cercare di dimostrare che tutte le esperienze interiori sono causate da
reazioni chimiche; nei circoli accademici letterari, dove il "testo"
è tutto, e il "contenuto" è considerato praticamente
accidentale; e lo vediamo anche nei principali organi culturali, dove, per
esempio, scrittori della scuola di Raymond Carver, che si focalizzano, in
modo microscopico, su quello che non chiamerei nemmeno "comportamento"
ma soltanto "riflesso", vengono considerati "realistici".
Naturalmente, una cultura materialistica in modo così maniacale e
massiccio come la nostra, crea nella sua gente un comportamento materialistico,
e ciò particolarmente nelle persone sottoposte a quella distruzione
dell'immaginazione che questa cultura chiama educazione, a quella
distruzione dell'autonomia che chiama lavoro, a quella distruzione dell'attività
che chiama divertimento - Questa "educazione", questo "lavoro",
questo "divertimento" (tutti focalizzati esclusivamente su realtà
materiali) creano a loro volta un comportamento che poi viene portato come
giustificazione dei presupposti della cultura. Un circolo davvero vizioso
ed efficiente.
C'è poi da meravigliarsi se la gente, di ogni livello sociale, bloccata
fin dalla nascita in un simile comportamento, si rivolge alla droga - e
a decine di milioni! E perché usano la droga? Per fuggire dalle
strettoie del nostro ambiente programmato in modo collettivo, dell'"educazione",
del "lavoro" e del "divertimento" - per soddisfare,
in altre parole, la loro brama di esperienze non materiali. Acido per le
visioni, eroina e marijuana per sensazioni diverse di distacco dalle cose
terrene, cocaina e crack per una botta di quell'energia che viene risucchiata
dal loro ambiente. La cultura dominante "deve" criminalizzare
queste droghe, anche se la maggior parte delle attività criminali
legate alla droga esiste "proprio perché" le droghe sono
illegali, per la necessità di procurarsi la droga e non come risultato
dell'effetto che essa determina sulla coscienza. Oggi in America
il vero delitto numero uno è il cercare di aprirsi un varco verso
un'esperienza non materiale. La cosiddetta guerra alla droga è la
guerra a una visione della realtà che non sia strettamente
materialistica, puritana.
Ma nessuna cultura è mai stata monolitica come i suoi governanti
e i suoi storici avrebbero voluto. L'esperienza non materiale viene vissuta
e sottoposta a indagine ad ogni livello della società; la cultura
della droga è soltanto il caso più evidente. Un altro
è la crescente consistenza del pensiero, del cosiddetto pensiero,
della Nuova Era (cioè del pensiero non materiale). Un altro
è l'"ecologia del profondo". Altri si verificano all'interno
della stessa scienza -prima la fisica della relatività, poi la teoria
dei sistemi, adesso la teoria del caos e le varie ricerche sui cosiddetti
fenomeni psichici (più esattamente, i fenomeni delle "visioni").
Un esempio efficace è questo esperimento, realizzato nei primi anni
Sessanta da Charles Tart, dell'University of California, a Davis:
La persona A viene introdotta in una camera di deprivazione sensoriale e
collegata elettricamente in modo da rilevare le onde cerebrali, la resistenza
della pelle, il ritmo cardiaco, l'attività muscolare e le variazioni
del respiro. La persona B viene introdotta in un'altra camera analoga, viene
anch'essa collegata e colpita a intervalli casuali da scosse elettriche.
Viene poi chiesto alla persona A di indovinare esattamente quando la persona
B riceve la scossa.
I risultati furono i seguenti: le ipotesi coscienti di A <<
non mostrarono alcuna relazione con gli eventi reali >>. Invece, i
suoi << tracciati presentavano variazioni fisiologiche significative
proprio in corrispondenza dell'istante in cui B riceveva la scossa >>.
La conclusione: <<Possiamo affermare che l'evento non viene registrato
dalla "mente cosciente" del soggetto, il quale, invece, è
evidentemente cosciente dell'evento, a un livello biologico fondamentale.
A quanto pare il corpo del soggetto sa di questi avvenimenti dei quali,
invece, non è a conoscenza lo strato alto del cervello >>.
(Questo esperimento è descritto nel libro di Tart, Altered States
of Consciousness, e discusso da Joseph Chilton Pearce in Exploring
the Crack in the Cosmic Egg.) La nostra cultura ha fatto perdere alla
maggior parte di noi il contatto con queste facoltà. Invece, un cacciatore
aborigeno dell'Australia è in grado di seguire esattamente un'impronta
umana di un anno prima -un'impronta che non ha lasciato alcuna traccia
fisica. E alcune tribù del deserto australiano si svegliano all'improvviso
e camminano per giorni fino al punto esatto dove ci sarà una breve
pioggia. I musulmani, durante l'estasi religiosa, possono incidersi la pelle
senza che ne esca sangue, o che resti alcuna cicatrice, e in India, quelli
che camminano sui carboni ardenti lo fanno non solo senza ferirsi i piedi,
ma anche senza che i loro indumenti ne risultino danneggiati. Questi sono
soltanto alcuni esempi delle centinaia di ben documentate facoltà
delle popolazioni primitive, che hanno lo stesso corpo che abbiamo noi -
facoltà che comprendono la guarigione e il fare l'amore non materiali,
e la percezione di cose di una tale bellezza che gli imitatori di Raymond
Carver nemmeno si sognano.
<< Puoi vedere la bellezza se guardi rapidamente di lato >>:
così si esprimeva il poeta svedese Tomas Transtromer.
Stai facendo l'amore, e improvvisamente vedi materializzarsi il corpo spirituale
della tua ragazza, e senti che anche il tuo si materializza - Improvvisamente
pensi a qualcuno cui non pensavi da anni, ed ecco che il giorno dopo lo
incontri per strada o ricevi una sua lettera. Ti trovi a Los Angeles, e
stai parlando di un vecchio film al telefono con un amico che si trova a
Oakland; in seguito vieni a sapere che in quello stesso momento la moglie
dell'amico, era entrata in un negozio e aveva noleggiato proprio quel
film (non avevano mai parlato fra loro di quel film, il marito poi non
ne aveva nemmeno sentito parlare, prima di allora). Senti una voce, forse
di qualcuno che era morto, che ti ammonisce, ti guida, o magari ti dà
consigli non richiesti. Oppure senti dentro di te un'energia che
può, tu pensi impulsivamente, guarire altre persone, e ci provi,
e funziona- talvolta. Oppure cammini in uno stato di inspiegabile meraviglia
per una giornata inaspettata.
Ce ne sono tante di queste cose, Jim, così tante che l'Occidente
in generale e la psicoterapia in particolare le ha lasciate da parte perché
semplicemente non aveva la struttura concettuale per potersene occupare.
Ad ogni stadio di sviluppo abbiamo dovuto far finta di sapere tutto, mentre
in realtà sapevamo così poco. Quando Ginger ed io stavamo
insieme, qualche volta, durante uno dei miei sogni, avevo sentito qualcosa
che veniva detto in un'altra stanza, oppure una frase che mi veniva urlata
da lontano; in seguito veniva fuori che si trattava (e questo diventò
uno scherzo fra noi) di qualcosa che qualcuno aveva detto nel sogno di Ginger.
Oppure lei sentiva qualcosa del mio sogno (in realtà io di solito
sentivo e lei di solito vedeva - un'interessante differenza). E allora come
la mettiamo con tutte le teorie, da quella freudiana a quella biochimica?
Teoricamente, Michael
Jiddu Krishnamurti The Problems of Living
Libera traduzione tratta da The Krishnamurti Reader,
edito da Mary Lutyens, Arkana edizioni, Londra
Consapevolezza
Conoscere se stessi significa conoscere la nostra relazione con il mondo,
non solo del mondo delle idee e della gente, ma anche con la natura e con
le cose che possediamo. Questa è la nostra vita, essendo la vita
relazione con il tutto. La comprensione di questa relazione richiede specializzazione?
Ovviamente no! Ciò che richiede è la consapevolezza necessaria
per confrontarsi con la vita nel suo insieme come totalità. In che
modo dobbiamo essere consapevoli? Questo è il nostro problema. Come
si deve fare per avere quell'attenzione, se posso usare questa parola senza
che sembri una specializzazione? Come deve fare uno che vuole affrontare
la vita nella sua totalità? Ciò non significa solo le relazioni
personali con i vicini, ma anche con la natura e con le cose che possiedi,
con le idee, con le cose che la mente produce come illusioni, desideri e
così via. Come possiamo essere coscienti di questo processo globale
di relazioni? Sicuramente è questa la nostra vita, non è vero?
Non esiste vita senza relazione; comprendere questa relazione non significa
isolamento. Al contrario richiede pieno riconoscimento e totale consapevolezza
del globale processo della relazione. Come si fa ad essere consapevoli?
Come siamo consapevoli di qualcosa? Come sei consapevole della relazione
con una persona? Come sei consapevole degli alberi, del richiamo di un uccello?
Come fai ad essere consapevole delle tue reazioni quando leggi un giornale?
Siamo coscienti delle risposte superficiali della mente quanto che delle
reazioni profonde? Come siamo consapevoli di qualcosa? In primo luogo siamo
consapevoli, (non lo siamo forse?) di una reazione ad uno stimolo, e questo
è un fatto evidente; vedo qualcosa di bello e c'è una risposta,
quindi una sensazione, contatto identificazione e desiderio. Questo e il
processo ordinario, non è vero? Possiamo osservare quello che accade
nel momento senza studiare dei libri per farlo. Così è attraverso
l'identificazione che abbiamo piacere e dolore. La nostra "abilità"
consiste in questa preoccupazione di cercare il piacere e di evitare il
dolore, non trovate? Se sei interessato a qualcosa, ti da piacere ne nasce
subito una "capacità" immediata, c'è la consapevolezza
istantanea di quel fatto, e se si tratta di qualcosa di doloroso quella
capacità consiste nel sapere com'evitarlo. Così sino a che
cerchiamo un'"abilità" per comprendere noi stessi siamo
destinati a fallire, perché la comprensione di noi stessi non dipende
da questa "capacità". Non si tratta di una tecnica che
sviluppi, coltivi e accresci con il tempo, attraverso un costante affinamento.
Questa coscienza di sé si può ottenere solo nell'atto della
relazione; può essere sentita nel modo in cui in cui parliamo e in
cui ci comportiamo. Guardati senza nessuna identificazione, senza alcun
confronto, senza alcuna condanna, guarda soltanto e noterai che accade una
cosa straordinaria. Non solo poni fine ad un'attività inconscia ­p;
la maggior parte delle nostre attività sono inconsce ­p; non solo
metti fine a ciò, ma sei anche consapevole delle motivazioni della
tua azione, senza indagare e senza scavare. Quando sei consapevole vedi
il processo globale del pensiero e dell'azione, ma ciò può
accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non
lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione.
Molti di noi lo fanno di proposito, condanniamo immediatamente, e così
pensano di aver capito. Se invece, non condanniamo, ma osserviamo con cura,
e siamo consapevoli, il contenuto ed il significato di quell'azione si dischiude.
Provatelo personalmente e vedrete dai voi stessi. Semplicemente sii consapevole,
senza nessun senso di giustificazione, potrebbe apparire piuttosto negativo,
ma non è negativo. Al contrario ha quella qualità della passività
che è azione diretta, scoprirete questo, se provate a sperimentare.
Dopo tutto se vuoi comprendere qualcosa devi avere un atteggiamento passivo.
Non puoi mantenere il pensiero fisso su di un problema speculando e analizzando.
Devi essere abbastanza sensibile da percepirne il contenuto. Come una pellicola
fotografica. Se voglio comprenderti devo essere di una passività
consapevole e allora incominci a raccontarmi tutte le tue storie. Non si
tratta certo di una questione d'abilità o di specializzazione. In
questo processo iniziamo a comprendere noi stessi, non solo gli strati superficiali
della consapevolezza, ma i più profondi, che sono molto più
importanti, perché là giacciono tutti i motivi che ci guidano
e le intenzioni, le nostre domande nascoste e confuse, le ansie, le paure
e gli appetiti. Esteriormente possiamo tenerli tutti sotto controllo, ma
interiormente, si agitano. Sino che questo non è stato completamente
compreso attraverso la consapevolezza diretta, ovviamente non potrà
esserci libertà, non ci potrà essere felicità e non
ci sarà intelligenza. Essendo l'intelligenza la totale consapevolezza
del nostro processo può essere un fatto di specializzazione? Potrà
tale intelligenza essere coltivata attraverso qualche forma di specializzazione?
Perché è proprio questo che sta accadendo, no? Il prete, il
dottore, l'ingegnere, l'industriale, l'uomo d'affari, il professore abbiamo
la mentalità di quella specializzazione.
Per realizzare la più alta forma d'intelligenza che è la Verità,
che è Dio e che non può essere descritta crediamo di dover
diventare degli specialisti. Studiare, crescere, cercare e con la mentalità
dello specialista ed inseguendo lo specialista; studiamo noi stessi per
sviluppare una capacità che ci possa aiutare a svelare i nostri conflitti
e le nostre miserie.
Il nostro problema è: siamo consapevoli che i conflitti, le miserie
ed i dolori della nostra esistenza quotidiana non possono essere risolti
da qualcun altro, e se non possono esserlo, come possiamo affrontarli? Comprendere
un problema ovviamente richiede una certa intelligenza, e quest'intelligenza
non può derivare dal coltivare la specializzazione del pensiero.
Si manifesta solo quando siamo passivamente consapevoli di tutto il processo
della nostra coscienza, che significa essere consapevoli di noi stessi senza
scelta, senza scegliere quanto è giusto e quanto è sbagliato.
Quando si è passivamente consapevoli si riconosce che da quella passività,
che non è pigrizia, che non è sonno, ma estremo stato di allerta,
il problema ha un significato assai differente, cioè non esiste più
identificazione con il problema, quindi non c'è più giudizio
e allora il problema inizia a rivelare il suo contenuto. Se sai costantemente
mantenere questo stato, allora ogni problema può essere risolto dalle
fondamenta, non superficialmente. La difficoltà è che la maggior
parte di noi non è in grado di essere passivamente consapevole, lasciando
che il problema riveli la sua storia senza che siamo noi ad interpretarlo.
Non sappiamo come guardare un problema spassionatamente. Non ne siamo capaci,
sfortunatamente, perché vogliamo sempre una soluzione del problema,
vogliamo una risposta, ne cerchiamo la fine; oppure cerchiamo di tradurre
il problema secondo i nostri principi di piacere e dolore, o abbiamo già
una risposta pronta su come affrontare il problema. Quindi affrontiamo un
problema che è sempre nuovo con i vecchi schemi. La sfida è
sempre il nuovo, la nostra risposta è sempre vecchia, e la nostra
difficoltà è quella di confrontarci in modo adeguato con tutto
ciò, pienamente. Il problema è sempre un problema della relazione,
con le cose con la gente, o con le idee; non c'è altro e per confrontarci
con il problema delle relazioni, con le sue sempre diverse domande, per
affrontarlo nel modo giusto e adeguatamente, si deve avere una consapevolezza
passiva. Questa passività non è il prodotto della determinazione,
della volontà o della disciplina; inizia quando vediamo e riconosciamo
che, nello stato iniziale, non siamo passivi. Essere consapevoli che ci
aspettiamo una particolare risposta a un particolare problema, è
sicuramente l'inizio: consiste nel conoscere noi stessi in relazione al
problema e a come ci confrontiamo con esso. Allora appena iniziamo a conoscere
noi stessi in relazione al problema, e al modo in cui reagiamo secondo pregiudizi,
aspettative e scopi, nel confronto con questo la consapevolezza rivelerà
il processo del nostro pensiero, della nostra natura interiore e in ciò
c'è liberazione. Ciò che è certamente importante è
la consapevolezza senza scelte, perché la scelta porta con sé
il conflitto. Colui che sceglie è nella confusione, quindi sceglie,
se non c'è confusione non c'è scelta. Solo la persona confusa
sceglie quello che dovrebbe o non don dovrebbe fare. Nessun che sia nella
chiarezza e nella semplicità sceglie: è ciò che è.
L'azione basata su un'idea è ovviamente l'azione della scelta e tale
azione non è liberatoria, al contrario, crea solo ulteriore resistenza
e ulteriore conflitto, in relazione a quel pensiero condizionato. La cosa
importante quindi, è l'essere consapevoli, momento per momento, senza
accumulare l'esperienza che la consapevolezza offre, perché nel momento
che si inizia ad accumulare, si è consapevoli solo in rapporto a
quanto si ha accumulato, in accordo con quello schema e con quella esperienza.
La tua consapevolezza,è l'accumulo dei condizionamenti e quindi non
c'è più osservazione, ma mera traduzione. Dove c'è
traduzione c'è scelta, e la scelta crea conflitto, e nel conflitto
non c'è comprensione. La vita è un fatto di relazione, e per
comprendere la relazione, che non è statica, ci vuole una consapevolezza
flessibile, una consapevolezza allerta e passiva, non aggressivamente attiva.
Come ho detto questa coscienza passiva non è prodotta da qualche
forma di disciplina, o attraverso delle pratiche. E' semplicemente essere
consapevoli, momento per momento, del nostro pensare e del nostro sentire,
non solo quando siamo svegli perché come vedremo quando ci entreremo
più profondamente, anche iniziando a sognare tireremo a galla tutti
i tipi di simboli che tradurremo in sogni. In questo modo apriamo la porta
a ciò che è nascosto e che diventa conosciuto, ma per trovare
l'ignoto dobbiamo andare oltre la soglia, certamente è questa la
nostra difficoltà. La Realtà non è una cosa che possa
essere conosciuta dalla mente, perché la mente è il risultato
del conosciuto, del passato e quindi la mente deve riconoscere se stessa
ed il proprio funzionamento, la sua verità e solo allora è
possibile all'ignoto essere.
LA DIVISIONE TRA OSSERVATORE E OSSERVATO È' LA FONTE DEL CONFLITTO
Krishnamurti
Vi sono due tipi di apprendimento: uno consiste nel memorizzare ciò
che viene imparato per poi osservare tramite la memoria - ed è questo
che molti di noi chiamano apprendimento - e l'altro consiste nell'imparare
attraverso l'osservazione, senza immagazzinarlo come ricordo. Per dirla
in un altro modo: un modo di apprendimento è imparare qualcosa a
memoria, in modo che rimanga immagazzinato nel cervello come conoscenza
e successivamente agire secondo tale conoscenza abilmente o maldestramente;
quando si frequenta la scuola e l'università, si accumulano molte
informazioni, e in base a tale conoscenza si agisce in modo benefico per
se stessi e per la società, ma si è incapaci di agire semplicemente,
direttamente. L'altra specie di apprendimento - cui non si è altrettanto
abituati, perché si è schiavi delle abitudini, delle tradizioni,
di ogni conformismo - consiste nell'osservare senza l'accompagnamento della
conoscenza pregressa, guardare qualcosa come se fosse la prima volta. Se
uno osserva qualcosa in questo modo, non vi è la coltivazione della
memoria; non è come quando uno osserva e tramite tale osservazione
accumula il ricordo in modo che la prossima volta che l'osserva lo fa attraverso
quello schema della memoria, e perciò non l'osserva più ex
novo.
E' importante avere una mente che non sia costantemente occupata, costantemente
intenta a chiacchierare. Per la mente non occupata, può germinare
un nuovo seme, qualcosa d'interamente diverso dalla coltivazione della conoscenza
e dall'azione basata su tale conoscenza.
Osservate i cieli, la bellezza delle montagne, gli alberi, la luce tra le
fronde. Questa osservazione, immagazzinata nella memoria, impedirà
che la prossima osservazione sia nuova. Quando uno osserva la moglie o un
amico, può osservare senza l'interferenza della registrazione dei
precedenti episodi di quel particolare rapporto? Se uno può osservare
l'altro senza l'interferenza della conoscenza precedente, impara molto di
più.
La cosa più importante è osservare: osservare e non avere
una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Generalmente vi è
una divisione apparente tra l'osservatore, che è la somma totale
dell'esperienza passata, in quanto memoria, e l'osservato ... così
è il ,passato che osserva. La divisione tra osservatore e osservato
è la fonte del conflitto.
E' possibile che non vi sia conflitto, in tutta una vita? Tradizionalmente,
si accetta che debba esservi questo conflitto, questa lotta, questo dissidio
perpetuo, non solo fisiologicamente, per sopravvivere, ma psicologicamente,
tra desiderio e paura, simpatia e antipatia, e così via. Vivere senza
conflitto è vivere una vita senza sforzo, una vita in cui vi è
pace. L'uomo ha vissuto, per secoli e secoli, una vita di battaglia, di
conflitti esteriori e interiori; una lotta costante per conseguire qualcosa,
e la paura di perdere, di ricadere indietro. Si può parlare all'infinito
di pace, ma non vi sarà pace finché si è condizionati
ad accettare il conflitto. Se uno dice che è possibile vivere in
pace, allora è soltanto un'idea, e perciò non ha valore. E
se uno dice che non è possibile, allora blocca ogni indagine.
Esaminiamolo prima psicologicamente; è più importante che
farlo fisiologicamente. Se uno comprende in profondità la natura
e la struttura del conflitto, psicologicamente, e magari vi pone fine, allora
può essere in grado di affrontare il fattore fisiologico. Ma se uno
s'interessa solo del fattore fisiologico, biologico, per sopravvivere, allora
probabilmente non ci riuscirà.
Perché vi è questo conflitto, psicologicamente? Fin dai tempi
più antichi, socialmente e religiosamente, c'è sempre stata
una divisione tra il bene e il male. Questa divisione esiste realmente,
oppure c'è soltanto
Ciò che è " senza il suo contrario? Supponiamo che via
sia collera questo è un fatto, " ciò che è ";
ma " io non andrò in collera " è un idea, non è
un fatto.
Uno non discute mai tale divisione, l'accatta perché è tradizionalista
per abitudine, e non vuol saperne di qualcosa di nuovo. Ma c'è un
altro fattore: c'è una divisione tra l'osservatore e l'osservato.
Quando uno guarda una montagna, la guarda come osservatore e la chiama montagna.
La parola non è la cosa. La parola " montagna " non è
la montagna, ma per l'interessato la parola è molto importante: quando
guarda, vi è istantaneamente la risposta " quella è una
montagna ". Ora, uno può guardare la cosa chiamata " montagna"
senza la parola, perché la parola è un fattore di divisione?
Quando uno dice " mia moglie ", la parola " mia " crea
divisione. La parola, il nome, la parte del pensiero. Quando uno guarda
un uomo o una donna, una montagna o un albero, qualunque cosa sia, si opera
una divisione quando il pensiero, il nome, il ricordo vengono posti in essere.
Uno può osservare senza l'osservatore, che è l'essenza di
tutti i ricordi, le esperienze, le reazioni e così via, tutti provenienti
dal passato? Se uno guarda qualcosa senza la parola e i ricordi del passato,
allora osserva senza l'osservatore. Quando uno fa ciò, vi è
solo l'osservato, e non vi è divisione né conflitto, psicologicamente.
Uno può guardare la propria moglie o il proprio amico più
intimo senza il nome, la parola e tutta l'esperienza accumulata" in
quel rapporto? Quando guarda così, guarda l'altro - o l'altra - per
la prima volta.
E' possibile vivere una vita completamente libera da ogni conflitto psicologico?
Uno ha osservato il fatto: basterà, se lascia stare il fatto. Finché
vi è divisione tra l'osservatore che crea le immagini, e il fatto
- che non è immagine ma soltanto fatto - deve esserci conflitto perpetuo.
E' una legge. Ma si può porre fine al conflitto.
Quando vi è la fine del conflitto psicologico - che è parte
della sofferenza - allora, in che modo influisce sulla vita, sui rapporti
con gli altri? In che modo la fine della lotta psicologica, con tutti i
suoi conflitti, il suo dolore, le sue ansie, le sue paure, in che modo si
riferisce alla vita quotidiana, al lavoro d'ufficio, eccetera eccetera?
Se è un fatto che uno ha posto fine al conflitto psicologico, allora
come vivrà una vita senza conflitti esteriori? Quando non vi è
conflitto interiore, non vi è conflitto all'esterno, perché
"non vi è divisione" tra l'interiore e l'esteriore. E come
il flusso e il riflusso del mare. E' un fatto assoluto, irrevocabile, che
nessuno può toccare; è inviolato. Quindi, se è così,
cosa farà uno per guadagnarsi da vivere? Poiché non Vi è
conflitto, non vi è ambizione. Poiché interiormente vi è
qualcosa di assoluto che è inviolato, che non può essere toccato
né danneggiato, allora uno non dipende psicologicamente da un altro;
perciò non vi è conformismo né imitazione. Quindi,
non avendo tutto questo, uno non è più pesantemente condizionato
dal successo e dall'insuccesso nel mondo del denaro, della posizione, del
prestigio, che implica la negazione di "ciò che è "
e l'accettazione di " ciò che dovrebbe essere ".
Poiché uno nega " ciò che è " e crea l'ideale
di " ciò che dovrebbe essere ", vi è conflitto.
Ma osservare ciò che è effettivamente significa che uno non
ha contrario, solo " ciò che è ". Se osservate la
violenza e usate la parola " violenza ", c'è già
conflitto, la parola stessa è già distorta; vi sono persone
che approvano la violenza e altre che non l'approvano. L'intera filosofia
della non violenza è distorta, politicamente e religiosamente. C'è
la violenza e il suo contrario, la non violenza. Il contrario esiste perché
voi conoscete la violenza. Il contrario ha radice nella violenza. Uno pensa
che, avendo un contrario, con qualche metodo o mezzo straordinario, si sbarazzerà
di " ciò che è ".
Ora, si può accantonare il contrario e guardare semplicemente la
violenza, il fatto? La non violenza non è un fatto. La non violenza
è un'idea, un concetto, una conclusione. Il fatto è la violenza:
uno è in collera, odia qualcuno, vuol far male alla gente, è
geloso: tutto questo è l'implicazione della violenza, che è
il fatto. Ora, si può osservare il fatto senza introdurre il suo
contrario? Perché allora uno ha l'energia - che prima veniva sprecata
cercando di realizzare il contrario - per osservare " ciò che
è ". In quell'osservazione non c'è conflitto.
Perciò, cosa farà un uomo che ha compreso questa esistenza
straordinaria e complessa basata sulla violenza, il conflitto e la lotta,
un uomo che ne è effettivamente libero, non teoricamente, ma effettivamente
libero? Il che significa assenza di conflitto. Che cosa farà al mondo?
Formulerà questa domanda, se è interiormente, psicologicamente,
interamente libero da conflitti? Ovviamente no. Solo l'uomo in conflitto
dice: " Se non vi è conflitto, sarò alla fine, verrò
annientato dalla società perché la società è
basata sul conflitto".
Se uno è consapevole della propria coscienza, che cos'è? Se
è consapevole, vedrà che la sua coscienza è - in senso
assoluto - nel disordine totale. E contraddittorio dire una cosa, fare qualcosa
d'altro, cercando sempre qualcosa. Il movimento totale è entro un'area
limitata e priva di spazio, e in quel poco spazio c'è disordine.
Uno è diverso dalla propria coscienza? Oppure è quella coscienza?
quella coscienza. Allora, è consapevole di trovarsi nel disordine
totale? Alla fine, quel disordine porta alla nevrosi, ovviamente: perciò
ci sono tutti gli specialisti della società moderna, gli psicoanalisti,
gli psicoterapeuti e così via. Ma interiormente c'è ordine?
Oppure c'è disordine? Uno può osservare questo fatto? E cosa
avviene quando uno osserva senza scegliere... cioè senza distorsioni?
Dove c'è disordine, deve esserci conflitto. Dove c'è ordine
assoluto, non c'è conflitto. E c'è un ordine assoluto, non
relativo. Ciò può avvenire in modo naturale e facile, senza
conflitto, solo quando uno è consapevole di se stesso quale coscienza,
consapevole della confusione, del tumulto, delle contraddizioni, osservando
esteriormente senza distorsione. Allora da questo deriva naturalmente, dolcemente,
facilmente, un ordine irrevocabile.
Krishnamurti
Semplicità
Vorrei
prendere in esame che cos'è la semplicità e, partendo da
li, arrivare magari alla scoperta della sensibilità. Noi
sembriamo credere che la semplicità sia un'espressione puramente
esteriore, una rinuncia: possedere pochi beni, indossare un perizoma,
non avere casa, non fare sfoggio di abiti, avere un piccolo conto in
banca. Ma certamente questa non la semplicità, ma
soltanto una messinscena esteriore. A me pare che la
semplicità sia qualcosa di essenziale, che però si
realizza soltanto quando cominciamo a comprendere il significato
dell'autoconoscenza.
La
semplicità non il mero adeguamento a uno schema. E’
necessaria una notevole intelligenza per essere semplici, e non
soltanto conformarsi a un determinato modello, per quanto possa
sembrare degno. Purtroppo la maggior parte di noi inizia con
l'essere semplice esternamente, nelle cose visibili. E’
relativamente facile possedere poche cose ed esserne soddisfatti;
accontentarsi di poco e, magari, dividere quel poco con altri. Ma
una semplice manifestazione esteriore di semplicità nelle cose,
in ciò che si possiede, non implica certo la semplicità
dell'essere interiore. Per come va il mondo oggigiorno, infatti,
siamo indotti dall'esterno ad appropriarci di un numero sempre
crescente di cose. La vita diventa sempre più
complessa. Allo scopo di sfuggire a tutto ciò, cerchiamo
di rinunciare alle cose, di distaccarcene - dalle automobili, dalle
case, dalle organizzazioni, dai film, e dalle
innumerevoli circostanze che dall'esterno ci vengono imposte.
Pensiamo che basti ritirarsi dal mondo per essere semplici. Molti
grandi santi, molti grandi maestri hanno rinunciato al mondo; ma mi
sembra che una simile rinuncia da parte nostra non risolva il
problema. La semplicità, che è essenziale e
reale, può nascere solo interiormente; e a partire da lì
può poi dare luogo a una manifestazione esterna. Il
problema, dunque, è come essere semplici, perché la
semplicità acuisce la sensibilità. E’
fondamentale avere una mente sensibile, un cuore sensibile, che siano
capaci di una percezione e ricezione rapida.
E
certo si può essere semplici interiormente solo se si
comprendono gli innumerevoli impedimenti, legami, paure, che ci
imprigionano. Ma alla maggior parte di noi piaceessere
prigionieri - delle persone, degli oggetti, delle idee. Dentro di
noi siamo prigionieri, anche se esteriormente sembriamo molto
semplici. Internamente siamo prigionieri dei nostri desideri,
bisogni, ideali, di innumerevoli motivazioni. E’ impossibile
trovare la semplicità se non si è liberi
dentro. E’ per questo che bisogna cominciare la ricerca
internamente, non esternamente.
La
comprensione totale del processo della credenza, dei motivi che
spingono la mente ad aggrapparsi a una credenza, è
straordinariamente liberatoria. Quando c'è libertà
dalle credenze, c'è semplicità. Ma questa
semplicità richiede intelligenza, e per essere intelligenti
bisogna essere consapevoli dei propri impedimenti. Per essere
consapevoli, bisogna essere costantemente vigili, non radicarsi in una
particolare routine, in un particolare schema di pensiero o di
azione. Dopo tutto, ciò che si è internamente
influenza il mondo esterno. La società (o qualunque forma
di azione) è la proiezione di noi stessi, e senza
trasformazione interiore, le sole leggi incidono assai poco sul mondo
esterno; possono produrre certe riforme, certi adeguamenti, ma
ciò che si è internamente finisce sempre per prevalere
sull'esterno. Se internamente si è avidi e ambiziosi, se
si perseguono certi ideali, alla fine la complessità interiore
turberà e sconvolgerà la società esterna, per
quanto questa possa essere attentamente pianificata.
Ecco
perché bisogna cominciare dall’interno - ma non in maniera
esclusiva, non rifiutando il mondo esterno. Si arriva all'interno
comprendendo l'esterno, scoprendo la sofferenza, la lotta, il dolore
che esistono nel mondo; e più si indaga, più,
naturalmente, ci si avvicina agli stati psicologici che producono i
conflitti e le sofferenze esteriori. L'espressione esterna
è soltanto un'indicazione del nostro stato interiore, ma per
comprendere tale stato interiore bisogna accostarsi ad esso attraverso
il mondo esterno. La maggior parte di noi fa così.
Nel comprendere l'interiorità - non esclusivamente, non
rifiutando la realtà esterna, ma comprendendola e attraverso
essa giungendo all'interiorità - scopriremo che, mentre
procediamo nell'esplorazione delle complessità del nostro
essere, diventiamo sempre più sensibili e liberi. E’
questa semplicità interiore che è così essenziale,
poiché genera sensibilità. Una mente che non sia
sensibile, né vigile o consapevole, è priva di
recettività e incapace di qualunque azione creativa. Il
conformismo, come mezzo per conquistare la semplicità, di fatto
ottunde la mente e il cuore, li rende insensibili. Qualunque
forma di coazione autoritaria, imposta dallo Stato, da se stessi,
dall'ideale del conseguimento di un fine, e così via, qualunque
forma di conformismo, sfociano inevitabilmente
nell'insensibilità, nella mancanza di semplicità
interiore. All'esterno ci si può conformare, dando
un'impressione di semplicità, come fanno tante persone
religiose, che praticano varie forme di disciplina, partecipano a
questa o quella organizzazione, meditano in un certo modo, e così via
- tutti costoro danno un'impressione esterna di semplicità, ma
un tale conformismo non ha come esito la semplicità.
Qualunque tipo di coazione non potrà mai condurre alla
semplicità. Al contrario, quanto più ci si reprime,
quanto più si sostituisce e si sublima, tanto meno si è
semplici; e viceversa, quanto più si comprende il processo di
sublimazione, repressione, sostituzione, tanto maggiori sono le
possibilità di essere semplici.
I
nostri problemi - sociali, ambientali, politici, religiosi sono
talmente complessi che li possiamo risolvere soltanto essendo semplici,
non diventando straordinariamente eruditi e intellettualmente
sofisticati. Una persona semplice vede le cose in maniera molto
più diretta, ha un'esperienza più immediata delle persone
complesse. Le nostre menti sono talmente ingombre della
conoscenza di un'infinità di dati, di ciò che altri hanno
detto, che siamo divenuti incapaci di essere semplici e di avere noi
stessi esperienze dirette. Questi problemi richiedono una nuova
impostazione; ma questa è possibile solo se internamente siamo
davvero semplici. Quella semplicità scaturisce
dall'autoconoscenza, ossia dalla comprensione di noi stessi, delle
modalità del nostro pensare e sentire, dei movimenti dei nostri
pensieri, delle nostre reazioni, di come ci conformeremo per paura
all'opinione pubblica, a ciò che altri dicono, a ciò che
il Buddha, Cristo, i grandi santi hanno detto - tutto questo indica la
nostra propensione naturale ad adeguarci, a cercare la sicurezza.
Quando si cerca la sicurezza, si è evidentemente in uno stato di
paura e, di conseguenza, non c'è semplicità.
Se
non si è semplici, non si può essere sensibili - agli
alberi, agli uccelli, alle montagne, al vento, a tutte le cose che
accadono intorno a noi nel mondo; se non si è semplici, non si
può essere sensibili alle risonanze interne delle cose. La
maggior parte di noi vive superficialmente, al livello più
esteriore della coscienza; cerchiamo di essere riflessivi o
intelligenti, il che è sinonimo dell'essere religiosi oppure
cerchiamo di rendere semplici le nostre menti, attraverso la coazione,
la disciplina. Ma la semplicità non è questa.
Quando costringiamo il livello più superficiale della mente a
essere semplice, tale coazione serve solo a irrigidire la mente, non la
rende certo duttile, chiara, rapida. E’ estremamente arduo
essere semplici nel processo complessivo, globale, della nostra
coscienza;. non deve esserci, infatti, alcuna riserva interiore,
bensì una determinazione a scoprire, a esplorare il processo
dell'essere, il che significa essere pronti a recepire ogni
implicazione, ogni cenno, essere consapevoli delle proprie paure e
delle proprie speranze, esplorarle, ed esserne liberi, sempre
più liberi. Solo allora, quando la mente e il cuore sono
davvero semplici, non ricoperti di incrostazioni, possiamo risolvere i
numerosi problemi che ci troviamo di fronte.
La
conoscenza non risolve i nostri problemi. Potreste sapere, ad
esempio, che esiste la reincarnazione, che c'è continuità
dopo la morte. Potreste saperlo, non dico che sia
così; o potreste esserne convinti. Ma questo non risolve
il problema. La morte non può essere archiviata in base a
una teoria, a un'informazione o a una convinzione. è molto
più misteriosa, molto più, profonda, molto più
creativa di così.
Bisogna avere la capacità di indagare su tutte queste cose con atteggiamento nuovo; solo attraverso l'esperienza diretta, infatti,
i nostri problemi possono avere soluzione, e perché
un'esperienza diretta sia possibile, ci deve essere semplicità,
il che significa che ci deve essere sensibilità. La mente
è offuscata dal peso della conoscenza, offuscata dal
passato, dal futuro. Solo una mente che sia capace di adeguarsi
al presente in continuazione, attimo per attimo, può essere
all'altezza delle potenti influenze e pressioni a cui siamo
costantemente sottoposti dall'ambiente che ci circonda.
Dunque,
un uomo religioso non quello che indossa una tonaca o un
perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto
innumerevoli voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché.
Una mente simile è capace di una recettività
straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, né
paure, né movimento verso qualcosa; dunque è capace
di ricevere la grazia, Dio, la verità, o quel che vi pare.
Un mente che persegue la realtà, invece, non è
una mente semplice. Una mente che cerca, si affanna, brancola in
preda all'agitazione, non è una mente semplice. Una mente
che si conforma a un qualunque modello di autorità, interna o
esterna, non può essere sensibile. E soltanto quando una
mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte
le proprie vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a
diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per essere qualcosa,
solo allora è capace di accogliere ciò che è la
verità. Solo allora può esserci felicità,
poiché la felicità non è un fine: è il
risultato della realtà. Quando la mente e il cuore saranno
divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso forme di
coazione, di autorità o di imposizione), allora vedremo che i
nostri problemi possono essere affrontati con molta
semplicità. Per quanto complessi tali problemi siano,
saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un'ottica
differente. Ecco di cosa c'è bisogno oggi: di gente che
sia capace di affrontare la confusione, l'agitazione, la
conflittualità della realtà esterna in maniera nuova,
creativa e semplice - non con teorie né con formule, di sinistra
o di destra che siano. Ma non si può affrontare tutto
ciò in maniera nuova se non si è semplici.
I
problemi possono essere risolti soltanto se li si imposta in questo
modo. Una nuova impostazione non è possibile se ragioniamo
nei termini di precisi schemi di pensiero, religioso, politico o di
altra natura. Dobbiamo liberarci di tutte queste cose per essere
semplici. Ecco perché è così importante
essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo
del proprio pensiero, avere una percezione totale di sé; da
ciò scaturisce una semplicità, un'umiltà che
non è virtù o esercizio. L'umiltà che
si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una
mente che si fa umile non è più una mente umile.
Solo quando si è umili, ma non di un'umiltà coltivata,
solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi
pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non
si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del
proprio senso di importanza; si considera invece il problema in
sé e così si in è in grado di
risolverlo.
La relatività e la teoria quantistica sono in accordo, in
quanto esse implicano entrambe il bisogno di considerare il mondo come un
tutto indiviso, in cui tutte le parti dell'universo, incluso l'osservatore
ed i suoi strumenti, si fondono e si uniscono in una totalità.
La totalità di Bohm e l'ordine implicato
Alcune parti del libro di David Bohm Wholeness and the Implicate Order
hanno notevoli corrispondenze con i temi delle discussioni che egli
ebbe con Krishnamurti. Sembra pertinente concludere quest'opera attirando
l'attenzione sul suo lavoro, poiché, dato che il libro ha avuto un'influenza
sulla sfera professionale di Bohm, deve avere esteso la consapevolezza dell'importanza
della filosofia di Krishnamurti.
Dai dialoghi è chiaro che Bohm non è un avvocato della visione
del mondo materialista-meccanicista della scienza convenzionale. Il suo
libro è un tentativo di delineare un'alternativa . Sebbene egli arguisca
su una base puramente scientifica che l'opinione convenzionale, che coinvolge
l'analisi del mondo in parti esistenti indipendentemente,"non funziona
molto bene nella fisica moderna", le implicazioni dell'alternativa
che propone si estendono molto al di là del campo della fisica e,
in capitoli meno tecnici del libro, egli esplora queste implicazioni.
Il punto fondamentale, comunque, è che la scienza stessa, sulla base
delle sue scoperte sperimentali, ha reso la vecchia visione ridondante e
creato la necessità di un'alternativa:
Il pensiero è il nemico", disse Krishnamurti e Bohm indica come
questo sia stato il caso nella scienza. Il pensiero ha diviso le cose per
la sua propria convenienza, per meglio comprenderle e controllarle, ma poi
ha fatto l'errore di considerare quella frammentazione, che ha proiettato
sul mondo, come una inerente caratteristica del mondo stesso. A causa dell'autorità
della scienza, questa abitudine di considerare il mondo come una congeries
di cose separate, divenne pervasiva in tutte le aree del pensiero, rinforzando
le tendenze separatiste e pericolosamente di elite, dei gruppi nazionali,
razziali o di classe, sostenendo e giustificando i rapaci sfruttamenti dell'ambiente
naturale e sfociando nel fatto che l'uomo considera la sua stessa psiche,
nei termini dei suoi componenti conflittuali.
Può suonare idealistico richiedere un cambiamento in questa abitudine
di pensiero radicata, ma, argomenta Bohm, la totalità e la visione
del mondo olistica non sono un ideale, esse potrebbero esser la realtà
come la fisica moderna ci ha mostrato. "Così ciò che
è necessario", egli scrive, "è che l'uomo dia attenzione
a questa abitudine di pensiero frammentaria, che ne sia consapevole e così
la porti a termine."
Il principio di porre fine a qualcosa attraverso l'attenzione e la consapevolezza,
piuttosto che cercare di conseguire o sovrimporre un'alternativa, è
naturalmente la strategia fondamentale di Krishnamurti.
Stuart Holroyd, Krishnamurti, l'uomo il mistero e il messaggio.
Alan Watts
EGO
da: "Il Tao della filosofia" di Alan Watts, Red Edizioni
Credo
che, se siamo onesti con noi stessi, il problema più
affascinante che ci possiamo porre è: "Chi sono io?" Che cosa
intendiamo e che cosa sentiamo quando diciamo la parola "io"? Non penso
che vi possa essere una percezione più seducente di questa,
così inafferrabile e nascosta. Ciò che sei nell'intimo
del tuo essere sfugge all'osservazione allo stesso modo in cui non puoi
guardarti direttamente negli occhi senza servirti di uno specchio. Ecco
perché esiste sempre un elemento di profondo mistero nella
domanda: "Chi siamo noi?" Questo interrogativo mi ha attirato per
diversi anni. Ho chiesto a molte persone: "Che cosa intendi con la
parola io?" Ho visto che esiste un certo accordo sulla risposta,
soprattutto fra la gente della civiltà occidentale: abbiamo,
secondo la mia definizione, una concezione di noi stessi in quanto "ego
incapsulati nella pelle". La maggior parte di noi percepisce l'io (l'ego, il mio sé,
la fonte della mia coscienza) come un centro di consapevolezza e una
sorgente di azioni che risiedono nel mezzo di una borsa di pelle.
È curioso come usiamo la parola io. In un discorso comune non
siamo abituati a dire: "Io sono un corpo". Diciamo piuttosto: "Io ho un
corpo". Non affermiamo: "Io batto il mio cuore", così come
enunciamo invece: "Io cammino, io penso, io parlo". Sentiamo che il
cuore batte da solo e che non ha niente a che fare con l'io. In altre
parole, non consideriamo l'io "me" come coincidente con il nostro
organismo fisico. Riteniamo che sia qualcosa al suo interno: la maggior
parte degli occidentali colloca l'io dentro la testa, da qualche parte
tra gli occhi e le orecchie, mentre tutto il resto di noi penzola da
quel punto di riferimento. In altre culture non è così.
Quando
un giapponese o un cinese vogliono localizzare il centro di sé,
il primo lo chiama kokoro e il secondo lo definisce shin: cuore-mente.
Alcune persone situano il proprio sé nel plesso solare, ma in
generale lo immaginiamo dietro agli occhi e da qualche parte tra le
orecchie. È come se all'interno della zona superiore del cranio
ci fosse una specie di centrale che somiglia al quartier generale
dell'Aeronautica a Denver, dove gli addetti siedono in grandi locali,
circondati da schermi radar e da ogni sorta di monitor, e controllano i
movimenti degli aerei in tutto il mondo. In ugual modo, noi concepiamo
noi stessi come una piccola persona all'interno della nostra testa, che
indossa una cuffia di ascolto per captare i messaggi dalle orecchie,
che ha un televisore davanti a sé per ricevere i messaggi dagli
occhi e che è coperta sul corpo da elettrodi di ogni tipo che le
inviano messaggi dalle mani e così via. Questa persona si trova
dietro un pannello pieno di pulsanti, quadranti, eccetera, e in tal
modo riesce, più o meno, a controllare il corpo. Non è
però il corpo, perché "io" sovrintendo solo a quelle che
vengono chiamate le azioni volontarie, mentre le cosiddette azioni
involontarie mi succedono. Vengo comandato a bacchetta da queste
ultime, anche se posso impartire, fino a un certo punto, ordini al mio
corpo. Questa è, secondo la conclusione a cui sono arrivato,
l'ordinaria concezione dell'uomo moderno di ciò che è il
proprio sé.
Osserviamo
come i bambini, influenzati dal nostro ambiente culturale, ci chiedono:
"Mamma, chi sarei se papà fosse stato un altro uomo?" Dalla
nostra cultura il bambino prende l'idea che padre e madre gli hanno
dato un corpo dentro il quale, a un certo momento, è stato
infilato (il fatto che sia stato concepito o partorito un po' vago).
Comunque, in tutto il nostro modo di pensare c'è l'idea che
siamo un'anima, una qualche essenza spirituale, imprigionata dentro un
corpo. Guardiamo fuori, in un mondo che ci è estraneo e
sentiamo, per usare le parole del poeta A.E. Housman: "Io, uno
straniero che ha paura di vivere in un mondo non fatto da me". Di
conseguenza parliamo del dovere di confrontarci con la realtà,
di fronteggiare gli eventi. Diciamo di essere venuti in questo mondo e
siamo allevati con la sensazione di essere un'isola di consapevolezza
rinchiusa in un sacco di pelle. All'esterno vediamo una realtà
che ci è profondamente aliena, nel senso che ciò che
è al di fuori di "me" non è me. Questo fatto crea una
fondamentale sensazione di ostilità e di distacco tra noi e il
cosiddetto mondo esterno. Quindi continuiamo a parlare di conquista
della natura, di conquista dello spazio e vediamo noi stessi come se
fossimo schierati in battaglia per opporci a tutto quanto rappresenta
l'altro da me. Parlerò più estesamente di questo
argomento nel prossimo capitolo, mentre qui voglio esaminare la strana
sensazione di essere un sé isolato. Dunque, è
assolutamente assurdo dire che siamo entrati in questo mondo. Non
è così: in effetti ne siamo usciti! Che cosa credete di
essere? Facciamo un esempio: supponete che il mondo sia un albero.
Siete per caso una foglia dei sui rami o uno stormo di uccelli arrivati
da qualche parte che si è stabilito sopra un vecchio albero
morto? Ogni cosa che conosciamo sugli organismi viventi, dal punto di
vista scientifico, ci mostra che "cresciamo fuori" da questo mondo, che
ciascuno di noi è ciò che si potrebbe definire un sintomo
dello stato dell'universo nella sua globalità. Tuttavia, questo
pensiero non fa parte del nostro senso comune.
Per
molti secoli l'uomo occidentale è stato sotto l'influenza di due
grandi miti. Quando uso il termine "mito" non intendo necessariamente
dire "falso". La parola mito richiama una grande idea nel cui ambito
l'uomo cerca di trovare il significato del mondo; può essere un
concetto, oppure un'immagine. La prima delle due immagini che hanno
profondamente influenzato l'Occidente è quella del mondo come
"prodotto", più o meno come una brocca fatta da un vasaio. E,
infatti, nel Libro della Genesi c'è l'idea che originariamente
l'uomo era una figura di terra fabbricata da Dio, che poi alitò
sopra di essa dandole la vita. Tutto il pensiero dell'Occidente
è profondamente influenzato dall'idea che ogni cosa (ogni
evento, ogni essere umano, ogni montagna, ogni stella, ogni fiore, ogni
cavalletta, ogni verme) è un , "prodotto": è stata
fabbricata. Pertanto, è naturale per un bambino occidentale
chiedere alla madre: "Come sono stato fatto?". Al contrario, questa
sarebbe una domanda anomala per un bambino cinese, perché i
cinesi non credono che la natura sia un insieme di oggetti fabbricati.
La considerano come qualcosa che cresce, e i due processi sono ben
diversi. Quando costruite un oggetto, assemblate le varie parti, oppure
scolpite una immagine in un pezzo di legno o in una pietra, lavorando
dall'esterno verso l'interno. Invece l'osservazione di qualcosa che
cresce è completamente differente. Non si assemblano parti.
Ciò che cresce si espande dall'interno e gradualmente si
complica, estendendosi verso l'esterno, come una gemma che fiorisce o
un seme che diventa una pianta.
Tuttavia,
dietro tutto il nostro processo di pensiero occidentale c'è
l'idea che il mondo sia un manufatto, messo insieme da un architetto
celeste, un falegname, un artista che, proprio perché lo ha
costruito, sa come è fatto. Quando ero ragazzino ponevo a mia
madre molte domande a cui la poverina non era in grado di rispondere.
Allora si rifugiava nella disperazione, dicendomi: "Mio caro, ci sono
cose che non ci è dato di conoscere". E io ribattevo: "Ma un
giorno troveremo la risposta?". "Sì," mi spiegava, "quando
moriremo e andremo in cielo ci sarà tutto chiaro." Così,
ero convinto che durante i pomeriggi piovosi, in paradiso, ci saremmo
tutti seduti attorno al Trono di Grazia e avremmo detto al Signore:
"Allora, spiegaci finalmente perché hai creato il mondo in
questo modo e come sei riuscito a fare quest'altra cosa" ed Egli
avrebbe chiarito e reso tutto comprensibile. Ogni interrogativo avrebbe
avuto una risposta perché, come abbiamo imparato dalla teologia
popolare, Dio è la grande mente onnisciente. Se chiedeste al
Signore l'altezza esatta del Mount Whitney, fino all'ultimo millimetro,
Egli naturalmente lo saprebbe e ve lo direbbe. Potreste rivolgergli
qualsiasi domanda, perché Egli è l'Enciclopedia
Britannica cosmica. Tuttavia, questa particolare immagine (o mito)
è diventata troppo pesante per l'uomo occidentale: è
opprimente pensare che si sa tutto di te e che sei perennemente
osservato da un giudice infinitamente giusto. Ho un'amica, una
cattolica convertita, molto illuminata: nella stanza da bagno di casa
sua ha un gabinetto vecchio stile e sul tubo che connette lo sciacquone
con la tazza del gabinetto è appeso un piccolo dipinto
incorniciato, che rappresenta un occhio. Sotto, in lettere gotiche,
è scritto: "Dio ti vede". Questo occhio è dappertutto e
guarda, guarda, guarda, giudicandovi e voi sentite in ogni momento che
non siete mai veramente soli. Il vecchio gentiluomo vi sta osservando e
sta prendendo appunti nel suo libro nero: un concetto simile è
diventato insopportabile per l'Occidente. Abbiamo dovuto liberarcene.
Così, al suo posto, abbiamo sviluppato un altro mito: quello
dell'universo puramente meccanico. Questo mito è stato inventato
alla fine del XVIII secolo ed è diventato sempre più di
moda durante il XIX e buona parte del XX secolo, di modo che oggi
è un luogo comune. Oggi poche persone credono veramente in un
Dio vecchio stile. Dicono di farlo, ma anche se sperano davvero che
esista un Dio, non hanno realmente fede in Lui. Desiderano con fervore
che ci sia e sentono il dovere di credere, ma l'idea dell'universo
governato da quel meraviglioso vecchio gentiluomo non è
più plausibile. Non è che ognuno di noi lo confuti;
semplicemente non è più in accordo con la nostra
conoscenza della smisurata immensità delle galassie e delle
infinite distanze di anni luce che separano le une dalle altre.
È
invece diventato di moda, e non è altro che una moda, credere
che l'universo sia ottuso e che l'intelligenza, i valori, l'amore e i
sentimenti più delicati risiedano unicamente nella borsa di
epidermide umana; e che oltre a questo esista soltanto una specie di
interazione caotica e stupida di forze cieche. Per esempio, grazie a Sigmund Freud
abbiamo imparato il concetto che la vita biologica è basata su
qualcosa chiamata libido, una parola molto insidiosa. Tale libidine
cieca, spietata, incapace di comprensione, è vista come il
fondamento dell'inconscio umano e i pensatori del XIX secolo come Georg WF Hegel, Charles Darwin
e Thomas H. Huxley erano convinti che alla radice dell'essere vi fosse
un'energia e che questa energia fosse cieca. L'energia, dicevamo,
è semplicemente energia, completamente e assolutamente stupida,
e la nostra intelligenza è uno sfortunato incidente. Per qualche
strambo capriccio dell'evoluzione siamo diventati questi esseri
sensibili e razionali (o, per meglio dire, più o meno
razionali); ma tutto ciò è un terribile errore
perché ci troviamo in un universo che non ha nulla in comune con
noi. Non condivide i nostri sentimenti, non è veramente
interessato a noi: siamo soltanto una specie di colpo di fortuna
cosmico. Ne consegue che l'unica speranza per l'umanità è
costringere questo universo irrazionale alla sottomissione,
conquistarlo e dominarlo. Naturalmente, l'intero discorso e una
perfetta idiozia. Se pensate che l'universo sia stato creato da un
gentiluomo vecchio e bonario, vi accorgerete ben presto che Egli non
è così bonario e che ha un atteggiamento che indurrebbe a
pensare: "Questo farà più male a me di quanto ne
farà a te". Potete, certo, avere tale idea, ma se questa nozione
dovesse diventarvi scomoda, potete cambiarla con l'altro concetto a
vostra disposizione, il concetto opposto: vale a dire che l'ultima
realtà non possiede intelligenza alcuna. Almeno un'impostazione
del genere ci aiuterebbe a sbarazzarci del vecchio spauracchio
lassù nel cielo, in cambio però dell'immagine di un mondo
totalmente stupido.
Naturalmente,
simili teorie non hanno veramente senso, perché non è
possibile arrivare a un organismo intelligente, come l'essere umano,
partendo da un universo non intelligente. Non può esistere un
organismo intelligente che vive in un ambiente non intelligente.
C'è un albero in giardino e ogni estate produce mele; lo
chiamiamo melo, perché l'albero fa le mele. C'è un
sistema solare all'interno di una galassia e una delle sue
peculiarità che (perlomeno per quanto riguarda il pianeta Terra)
"produce" esseri umani, proprio come l'albero "fabbrica" le mele.
Forse, due milioni di anni fa, dentro un disco volante è
arrivato qualcuno da un'altra galassia, ha visto questo sistema solare,
ha alzato le spalle e ha detto: "È solo un ammasso di rocce", ed
è ripartito. Più tardi, due milioni di anni dopo,
è ritornato, ha guardato di nuovo e ha detto: "Scusatemi,
credevo che fosse soltanto un ammasso di rocce, ma in realtà
è popolato, è vivo: ha fatto qualcosa di intelligente".
L'uomo cresce in questo mondo esattamente come le mele crescono sul
melo: se l'evoluzione ha un significato, il significato è
proprio questo. Ma noi, curiosamente, lo distorciamo. Diciamo:
"D'accordo, all'inizio non c'era altro che gas e roccia. Poi è
capitato che vi sorgesse l'intelligenza, come una specie di fungo o
poltiglia che si è posata sopra al tutto". Ma questo modo di
pensare separa l'intelligenza dalle rocce. Dove ci sono le rocce
bisogna stare attenti, perché un giorno diventeranno vive e
saranno brulicanti di esseri. È solo una questione di tempo,
proprio come la ghianda un giorno diventerà una quercia
perché ne ha intrinsecamente la potenzialità. Quindi
state attenti: le rocce non sono senza vita.
Dipende
dal tipo di atteggiamento che scegliete di avere nei confronti del
mondo. Se lo volete umiliare, potete dire: "Fondamentalmente è
soltanto un po' di geologia, un po' di stupidità bell'e buona,
su cui appare, per caso, una specie di fenomeno che noi chiamiamo
coscienza". Questo è un atteggiamento che possiamo assumere
quando vogliamo provare agli altri che siamo tipi tosti, concreti, che
guardiamo in faccia ai fatti, che non indugiamo nelle illusioni. In
realtà stiamo semplicemente impersonando un ruolo e ce ne
dobbiamo rendere conto: si tratta di mode intellettuali. D'altro canto,
se provate amore per l'universo, lo elevate invece di umiliarlo, e a
proposito delle rocce, direte: "Sono veramente consapevoli, ma una
forma diversa di consapevolezza". Naturalmente la coscienza è
qualcosa di molto più sottile. Ma se percuotete una campana o
urtate un cristallo, essi rispondono: dentro di loro c'è una
reazione estremamente semplice. È un suono che proviene
dall'interno, mentre noi "risuoniamo" a ogni tipo di colore, di luce,
di intelligenza, di idee, di pensieri; è più complicato.
Entrambe le reazioni sono ugualmente consapevoli, anche se in modi
differenti. È un concetto perfettamente accettabile. Quello che
voglio dire è che i minerali possiedono una forma rudimentale di
coscienza; altri, invece, sostengono che la coscienza sia una forma
complessa di sostanze minerali. Queste persone ritengono che ogni cosa
sia scialba, mentre io affermo che la vita è uno spettacolo
magnifico.
Ciò
nonostante, mentre studiamo l'essere umano o qualsiasi altro organismo
vivente e cerchiamo di descriverli in modo accurato e scientifico, ci
accorgiamo che la normale percezione di noi stessi come tanti io
isolati dentro una borsa di pelle è un'allucinazione. E'
veramente pazzesco, perché quando si cerca di definire il
comportamento umano, oppure il comportamento di un topo, di un ratto,
di un pollo (o di qualsiasi altro organismo) si scopre che se si vuole
descrivere questo comportamento in modo accurato si deve analizzare
anche il comportamento dell'ambiente. Supponiamo che io stia camminando
e voi volete descrivere l'atto del camminare. Non potete parlare del
mio modo di camminare senza descrivere il suolo, perché se non
lo fate e se non descrivete nemmeno lo spazio dentro il quale mi sto
muovendo, parlerete solo di qualcuno che sta facendo dondolare le gambe
in un spazio vuoto. Così come raccontate il mio modo di
camminare, dovete raccontare anche lo spazio in cui mi trovate. Non
potete vedere se non vedete anche lo sfondo; ciò che sta dietro
di me. Se i limiti della mia pelle avessero la stessa estensione della
totalità del vostro campo visivo, non mi vedreste affatto.
Osservereste le cose che riempiono il vostro campo visivo, ma non
vedreste me, perché per vedermi non dovreste vedere soltanto
ciò che è all'interno del limite della mia pelle, ma
anche quello che è fuori.
È
un fatto estremamente importante. In realtà l'ultimo mistero,
quello fondamentale, l'unico che dovete conoscere per capire i segreti
metafisici più profondi, è questo: per ogni fuori
c'è un dentro e per ogni dentro c'è un fuori, e
benché siano differenti, i due sono un tutt'uno. In altre
parole, vi è una cospirazione segreta tra ogni interno e ogni
esterno: ciascuno cioè deve apparire quanto più è
possibile diverso dall'altro, ma sotto sotto entrambi sono identici.
Non troverete mai l'uno senza l'altro. I due si sono messi d'accordo
per darsi battaglia. Ecco perciò il segreto: ciò che
è esoterico, profondo, intenso, viene denominato 'implicito'.
Ciò che è ovvio e pubblico si chiama 'esplicito'.
Così, io nel mio ambiente e voi nel vostro siamo esplicitamente
tanto diversi quanto possibile, ma implicitamente siamo un tutt'uno. Lo
scienziato riesce a scoprire questa realtà molto velocemente,
quando cerca di descrivere esattamente che cosa stiamo facendo; dato
che tutta l'arte della scienza è quella di illustrare il nostro
comportamento, quest'ultimo non è qualcosa che può essere
separato dal mondo che ci circonda. Quindi lo scienziato si rende conto
che siamo qualcosa che tutto il mondo sta facendo, proprio come quando
il mare ha le onde, l'oceano 'ondeggia'. Così ognuno di noi
è un "ondeggiamento' di tutto il cosmo, l'opera completa, tutto
ciò che c'è, e insieme con ciascuno di noi è
questo 'ondeggiamento' che dice: "Ehi! Sono qui!", eppure ogni volta
è diverso, perché la diversità dà sapore
alla vita.
Il
fatto strano, però, è che non siamo stati educati a
sentire in questo modo. Invece di sentire che siamo qualcosa che tutto
il regno dell'esistenza sta facendo, percepiamo di essere entrati in
questa totalità come stranieri. Quando nasciamo non sappiamo da
dove veniamo perché non lo ricordiamo; così pensiamo che
anche quando moriremo sarà uguale. Alcune persone si consolano
con l'idea che andranno in paradiso oppure che si reincarneranno, ma in
generale nessuno ci crede veramente. Per la maggior parte della gente
non è una storia accettabile; perciò la cosa che davvero
ossessiona è che quando si muore ci si addormenta per non
svegliarsi mai più. Saremo chiusi a chiave nella cassetta di
sicurezza delle tenebre per sempre. Però, tutto questo si basa
su una nozione falsa di ciò che è il sé di un
individuo. Il motivo per cui abbiamo questo concetto errato di noi
stessi, per quanto sono riuscito a capire, sta nel fatto che ci siamo
specializzati in un tipo particolare di consapevolezza.
Generalmente
parlando, possediamo due modelli di consapevolezza. Chiamerò il
primo "faro direzionale" e il secondo "luce a largo fascio". Il faro
è l'attenzione consapevole e fin da bambini ci è stato
detto che costituisce la forma di percezione più preziosa.
Quando il maestro dice alla classe: "Fate attenzione!", ogni allievo
guarda verso l'insegnante. Questa è la consapevolezza "faro":
fissare la mente su un solo oggetto alla volta. Ci concentriamo e anche
se non siamo in grado di avere una durata di attenzione molto lunga,
usiamo il nostro "faro": ci focalizziamo su un oggetto dopo l'altro,
uno dopo l'altro... Tuttavia abbiamo anche una consapevolezza "a largo
fascio". Per esempio, possiamo guidare l'automobile per diversi
chilometri con un amico seduto a fianco e la nostra consapevolezza
"faro" può essere completamente assorbita nella conversazione
con l'amico. Eppure l'attenzione "a largo fascio" si arrangia a guidare
il veicolo, vedrà tutti i segnali stradali, gli altri idioti che
stanno guidando e così via, e noi arriveremo alla meta sani e
salvi senza neppure pensarci.
La
nostra cultura, però, ci ha insegnato a specializzarci nella
consapevolezza "faro" e a identificarci solo con essa. "Io sono la mia
consapevolezza faro, la mia attenzione cosciente; cioè il mio
ego; cioè me." Sebbene in larga misura la ignoriamo, la
"coscienza a largo fascio" è all'opera senza sosta e ogni
terminazione nervosa che possediamo è un suo strumento. Potete
uscire a pranzo ed essere seduti accanto alla signora Tal-dei-tali, poi
tornate a casa e vostra moglie vi chiede: "C'era anche la signora
Tal-dei-tali?" "Sì, ero seduto accanto a lei." "Che cosa
indossava?" "Non ne ho la più pallida idea." Avete visto, ma non
avete notato. Ora, siccome siamo stati abituati a identificarci con la
consapevolezza "faro", mentre quella a "largo fascio" è
sottovalutata, abbiamo la sensazione di noi stessi in quanto
consapevolezza "faro": un io che guarda e si occupa di questo e di
quello. In tal modo, non siamo coscienti della immensa vastità
del nostro essere. Persone che, grazie a diversi metodi, diventano
totalmente coscienti della propria consapevolezza a largo fascio, fanno
un'esperienza cosiddetta "mistica": il buddhismo la definisce bodhi, "risveglio"; gli induisti
la chiamano moksha, "liberazione". In questa esperienza si scopre che
il vero, profondo Sé, ciò che voi siete veramente,
fondamentalmente e per sempre, è l'essere nella sua interezza,
tutto ciò che è, che opera: quello siete voi. Soltanto
questo Sé universale che costituisce la vostra vera
realtà ha la capacità di focalizzarsi in numerosi e
diversi qui-e-ora. Affermava William James: "La parola "io" è in
realtà un termine che esprime un concetto di posizione, come
"questo" oppure "qui". Proprio come il sole e le stelle hanno molti
raggi, l'intero cosmo esprime se stesso in te, in voi, in noi, in tutte
le variazioni possibili. Gioca: gioca il gioco chiamato Mario Rossi,
Maria Verdi, Giuseppe Bianchi. Gioca il gioco dello scarafaggio, il
gioco della farfalla, dell'uccello, del piccione, del pesce, delle
stelle. Sono giochi diversi uno dall'altro, proprio come il backgammon,
il bridge, il poker, il pinnacolo, o come il valzer, la mazurca, il
minuetto, il tango. È una danza con variazioni infinite, ma ogni
danza (cioè ognuno di noi) è ciò che sta facendo
l'essere intero. Ma noi lo dimentichiamo e non sappiamo chi siamo.
Veniamo educati in un modo tale da non renderci conto di questa
connessione, ignoriamo che ciascuno di noi è l'opera, il gioco
giocato in un certo modo per un certo tempo. Così, ci è
stato insegnato a temere la morte come se fosse la fine di uno
spettacolo che non si ripeterà più. Siamo condizionati ad
avere paura di tutto ciò che comporta un rischio di morte: il
dolore, la malattia, la sofferenza, Se non siete veramente e
vividamente consapevoli del fatto che fondamentalmente siete "l'opera",
è probabile che non proverete mai la vera gioia: siete soltanto
un fascio di ansia mescolata a senso di colpa. Quando nascono i
bambini, ci comportiamo in modo orrendo con loro. Invece di dire: "Come
stai? Benvenuto tra la razza umana. Devi sapere, mio caro, che stiamo
giocando giochi molto complicati: queste sono le regole. Voglio che tu
le capisca, che le impari quando diventerai più grande; magari
riuscirai perfino a inventare regole migliori, ma ora devi giocare
secondo le nostre". Invece di essere diretti con i nostri figli,
diciamo: "Siete qui in prova, dovete capirlo. Forse quando sarete un
po' cresciuti diventerete più accettabili, ma per ora dovete far
sì che vi si veda e non vi si senta. Siete un pasticcio: dovete
essere educati e istruiti finché diventerete umani". Questi
atteggiamenti che ci vengono inculcati dall'infanzia vanno avanti fino
alla tarda età, perché è possibile che il modo in
cui si comincia sia anche il modo in cui si finisce. La gente, vivendo,
percepisce di non avere un senso di appartenenza, perché la
prima cosa che ha sentito dai genitori è stata: "Guarda, sei
nato per soffrire. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano".
Ed è in preda a questa sensazione fino alla vecchiaia,
immaginando che l'intero universo sia presidiato da un terribile Dio
Padre che vuole solo il meglio per noi, che ci ama, ma: "Chi risparmia
la frusta, rovina il bambino. Chi è amato dal Signore, Egli lo
perseguita". Dove cadrà il prossimo colpo? È chiaro che
in questo modo non si può avere un senso di appartenenza; in sua
vece, siamo pervasi da una spaventosa impressione, quella che io chiamo
"ego cristiano", ma che è anche un pochino ebraica: la sensazione di essere orfani, senza una casa. I cristiani
dicono che siamo figli di Dio per adozione: non figli veri, ma solo
adottati, per grazia, per sofferenza. Ed ecco allora la sensazione
assolutamente caratteristica dell'uomo occidentale, di ogni persona
altamente civilizzata: essere uno straniero sulla terra, un momentaneo
guizzo di consapevolezza fra due tenebre eterne.
Per
tale ragione ci veniamo a trovare in un continuo contenzioso con ogni
cosa che ci circonda: non solo con il nostro prossimo, ma anche con la
terra, con le acque. Simbolo di questo, nella nostra cultura, è
il bulldozer. Nel luogo dove abito, a bordo di una nave-traghetto, si
vedono alcune colline molto belle dall'altra parte della distesa
d'acqua. Su quelle alture costruiranno una serie di case, ma saranno
case che di solito si trovano nelle zone di periferia e non in un'area
tanto amena. Un bravo architetto riesce a far si che una casa si adatti
alla collina e non deve distruggere la collina per metterci sopra una
casa. Se decidete di vivere sopra una collina, ovvio che ci volete
vivere ed è ovvio che non la volete distruggere solo per il
fatto che ci volete abitare. Eppure è ciò che succede,
soprattutto in California, dove si susseguono molte piccole alture. Che
cosa fanno? Livellano le cime fino a che sono perfettamente piatte. Poi
vi costruiscono le case, terrazzando via via il territorio fino in
fondo. Naturalmente sconvolgono l'ecologia delle colline e le case
corrono il rischio di crollare, ma il costruttore dice: "E allora?"
Quando accadrà, tutti i pagamenti saranno stati eseguiti.
È evidente che il costruttore non sente il mondo esterno come se
fosse il suo corpo. Mentre invece lo è. Il mondo esterno
l'estensione del nostro corpo e un architetto intelligente, salendo
sulla collina prescelta, dovrebbe dire: "Buongiorno. Vorrei tanto
costruire una casa in questo luogo e vorrei sapere da te, collina, che
tipo di casa ti piacerebbe ti venisse costruita sopra". Al contrario,
l'architetto ha già un'idea precisa di quale casa erigere e
sottomette la collina a questo suo pregiudizio. E così rovina
l'altura, se ne libera per metterci sopra una casa.
Un
uomo che agisce così è completamente fuori di mente,
perché non si rende conto che il mondo esterno è il suo
corpo. Solo quando lo capirà, rientrerà in sé.
Allan Watts
Essere consapevoli
La domanda: "Cosa
dobbiamo fare in proposito?", è posta solo da chi non capisce il
problema. Se un problema può essere risolto, capirlo e sapere
che cosa fare in proposito sono la stessa cosa. Per contro, fare
qualcosa circa un problema che non si capisce è come cercare di
spazzar via l'oscurità allontanandola con le mani. Quando
facciamo luce, l'oscurità svanisce di colpo.
Ciò vale in particolar modo per il problema che ora ci sta di fronte. Come sanare la frattura tra l'Io e il me,
la mente e il corpo, l'uomo e la natura, e far cessare tutti i circoli
viziosi che essa determina? In che modo sperimentare la vita come
qualcosa di diverso dalla trappola di miele nella quale ci dibattiamo
come mosche? Come trovare sicurezza e tranquillità di mente in
un mondo la cui vera natura è l'insicurezza, l'impermanenza, il
mutamento incessante? Tutte queste domande esigono un metodo e una
linea d'azione. Al tempo stesso ci dimostrano che il problema non
è stato capito. Non abbiamo bisogno dell'azione, non ancora.
Abbiamo bisogno di più luce.
Luce qui significa
consapevolezza: essere consapevoli della vita, dell'esperienza
com'è in questo momento, senza alcun giudizio o idea su di essa.
In altre parole, dobbiamo vedere e sentire ciò che stiamo
sperimentando così com'è, non come lo si definisce.
Questo semplicissimo "aprire gli occhi" provoca la più
straordinaria trasformazione della comprensione e della vita, e ci
mostra come molti dei nostri problemi più sconcertanti siano
pure illusioni. Questa può sembrare un'eccessiva semplificazione
perché la maggior parte della gente pensa di avere già
una consapevolezza abbastanza piena del presente, ma vedremo che le
cose non stanno affatto così.
Siccome la
consapevolezza è una visione della realtà libera da idee
e giudizi, è chiaramente impossibile definire e mettere per
iscritto che cosa essa rivela. Tutto ciò che
può essere descritto è un'idea e non posso affermare
nulla di certo in merito a qualcosa, il mondo reale che non è
un'idea. Devo quindi limitarmi a parlare delle false impressioni che la
consapevolezza rimuove piuttosto che della verità che essa
rivela. Quest'ultima può essere soltanto simboleggiata con
parole che significano poco o nulla per quanti non abbiano una
comprensione diretta della verità in questione.
Ciò che è vero e certo è
troppo reale e troppo vivo per essere descritto: cercare di farlo
è come pitturare di rosso una rosa rossa. Perciò quanto
segue avrà necessariamente, per la maggior parte, una
qualità piuttosto negativa. La verità è rivelata
rimovendo ciò che le fa ombra: arte non dissimile dalla
scultura, in cui l'artista crea non costruendo ma togliendo a colpi di
scalpello.
Abbiamo visto come le
domande sul perseguimento della sicurezza e della pace in un mondo
impermanente dimostrino che il problema non è stato capito.
Prima di procedere oltre dev'essere chiaro che la sicurezza di cui
stiamo parlando è in primo luogo spirituale e psicologica. Per
esistere gli esseri umani devono avere un minimo di mezzi di
sussistenza in termini di cibo, bevande e vestiario - nell'intesa,
tuttavia, che tali mezzi non possono durare indefinitamente. Ma se la
certezza di avere questo minimo vitale per una sessantina d'anni
cominciasse a soddisfare il cuore dell'uomo, i problemi umani sarebbero
ben poca cosa. In realtà il vero motivo per cui questa certezza
ci manca è il fatto che vogliamo assai più del minimo
necessario.
Dev'essere chiaro fin
dall'inizio che c'è una contraddizione nel voler essere
perfettamente sicuri in un universo la cui vera natura è
transitorietà e fluidità. Ma è una contraddizione
leggermente più profonda che il semplice conflitto fra il desiderio di
sicurezza e il fatto del mutamento. Se voglio essere sicuro,
cioè protetto contro il fluire della vita, voglio essere
separato dalla vita. Eppure è proprio questo senso di
separatezza che mi fa sentire insicuro. Essere sicuro significa isolare
e rafforzare l'Io, ma è proprio l'impressione d'essere
un "Io" isolato a farmi sentire solo e impaurito. In altre parole,
più sicurezza potrò avere più ne vorrò.
Più
semplicemente: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono
la stessa cosa. Trattenere il respiro è perderlo. Una
società che si fondi sul perseguimento della sicurezza non
è altro che una gara a chi trattiene di più il fiato, in
cui ognuno è teso come un tamburo e paonazzo come una
barbabietola.
Perseguiamo questa
sicurezza rafforzandoci e racchiudendoci in noi in moltissimi modi.
Vogliamo la protezione che ci viene dall'essere "esclusivi e
"speciali", cercando di appartenere alla chiesa più sicura, alla
nazione migliore, alla classe più alta, all'ambiente giusto,
alla gente "per bene". Queste difese provocano tra noi delle divisioni,
e quindi più insicurezza che esige più difese.
Naturalmente facciamo tutto nella sincera convinzione d'essere nel
giusto e di vivere nel modo migliore; ma anche questo è una
contraddizione.
Posso solo fare qualche serio tentativo di vivere secondo un ideale, di migliorarmi, se sono scisso in due. Ci dev'essere un Io buono che cerca di rendere migliore il "me" cattivo. L'Io, che ha le migliori intenzioni, cercherà di lavorarsi l'indocile 'me' e il contrasto fra i due ne metterà in rilievo il divario. Di conseguenza l'Io
si sentirà più separato che mai, e non farà che
acuire i sentimenti di solitudine e isolamento che determinano il
cattivo comportamento del 'me'.
Difficilmente riusciamo a prendere in
considerazione questo problema se non ci è chiaro che la brama
di sicurezza è essa stessa dolore e contraddizione, e che
più la perseguiamo più diventa dolorosa. Ed è
così per qualsiasi forma di sicurezza si possa concepire.
Vuoi essere felice,
dimentico di te stesso, ma più tenti di dimenticarti più
ricordi il sé che vuoi dimenticare. Vuoi sottrarti al dolore, ma
più lotti per farlo più attizzi il tormento. Hai paura e
vuoi essere coraggioso, ma lo sforzo per essere coraggioso è
solo paura che tenta di sfuggire a se stessa. Vuoi la
tranquillità dello spirito, ma il tentativo di tranquillizzarlo
è come cercare di sedare le onde con un ferro da stiro.
Tutti abbiamo
dimestichezza con questa specie di circolo vizioso sotto forma di
inquietudine. Sappiamo che essere inquieti non serve a niente, ma
continuiamo a inquietarci perché dire che non serve a niente non
fa cessare l'inquietudine. Siamo inquieti perché ci sentiamo in
pericolo e vogliamo essere al sicuro. Ma è perfettamente inutile
dire che non dovremmo voler essere al sicuro. Ingiuriando un desiderio
non ce ne liberiamo. Quel che dobbiamo scoprire è che non
c'è alcuna sicurezza, che cercarla è doloroso e che,
quando pensiamo di averla trovata, non ci piace. In altre parole, se
riusciremo veramente a capire ciò che stiamo cercando - che la
sicurezza è isolamento, e che cosa facciamo a noi stessi quando
la cerchiamo - ci accorgeremo di non volerla affatto. Non occorre che
ci vengano a dire che non dovremmo trattenere il respiro per dieci
minuti. Sappiamo benissimo che non possiamo farlo e che tentare di
farlo, è quanto mai scomodo.
La prima cosa da
capire è che non c'è scampo né sicurezza. Uno dei
peggiori circoli viziosi è il problema dell'alcolista. In
moltissimi casi egli sa benissimo che si sta distruggendo, che per lui
il liquore è veleno, che odia davvero essere ubriaco e
addirittura non può soffrire il gusto del liquore. Eppure beve.
Perché, per quanto possa detestare il bere, l'esperienza del non
bere è peggiore. Gli provoca le 'allucinazioni' perché lo
mette di fronte alla fondamentale, non più velata, insicurezza
del mondo.
Qui sta il punto
cruciale della questione. Essere posto di. fronte all'insicurezza
equivale ancora a non capirla. Per capirla non la si deve fronteggiare,
si deve essere l'insicurezza. E come la storia persiana del saggio che
giunse alla porta del Cielo e bussò. Dall'interno la voce di Dio
chiese: "Chi è là?". Il saggio rispose: "Sono io". "In
questa casa", replicò la voce, "non c'è posto per te e
me". Il saggio venne via e passò molti anni a riflettere su
questa risposta in profonda meditazione. Tornò poi una seconda
volta, la voce gli fece la stessa domanda e il saggio rispose di nuovo:
"Sono io". La porta rimase chiusa. Dopo qualche anno tornò per
la terza volta e quando bussò la voce gli chiese ancora: "Chi
è là?". Allora il saggio gridò: "Sei tu!", e la
porta gli fu aperta.
Capire che non
c'è sicurezza è assai più che essere d'accordo
sulla teoria che ogni cosa cambia, assai più, anche, che
osservare la transitorietà della vita. La nozione di sicurezza
si fonda sul sentimento che in noi ci sia qualcosa di permanente,
qualcosa che dura attraverso tutti i giorni e i cambiamenti della vita.
Lottiamo per essere sicuri della permanenza, continuità e
sicurezza di questo nucleo che persiste, di questo centro e anima del
nostro essere che chiamiamo l'Io. Pensiamo infatti che sia
esso l'uomo reale: il pensatore dei nostri pensieri, il senziente dei
nostri sentimenti, il conoscitore della nostra conoscenza. Non capiamo
proprio che non vi sarà alcuna sicurezza finché non ci
renderemo conto che questo Io non esiste.
La comprensione
giunge attraverso la consapevolezza. Possiamo allora accostarci alla
nostra esperienza, sensazioni, sentimenti, pensieri nel modo più
semplice, come se prima li avessimo sempre ignorati, ed esaminare senza
preconcetti ciò che sta accadendo? Mi si potrà chiedere:
"Quali esperienze, sensazioni, sentimenti dobbiamo esaminare?".
Replicherò: "Quali sono quelli che si possono esaminare?". La
risposta è che vanno presi in esame quelli che si hanno ora.
Certo, è
piuttosto ovvio. Ma spesso trascuriamo proprio le cose più
ovvie. Se un sentimento non è presente, non ne siamo coscienti.
Non c'è altra esperienza che l'esperienza presente. Ciò
che sappiamo, ciò di cui siamo effettivamente consapevoli,
è solo ciò che sta accadendo in questo momento,
nient'altro.
Ma i ricordi, allora?
Certo, ricordando posso anche conoscere ciò che è
passato? Benissimo, ricorda qualcosa. Ricorda l'episodio dell'incontro
di un amico per strada. Di che cosa sei consapevole? Non stai
effettivamente assistendo al vero avvenimento dell'incontro col tuo
amico. Non puoi andargli a stringere la mano o avere la risposta a una
domanda che ti eri dimenticato di fargli nel momento passato che stai
ricordando. In altre parole, non stai affatto esaminando il vero
passato. Stai esaminando la traccia presente del passato.
E come vedere le orme
di un uccello sulla sabbia. Vedo le orme che ci sono adesso. Non vedo,
contemporaneamente, l'uccello che un'ora fa le ha lasciate. L'uccello
è volato via e non lo vedo. Deduco dalle impronte che è
stato qui. Dai ricordi deduciamo che vi sono stati degli avvenimenti
passati. Ma non abbiamo la consapevolezza immediata di alcun
avvenimento passato. Conosciamo il passato solo nel presente e come
parte del presente.
Abbiamo visto dunque
che la nostra esperienza è assolutamente momentanea. Da un punto
di vista ogni istante è così elusivo e breve che non
riusciamo neppure a pensarlo prima che sia scomparso. Ma da un altro
punto di vista quest'istante è sempre qui, perché non
conosciamo altro istante che quello presente. Esso continua a morire, a
diventare passato più velocemente di quanto l'immaginazione
possa concepire. Ma al tempo stesso continua a nascere, sempre nuovo,
emergendo con altrettanta velocità da quell'assoluto ignoto che
chiamiamo il futuro. Pensano è qualcosa che lascia quasi senza
fiato.
Dire che l'esperienza
è momentanea equivale in realtà a dire che l'esperienza e
l'istante presente sono la stessa cosa. Dire che quest'istante continua
a morire, o a diventare passato, e che continua a nascere, o a venir
fuori dall'ignoto, equivale a dire la stessa cosa dell'esperienza.
L'esperienza che si è appena avuta è svanita ed è
irrecuperabile; tutto ciò che ne rimane non è altro che
una specie di scia o impronta nei presente che chiamiamo ricordo. Se
possiamo avanzare qualche congettura sulla prossima esperienza che
avremo, in realtà non ne sappiamo niente. Potrebbe accadere
qualsiasi cosa. Ma l'esperienza in corso ora è, per così
dire, un neonato che svanisce ancor prima di cominciare a crescere.
Mentre seguiamo
quest'esperienza presente, siamo consapevoli che qualcuno la sta
seguendo? Possiamo trovare, oltre all'esperienza in se stessa, uno
sperimentatore? Possiamo, contemporaneamente, leggere questa frase e
pensare noi stessi in atto di leggerla? Constateremo che, per farlo,
dobbiamo smettere di leggere per un istante. La prima esperienza
è la lettura. La seconda esperienza è il pensiero: "Sto
leggendo". Possiamo trovare un lettore, il quale stia pensando il
pensiero: "Sto leggendo"? In altre parole, quando l'esperienza presente
è il pensiero: "Sto leggendo", è possibile pensare noi
stessi in atto di pensare questo pensiero?
Dobbiamo di nuovo
smettere di pensare semplicemente: "Sto leggendo", per passare a una
terza esperienza, al pensiero: "Sto pensando di stare leggendo". La
rapidità con cui questi pensieri possono cambiare non deve darci
l'errata impressione che li pensiamo subito tutti. Che cosa è
avvenuto? Non riuscivamo mai a separarci dal nostro pensiero presente
né dalla nostra esperienza presente. La prima esperienza
presente era un'esperienza di lettura. Quando cercavamo di pensare noi
stessi in atto di leggere, l'esperienza cambiava e l'esperienza
presente successiva era il pensiero: "Sto leggendo". Non riuscivamo a
separarci da quest'esperienza senza passare a un'altra. Era un girotondo.
Quando pensavamo: "Sto leggendo questa frase", non la leggevamo. In
altre parole, in ogni esperienza presente eravamo consapevoli soltanto
di quella stessa esperienza. Non eravamo consapevoli d'essere
consapevoli. Non riuscivamo mai a separare il pensatore dal pensiero,
il conoscitore dal conosciuto. Non trovavamo mai nient'altro che un
nuovo pensiero, una nuova esperienza.
Essere consapevoli,
dunque, è essere consapevoli di pensieri, sentimenti,
sensazioni, desideri e di ogni altra forma di esperienza. Non
c'è mai un momento in cui siamo consapevoli di qualcosa che non
sia esperienza, che non sia un pensiero o un sentimento, ma sia invece
uno sperimentatore, pensatore o senziente. Se è così, che
cosa ci fa pensare che esista una cosa del genere?
Potremmo dire, per esempio, che l'Io
pensante è questo corpo fisico e questa mente. Ma questo corpo
non è in alcun modo separato dai suoi pensieri e dalle sue
sensazioni. Quando abbiamo una sensazione, per esempio una sensazione
tattile, essa è parte del nostro corpo. Quando è in atto
non possiamo distoglierne il corpo, non più di quanto possiamo
allontanarci dal mal di testa o dai nostri piedi. Sinché
è presente, questa sensazione è il nostro corpo, siamo
noi. Possiamo togliere il corpo da una sedia scomoda, non possiamo
distoglierlo dalla sensazione della sedia.
La nozione di un pensatore separato, di un Io
distinto dall'esperienza, è data dalla memoria e dalla
rapidità con cui il pensiero cambia come far ruotare rapidamente
un bastoncino che brucia per dare l'illusione di un cerchio continuo di
fuoco. Se immaginiamo che la memoria sia conoscenza diretta del passato
anziché esperienza presente, abbiamo l'illusione di conoscere
passato e presente contemporaneamente. Questo ci fa pensare che in noi
vi sia qualcosa di distinto sia dalle esperienze passate sia da quelle
presenti. Ragioniamo così: "Conosco quest'esperienza presente e
so che è diversa da quell'esperienza passata. Se posso
confrontarle e osservare che l'esperienza è cambiata, ci
dev'essere qualcosa di costante e separato".
Di fatto,
però, non possiamo confrontare quest'esperienza presente con
un'esperienza passata. Possiamo solo confrontarla con un ricordo del
passato, che è parte dell'esperienza presente. Quando vedremo
chiaramente che il ricordo è una forma di esperienza presente,
diverrà evidente che è impossibile cercare di separarci
da quest'esperienza, proprio com'è impossibile cercare di far
sì che i denti mordano se stessi. C'è semplicemente
l'esperienza. Non c'è qualcosa o qualcuno che sperimenti
l'esperienza! Non sentiamo sentimenti né pensiamo pensieri,
né percepiamo percezioni più di quanto non udiamo
l'udito, vediamo la vista, odoriamo l'odorato. "Mi sento bene",
significa che è presente una sensazione di benessere. Non
significa che c'è una cosa chiamata 'lo' e un'altra cosa
separata chiamata sensazione, per cui, se le mettiamo insieme, questo
'Io' sente il senso di benessere. Non vi sono altre sensazioni che le
sensazioni presenti, e qualsiasi sensazione presente è l'Io. Nessuno ha mai trovato un Io separato da qualche esperienza presente, o qualche esperienza separata da un Io, il che significa semplicemente che 'Io' ed esperienza sono la stessa cosa.
Come pura
argomentazione filosofica questa è una perdita di tempo. Non
stiamo cercando di fare una "discussione intellettuale". Stiamo
prendendo coscienza del fatto che ogni 'Io' separato che pensi i
pensieri e sperimenti le esperienze è un'illusione. Capirlo
è capire che la vita è assolutamente momentanea, che non
c'è né permanenza né sicurezza, che non c'è
alcun 'Io' che possa essere protetto.
C'è una storia
cinese su un uomo che si recò da un saggio e gli disse: "Il mio
spirito non ha pace. Ti prego di placarmelo". Il saggio rispose: "Tira
fuori il tuo spirito (il tuo 'Io') e mettimelo davanti; lo
tranquillizzerò". "Lo vado cercando da molti anni",
replicò l'uomo, "ma non riesco a trovarlo". "Ecco dunque",
concluse il saggio, "che si è placato! ".
Il vero motivo per
cui la vita umana può essere così totalmente esasperante
e frustrante non è l'esistenza di fatti chiamati morte, dolore,
paura o fame. La cosa pazzesca è che, quando questi fatti sono
presenti, noi ci giriamo intorno, ci agitiamo, ci dimeniamo, corriamo
via, tentando di sottrarre l'Io all'esperienza. Fingiamo
d'essere delle amebe e cerchiamo di proteggerci dalla vita dividendoci
in due. La salute mentale, l'interezza e l'integrazione risiedono nella
comprensione che non siamo divisi, che l'uomo e la sua esperienza
presente sono una cosa sola, e che è impossibile trovare un 'Io'
o una psiche separati.
Sino a quando
continuerò a pensare d'essere separato dalla mia esperienza vi
sarà confusione e scompiglio. Per questo non avrò
né consapevolezza né comprensione dell'esperienza, e
quindi nessuna vera possibilità di assimilarla. Per capire
questo istante non devo cercare di separarmene, ma devo esserne
consapevole con tutto il mio essere. E ciò, al pari del
trattenermi dal non respirare per dieci minuti, non è qualcosa
che dovrei fare. In realtà è la sola cosa che posso fare.
Qualsiasi altra cosa è la follia di tentare l'impossibile.
Per capire la musica
dobbiamo ascoltarla. Ma finché pensiamo: "Io sto ascoltando
questa musica" non la sentiamo. Per capire la gioia o la paura dobbiamo
esserne consapevoli in modo totale e indiviso. Finché le diamo
un nome e diciamo: "Sono felice", oppure: "Ho paura", non ne siamo
coscienti. Paura, dolore, afflizione, noia restano problemi se non li
capiamo, ma il capirli richiede una psiche semplice e indivisa. E'
certamente questo il significato dello strano detto: "Se il tuo occhio
è semplice anche tutto il tuo corpo è illuminato".
IL REGNO ANIMALE NEL SOGNO
J. Hillman
Il regno animale dentro di noi
L'animale quale benefattore segreto si apre articolandosi in una serie di
punti di vista nei quali lo stesso animale viene interiorizzato nell'anima
umana in vari modi - come tracce filogenetiche, come antenato totemico,
come meccanismi di sfogo innati - e da tale animale noi o discendiamo o
siamo istintualmente potenziati. E appunto questa faccia animale della psiche
che vediamo nei sogni.
Sappi che tu hai dentro te stesso (intra te ipsum) mandrie di buoi",
scrive Origene nel III secolo d.C., e mandrie di pecore e mandrie di capre
tu hai [...] Sappi che in te sono anche gli uccelli del cielo. [...] Sappi
che tu sei un altro mondo in piccolo e che in te ci sono il sole, la luna
e le stelle." Quindi non soltanto ognuno di noi è un microcosmo
che incorpora gli animali, un'arca di Noè, ma gli animali hanno anche
una loro funzione dentro di noi.
Dice Laurens van der Post che abbiamo bisogno degli animali, "perché
gli animali sono l'immagine riflessa di noi stessi. Non possiamo conoscere
noi stessi senza vederci riflessi". Essi rendono possibile la nostra
coscienza riflessiva; addirittura dobbiamo loro il fuoco e il linguaggio.
Teniamo presente il maiale nella galleria, i bagliori tremolanti del fuoco...
Quell'immagine onirica non significa forse che l'animale è immerso
nel lumen naturale che traiamo da esso? Le indagini svolte da Clayton
Eshleman sugli animali raffigurati sulle pareti delle grotte in Francia
e Spagna fanno ritenere che questi primi momenti di coscienza riflessiva
abbiano avuto luogo "nominando gli animali" e situandoli fuori",
perché sono stati dipinti su quelle pareti traendoli dalla visione
interiore, nel buio claustrofobico. Il microcosmo prima del macrocosmo:
come se l'origine della specie, l'animale, fosse dentro l'anima.
Grant Watson, lo studioso britannico di scienze naturali al quale già
ho fatto cenno, dice: "Sì, gli animali ce li siamo scrollati
di dosso e li abbiamo cacciati via". Non è stata l'evoluzione,
né noi in quanto sviluppi estremi della catena animale, partendo
dall'ameba. Piuttosto, ci siamo sbarazzati di loro espellendo dalla nostra
natura adamitica le parti animali. Là fuori si aggirano le iene,
i gorilla la e gli agnellini bianchi che abbiamo cacciato da noi. Naturalmente,
Adamo conosceva i nomi degli animali, e gli uomini delle caverne poterono
raffigurarli con tanta verosimiglianza perché facevano parte di loro.
Ogni animale ha un suo ruolo speciale, che richiama caratteristiche umane
specifiche, e perfino la psicologia e la zoologia sperimentali contemporanee
riconoscono che una data specie è costruita idealmente per rispondere
a un particolare problema umano.
Un'elaborazione completa della funzione specifica di ciascuna specie è
l'obiettivo che si propone Hélan Jaworski, il medico-filosofo francopolacco.
La sua formula è semplice: La zoologia interiorizzata diviene fisiologia
- la fisiologia esteriorizzata diviene zoologia". Gli animali là
fuori sono i nostri organi umani; i nostri organi umani sono specie animali
interiorizzate.
RAMANA MAHARSI
La Natura del Sé
L'essenza degli insegnamenti di Sri Ramana è contenuta nelle sue
frequenti asserzioni che c'è una singola realtà immanente
direttamente sperimentata da tutti, che è simultaneamente la sorgente,
la sostanza e la reale natura di tutto ciò che esiste. Egli le diede
numerosi nomi differenti, esprimendo in ciascuno un differente aspetto della
stessa indivisibile realtà. La seguente classificazione include tutti
i suoi sinonimi più comuni e spiega le implicazioni dei vari termini
impiegati.
1 Il Sé. Questo è il termine che egli ha usato più
di frequente. Lo ha definito dicendo che il vero Sé o vero "Io",
contrariamente all'esperienza percepibile, non è un'esperienza dell'individualità,
ma una consapevolezza non personale, onnicomprensiva. Non deve essere confuso
col sé individuale, che ha detto essere essenzialmente non esistente,
essendo una costruzione della mente che oscura la vera esperienza del Sé
reale. Egli asserì che il Sé reale è sempre presente
e sempre sperimentato, ma enfatizzò che siamo realmente consapevoli
di come è soltanto quando le tendenze autolimitanti della mente sono
cessate. La permanente e continua consapevolezza del Sé è
conosciuta come auto-realizzazione.
2 Sat-chit-ananda. Questo è un termine Sanscrito che viene
tradotto come essere-coscienza-beatitudine. Sri Ramana insegno che il Sé
e puro essere, una consapevolezza soggettiva di "Io sono" completamente
priva del sentimento Io sono questo" o Io sono quello". Non ci,
sono, soggetti od oggetti nel Sé, c'è soltanto la consapevolezza
di essere. Poiché questa consapevolezza è conscia, è
chiamata anche coscienza. L'esperienza diretta di questa coscienza è,
secondo Sri Ramana, uno stato di ininterrotta felicità, cosi per
descriverla viene usato anche il termine ananda o beatitudine. Questi
tre aspetti, essere, coscienza e beatitudine, sono sperimentati come un
tutto unico e non come attributi separati del Sé. Sono inseparabili
allo stesso modo in cuí l'umidità, la trasparenza e la liquidità
sono proprietà ínseparabili dell'acqua.
3 Dio.
Sri Ramana affermò che l'universo è sostenuto dal potere del
Sé. Poiché i teisti normalmente attribuiscono questo potere
a Dio, egli usò spesso la parola Dio come sinonimo del Sé.
Allo stesso modo usò anche le parole Brahman, l'essere supremo
dell'Induismo, e Shiva, un nome Indù per indicare Dio. Il Dio di
Sri Ramana non è un Dio personale, è l'essere senza forma
che sostiene l'universo. Non è il creatore dell'universo, l'universo
è semplicemente una manifestazione del suo potere intrinseco; egli
è inseparabile da esso, ma non è influenzato dalla sua apparizione
o dalla sua scomparsa.
4 Il Cuore.
Parlando del Sé, Sri Ramana usò frequentemente la pa-rola
Sanscrita hridayam. Solitamente è tradotta come: "il
Cuore", ma una traduzione più letterale sarebbe: "questo
è il centro". Nell'usare questo termine particolare egli non
implicava che ci fosse un particolare luogo o centro per il Sé, stava
semplicemente indicando che il Sé è la sorgente da cui sí
sono manifestate tutte le apparizioni.
5 Jnana.
L'esperienza del Sé a volte è chiamata jnana o conoscenza.
Non si dovrebbe pensare che questo termine significhi che c'è una
persona che ha la conoscenza del Sé, perché nello stato di
consapevolezza del Sé non c'è un conoscitore localizzato e
non c'è nulla di separato dal Sé che possa essere conosciuto.
La vera conoscenza o jnana non è un oggetto di esperienza,
né la comprensione di uno stato differente e separato dal soggetto
conoscitore; è una conoscenza conscia e diretta di quell'unica realtà
in cui i soggetti e gli oggetti hanno cessato di esistere. Chi è
stabilito in questo stato è conosciuto come jnani.
6 Turiya e Turyatita. La filosofia Indù postula tre livelli di
coscienza relativa che si alternano veglia, sogno e sonno profondo. Sri
Ramana affermò che il Sé è la realtà base che
sostiene l'apparizione degli altri tre stati temporanei. A causa di ciò,
a volte chíamò il Sé turiya avastha, o il quarto
stato. Occasionalmente utilizzò anche la parola turyatita che
significa: "trascendente il quarto", per indicare che in realtà
non ci sono quattro stati, ma soltanto un unico vero stato trascendente.
7 Altri termini. Sono degni di nota altri tre termini per indicare
il Sé. Sri Ramana enfatizzò spesso che il Sé è
il proprio reale e naturale stato d'essere e, per questa ragione, occasionalmente
impiegò i termini sahaja sthiti, che significa "stato
naturale", e swarupa, che significa "forma reale"
o "natura reale". Egli usò anche la parola "silenzio"
per indicare che il Sé è uno stato silente libero dal pensiero,
di pace indisturbata e totale tranquillità.
D: Che cos'è la realtà?
R: La realtà dev'essere sempre reale. Non ha forme e nomi. Ciò
che è alla base di questi è la realtà. E' alla base
delle limitazioni, essendo in se stessa senza limiti. Non è vincolata.
E' alla base delle irrealtà, essendo essa stessa reale. La realtà
è ciò che è. E' come è,.trascendente il, linguaggio.
E' al di là delle espressioni "esistenza, non esistenza",
eccetera.
Solo la realtà, che è la semplice coscienza che rii-nane quando
l'ignoranza viene dístrutta insieme con la conoscenza degli oggetti,
è il Sé (atman). In quella Brahma-swarupa (forma
reale di Brahman), che è l'abbondante consapevolezza del Sé,
non c'è la minima ignoranza. La realtà che risplende pienamente,
senza miserie e senza un corpo, non soltanto quando il mondo è conosciuto,
ma anche quando il mondo non è conosciuto, è la tua forma
reale (nija-swarupa). Lo splendore della coscienza di beatitudine,
nella forma di una consapevolezza che iísplende ugualmente sia all'interno
che all'esterno, è la suprema e beatifica realtà originale.
La sua forma è il silenzio e dai jnani è dichiarata
essere lo stato finale e non ostruibile della vera conoscenza (jnana).
Sappi che solo jnana è non-attaccamento; solo jnana
è purezza; jnana è il conseguimento di Dio;
solo jnana, che è priva di dimenticanza del Sé è
immortalità; solo jnana è ogni cosa.
D: Che cos'è questa consapevolezza e conie la si può ottenere?
R. Tu sei consapevolezza. Consapevolezza è un altro tuo nome.
Poiché tu sei consapevolezza non c'è necessità di conseguirla
o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all'essere
consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia
ad essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza,
e quella è il Sé.
D: Se il Sé è consapevolezza, perché non ne sono
consapevole anche ora?
R: Non c'è dualità. La tua conoscenza presente è
dovuta all'ego ed è soltanto relativa. La conoscenza relativa richiede
un soggetto ed un oggetto, laddove la consapevolezza del Sé è'
assoluta e non richiede oggetto. Analogamente, anche il ricordo è
relativo, richiedendo un oggetto da ricordare e un soggetto che ricordi.
Quando non c'è dualità, chí ricorda e chí viene
ricordato?
Il Sé è perennemente presente. Tutti vogliono conoscere íl
Sé. Dí quale tipo di aiuto sí ha bisogno per conoscere
se stessi? Le persone vogliono vedere il Sé come qualcosa di nuovo.
Ma esso è eterno e rimane lo stesso costantemente. Esse desiderano
vederlo come una luce fiammeggiante, ecc. Come può essere così?
Il Sé non è luce, né oscurità. E' soltanto
così com'è. Non può essere definito. La migliore definizione
è 1o sono quello che sono". Le sruti (scritture) descrivono
il Sé come avente la grandezza del proprio pollice, della punta di
un capello, di una scintilla elettrica, vasto, più sottile del sottilissimo,
ecc. Tutto questo in realtà non ha fondamento. E' soltanto essere,
ma diverso dal reale e dall'irreale; è conoscenza, ma differente
dalla conoscenza e dall'ignoranza. Come può essere definito? E' semplicemente
essere.
D: Quando un uomo realizzerà il Sé, cosa vedrà?
R: Non c'è vedere. Il vedere è soltanto essere. Lo stato
dell'autorealizzazione, così come lo chiamano, non è il conseguire
qualcosa di nuovo o il raggiungere qualche meta lontana, ma è semplicemente
essere quello che si è sempre stati e che sempre si sarà.
Tutto ciò di cui avete bisogno è di abbandonare la vostra
percezione del non-vero come vero. Tutti noi stiamo considerando reale quello
che non è reale. Dobbiamo soltanto rinunciare a questa abitudine.
E allora realizzeremo il Sé come Sé; in altre parole: "Sii
il Sé. Ad un certo punto riderete di voi stessi per aver voluto cercare
di scoprire il Sé che è così autoevidente. Perciò,
cosa possiamo rispondere a questa domanda? Quello stadio trascende sia colui
che vede, sia ciò che è visto. Là non c'è veggente
a vedere alcunché. Il veggente che ora sta vedendo tutto questo cessa
di esistere e rimane soltanto il Sé.
D: Come conoscerlo per esperienza diretta?
R: Se parliamo di conoscere il Sé, ci devono essere due sé,
un sé che conosce, un altro sé che è conosciuto ed
il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è
semplicemente essere se stessi, non conoscere o diventare qualcosa. Se ci
si è realizzati, si è solo ciò che si è e si
è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può
solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della realizzazione
del Sé, in mancanza di un termine migliore. Come "realizzare"
o rendere reale quello che soltanto è reale?
D: Qualche volta dici che il Sé è silenzio. Perché?
R: Per coloro che vivono il Sé come bellezza priva di pensiero,
non c'è nulla a cui si dovrebbe pensare. Ciò a cui si dovrebbe
aderire è solo l'esperienza del silenzio, perché ín
quello stato supremo non esiste nulla da conseguire al di fuori di se stessi.
D: Che cos'è mouna (silenzio)?
R: Mouna è lo stato che trascende la parola ed il pensiero.
Quello che è, è mouna. Come si può spiegare
mouna in parole? I saggi dicono che soltanto lo stato in cui il pensiero
"Io" (l'ego) non sorge neanche in minima parte, è il Sé
(swarupa) che è silenzio (mouna). Solo quel Sé silente
è Dio; solo il Sé è il jiva (l'anima individuale).
Solo il Sé è questo antico mondo. Tutte le altre conoscenze
sono soltanto conoscenze ínsignificanti e superficiali; solo l'esperienza
del silenzio è la reale e perfetta conoscenza. Sappi che le molte
differenze oggettive non sono reali, ma semplici sovraimposizioni sul Sé,
che è la forma della vera conoscenza.
D: Poiché possiamo osservare ovunque che i corpi ed i sé
che li animano sono effettivamente innumerevoli, conie si può affermare
che il Sé e soltanto uno?
R: Se viene accettata l'idea Io sono il corpo", i sé sono
molteplici. Lo stato in cui questa idea svanisce è il Sé,
poiché in quello stato non ci sono altri oggetti. E' per questa ragione
che il Sé è considerato come uno soltanto. Poiché il
corpo stesso non esiste nella prospettiva naturale del vero Sé, ma
esiste soltanto nel modo di vedere estroverso della mente che è oscurata
dal potere dell'illusione, chiamare dehi (il possessore del corpo)
il Sé, lo spazio della coscienza, è errato. Il mondo non esiste
senza il corpo, il corpo non esiste mai senza la mente, la mente non esiste
mai senza coscienza e la coscienza non esiste mai senza la realtà.
Per il saggio che ha conosciuto il Sé immergendosi all'interno di
se stesso, non c'è nulla da conoscere al di fuori del Sé.
Perché? La risposta è che poiché l'ego, che identifica
la forma di un corpo come "io" è perito, egli (il saggio)
è l'esistenza-coscienza senza forma. Il jnani (colui che ha realizzato
il Sé) sa di essere il Sé e che nulla, né il suo corpo
né nient'altro, esiste all'infuori del Sé. Per una tale persona
quale differenza potrebbe comportare la presenza o l'assenza di un corpo?
E' falso parlare di realizzazione. Cosa c'è da realizzare? Il reale
è com'è sempre. Noi non creiamo nulla di nuovo né raggiungiamo
qualcosa che in precedenza non avevamo. L'esempio dato nei libri è
questo. Scaviamo un pozzo e creiamo un'enorme buca. Lo spazio nella buca
o íl pozzo non è stato creato da noi. Noi abbiamo semplicemente
rimosso la terra che riempiva lo spazio. Lo spazio era già là
ed è là anche ora. Allo stesso modo dobbiamo semplicemente
gettare via tutti gli eterni samskara (tendenze innate) che sono
all'interno di noi. Quando saranno state abbandonate tutte, il Sé
brillerà, solo.
D: Ma come fare questo e conseguire la liberazione?
R: La liberazione è la nostra stessa natura. Noi siamo quello.
Il fatto stesso che desideriamo la liberazione mostra che la libertà
da ogni schiavitù è la nostra vera natura. Non è qualcosa
di nuovo da acquisire. Tutto ciò che è necessario è
liberarsi della falsa nozione di essere vincolati. Quando raggiungeremo
quello, non ci sarà nessun desiderio o pensiero di alcun tipo. Fíno
a che sì desidera la liberazione, fino ad allora, puoi crederci,
si è in schiavitù.
D: Si dice che chi ha realizzato il suo Sé non ha i tre stati di
veglia, sogno e sonno profondo. E'vero?
R: Cosa ti fa dire che non hanno i tre stati? Dicendo: Io ho avuto un sogno;
io ero profondamente addormentato; io sono sveglio", devi ammettere
che tu eri là in tuttí i tre stati. Ciò rende chiaro
che eri presente per tutto il tempo. Se rimani come sei ora, sei nello stato
di veglia; questo viene nascosto nello stato di sogno; e lo stato di sogno
scompare quando sei nel sonno profondo. Eri là allora, sei là
ora, e sei là in ogni momento. 1 tre stati vanno e vengono, ma tu
sei sempre presente. E' come al cinema. Lo schermo è sempre là,
ma su di esso appaiono molti tipi di immagini e quindi scompaiono. Nulla
si attacca allo schermo, esso rimane uno schermo. Allo stesso modo, tu rimani
il tuo stesso Sé in tuttí e tre gli stati.
Se conosci questo, i tre stati non ti daranno fastidio, proprio come le
immagini che appaiono sullo schermo non si attaccano ad esso. Sullo schermo,
qualche volta vedi un enorme oceano con onde senza fine; tutto ciò
scompare. Un'altra volta vedi del fuoco che si propaga tutt'attorno; anche
questo scompare. Lo schermo è presente in entrambe le occasioni.
Forse che lo schermo è rimasto bagnato dall'acqua o bruciato dal
fuoco? Nulla influenza lo schermo. Allo stesso modo, le cose che accadono
durante gli stati di veglia, sogno e sonno non ti influenzano affatto, tu
rimani il tuo proprio Sé.
D: Ciò significa che, sebbene le persone abbiano tutti i tre stati,
veglia, soglio e sonno profondo, questi non le influenzano?
R: Sì, è cosi. Tutti questi stati vanno e vengono. Il Sé
non è disturbato; ha soltanto uno stato.
D: Ciò significa che una tale persona sarà in questo mondo
solamente come un testimone?
R: E' così; proprio per questa ragione, Vidyaranya, nel decimo capitolo
de1Panchadasi, dà, come esempio la luce che è accesa sul palcoscenico
di un teatro. Quando viene recitato un dramma, la luce illumina senza alcuna
distinzione tutti gli attori, che siano re, servi o danzatori ed illumina
anche tutto il pubblico. Quella luce sa-rà presente prima che il
dramma cominci, durante la sua esecuzione ed anche quando la recitazione
è terminata. Allo stesso modo, la luce interiore cioè il Sé,
dona luce all'ego, all'intelletto, alla memoria e alla mente senza essere
essa stessa soggetta ai processi di crescita e decadimento. Sebbene durante
il sonno profondo e gli altrí stati non ci sia la sensazione dell'ego
quel Sé rimane senza attributi e continua a brillare da se stesso.
In realtà, l'idea del Sé come testímone è soltanto
nella mente: non è la verità assoluta del Sé. La testimonianza
è in relazione agli oggetti testimoniati. Sia il testimone che il
suo oggetto sono creazioni mentalí.
D: In che modo i tre stati di coscienza sono inferiori nel grado di realtà
al quarto (turiya). Quale è l'effettiva relazione tra questi tre
stati ed il quarto?
R: C'è soltanto uno stato, quello della coscienza o consapevolezza
o esistenza. 1 tre stati di veglia sogno e sonno non possono essere reali.
Essi semplicemente vanno e vengono. Il reale esisterà sempre. Solo
I"'io" o esistenza che persiste in tutti i tre stati è
reale. Gli altri tre non sono reali e cosi non è possibile dire che
essi hanno un tale o tal altro grado di realtà. Possiamo metterla
approssimativamente in questo modo. L'esistenza o coscienza è la
sola realtà. Coscienza più veglia, la chiamiamo veglia. Coscienza
più sonno la chiamiamo sonno. Coscienza più sogno la chiamiamo
sogno. La coscienza è lo schermo su cui tutte le immagini vanno e
vengono. Lo schermo è reale, le immagini sono semplici ombre su di
esso. A causa della radicata abitudine che abbiamo di considerare questi
stati come reali chiamiamo lo stato di semplice consapevolezza o coscienza
il quarto. Non c'è comunque alcun quarto stato; ma soltanto uno stato.
Non c'è differenza tra lo stato di sogno e lo stato di veglia eccetto
che il sogno è corto e la veglia lunga. Entrambi sono il risultato
della mente. Poiché lo stato di veglia è lungo, immaginiamo
che sia il nostro vero stato. Ma, in realtà, il nostro vero stato
è il turiya o quarto stato che è sempre così com'è
e non sa nulla dei tre stati di veglia, sonno o sogno. Poiché chiamiamo
questi tre avastha (stati) allora chiamiamo anche il quarto stato turiya
avastha. Ma non è un avastha, è il vero e naturale stato del
Sé. Quando questo è realizzato, veniamo a sapere che non è
un turiya o quarto stato, poiché un quarto stato è soltanto
relativo ma è turyatita, lo stato trascendente.
D: Perché questi tre stati dovrebbero andare e venire nello stato
reale o sullo schermo del Sé?
R: Chi pone questa domanda? E' il Sé che dice che questi stati vanno
e vengono? E' il veggente che dice che essi vanno e vengono. Il veggente
ed il visto, insieme costituiscono la mente. Guarda se c'è una tal
cosa come la mente. Allora la mente sì fonde nel Sé, e non
c'è più né il veggente, né il visto. Così
la reale risposta alla tua domanda è: "essi non vengono,né
vanno." Solo il Sé rimane perennemente così com'è.
I tre stati devono la loro esistenza alla non-indagine e l'indagine pone
fine ad essi. Per quanto si possa spiegare, il fatto non diverrà
chiaro finché non si consegue la realizzazione del Sé e ci
si meraviglia di come si è stati ciechi cosi a lungo dell'unica ed
autoevidente esistenza.
D: Quale è la differenza tra la mente ed il Sé?
R: Non c'è differenza. La mente rivolta all'interno è
il Sé; rivolta all'esterno diventa l'ego e tutto il mondo. Il cotone
intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L'oro forgiato in vari
ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone
e tutti gli ornamenti oro. L'uno è reale, i molti sono semplici nomi
e forme. La mente non esiste separata dal Sé; cioè, essa non
ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente
mai senza il Sé.
D: Brahman è detto essere sat-chit-ananda. Cosa significa?
R: Si. E' così. Ciò che è, è soltanto sat.
Quello è chiamato Brahman, Lo splendore di sat è
chit e la sua natura è ananda. Questi non sono differenti
da sat. Tutti e tre assieme sono conosciuti come sat-chit-ananda.
D: Poiché il Sé è esistenza (sat) e coscienza
(chit) quale è la ragione di descriverlo come differente dall'esistente
e dal non-esistente, dal se[17iente e dall'inesistente?
R: Sebbene il Sé sia reale, poiché comprende ogni cosa
non lascia spazio a questioni che implicano dualità circa la sua
realtà o irrealtà. Perciò è detto essere differente
dal reale e dall'irreale. Analogamente, anche se è coscienza, poiché
per esso non c'è nulla da conoscere e nulla da cui farsi conoscere,
è detto essere differente dal senziente e dall'insenziente.
Sat-chit-ananda si dice indichi che il Supremo non è asat
(differente dall'essere), non è achit (differente dalla
coscienza) e non è ananda (differente dalla felicità).
Poiché siamo nel mondo fenomenico parliamo del Sé come sat-chit-ananda.
D: In che senso la felicità, o beatitudine (ananda), è
la nostra vera natura?
R: La perfetta beatitudine è Brahman . La perfetta pace
è del Sé. Esiste soltanto quello ed è coscienza. Ciò
che viene chiamato felicità è solo la natura del Sé;
il Sé non è altro che perfetta felicità. Ciò
che è chiamato felicità è la sola esistenza. Sapendo
ciò e dimorando nello stato del Sé, gioisci eternamente la
beatitudine. Se un uomo pensa che la sua felicità sia dovuta a cause
esterne ed ai suoi possessi, è ragionevole concludere che la sua
felicità deve,aumentare con, l'aumentare dei possessi e diminuire
in proporzione alla loro diminuzione. Perciò se egli è privo
di possessi, la sua felicità dovrebbe essere nulla. Quale è
la reale esperienza dell'uomo? E' conforme a questa visione?
Nel sonno profondo l'uomo è privo di possessi, incluso il suo stesso
corpo. Invece di essere infelice è del tutto felice. Tutti desiderano
dormire profondamente. La conclusione è che la felicità è
inerente all'uomo e non è dovuta a cause esterne. Al fine di aprire
il deposito della pura felicità si deve realizzare il Sé.
D: Sri Bhagavan parla del cuore come la sede della coscienza e come identico
al Sé. Cosa significa esattamente il Cuore?
R: Chiamatelo con qualunque nome: Dio, Sé, Cuore o sede della
coscienza, è la stessa cosa. Il punto da afferrare è questo:
Cuore significa il vero nucleo del proprio essere, il centro, senza il quale
non c'è nulla di nulla.
Il Cuore'non è fisico, è spirituale. Hridayam equivale
a hrit più ayam; ciò significa: "Questo è
il centro". E' quello da cui sorgono i pensieri, sul quale sussistono
e nel quale si dissolvono. I pensieri sono il contenuto della mente e formano
l'universo. Il Cuore è il centro di tutto. Nelle Upanishad, quello
da cui gli esseri vengono in esistenza è detto essere Brahman.
Quello è il Cuore. Brahman è il Cuore.
D: Come realizzare il Cuore?
R: Non c'è nessuno che manchi di sperimentare il Sé neanche
per un momento. Poíché nessuno ammette di essere separato
dal Sé. Noi siamo il Sé. Il Sé è il Cuore. Il
Cuore è il centro da cui sorge ogni cosa. Poiché vedi il mondo,
il corpo e così via, si dice ci sia un centro per questi che è
chiamato il Cuore. Quando sei nel Cuore, scopri che il Cuore non è
il centro né la circonferenza. Non c'è nulla all'infuori di
esso. Solo la coscienza, che è vera esistenza e non vaga all'esterno
a conoscere quelle cose che sono diverse dal Sé, è il Cuore.
Poiché la verità del Sé è conosciuta soltanto
da quella coscienza, che è priva di attività, lo splendore
della chiara conoscenza è soltanto quella coscienza che si occupa
sempre esclusivamente del Sé. Sii Ciò Che sei
Gli Insegnamenti di Ramana Maharsi
Sii Ciò Che sei,
Indagine sul Sé - Pratica
Ai principianti dell'autoindagine veniva consigliato da Sri Ramana di
porre l'attenzione sul sentimento interiore di "io" e di trattenere
quel sentimento il più a lungo possibile. Veniva detto loro che se
l'attenzione veniva distratta da altri pensieri dovevano tornare alla consapevolezza
del pensiero "io" ogni volta che diventavano consapevoli che la
loro attenzione aveva divagato. Egli suggerì diversi metodi per favorire
questo processo-ci si poteva chiedere: "Chi sono io?", oppure:
"Da dove viene questo io?"-ma lo scopo ultimo era di essere continuamente
consapevoli dell'"io" che presume di essere responsabile di tutte
le attività del corpo e della mente.
Nei primi stadi della pratica, I'attenzione al sentimento "io"
è un'attività mentale che prende la forma di un pensiero o
una percezione. Man mano che la pratica si sviluppa il pensiero "io"
lascia spazio ad un sentimento dell'"io" sperimentato soggettivamente
e quando questo sentimento cessa di collegarsi e identificarsi con i pensieri
e gli oggetti, svanisce completamente. Ciò che rimane è un'esperienza
di essere in cui il senso dell'individualità ha temporaneamente cessato
di funzionare. L'esperienza all'inizio può essere intermittente,
ma con la pratica ripetuta diventa sempre più facile da raggiungere
e mantenere. Quando l'autoindagine raggiunge questo livello c'è una
consapevolezza senza sforzo di essere in cui lo sforzo individuale non è
più possibile poiché l'"io" che compie lo sforzo
ha temporaneamente cessato di esistere. Non è la realizzazione del
Sé, perché il pensiero "io" periodicamente riafferma
se stesso, ma è il più alto livello della pratica. La ripetuta
esperienza di questo stato di essere indebolisce e distrugge le vasana
(tendenze mentali) che fanno sorgere il pensiero "io", e quando
la loro presa è stata sufficientemente indebolita, il potere del
Sé distrugge le tendenze residue così completamente che il
pensiero "io" non sorge mai più. Questo è il finale
ed irreversibile stato della realizzazione del Sé.
Questa pratica di autoattenzione, o consapevolezza del pensiero "io",
è una tecnica facile che supera gli usuali metodi repressivi per
controllare la mente. Non è un esercizio di concentrazione, né
mira a sopprimere i pensieri; fa semplicemente appello alla consapevolezza
della sorgente da cui la mente ha origine. Il metodo e la meta dell'autoindagine
è di dimorare sulla sorgente della mente, di essere consapevoli di
ciò che si è realmente ritirando l'attenzione e l'interesse
da ciò che non si è. Negli stadi iniziali lo sforzo nel trasferire
l'attenzione dai pensieri al pensatore è essenziale, ma una volta
che la consapevolezza del sentimento dell'"io" è stata
fermamente stabilita, ulteriore sforzo è controproducente. Da allora
è più un processo di essere che di fare, di essere senza sforzo
piuttosto che uno sforzo per essere.
Essere ciò che già si è, è privo di sforzi poiché
l'esistenza è sempre presente e sempre sperimentata. D'altra parte,
pretendere di essere ciò che non si è (il corpo e la mente)
richiede uno sforzo mentale continuo, anche se lo sforzo è quasi
sempre ad un livello inconscio. Ne segue perciò che nei più
elevati stadi dell'autoindagine lo sforzo allontana l'attenzione dall'esperienza
dell'essere mentre la cessazione dello sforzo mentale la rivela. Alla fine
il Sé non viene scoperto come risultato del fare qualcosa, ma soltanto
essendo. Come Sri Ramana stesso una volta osservò:
"Non meditare-sii ! "
"Non pensare di essere-sii!"
"Non pensare all'essere-tu sei!"
L'autoindagine non dovrebbe essere considerata una pratica di meditazione
da eseguire a certe ore e in certe posizioni;dovrebbe continuare durante
tutte le ore della veglia, indipendentemente da ciò che si sta facendo.
Sri Ramana non vedeva conflitto tra il lavoro e l'autoindagine ed affermava
che con un po' di pratica poteva essere eseguita in qualunque circostanza.
Qualche volta affermò che periodi regolari di pratica formale erano
benefici per i principianti, ma non patrocinò mai lunghi periodi
di meditazione in posizione seduta e mostrò sempre la sua disapprovazione
se qualcuno dei suoi devoti esprimeva il desiderio di abbandonare le attività
mondane in favore di una vita meditativa.
Allan Watts
PARLANDO DI ZEN
TEMI MITOLOGICI NELLA SCIENZA MODERNA
Dice una poesia cinese che la vita è come una spada che taglia, ma
non può tagliare se stessa; come un occhio che vede, ma non può
vedere se stesso, il nostro dilemma è che non possiamo essere nello
stesso tempo soggetto e oggetto, osservatore e osservato, controllore e
controllato. Non è che un altro modo per dire che le origini interiori
del nostro pensiero e della nostra azione sono sempre necessariamente inconsce.
Per quanto possiamo comprendere noi stessi, è proprio l'atto stesso
della comprensione che altera ciò che comprendiamo. Esplorare la
natura umana vuole quindi dire cambiarla in modi imprevedibili, cosicché,
in una certa misura, la nostra conoscenza di noi stessi è sempre
obsoleta. Se ciò è vero, dev'essere vero pure che l'uomo non
può fare a meno di costruire miti. Infatti, per come la vedo io,
il mito e un immagine con cui proiettiamo sul mondo esterno, conosciuto,
la materia inafferrabile e mutevole del nostro inconscio e del nostro lavorio
interiore.
Credo che tutta la psicologia dell'inconscio, che deriva dall'opera di Freud
e Jung, abbia confermato che la nostra visione del mondo, dalla teologia
alla cosmologia, corrisponde sempre alla proiezione verso l'esterno di processi
interiori che sarebbero altrimenti sconosciuti. Non credo però che
sia stata capace di provare che tali processi siano altrettanto costanti
e comuni in tutti. gli uomini quanto la loro struttura fisica. Una scienza
dell'inconscio universale e definitiva è davvero una contraddizione
in termini, giacché l'intero valore dell'idea di inconscio non sta
nel fatto che ci introduce a un nuovo regno del mondo che dev'essere esplorato
e dominato, quanto piuttosto nell'indicarci la coscienza con i suoi limiti,
elastici ma nondimeno inevitabile e la sua capacita" di controllare
sia se stessa sia il mondo circostante.
In una certa, ampia misura, la scienza è il tentativo dell'uomo occidentale
di liberarsi dal mito, dalla cosiddetta patetica illusione di costruire
il
mondo secondo la propria immagine inconscia. Senza voler sminuire le glorie
della scienza, vorrei suggerire che tale tentativo è irrealizzabile
e persino assurdo, e mi accingo a farlo discutendo quale sia il rapporto
tra gli sforzi della scienza occidentale e quelli delle dottrine orientali,
tesi a ottenere lo stesso obiettivo attraverso percorsi diversi. Devo dire
che mi accingo a tale compito non tanto come storico o filosofo della scienza
quanto come studioso di filosofie comparate dell'Asia e dell'Occidente.
C'è un antico racconto indiano a proposito di un re di un'epoca remota
nella quale gli uomini camminavano a piedi nudi su questa terra pietrosa
e accidentata. Il re un giorno propose di uccidere migliaia di capi di bestiame
per ricoprire la terra con le loro pelli. A quel punto, però, un
filosofo di corte suggerì che uccidendo solo pochi capi sarebbe stato
possibile legare piccoli pezzi di pelle ai piedi degli uomini, cosicché
ci sarebbe sempre stato un tappeto di cuoio ovunque essi andassero. Si tratta
di una parabola sui diversi modi nei quali, in linea generale, la cultura
occidentale e quella orientale si sono avvicinate al problema del controllo
dell'esperienza umana per ridurre la sofferenza. L'Occidente, coprendo di
pelli l'intero territorio, ha inventato la tecnologia del controllo del
mondo esterno. L'Oriente, limitandosi a sistemare qualche striscia di pelle
sotto i piedi, ha trascurato il mondo esterno e ha idealizzato il controllo
della mente. Si è concentrato sul risolvere il problema cambiando
l'uomo, invece di cambiare il suo ambiente, e successo e fallimento in entrambi
i tentativi sono enormemente istruttivi.
Le culture dell'India e della Cina hanno inventato le loro proprie tecniche
di liberazione dal mito. Chiunque si proponga di sconfiggere il mito userà
tale termine nel suo senso peggiorativo, per indicare "falsità
e illusione", in opposizione a "verità e realtà".
A proprio in tal senso che le filosofie indiane dell'induismo e del buddhismo
hanno spesso usato il termine maya per indicare che il mondo esterno, o
forse il modo in cui pensiamo il mondo, sia un'illusione che scaturisce
dalle nostre menti. Finché tale illusione continuerà a riprodursi,
la vita nel mondo apparirà dolorosa e problematica. Se però
la mente viene controllata in modo che l'illusione cessi, la durezza del
mondo, o forse semplicemente la nostra opposizione a essa, svanirà.
Consideriamo per prima cosa la cosmologia, la visione del mondo, in larga
parte comune sia all'induismo sia al buddhismo, o piuttosto comune alla
cultura dalla quale queste filosofie sono sorte quali metodi per liberarsi
da tale cosmologia. Ogni forma vivente, umana o animale, angelica o demoniaca,
è considerata un anello di una serie inconcepibilmente lunga di incarnazioni,
attraverso le quali ogni essere individualizzato deve passare fino a che
continua a sentirsi un individuo. La serie di incarnazioni non è
tanto un'evoluzione progressiva quanto un ciclo di lenta alternanza tra
bene e male, tra lo zenit dei paradisi angelici dei deva e il nadir degli
orrendi purgatori dei naraka. L'esistenza è un perpetuo viavai di
piacere e dolore, legati inseparabilmente dalla logica della loro stessa
polarità, ed è misurata in periodi detti kaloa, unità
di quattro milioni e trecento ventimila anni. Finché l'individuo
resta preso nella morsa del Karma, il processo di azione condizionata, regolata
dall'attrazione e dalla repulsione, continuerà a peregrinare interminabilmente
in tale ciclo, Kalpa dopo Kalpa. L'intero modello fa pensare in effetti
a una ruota come quelle che troviamo nelle gabbie degli scoiattoli, solo
che è di enormi proporzioni ed è mantenuta in movimento dalla
ricerca del piacere in ogni sua forma, fisica e spirituale.
Tuttavia, sia per l'induismo sia per il buddhismo, tale cosmologia, così
come gli individui ingabbiati in tale fatica perpetua, non costituisce nient'altro
che maya, ovvero un mito, una proiezione, un'illusione sorta nella mente
quale conseguenza di avidya, ignoranza o inconsapevolezza. Avidya è
un termine dai molti significati. Può voler dire dimenticanza del
fatto che la propria coscienza non è individuale e separata, ma un
raggio dell'atman, il sé divino che costituisce l'unica e sola realtà.
Può anche voler indicare il non saper riconoscere che piacere e dolore,
bene e male, sono correlativi e che quindi la ricerca dell'uno provoca inevitabilmente
l'altro proprio come l'altezza provoca inevitabilmente la profondità.
Inoltre può essere anche considerato come una particolare accezione
di ignoranza', che è usare la coscienza per l'attenzione selettiva,
l'atto di concentrare la mente su aree limitate del mondo, una dopo l'altra,
così da ignorare la sua unità e creare l'impressione che si
tratti di una molteplicità di cose ed eventi distinti. Avidya è
quindi l'inconsapevolezza, l'escludere la verità che tutte le cose,
tutti gli eventi e le loro polarità sono inseparabilmente correlati,
quindi non c'è modo di districare ciò che è 'io' da
ciò che è 'tu', o di svincolare il desiderabile dall'indesiderabile.
Ne consegue dunque che il controllo e la padronanza di quella ruota cosmica
devono giungere attraverso il controllo e la padronanza della mente e il
superamento dell'avidya. Con la disciplina yogica, la mente viene calmata
e concentrata. Quindi viene rivolta verso se stessa attraverso le porte
dei sensi in modo da far ritirare la proiezione di un mondo esterno, e infine
la proiezione delle stesse porte dei sensi: il corpo e la coscienza individualizzata.
A noi potrà sembrare altrettanto fantastico che strisciare dentro
a un buco e trascinarcelo dietro, oppure altrettanto irrealistico che giocare
a fare lo struzzo. Nondimeno, c'è qualcosa di valido in tutto ciò,
giacché sappiamo che l'apparenza del mondo esterno è in relazione
alla struttura del nostro cervello e degli organi di senso. Se questi organi
possono subire un mutamento, anche il mondo può essere cambiato,
perlomeno in relazione all'individuo che compie tale impresa.
E un uomo con i sandali in una società che va a piedi nudi. A seconda
dei vostri pregiudizi, potreste definirlo una vittima delle proprie allucinazioni,
oppure lo scopritore di un nuovo livello di realtà, il prototipo
di un nuovo genere di uomini. Il fatto che la stragrande maggioranza degli
uomini percepisca il mondo sotto lo stesso punto di vista non implica che
sia necessariamente dalla parte della ragione, ma dimostra semplicemente
che è legata da una forma di comunicazione e che è composta
da strutture dello stesso tipo. Tuttavia, per almeno una delle maggiori
scuole filosofiche dell'Asia, tale modo di superare maya, e quindi di controllare
il mondo, non era da considerarsi del tutto soddisfacente. Al contrario,
l'opinione generale del buddhismo Mahayana era che il tentativo di cancellare
maya e di ottenere un controllo totale sulle proiezioni inconsce equivaleva
a cadere vittima dell'illusione in un modo particolarmente profondo e tragico.
Per tale scuola, il termine Pratyeka-Buddha, che originariamente significa
'colui che giunge al nirvana senza mantenersi in comunicazione con gli altri",
prese a essere usato come dispregiativo. Nella maggior parte dei testi Mahayana,
il Pratyeka-Buddha, o 'Buddha indipendente', non è affatto un Buddha.
Ritirandosi in una sorta di isolamento spirituale e sbarrando completamente
la via alla proiezione di maya, non riesce più a comprendere che
ne è diventato il più misero schiavo, prigioniero del mito
nel peggiore dei modi. E' in questa particolare situazione che dovremmo
trovare un parallelo con il ruolo oscuro o malefico del mito nella scienza
moderna. Ora, il dilemma del Pratyeka-Buddha, o dello yoghi, che ha ottenuto
il totale controllo della propria mente, non è diverso da quello
del monarca assoluto descritto nel classico manuale indiano di politica,
l'Arthashastra. In tale opera il monarca-despota è descritto come
colui che governa il mandala, o serie di cerchi concentrici, dei suoi subordinati,
come un ragno al centro della ragnatela. Sulla base del principio divide
et impera, ogni anello di subordinati è strutturato in modo da diffidare
dell'anello successivo, cosicché tutti i livelli adiacenti sono sempre
intenti a spiarsi gli uni con gli altri. Gli immediati subordinati del sovrano,
o ministri, sono controllati dai loro inferiori, gelosi del loro grado e
sempre pronti a ottenere favori e promozioni tradendoli presso il sovrano,
e così via lungo tutta la scala gerarchica, dai primi ministri fino
agli schiavi. Ma poiché l'intero sistema è basato su un attento
equilibrio di reciproca sfiducia, persino il re, custode ultimo delle sue
stesse guardie, non può fidarsi di nessuno. Deve dormire con un occhio
sempre aperto, e mai e poi mai può permettersi una tregua nel suo
continuo vigilare. Ciò significa soltanto che il vertice del sistema
ne è completamente prigioniero, il ragno catturato nella sua stessa
tela. Allo stesso modo, gli uomini della polizia segreta del romanzo 1984
di Orwell devono starsene seduti a sorvegliare gli innumerevoli schermi
televisivi che controllano le case dei cittadini, con gli occhi perennemente
incollati al compito della diffidenza collettiva, senza essere mai liberi
di fare una passeggiata nel parco con la fidanzata.
Lo sviluppo del buddhismo Mahayana derivò quindi dal riconoscere
che la totale autocoscienza e il più completo autocontrollo sono
anche un'assoluta autofrustrazione, la frustrazione della spada che cerca
di tagliare se stessa o, in altre parole, la frustrazione di cercare di
sollevarsi tirandosi su per il proprio bavero. In termini tecnici, l'inganno
del pratyeka-buddha è ritenere che il nirvana, lo stato di liberazione,
sia qualcosa di separato dal samsara, il ciclo di nascita e morte generato
da maya. Se il nirvana viene compreso come un ritirarsi dal mondo, allontanandosi
dalle esperienze sensoriali in modo da essere nella posizione di dominarle,
ciò equivale all'idea che il sé controllante, ovvero il soggetto,
sia in effetti separato da ciò che è controllato. Tuttavia,
ciò si traduce nell'essere inconsapevoli del fatto che la volontà
che controlla è annessa una forma di maya, ovvero, in altri termini,
che il cervello umano è parte del proprio stesso ambiente. Cercare
di conoscere l'inconscio sino alle sue più remote profondità
vuole dire dimenticare che è l'inconscio stesso che osserva, che
la coscienza non è separata dall'inconscio, ma è solo una
delle sue funzioni: "Come un occhio che osserva, ma non può
osservare se stesso".
Ecco dunque che si giunge a rappresentare il bodhisattva, la figura ideale
del buddhismo Mahayana, come colui che, dopo essersi ritirato, torna al
mondo in virtù della sua compassione per 'tutti gli esseri senzienti
facendo voto di non entrare nel nirvana finché tutti gli altri non
saranno liberati assieme a lui. La sua compassione per gli esseri senzienti
scaturisce dalla scoperta di essere inseparabile da loro. In realtà,
il bodhisattva giunge a comprendere che non c'è modo di fuggire dal
mondo perché non c'è nessuno che debba sfuggirne. Vede che
gli altri esseri senzienti stanno soffrendo proprio perché pensano
di essere entità separate e quindi stanno cercando una via per sfuggire
a una trappola nella quale nessuno è mai caduto, giacché c'è
soltanto la trappola. Neppure una mosca vi è mai finita dentro! Nel
Lankavatara Tantra tutto ciò viene espresso nel modo classico:
Coloro i quali, spaventati dalla sofferenza che sorge dalla discriminazione
di nascita-e-morte (samsara), cercano il nirvana, non sanno che nascita-e-morte
e nirvana non devono essere considerati separati uno dall'altro... immaginando
che il nirvana consista nel futuro annichilimento dei sensi e dei loro domini.
Oppure, nelle parole del mahayanista cinese Seng-ts'an:
Non cercare di opporti al mondo dei sensi,
Giacché quando non ti opponi a esso,
Si rivela la stessa cosa del completo risveglio.
Il saggio non lotta;
L'uomo ignorante si lega.
Se lavori sulla mente con la tua mente,
Come potrai mai evitare un'immensa confusione?
A questo punto la filosofia Mahayana sembra aver completato quel ciclo
che era sempre stato presente in quello che è probabilmente il mito
fondamentale dell'induismo: tutti gli esseri senzienti sono sogni di dio,
innumerevoli parti interpretate dall'unico attore divino che, proprio in
virtù della sua onnipotenza e onniscienza, può permettersi
il gioco di precipitarsi nell'illusione. Così, non appena il sé
addormentato, l'atman, si risveglia dal sogno di maya, scopre che tutte
quelle figure presenti nel sogno non sono suoi avversari, ma la sua stessa
volontà. Dio è dunque divino, così come i suoi stessi
santi, nell'atto di rinunciare alla propria volontà. Si tratta di
quel gesto che nel cristianesimo orientale viene chiamato Krvw (31; l'autosvuotarsi,
l'autoarrendersi della divinità, con il quale essa ottiene sia di
creare il mondo sia di incarnarsi nel 'figlio dell'uomo'. Non so quanto
ciò sia vero riguardo a dio, ma certamente i filosofi Mahayana scoprirono
che ogni qual volta l'esperienza della mente è perfettamente sotto
controllo, non vale più la pena di controllarla. Il nirvana diventa
quindi la libertà di abbracciare il mondo, di cedere all'amore e
all'attaccamento, di lasciarsi prendere dal coinvolgimento nell'illusione,
maya.
Anche la scienza occidentale è una via per la liberazione, ma sinora
ha seguito una direzione differente per giungere al medesimo scopo: controllare
il contenuto della nostra esperienza concentrandosi sulla trasformazione
e la comprensione del mondo esterno. A suo modo, anche la scienza si è
preoccupata della dissoluzione di maya e ha liberato una moltitudine di
esseri dai terrori di una cosmologia; non quella delle infinite reincarnazioni
ma quella del giudizio finale, del paradiso o dell'inferno. Tuttavia il
suo modo di affrontare il problema è, a prima vista, completamente
differente, non avendo quale premessa l'equazione di mondo fisico e maya.
Per la scienza, maya non è la natura ma le idee sulla natura, basate
più su un preconcetto che sull'osservazione dei fatti. Inoltre, per
la scienza l'ignoranza è precisamente l'ignoranza dei fatti, mentre
nel pensiero indiano per ignoranza si intende la percezione del mondo come
una molteplicità difatti. La scienza non ha quindi dissolto la cosmologia
tolemaico-cristiana scoprendo che si trattava di una proiezione mentale
sul vuoto, ma scoprendo invece che era una spiegazione inadeguata della
realtà astronomica. In effetti la cosmologia rappresentava sia un
mito sia
una proiezione, ma non erano tanto tali caratteristiche a renderla falsa
quanto la sua non corrispondenza con la forma osservabile proiettata.
È chiaro che anche lo scienziato proietta. Le sue scale e ipotesi
non sono altro che proiezioni del pensiero umano su ciò che il mondo
è. Però lo scienziato sa che sono proiezioni, e proclama di
non proiettare in modo inconscio. Gli antichi astronomi trovarono un modo
di identificare le stelle associando le costellazioni così come apparivano
con immagini concrete quali i segni dello zodiaco. La loro credenza nelle
influenze astrologiche suggerisce che non comprendessero o che stavano proiettando
quelle immagini o che le costellazioni a cui le attribuivano erano raggruppamenti
creati per mera convenienza. Possono non aver avuto nessun sospetto di star
trattando il cielo come un'immensa macchia di Rorsach, vedendo nelle stelle
forme che si accordavano alle loro personali disposizioni psichiche, e che
potevano avere un senso collettivo attraverso la matrice della tradizione
sociale e della convenzione. L'astronomo moderno trova più accurato
e pratico la posizione delle stelle in base a una griglia astratta costruita
sulla base della latitudine e longitudine siderali, sapendo perfettamente
che tale griglia è una proiezione che non ha nessun rapporto effettivo
con la realtà del cielo.
Se, dunque, la proiezione scientifica è sempre conscia e se lo scienziato
è sempre più consapevole di star descrivendo il mondo in termini
di misure che lui stesso ha ideato, non dovrebbe essere lui l'ultimo a confondere
la misura con il mondo? La scienza non è forse proprio quell'antimitologia
nella quale, col passare del tempo, sarà sempre più difficile
trovare qualche immagine inconscia? Oggi gli scienziati sono così
consci e critici nei confronti dei loro metodi e delle loro procedure, e
hanno compiuto tali passi nell'analisi controllata del pensiero scientifico
stesso, che la tendenza dell'uomo occidentale al controllo della natura
sta sconfinando nella tendenza dell'uomo orientale al controllo della mente.
Stiamo ormai cominciando ad avvicinarci a maya su due fronti diversi, ed
è proprio per tale motivo che i testi di filosofia della scienza
ci ricordano sempre più la metafisica indiana. Non sto pensando soltanto
a Eddington e Schroedinger, ma anche a Mach, Wittgenstein e Schlick, e a
tutta la scuola di pensiero definita da Popper 'strumentalista'. Nel secolo
attuale le vestigia del mito hanno preso a scomparire dalla scienza sempre
più in fretta. Ma nel contempo riemergono con forza più grande
che mai in una direzione insospettata, e quindi inconscia.
La concezione scientifica del mondo potrebbe aver contenuto ancora qualche
traccia di mito, per esempio nel momento in cui uno scienziato del diciottesimo
secolo riusciva ancora a stupirsi nello scoprire che il getto dei dadi 'obbediva'
alla legge della probabilità. Avrebbe potuto credere che, dopotutto,
ci fosse una sorta di disegno oggettivo o legge, là fuori, nell'universo,
e che dio o la natura fossero inerentemente matematici. Oggi però
siamo tanto riluttanti a parlare di eventi che "obbediscono" a
leggi determinate quanto lo siamo ad affermare che alcuni alberi hanno semi
alati 'al fine di' poterli meglio diffondere nel vento. Ormai tendiamo a
considerare le leggi naturali come strumenti o convenzioni, come il sistema
di numerazione decimale. Le cosiddette leggi della probabilità sono
quindi un'invenzione matematica, come il regolo, utili per misurare grandi
quantità di eventi che, considerati in quantità ridotte, risultano
altamente irregolari. Gli eventi non obbediscono a leggi, giacché
ciò che chiamiamo legge viene oggi visto come un modello che abbiamo
costruito per poter predire gli eventi, allo stesso modo in cui abbiamo
creato i pettini per ravviare i capelli. Dio non ha creato i capelli perché
si adattassero ai pettini, così come non ha creato i nasi perché
sostenessero gli occhiali.
Come il naturalismo scientifico del diciannovesimo secolo ha abbandonato
l'ipotesi teologica, o mito, del divino legislatore da cui provengono le
leggi, così lo strumentalismo scientifico del ventesimo secolo sta
abbandonando le leggi. Persino quel mito se ne sta andando, e alla comprensione
che le leggi sono maya si sta rapidamente aggiungendo la comprensione che
persino i fatti, sì, quei preziosi 'fatti scientifici', sono maya.
Stiamo scoprendo che il fatto, il fenomeno o l'evento è un'utile
unità di pensiero, ma che in realtà nel mondo fisico non ci
sono entità formalmente separate. Certamente, il mondo esterno contiene
divisioni esplicite, e linee, modelli e strutture, ma il modo in cui le
consolidiamo in unità, cose o farti, è altrettanto convenzionale
della nostra percezione delle costellazioni in mezzo al cielo stellato.
Così lo ha sintetizzato Teilhard de Chardin:
E' ora di chiarire che tale procedura è un mero espediente intellettuale.
Considerata nella sua realtà concreta, fisica, la sostanza dell'universo
non può dividere se stessa, ma, in quanto 'atomo' gigantesco forma
nella sua totalità... l'unico vero indivisibile... E impossibile
tagliare via qualcosa da questa materia interrelata, isolarne una porzione
senza che questa si sfilacci lungo tutti i suoi bordi. Tutt'intorno a noi,
ovunque spazi la nostra vista, l'universo si tiene insieme, e c'è
un unico modo davvero possibile di considerarlo, e cioè come un intero,
un pezzo unico.
Pensare al mondo in termini di cose è altrettanto utile che fare
a pezzi un pollo per mangiarlo. Però i 'galletti alla griglia' non
spuntano fuori dalle uova.
Cosa succede una volta giunti a questa comprensione? Se le leggi e persino
i fatti della natura non sono altro che le nostre proiezioni concettuali,
radicate più che mai nella sola razionalità conscia, non dovremmo
forse sentirci sempre più estraniati da quel mondo reale che sta
al di fuori dei nostri cervelli? Considerate per un istante la situazione
nelle scienze applicate e nella tecnologia. La grande rivoluzione scientifica
del diciannovesimo secolo era pervasa da una filosofia di monismo naturalistico
o materialistico, la quale, in teoria, si opponeva al tradizionale dualismo
occidentale e cristiano tra spirito e materia, corpo e anima. Freud, Haeckel
e Huxley erano certi che tutti i fenomeni della psiche potessero essere
spiegati a livello del corpo, che non ci fosse più alcun bisogno
di considerare l'uomo una dualità, ovvero una volontà spirituale
conscia alla guida, a guisa di autista, di un veicolo fisico. Ora, qualcuno
potrebbe pensare che tale visione unitaria della natura di fatto potesse
aver contribuito a ridurre il forte senso di alienazione e di separazione
dal proprio ambiente fisico tipico dell'uomo occidentale. Al contrario,
il naturalismo scientifico diede vita a quella forma tecnologica che comunemente
chiamiamo 'la conquista della natura'.
La teoria di una nostra evoluzione spontanea dall'ordine naturale è
scaturita dalla sensazione che non si potesse più fare affidamento
sui processi 'ciechi' ditale ordine, e che quindi il futuro sviluppo del
mondo dovesse passare attraverso un aumento indeterminato del controllo
cosciente. Tale punto di vista è non solo paradossale, ma persino
assurdo, qualora si consideri che il cervello attraverso il quale questo
genere di controllo dovrebbe essere esercitato è esso stesso frutto
di un processo spontaneo, ed è organizzato in modo così complesso
che la nostra comprensione cosciente, scientifica, in proposito è
ancora rudimentale. Pare dunque che la scienza, ben lungi dall'aver superato
il mito dell'universo dualistico, lo abbia ingrandito sino a fargli raggiungere
proporzioni inusitate. L'uomo e la natura, la ragione e l'istinto, il calcolo
e la spontaneità sono oggi in pratica più scissi che mai.
L'equivalente moderno dell'urgenza di subordinare rigorosamente la natura
alle leggi divine, tipica della tradizione cristiana, è l'ambizione
tecnologica di far diventare tutta la natura, sia umana sia subumana, oggetto
di controllo razionale. La tecnologia non è forse una discendente
diretta dell'attrazione cristiana per i miracoli, per quel potere spirituale
che conferma con precisione se stesso trasformando il rigido mondo materiale?
Sebbene ciò non sia espresso in termini palesemente sovrannaturali,
in pratica siamo ancora devoti a una fede che dimostra se stessa spostando
i monti e resuscitando i morti. La carne, con le sue limitazioni ben circoscritte,
è ancora nostra nemica, e l'impossibilità di farla obbedire
ai nostri comandi è ancora opera del demonio. E' d'altra parte vero
che c'è più che un tocco di spiritualità ascetica nel
fatto che l'immagine con la quale i fisici concepiscono il mondo ha sempre
meno a che vedere con ogni forma
di linguaggio immaginifico e sensuale. Secondo Oppenheimer, la conoscenza
scientifica "è diventata proprietà di comunità
specializzate che perseguono la loro via con intensità crescente
sempre più lontano dalle loro radici nella vita quotidiana".
Eppure, come sempre accade, i miracoli di per se stessi non sono altro che
vittorie vuote. In primo luogo, ci è sempre più chiaro che
i miracoli che otteniamo con la fisica e la chimica diventano pericolosi
nelle mani di uomini folli, stupidi o maligni. La scienza non può
accontentarsi del controllo della natura: tale controllo tecnologico dev'essere
esteso all'uomo stesso, attraverso la sociologia, la psicologia e la psichiatria,
cosicché divenga possibile controllare il controllore. Ma a questo
punto, in secondo luogo, è ancora una vittoria vana, perché,
come il pratyeka-Buddha, il controllore che si avvicini al pieno controllo
di se stesso resta bloccato in un circolo vizioso in cui l'azione è
sempre più paralizzata. Nella nostra società la crescita della
burocrazia, del conformismo e dell'irreggimentazione non è il risultato
di una qualche oscura cospirazione, ma della semplice logica di dovere regolare
la condotta di gente che maneggia strumenti così pericolosi come
l'elettricità, le automobili, gli aeroplani e l'energia nucleare.
Finché, dunque, il nostro obiettivo resterà il miracolo, il
potere e il controllo su noi stessi e sul mondo, la nostra società
dovrà approssimarsi a quella trappola-mandala dell'Arthashastra solo
nella versione moderna di uno stato totalitario, ovvero un sistema basato
sulla reciproca sfiducia in cui ogni uomo è il poliziotto di suo
fratello. E allora il gioco non vale la candela. Il prezzo da pagare per
l'onnipotenza, per il possesso di poteri da dio-dittatore, è finire
strangolati nel sistema dei propri stessi controlli.
Alla luce di tutto ciò, consideriamo nuovamente i modelli che la
nostra saggezza moderna proietta su cielo e terra, apparentemente in piena
e razionale coscienza, ma in pratica inconsapevole dell'inseparabilità
di ragione e natura e quindi, come direbbe Jung, sotto l'incantesimo dell'archetipo
mitologico del dio sovrannaturale, puramente spirituale e onnipotente. Una
mappa convenzionale del cosmo, con la sua latitudine e longitudine, è
certamente molto conveniente, così come lo è la rigida griglia
delle strade di Chicago, se paragonata a quelle di Boston e Londra (eccezion
fatta per quando vengono fissate in totale disprezzo della topografia, come
nel caso delle colline di San Francisco). Tale convenienza conviene dal
punto di vista di una mentalità che mira a controllare il mondo anziché
amarlo. Quando ricopriamo il mondo di reticolati e schemi numerati sulla
base di uno spirito del genere, la convenienza a cui aspiravamo si trasforma
in un mito che non ci eravamo prefissati. Oppenheimer ha detto della scienza:
"Le cose che abbiamo scoperto sulla natura si sono definite sulla base
dei metodi con i quali le abbiamo trovate". Tali metodi includono sia
le tecniche specifiche sia la retrostante motivazione, e quando si tratta
del sistema di astrazioni concettuali che viene proiettato sulla natura
per nessun'altra ragione se non dominarla, la natura in qualche modo svanisce
e non ci resta che il sistema. Ci resta dunque una concezione del mondo
in cui non sembra esserci altro ordine se non quello imposto dall'uomo:
abbiamo così un mondo che in sé e per sé ci risulta
completamente estraneo. Poiché siamo giunti a percepire la natura
in base ai nostri modi di definirla, non ci resta nient'altro da controllare
o da sperimentare se non il sistema di controlli attraverso il quale la
natura stessa è stata definita. Il parallelo sociale è che
le culture altamente meccanizzate finiscono per servire la logica delle
macchine anziché i desideri degli uomini.
La scienza occidentale, monismo naturalistico alla rovescia (a parte alcune
eccezioni che devono ancora essere menzionate), non ha effettivamente capito
che l'uomo è inseparabile dal proprio ambiente. Se arriviamo alla
conclusione che l'ordine della natura non è niente di più
che la sua descrizione sulla base dei nostri calcoli, e che quindi il modello
di funzionamento del mondo è semplicemente un'invenzione della coscienza
umana, stiamo parlando come se la coscienza umana non facesse parte del
mondo. L'obiezione più concreta a tutte le teorie dell'ordine naturale
puramente strumentali è che la coscienza e le sue funzioni (ragione,
osservazione e calcolo), non sono un'invenzione della coscienza stessa.
Sono le operazioni di una corteccia cerebrale che è parte del suo
stesso ambiente, e che è scaturita da quell'ambiente senza aver prima
avuto intenzione di farlo.
La coscienza pretende di poter diventare oggetto di se stessa, ponendosi
al di fuori di se stessa e del mondo di cui fa parte. Ma, come ha detto
Perry Williams Bridgman: "comprendere che non potremo mai distanziarci
da noi stessi è un'idea che la razza umana non è mai riuscita
ad ammettere per tutto il corso della sua storia; si potrebbe quasi dire
che abbia voluto rifiutarla". Il teorema di Gòdel, che ne è
l'equivalente matematico, afferma che nessun sistema può essere dimostrato
come privo di contraddizioni se non in termini di un sistema superiore,
cosicché si potrebbero accumulare sistemi e meta-sistemi all'infinito
senza comunque poter giungere alla meta al di là di ogni dubbio.
Volendo tradurre lo stesso concetto nel linguaggio della filosofia indiana,
nulla ci intrappola così profondamente in maya quanto il tentativo
di uscirne. Niente è così inconscio come l'ambizione di essere
completamente consci. Come disse Shankara a proposito della divinità
suprema, il Brahman: "E' il conoscitore, e in quanto conoscitore può
conoscere altre cose, ma non può trasformare se stesso nell'oggetto
della propria conoscenza, così come il fuoco può bruciare
le altre cose, ma non se stesso"
Quindi, se pensiamo di avere un'immagine della natura puramente razionale,
conscia e non mitizzata in termini di calcolo scientifico, ciò che
abbiamo in realtà ottenuto è l'immagine stessa di maya nella
sua forma più primordiale. Il termine maya nella sua radice sanscrita
ma significa infatti "misurare", e la sua forma matr - dà
origine a 'metro', marnee' e forse persino 'marenale'. Se facciamo un passo
indietro per osservare il mondo in modo completamente obiettivo restiamo
impigliati nell'immagine primordiale dell'illusione, la vischiosa rete di
maya, nella sua forma di madre ragno che ci succhia via la vita.
Tutto ciò non è nient'altro che una diatriba contro gli scopi
della scienza. Se la scienza fosse in qualche modo un peccato, oserei dire:
"Peecate fortiter!". E' il pieno e completo ascolto della scienza
che ci fa scoprire le dimensioni e il fondamento logico della trappola in
cui resta presa la nostra coscienza quando aspira a un troppo ampio controllo
di se stessa e del mondo. I limiti del controllo sono già stati esplorati
e spiegati nella cibernetica di Norbert Wiener. L'inseparabilità
di uomo e natura diviene evidente con una lucidità completamente
nuova in ogni progresso dell'ecologia. In campo psichiatrico e psicologico,
laddove la tecnologia raggiunge la massima profondità proprio nell'uomo,
per lungo tempo ci sono state persone che hanno insistito sul potere curativo
di una fondamentale fiducia nell'inconscio. Ciò che però più
mi interessa è il crescente successo di quelle persone impegnate
in ricerche di base e che si sforzano di persuadere il governo e l'industria
che nulla verrà scoperto di significativo finché agli scienziati
non sarà permesso di essere scherzosi, stravaganti e sregolati. Ecco
allora che il processo ha fatto il giro completo, giacché il bisogno
di una sempre maggiore quantità di scienza produce il bisogno di
un numero sempre crescente di gentiluomini in camice bianco spontanei, allegri
e imprevedibili. Di sicuro una maggior allegria non produrrà scoperte
scientifiche, né altro genere di creatività di un qualche
valore. Ciò nonostante, la disciplina rigorosa e il pensiero esatto
devono sempre essere subordinati alle bizzarrie dell'inconscio; subordinati,
ma nondimeno suoi indispensabili utensili.
La situazione della scienza odierna è nel suo complesso profondamente
mitologica, giacché costituisce una rimessa in scena dei temi fondamentali
delle mitologie divine. Sinora, forse, non è niente di più
che fantascienza, ma lo scopo logico della tecnologia è un mondo
nel quale premendo un pulsante si potrà soddisfare qualsiasi desiderio,
un mondo in cui i desideri stessi saranno resi desiderabili attraverso qualche
droga apposita, o qualche alterazione del cervello. Un mondo del genere
diventerebbe ben presto intollerabile, senza l'introduzione di un pulsante
con su scritto: 'sorpresa!'. Inizialmente, solo sorprese piacevoli, poi,
qualcuna sgradevole, tanto per aggiungere un po' di pepe e di avventura
all'esperienza. Come quando, nel Kalika Purana, il dio Brahma si immerge
in profonda meditazione all'inizio del mondo ed ecco che, hop!, dalle
profondità del suo essere emerge un giovane chiamato Amore, con immensa
sorpresa e grande inquietudine del creatore. C'è un po' la stessa
sensazione nella Genesi, quando viene detto, senza alcuna apparente premessa
o ragione: "E Dio creò le grandi balene . Proprio così,
e solo in seguito egli osservò e vide che era una cosa buona. Se
dunque la stessa onnipotenza che crea il mondo è dio che si lascia
andare, non potrebbe forse la scienza, con tutte le tecniche e discipline
ora a sua disposizione, mettere da parte un po' della sua somma praticità
e utilità e lasciare che la fantasia faccia partorire alla mente
umana ben più grandi meraviglie che non razzi giganteschi e immense
esplosioni?
Fritjof Capra, VERSO UNA NOVA SAGGEZZA. pag. 87-88-89
Una cartografia della coscienza
Alcune settimane dopo aver conosciuto Grof e prima di fargli visita
a Big Sur, lo rividi in Canada, dove parlammo entrambi a un convegno, patrocinato
dall'Università di Toronto, sui nuovi modelli di realtà e
sulle loro applicazioni alla medicina. Nel frattempo avevo letto, con grandissimo
interesse, il suo libro Realms of the Human Consciousness, e la conferenza
di Grof al convegno mi permise di approfondire ulteriormente la comprensione
del suo lavoro. La scoperta di Grof che le sostanze psichedeliche svolgono
un'efficace azione catalitica sui processi mentali è corroborata
dal fatto che i fenomeni da lui osservati nelle sessioni di esperimenti
con l'LSD non sono affatto limitati alla sperimentazione psichedelica. Molti
di essi sono stati osservati anche nella pratica della meditazione, negli
stati di trance, nelle cerimonie sciamaniche di guarigione, in situazioni
peritanatiche e in altre situazioni biologiche critiche, e in una varietà
di altri stati di coscienza non comuni. Benché Grof abbia costruito
la sua "cartografia dell'inconscio" sulla base della sua ricerca
clinica con l'LSD, l'ha dopo di allora corroborata con molti anni di studi
accurati di altri stati di coscienza non ordinari, che possono verificarsi
spontaneamente o possono essere indotti da speciali tecniche senza l'uso
di alcun farmaco o droga. La cartografia di Grof abbraccia tre domini principali:
il dominio delle esperienze "psicodinamiche", implicante l'esperienza
di rivivere in modo complesso ricordi emotivamente rilevanti di vari periodi
della vita individuale - il dominio delle esperienze "perinatali",
connesse ai fenomeni biologici implicati nel processo della nascita; e un
intero spettro di esperienze che vanno al di là dei confini individuali
e che trascendono le limitazioni di tempo e di spazio, per le quali Grof
ha coniato l'aggettivo "transpersonali". Il livello psicodinamico
ha chiaramente un'origine biografica e può essere inteso, in grande
misura, nei termini di principi psicoanalitici fondamentali. "Se le
sessioni psicodinamiche fossero l'unico tipo di esperienza con l'LSD,"
scrive Grof, "le osservazioni tratte dalla psicoterapia con l'LSD potrebbero
essere considerate la prova di laboratorio delle premesse freudiane fondamentali.
La dinamica psicosessuale e i conflitti fondamentali della psiche umana
quali sono descritti da Freud si manifestano con una chiarezza e vividezza
fuori del comune." Il dominio delle esperienze perinatali potrebbe
essere la parte più affascinante e più originale della cartografia
di Grof. Esso stabilisce una varietà di modelli di esperienza ricchi
e complessi collegati ai problemi della nascita biologica. Fra le esperienze
perinatali c'è una ripetizione estremamente realistica e autentica
di varie fasi del proprio processo di nascita reale: la serena beatitudine
dell'esistenza nel grembo in unione primigenia con la madre; la situazione
"senza via d'uscita" della prima fase del parto, quando il collo
dell'utero è ancora chiuso mentre le contrazioni uterine cominciano
a farsi sentire sul feto, creando una situazione claustrofobica associata
a un intenso disagio fisico; la propulsione attraverso il canale del parto,
implicante una lotta enorme per la sopravvivenza contro pressioni schiaccianti;
e, infine, l'improvviso sollievo e rilassamento, il primo respiro e il taglio
del cordone ombelicale, che completa la separazione fisica dalla madre.
Nelle esperienze perinatali le sensazioni e i sentimenti associati al processo
della nascita possono essere rivissuti in modo diretto realistico, oppure
emergere nella forma di esperienze simboliche, visionarie. Per esempio,
l'esperienza di tensioni enormi che è caratteristica della lotta
nel canale del parto è spesso accompagnata da visioni di lotte titaniche,
di disastri naturali e di varie immagini di distruzione e di autodistruzione.
Per facilitare una comprensione della grande complessità dei sintomi
fisici, delle immagini mentali e delle strutture esperienziali, Grof li
ha suddivisi in quattro gruppi, chiamati matrici perinatali, che corrispondono
a fasi successive consecutive del processo della nascita. Studi dettagliati
delle interrelazioni fra i vari elementi di queste matrici lo hanno condotto
a profonde intuizioni concernenti molte condizioni psicologiche e molte
strutture dell'esperienza umana. Ricordo di aver chiesto una volta a Gregory
Bateson, dopo che avevamo assistito entrambi a un seminario di Grof, che
cosa pensasse della ricerca di Grof sull'impatto psicologico dell'esperienza
della nascita. Bateson, come amava spesso fare, rispose con una frase molto
concisa: "Calibro da Nobel." L'ultimo dominio importante della
cartografia dell'inconscio di Grof è quello delle esperienze transpersonali,
che sembrano offrire percezioni profonde sulla natura e la pertinenza della
dimensione spirituale della coscienza. Le esperienze transpersonali implicano
un'espansione della coscienza al di là dei confini convenzionali
dell'organismo e, corrispondentemente, un senso di identità più
ampio. Esse possono implicare anche percezioni dell'ambiente che trascendano
i limiti usuali della percezione sensoriale, avvicinandosi spesso a un'esperienza
mistica diretta della realtà. Poiché il modo di conoscenza
transpersonale esorbita in generale dal ragionamento logico e dall'analisi
intellettuale, è estremamente difficile, se non impossibile, descriverlo
in linguaggio fattuale. Grof ha trovato, in effetti, che per descrivere
esperienze nell'ambito transpersonale sembra spesso più appropriato
il linguaggio della mitologia, che è molto meno limitato dalla logica
e dal buon senso. Le dettagliate esplorazioni degli ambiti perinatale e
transpersonale convinsero Grof che la teoria freudiana doveva essere ampliata
considerevolmente per accogliere i nuovi concetti da lui sviluppati. Questa
conclusione coincise col suo trasferimento negli Stati Uniti, dov'egli fondò
un movimento molto vitale nella psicologia americana, noto come psicologia
umanistica, che ha già sviluppato la disciplina molto oltre la cornice
di riferimento freudiana. Sotto la direzione di Abraham Maslow, gli psicologi
umanisti si sforzarono di studiare gli individui sani come organismi integrali;
essi erano interessati profondamente alla crescita personale e all"'auto-realizzazione",
riconoscendo il potenziale intrinseco in tutti gli esseri umani; e concentrarono
la loro attenzione sull'esperienza piuttosto che sull'analisi intellettuale.
Da questi sviluppi presero conseguentemente l'avvio numerose nuove psicoterapie
e scuole di "intervento sul corpo", che sono chiamate collettivamente
il movimento del potenziale umano. Benché l'opera di Grof sia stata
accolta con grande entusiasmo dal movimento del potenziale umano, egli trovò
ben presto che persino la cornice concettuale della psicologia umanistica
era troppo ristretta per lui, e nel 1968 fondò, assieme a Maslow
e a vari altri, la scuola della psicologia transpersonale che si interessa
specificamente del riconoscimento, della comprensione e della realizzazione
di stati di coscienza transpersonali.
Il Sé transpersonale Meditazione Yoga-Vedanta e sviluppo Transpersonale
Come dice Thich Nhat Hanh: "Scopo della meditazione è di
svegliarsi alla conoscenza di un unica cosa: che nascita e morte non ci
riguardano mai ed in nessun modo": raggiungere la non-dualità
significa scoprire la propria esistenza oltre i confini del tempo e dello
spazio, ricongiungerla all'eternità e all'infinitezza dell'Assoluto
che, nella sua essenza esiste in una permanenza oltre ogni processo e trasformazione.
Nella conoscenza suprema si realizza la trascendente testimonianza quale
essere nel mondo che esprime la natura del Divino nella cui perfezione il
soggetto si è reintegrato. Il Sé testimonia la sua
identità con il perfetto Principio della Vita vivendo senza desideri
e attaccamenti, risvegliato e adeguato alla sua stessa sostanza, canale
delle stesse forze trascendenti che proteggono la vita.
All'apice del suo percorso, la meditazione, iniziata come pratica di conoscenza
della mente, si rivela quale mezzo per raggiungere la perfetta bontà
che rende l'individuo interprete gioioso della volontà universale.
a) La visione spirituale del mondo
Il percorso della meditazione, quale sentiero verso il Divino intrinseco
all'umana interezza, è ricerca dell'Essenza eterna, ritorno alla
casa del Padre, dimora della pace profonda, approdo ad una Conoscenza principiale
che conferisce beatitudine e libera dall'ignoranza e dal dolore.
La realizzazione del Sé-Testimone, quale suprema origine dimenticata,
esige una filosofia di vita che varchi i limiti del materialismo e riconosca
la realtà che non appare, ricercando quell'Essere
che non si percepisce come oggetto perché è il sostrato di
ogni soggetto ed oggetto esistenti.
Come premessa, questa filosofia spirituale porta seco il concetto dell'ignoranza
connaturata alla cosiddetta coscienza ordinaria e, conseguentemente, si
pone come obiettivo la disidentificazione dalla illusorietà percettiva
che definisce il Sé e il mondo nei limiti del tempo e dello
spazio.
Nella Tradizione metafisica induista i presupposti della visione spirituale
del mondo sono i seguenti:
La Realtà ultima non appare e non cambia: è la Costante, l'Invariante,
il Permanente che esiste oltre ogni relativo divenire fenomenico.
Tale Realtà è l'Assoluto la cui natura è Coscienza,
Esistenza, Beatitudine (sat - cit- ananda)
- Il mondo manifesto delle forme che cambiano e sono soggette alla legge
del divenire (che implica la nascita, la crescita e la morte) è composto
da energia a diversi livelli di condensazione. Tale mondo manifesto è
sovrapposto all'Immanifesto e, poiché non è costante, non
può dirsi reale.
- Il microcosmo è identico al macrocosmo, il Sé dell'uomo
è della stessa natura dello Spirito assoluto che essenzia la Vita.
- Per realizzare il Sé e la sua identità con la Realtà
immanifesta occorre distaccarsi dal mondo del divenire-manifesto e trascenderne
la dualità.
- Il modo per distaccarsi è percorrere il sentiero della meditazione,
composto da dottrina, discipline etiche e consapevolezza.
Per comprendere il processo della meditazione è indispensabile approfondire
i principi filosofici che distinguono la Realtà immanifesta da quella
manifesta. Nell'Assoluto immanifesto non esistono leggi condizionanti né
processi perché l'Essere è invariante: viceversa, nel mondo
manifesto delle forme relative in perpetuo divenire, ove ogni sostanza è
soggetta a mutamento, esistono leggi e processi che regolano la trasformazione
in vista dell'armonia.
La prima legge è l'interconnessione: ogni dimensione del mondo
manifesto è connessa al resto, nulla può esistere separatamente
dal tutto, scisso da un'unità da cui riceve nutrimento.
La seconda legge è il cambiamento: tutto il manifesto diviene
ed è in costante flusso, ogni realtà manifesta nasce, cresce
e muore; nulla è stabile, ogni aspetto dell'universo comincia a cambiare
e cammina verso la morte nell'attimo stesso in cui origina.
Poiché la realtà manifesta è un continuo divenire e
tutto ciò che principia è condannato a finire, ogni attaccamento
al mondo delle forme è latore di dolore.
Nella religiosità vedica i principi universali del cambiamento sono
incarnati dalle tre divinità Brahma, Vishnu e Shiva, che simboleggiano
il continuo flusso dell'universo spazio-temporale, attraverso la creazione,
il mantenimento e la trasformazione-distruzione.
La terza legge è la causalità: tutto ciò che
esiste nel mondo delle forme è sottoposto alla legge della causa
e dell'effetto che qualifica il karma. Ciò che appare è
l'effetto di ciò che è stato e prepara ciò che sarà:
l'eterna ruota dell'azione che causa effetti è alla base della reincarnazione
che si perpetua sinché esistono effetti che maturano nello spazio
e nel tempo.
La legge della causa e dell'effetto conferisce un profondo significato alla
vita e alle azioni individuali: nulla di ciò che si fa è inutile
o rimane senza conseguenze; ogni scelta prepara uno stato futuro che si
svilupperà come l'effetto di cause precedenti, pertanto, predisposto
dalla volontà individuale.
Questa legge conferisce importanza, eticità e significato ad ogni
azione concreta e rileva come l'essere umano possa essere artefice del suo
stesso destino, decidendo persino la propria rinascita o la liberazione
da questa.
La responsabilità dell'essere umano verso la propria vita si riferisce
non solo all'azione concreta ma anche a quella del pensiero: poiché
l'essere fenomenico è formato da livelli interconnessi e il livello
materiale è in relazione con quello mentale, anche il pensiero è
un principio causale latore di effetti, è una forma vibrante che
modifica lo spazio sottile in cui esiste e quello materiale su cui ha influsso.
Poiché i mondi esistenti sono gerarchicamente ordinati e il mondo
superiore ha potere di organizzazione su quello inferiore, l'ecologia della
mente è alla radice dell'ecologia del corpo e della natura in cui
viviamo.
La quarta legge è la polarità-dualità: il mondo
delle forme è regolato dalla confluenza di opposti. Se nella cultura
cinese gli opposti sono lo yin e lo yang, il principio femminile
e maschile dell'uomo che incarnano l'attività e la recettività,
nella concezione induista gli opposti sono il Purusa e la Prakrti,
quali Coscienza ed Energia.
Nell'ambito del dinamismo degli opposti, la vita del divenire contiene necessariamente
il bene e il male, il nascere e il morire, il piacere e il dolore, e tutte
le dualità che qualificano l'impermanenza della realtà superficiale.
Assente nell'Assoluto, la dualità essenzia sia la natura universale
sia la natura individuale: nell'essere umano è alla base del funzionamento
della psiche. Superare la dualità e varcare i flutti degli opposti
è la meta dello sviluppo transpersonale che approda alla conoscenza
del Sé e dell'Assoluto.
Ciò che permette all'essere umano di liberarsi dalle catene della
realtà manifesta e dalle leggi che condannano al divenire e al dolore,
è l'esercizio del dharma, il dovere legato al proprio stadio
di vita.
Laura Boggio Gilot, Il Sé Transpersonale, Edizioni Ashram
Vidya, Roma
Da Boggio Gilot L.: Forma e Sviluppo della Coscienza, Edizioni
Ashram Vidya, Roma 1987. Pag. 83.
Il Reame dello Spirito
Wilber definisce il reame dello Spirito come un livello transpersonale che
riguarda le strutture sottili (sede degli archetipi universali), e le strutture
causali (che rappresentano l'origine delle forme archetipiche). Egli paragona
le potenzialità delle strutture sottili e causali a quelle che la
cultura yoga pone nel cakra superiore sahasrara ubicato
alla sommità della testa, che rappresenta la sede dello Spirito.
Nella visione vedantica, lo Spirito corrisponde all'involucro dell'ananda-maya-kosa
o guaina della beatitudine in cui esiste uno stato di felicità:
infatti tale piano è la espressione del sacro nell'uomo e la sede
dei principi supremi che sono ordinatori, sintetici e creativi.
Il reame spirituale confina nel suo aspetto inferiore con la mente intuitiva
o intelletto, ovvero con le potenzialità creative, parapsicologiche,
artistiche e con l'espressione geniale in generale; mentre nel suo aspetto
superiore sconfina con l'Atman o base immanifesta della realtà.
Secondo Assagioli, il reame spirituale comprende l'inconscio superiore nei
suoi più alti prodotti. Esso include potenzialità di amore
e di conoscenza da cui derivano gli slanci dell'amore altruistico, gli stati
di illuminazione mistica ecc. Il livello spirituale culmina nel Sé
transpersonale che è la sintesi ed il seme di tutte le umane potenzialità
(biologiche, psicologiche e spirituali). Esso non è solo, come dice
Jung, il punto d'incontro tra conscio ed inconscio, ma un " centro
permanente sopra l'"io" cosciente, che non può essere influenzato
dalla corrente dei fenomeni psichici ed organici ".
Nella descrizione di Assagioli, il Sé si riferisce al nucleo delle
umane possibilità dove, allo stadio germinale, è contenuta
la totalità dell'unità bio-psico-spirituale. Secondo Assagioli,
il Sé transpersonale, quale sistema umano, sintesi dei sottosistemi
biologico, psicologico e spirituale, sconfina a sua volta nel Sé
universale, ovvero nel più ampio sistema cosmico che lo include e
lo trascende.
Come si può dedurre dalle parole di Assagioli e di Wilber, nell'accezione
della psicologia transpersonale, lo " spirituale " perde la connotazione
religiosa di realtà necessariamente legata al divino, per esprimere
una realtà allo stato potenziale che riassume i poteri umani più
elevati. Quello che ci sembra davvero importante è scoprire che,
nelle tre diverse visioni dell'uomo, lo Spirito appare essere il principio
e la causa dei livelli bio-psichici. Inoltre, esso appare esperibile e realizzabile
solo oltre la dimensione razionale dell'" io " personale.
Come occorrono modi razionali ed analitici per comprendere la dimensione
dell'" io ", così occorrono modi sintetici ed intuitivi
per comprendere la dimensione del " Sé ".
La scienza transpersonale, che vuole indagare le vie della mente superiore
e dello Spirito, necessita pertanto di una epistemologia che includa la
meditazione, la contemplazione, il silenzio e il distacco, come prassi conoscitiva
e realizzativa di un " occhio " che sia in grado di vedere oltre
il razionale.
La visione dell'uomo, che scaturisce dagli scritti di Samkara, Assagioli
e Wilber, mostra come la natura umana prende origine da un centro (il "
Sé ") e si irradia in piani bio-psico-spirituali tra di loro
interconnessi.
Tale concezione è:
- Olistica perché rappresenta la natura individuale identica
a quella universale ed in interazione con essa;
- Olografica perché descrive ogni livello dell'umana realtà
differenziato in superficie, ma identico nella sua base;
- Gerarchica perché descrive una realtà che si manifesta
in livelli organizzati ed interconnessi (grossolano-fisico, mentale-sottile
e spirituale-causale), in cui l'inferiore è incluso ed è parte
del superiore;
- Trascendente perché descrive la vita come originata o causata
da un principio transpersonale e spirituale.
La visione transpersonale è nel suo complesso in sintonia con quanto
Bateson ha asserito sulla composizione della realtà come insiemi
interconnessi che hanno come sostrato comune la mente, ed è in sintonia
con la concezione unitaria della realtà, come è sottolineata
dalla fisica moderna, in particolare dalle teorie di Bohm.
Per le nostre intelligenze razionalistiche e positivistiche, tale visione
trascendente e spirituale dell'umana dimensione, soprattutto nella valenza
dell'identità tra esistenza e mente, suona irreale, avvezzi come
siamo a considerare la realtà secondo parametri di stampo metrico:
eppure la visione transpersonale è quella che, ancora timidamente,
viene evidenziata dalla scienza nelle sue frange più evolute, dà
la ragione del lungo ed insoluto problema del rapporto tra l'Uno ed il molteplice
e talvolta, la risposta all'angoscioso quesito esistenziale sull'origine
della vita.
b) Caratteristiche delle strutture della coscienza
I diversi reami bio-psico-spirituali ripropongono le polarità
del bene e del male, del passato e del futuro del creativo e del
distruttivo e della natura animale e divina dell'uomo. Essi rappresentano
le strutture dell'umana unità che sono integrate nel corso dell'evoluzione
della coscienza.
Wilber sostiene che queste strutture sono caratterizzate dal fatto di essere:
- cognitive
- gerarchicamente organizzate
- permanenti
Il fatto che siano cognitive significa che esse portano seco una
corrispondente visione del mondo: la visione delle strutture inferiori è
largamente indifferenziata, perché basata sulle percezioni semplici
e sulle emozioni primitive. La visione delle strutture mentali si avvale
anche della possibilità della concettualizzazione, pertanto è
più differenziata e complessa. La visione delle strutture spirituali,
avvalendosi anche della componente intuitiva, rende possibile la conoscenza
dell'universale e dei principi della vita.
Poiché sono gerarchicamente organizzate, le strutture emergono in
progressione dal basso verso l'alto e dall'indifferenziato verso il differenziato:
ogni piano include l'inferiore ed esclude il superiore.
Il carattere della permanenza fa sì che le strutture inferiori, una
volta emerse, rimangano in vita e diventino parte delle strutture superiori.
La composizione delle strutture segue quello stesso sistema individuato
da Bateson, per cui ogni piano della gerarchia deve essere visto in relazione
al tutto e non può esserne dissociato.
E' come dire che la mente razionale include quella sensoriale ed esclude
quella intuitiva, mentre la mente intuitiva include sia la sensoriale che
la razionale: pertanto chi ha una visione logica della realtà ha
anche quella empirica, ma è privo della visione principiale e metafisica
del reale, mentre chi ha una visione spirituale comprende sia l'aspetto
empirico che quello logico, ma lo trascende in un più alto ordine.
Dal punto di vista contenutistico e qualitativo, l'emergenza di una struttura
superiore, pur mantenendo in vita quella inferiore, ne cambia il significato:
ad esempio, quando emergono le strutture mentali, quelle istintuali rimangono
presenti nella coscienza, ma perdono la loro visione del mondo. Insomma,
le strutture superiori incorporano quelle inferiori, e ciò che cambia
del piano inferiore è solo l'uso di esso ai fini dell'economia della
personalità. Quando gli istinti sono integrati con il pensiero, ovvero
l'Eros è sintetizzato con il Logos, la carica pulsionale dell'istinto
non viene meno, ma muta la direzione dell'energia e quindi il movente della
pulsione: questo vuol dire, ad esempio, che il sesso è usato come
strumento di amore e l'aggressività come elemento di autorealizzazione.
Ad un più alto grado di integrazione, quando a sua volta l'unità
istintivo-mentale è integrata nell'intuizione superconscia, ovvero
il Logos è trasceso nel Nous, le facoltà della
mente non perdono certo le loro valenze, ma vengono usate per i fini prospettati
da una visione universale della vita e pertanto divengono mezzi di un agire
trans-egoico e metamotivato.
SRI AUROBINDO
Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché
essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel Sahasradala
(il settimo chakra) proprio sopra la sommità della testa ed opera
da tale sede d'azione.
Sotto di essa, alla sommità del cranio, c'è la Buddhi superiore,
(intelligenza, comprensione) sotto la quale, occupando il livello mediano
del cervello, c'è la ragione, o Buddhi inferiore; sotto quest'ultima,
alla base del cervello, si trova l'organo di comunicazione con il Manas
(mente sensoria). Potremmo chiamare quest'organo la "comprensione".
La conoscenza, la ragione e la comprensione sono le tre parti del cervello.
Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti
corrispondenti del cervello fisico.
Il Manas è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l'organo
sensoriale con i suoi cinque Indrya subordinati. Sotto il Manas, tra il
cuore e l'ombelico, si trova Chitta (coscienza di base, mente emotiva, mente
del cuore). Da quel punto fino all'ombelico ed oltre è la regione
del prana psichico suksma (i piani sottili dell'essere). Tutti si trovano
nel sukshmadeha, ma sono collegati ai rispettivi punti con lo Sthula Deha
(il corpo materiale). Due funzioni sono situate nello sthula deha stesso:
il prana fisico o sistema nervoso e lo Annam o corpo materiale (materia
grossolana). Ora, la Volontà è l'organo dell'Ishwara o maestro
vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni, attraverso
la Buddhi per il pensiero e la conoscenza, attraverso il Manas per la percezione
sensoriale, attraverso il Chitta per l'emozione ed attraverso il Prana per
la fruizione.
Quando funziona perfettamente, operando in ciascun organo secondo le sue
capacità, l'azione della Shakti diviene Perfetta ed infallibile.
Ma esistono due cause di debolezza, d'errore e di cedimento. Innanzi tutto,
la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell'emozione
e nel pensiero, allora la persona diventa anisha, schiava del Prana, vale
a dire dei desideri. Se il Chitta interferisce con la sensazione ed il pensiero,
allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti
voglie. Se per esempio l'amore interferisce con la Buddhi, la persona diventa
cieca rispetto all'oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto
e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda
l'oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava
delle emozioni, dell'amore, dell'ira, dell'odio della pietà, della
vendetta ecc. Nello stesso modo se il Manas interferisce con la ragione,
la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti.
Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò
che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l'immaginazione, la memoria interferiscono
con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza
superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità
e possibilità. Se, infine, persino la Buddhi interferisce con la
volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua
limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all'Onnipotenza.
In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui
non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall'inizio,
o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà
male in quanto si viene a creare dharma-sankara..
Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima
che conquistino la conoscenza. Tutto è dharma-sankara, confusione
delle funzioni, cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante.
La Volontà, il vero ministro, è ridotta ad un burattino dei
funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi
egoistici, interferendo l'uno con l'altro ed ostacolandosi l'un l'altro
o favorendosi l'un l'altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a
detrimento dell'Ishwara loro signore.
Egli non è più l'Ishwara, ma è anisha, diventa la marionetta
e lo zimbello dei suoi servitori.
Come mai lo permette? A causa di Ajnanam. Non sa, non si rende conto di
quello che i ministri e i funzionari ed il loro innumerevole seguito di
portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è Ajnanam? E' l'incapacità
di riconoscere la propria vera natura, posizione ed autorità. Egli
ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia
del suo regno, il corpo. Ha pensato, "Questo è il mio regno."
E' diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche
con l'essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli si identifica
con ciascuno di essi. Dimentica di essere diverso da loro, e molto più
grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le
redini del potere, ricordarsi di essere l'Ishwara, il re, il signore e Dio
in persona. Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d'essere
onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà.
Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà
l'ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il
proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non
accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così
abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all'inizio saranno
recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d'altra parte, anche se
volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove
cominciare. Per esempio, qualora incominciate ad usare la vostra volontà,
che cosa è probabile che accada? All'inizio cercherete di usarla
attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l'userete
attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o
attraverso il Manas usando Cheshta, combattimento, sforzo, come se lottaste
fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la Buddhi,
cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando
"così sia", "che questo accada", ecc. Tutti sono
metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo
Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas
e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo
è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e
frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria
azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta
verso il suo oggetto dal sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà,
senza desiderio. Obbedisce sempre l'Ishwara, ma agisce in sé stessa
e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev'essere usata da
queste. Ogni funzione per sé, - e la Volontà è la sua
propria funzione.
Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per
la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza;
usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza
o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun'altra cosa.
Usate il corpo per il movimento e l'azione, non come una cosa capace di
limitare o determinare la conoscenza, l'emozione, la percezione dei sensi,
il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare
tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici
yantra, meccanismi; il Purusha è lo Yantri o signore del meccanismo,
e l'elettricità o potere motore è il Volere.
Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne
uso. E questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha
anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può
avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve
sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé
stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare,
ma deve esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando
di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura
e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell'Ishwara.
NOTE
Sahasradala: il settimo chakra detto Loto dei mille petali.
Buddhi: intelligenza, comprensione, il principio del discernimento.
Manas: mente sensoria.
Chitta:. coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore.
Suksma: i piani sottili dell'essere, parti sottili dell'essere umano.
Suksma deha: il corpo sottile.
Sthula deha: il corpo materiale.
Annam: corpo materiale, materia grossolana.
Kartavya e akartavya: il dovere, e ciò che non deve essere fatto.
Anisha: non signore, non padrone, soggetto alla natura.
Tratto dalla rivista edita a Pondicherry dall'Aurobindo Ashram "DOMANI",
NOV 1989 PAG. 256
J. Krishnamurti
SULL'AMORE
Domanda: Che cosa intende per amore?
Krishnamurti: Scopriremo, mediante l'intendimento, che cosa l'amore non
è, perché, essendo l'amore ignoto, dobbiamo giungervi scartando
il noto. L'ignoto non potrà venire scoperto da una mente ricolma
del noto. Ciò che stiamo per fare è scoprire i valori del
noto, contemplare il noto; quando viene contemplato con purezza, senza condanna,
la mente se ne libera; e allora sapremo che cosa sia l'amore. Perciò,
è necessario accostarci all'amore negativamente non positivamente.
Che cos'è l'amore per la maggior parte di noi? Quando diciamo di
amare qualcuno, che cosa intendiamo? Intendiamo che possediamo quella persona.
Da tale possesso nasce gelosia, poiché se perdo lui o lei, che cosa
accade? Mi sento vuoto, perduto; e perciò legalizzo il mio possesso;
tengo lui, o lei. Dal prendere, dal possedere questa persona, nascono la
gelosia, la paura e tutti i conflitti innumerevoli che dal possesso scaturiscono.
Senza dubbio un tale possesso non è amore: non vi pare?
Ovviamente l'amore non è sentimento. Essere sentimentali, essere
emotivi, non è amore, poiché il sentimentalismo e l'emozione
sono pure sensazioni. Una persona religiosa che pianga su Gesú e
su Krishna, sul suo guru o su qualcun altro, è puramente sentimentale,
ed emotiva. Indulge alle proprie sensazioni, il che è un processo
del pensiero non è amore. Il pensiero risulta dalla sensazione, così
che chi sia sentimentale, emotivo, non è possibile conosca l'amore.
E ancora: non siamo noi emotivi e sentimentali? Il sentimentalismo, l'emotività,
altro non sono se non una forma di autoespansione. Esser colmi di emozione
ovviamente non è amore, poiché una persona sentimentale può
essere crudele quando non si corrisponde ai suoi sentimenti, quando i suoi
sentimenti non hanno sfogo. Una persona emotiva può essere spinta
all'odio, alla guerra, al massacro. Chi sia sentimentale, pieno di lacrime
per la sua religione, sicuramente non possiede amore.
Il perdono è amore? Che cosa è implicito nel perdono? Voi
mi insultate ed io mi risento, me lo ricordo; allora, in seguito sia alla
costrizione che al pentimento, dico: "Ti perdono". In un primo
tempo mi ricordo; poi respingo. Che cosa significa ciò? Che io resto
pur sempre la figura centrale. Io resto importante, sono io che sto perdonando
qualcuno. Finché sussisterà l'atteggiamento di perdonare,
sarò io che sarò importante, e non l'uomo che, si suppone,
mi ha insultato. Così quando accumulo risentimento e quindi lo rinnego,
il che voi chiamate perdono, ciò non è amore. Chi ama ovviamente
non ha inimicizia ed è perfettamente indifferente a tutte queste
cose. La simpatia, il perdono, la relazione del possesso, la gelosia ed
il timore: tutte queste cose non sono amore. Appartengono tutte alla mente,
non è cosi? Finché la mente resta l'arbitro, non vi è
amore, perché la mente arbitra soltanto mediante il possesso, e il
suo arbitrato è puramente possesso in forme diverse. La mente potrà
soltanto corrompere l'amore, non potrà farlo nascere, non potrà
conferirgli bellezza. Si può scrivere una poesia sull'amore, ma ciò
non è amore.
Ovviamente non vi è amore quando non vi è rispetto reale,
quando non rispettate l'altro, sia egli il vostro servo o il vostro amico.
Non avete notato che non siete rispettosi, gentili, generosi con i vostri
servi, con le persone che, si dice, stanno sotto" di voi? Voi rispettate
chi sta al di sopra di voi, il vostro capo, il miliardario, l'uomo che possiede
un'enorme casa ed ha un titolo, l'uomo che può darvi una posizione
migliore, un lavoro migliore, dal quale possiate ottenere qualcosa. Ma prendete
a calci coloro che stanno sotto di voi, per loro scegliete un linguaggio
speciale. Perciò ove non c'è rispetto, non c'è amore;
ove non c'è misericordia, pietà, perdono, non c'è amore.
E poiché la maggior parte di noi si trova in questa condizione, ebbene,
noi non abbiamo l'amore. Non siamo né rispettosi né misericordiosi
né generosi. Siamo possessivi, colmi di sentimentalismo e di emotività
che possono prendere qualsiasi strada; uccidere, massacrare o unificarsi
in base a qualche intento folle e ignorante. Così, come potrebbe
esservi amore?
Potrete conoscere l'amore soltanto quanto tutto ciò sarà finito,
soltanto quando non, quando non sarete meramente emotivi, con la vostra
devozione ad un oggetto. Tale devozione è una supplica, cerca qualche
cosa in forme diverse. Chi prega non conosce l'amore. Perché siete
possessivi, perché perseguite un fine, un risultato, attraverso la
devozione, la preghiera, il che vi rende sentimentali ed emotivi, naturalmente
non vi è amore; ovviamente non c'è amore quando non c'è
rispetto. Potete dirmi che nutrite rispetto, ma il vostro rispetto è
per chi vi è superiore, è semplicemente il rispetto che nasce
dal desiderare qualcosa, è il rispetto della paura. Se veramente
sentiste rispetto, lo sentireste per gli inferiori come per coloro che chiamate
i superiori; ma non avendolo, non vi è amore. Quanto pochi fra noi
sono generosi, misericordiosi, quanto pochi perdonano! Siete generosi quando
ciò vi conviene, siete misericordiosi quando potete aspettarvi qualche
cosa in cambio. Quando tali cose scompaiono, quando tali cose non occupano
più la vostra mente, e le cose della mente non riempiono il vostro
cuore, allora vi è amore; e solo l'amore può trasformare la
presente follia ed insania nel mondo: non i sistemi, non le teorie, né
di destra né di sinistra. Amerete realmente quando non sarete invidiosi
né avidi, quando nutrirete rispetto, quando sentirete misericordia
e compassione, quando avrete considerazione per vostra moglie, i vostri
figli ed il vostro vicino, e i vostri meno fortunati servi.
All'amore non si può pensare, l'amore non si può coltivare,
l'amore non si può praticare. La pratica dell'amore, la pratica della
fraternità, resta pur sempre nell'ambito della mente, e perciò
non è amore. Quando tutto questo è giunto a termine, nasce
l'amore, e solo allora saprete che cos'è l'amore. Dunque l'amore
non è quantitativo, ma qualitativo. Voi non dite: <<amo tutto
il mondo>>; ma quando saprete come amare una sola persona, saprete
come amare tutti. Ma poiché non sappiamo come amare una sola persona,
il nostro amore per l'umanità è fallace. Quando si ama, non
è questione di uno o di molti; vi è soltanto l'amore. Soltanto
quando vi è amore tutti i nostri problemi potranno risolversi, e
soltanto allora potremo conoscerne la beatitudine e felicità.
Thich Nhat Hanh
Cavalcare le onde della nascita e della morte
Qualche osservazione sul problema della vita e della morte. Ci sono persone,
fra cui molti giovani, che hanno deciso di servire gli altri e lavorare
per la pace, per amore di tutti coloro che soffrono. Pur essendo ben consci
che la questione della vita e della morte è la questione fondamentale,
spesso non capiscono che vita e morte sono due facce della stessa realtà.
Una volta capito questo, avremo il coraggio di affrontarle entrambe.
Quando avevo appena diciannove anni, un monaco più anziano mi diede
il compito di meditare sull'immagine di un cadavere al cimitero. Io però
avevo molte resistenze ad accettare questa pratica. Ora ho cambiato parere.
All'epoca pensavo che bisognasse riservarla ai monaci più anziani.
Ma da allora ho visto molti giovani soldati giacere immobili l'uno accanto
all'altro, alcuni di appena tredici, quattordici o quindici anni. Non erano
preparati e pronti a morire. Ora capisco che chi non sa morire difficilmente
saprà vivere, perché la morte è parte della vita. Giusto
due giorni fa Mobi mi diceva che secondo lei a vent'anni si è abbastanza
vecchi per meditare sul cadavere. Lei stessa ne ha appena compiuto ventuno.
Dobbiamo guardare la morte in faccia, riconoscerla e accettarla, proprio
come guardiamo e accettiamo la vita.
Il sutra buddhista della presenza mentale parla della meditazione sul cadavere:
si medita sul disfacimento del corpo, su come si gonfia e diventa violaceo,
sul corpo che è mangiato dai vermi finché non restano che
brandelli di sangue e carne su uno scheletro; si medita finché restano
solo le ossa, che a loro volta lentamente si consumano e diventano polvere.
Meditate così, sapendo che anche il vostro corpo subirà lo
stesso processo. Meditate sul cadavere finché non sarete calmi e
tranquilli, finché la mente e il cuore non diventeranno leggeri e
sereni e un sorriso vi comparirà sul volto. Cosi, vincendo il disgusto
e la paura, la vita apparirà infinitamente preziosa, degna di essere
vissuta attimo per attimo. E non è solo la nostra vita a rivelarsi
preziosa, ma anche quella di ogni altra persona, di ogni altro essere, di
ogni altra realtà. Non possiamo più nutrire l'illusione che
la distruzione di altre vite sia necessaria alla nostra sopravvivenza. Vediamo
che vita e morte sono le due facce della Vita e che entrambe la rendono
possibile, come una moneta esiste solo in virtù delle sue due facce.
Soltanto ora è possibile guardare vita e morte come dall'alto, sapendo
vivere e sapendo morire. Il Sutra dice che i bodhisattva che hanno esplorato
la realtà dell'interdipendenza si sono liberati da tutte le idee
limitate e sono riusciti ad affrontare la vita e la morte come chi navighi
su una piccola barca senza affondare o farsi sommergere dalle onde.
Qualcuno ha detto che guardare la realtà dal punto di vista buddhista
porta al pessimismo. Ma pensare in termini di pessimismo o di ottimismo
banalizza la verità. Il punto è vedere la realtà cosi
com'è. Il pessimismo non potrà mai generare il sorriso calmo
e sereno che sboccia sulle labbra dei bodhisattva e di tutti coloro che
realizzano la Via.
Allan Watts
... E' qui che la psicologia dell'Occidente può prendere lezione
dalla psicologia dell'Oriente, la quale presta più attenzione al
modo di accettare e meno alle cose da accettare. Essa è interessata
a creare uno stato mentale preparato a ogni eventualità, a ogni sorpresa
che venga sia dall'universo esterno sia dall'universo interno. Troppo poco
risalto è dato a questo aspetto dell'opera da sconsiderati professionisti
della psicologia dell'inconscio, così che facilmente l'analisi risulta
piuttosto astratta dalla vita. L'analisi non è qualcosa a cui si
possa lavorare solo di notte, nel paese dei sogni, e la salute psicologica
non può essere comperata a cento dollari la visita ogni giovedì
pomeriggio. Una sera un amico mi telefona e mi annuncia che deve rincasare
presto perché il suo analista lo ha incaricato di affrontare un problema".
Quando è necessario rincasare presto, chiudersi in camera, sedersi
solennemente, prendere da un cassetto il problema e affrontarlo, cominciamo
a chiederci con stupore che cosa sia avvenuto di una certa indispensabile
qualità chiamata umorismo. L'analisi non deve assolutamente astrarsi
dalla vita, ma, quando si dà eccessivo risalto al sogno, al simbolismo
inconscio, al disegno e alla pittura inconsci, e alla vita di fantasia in
generale, si corre il rischio di dividere la vita in due metà e trascurare
i rapporti che le legano, come se l'intero processo non richiedesse altro
che di essere sviluppato nel mondo del sogno e della fantasia.
Molte di queste difficoltà sarebbero superate, se coloro che non
possono giovarsi di un savio analista, avessero la chiara intelligenza dei
fini dell'opera psicologica, e anche qui la visione di sistemi orientali
come il Taoismo e varie forme di Buddhismo è molto indicativa. Infatti
qui l'obiettivo non è raggiungere uno stadio - particolare;
è trovare il giusto atteggiamento mentale in quale che sia lo stadio
in cui possa capitare di trovarsi. Questo, a dire il vero, è un principio
fondamentale di quelle forme di psicologia orientale che passeremo in rassegna.
Nel corso della sua evoluzione l'uomo passerà attraverso un numero
indefinito di stadi; si arrampicherà sulla cresta di un monte per
trovare la strada che lo porti oltre la cresta di un altro e di un altro
ancora e così all'infinito. Nessuno stadio è definitivo, perché
il significato della vita sta nel suo movimento e non nel luogo verso cui
si muove. Un nostro proverbio dice che viaggiare bene è meglio che
arrivare, il che si avvicina all'idea orientale. La saggezza non consiste
nell'arrivare a un luogo particolare e non si deve pensare che la si raggiunga
necessariamente con l'arrampicarsi su una scala i cui pioli sono gli stadi
successivi dell'esperienza psicologica. Quella scala è senza fine
e l'accesso all'illuminazione, alla saggezza o alla libertà spirituale
si può trovare su uno qualunque dei suoi pioli. Se lo scopri,
non significa che non dovrai continuare ad arrampicarti su per la scala;
dovrai continuare ad arrampicarti esattamente come dovrai continuare a vivere.
Ma l'illuminazione si trova con la piena accettazione del posto dove ti
trovi ora. L'uomo moderno si trova nello stadio dell'evoluzione umana
in cui c'è una divisione massima fra il suo Io e l'universo; per
lui l'illuminazione è l'accettazione totale di quella divisione.
Le tecniche psicologiche falliscono perché non si accettano pienamente
i vari stadi coinvolti; questi si accettano con il solo scopo di raggiungere
una certa meta, come per esempio lo stato di "individuazione"
simboleggiato dal mandala. In tali circostanze quello stato si può
raggiungere" ma non vi si trova ciò che intimamente si desidera.
Il risultato è che quanti immaginano di aver completato quella fase
di lavoro psicologico, sono spesso infelici come sempre.
La semplice esplorazione dell'inconscio non porta alla saggezza, perché
uno sciocco potrà imparare molto e sperimentare molto, ma sarà
sempre uno sciocco. Diventa saggio solo quando ha l'umiltà di lasciarsi
libero di essere uno sciocco. Come dice Chuang Tze: "Chi sa di essere
uno sciocco non è un grande sciocco". Infatti lo sciocco si
rivela sempre per il suo orgoglio, per l'illusione che la grandezza si misuri
semplicemente con il metro della sapienza psicologica e che caricandosi
di nuove esperienze diventerà saggio. La psicologia dell'inconscio
è il suo felice terreno di caccia. "Dopo cinque o sei anni di
analisi", egli pensa, "se lavorerò sodo e passerò
attraverso tutti gli stadi necessari, diventerò una persona reale,
un uomo autentico, libero". Veramente quei cinque anni di lavoro (la
cui realizzazione richiederà anche l'istupidimento dell'analista)
potranno insegnargli qualcosa, se per avventura gli mostreranno che egli
è simile a quel somaro che cercava il fuoco con la lanterna accesa.
Talvolta il giro più lungo è la via più breve per tornare
a casa.
La via dell'accettazione e della libertà spirituale si trova non
con l'andare da qualche parte, ma nell'andare, e lo stadio
in cui se ne può conoscere la felicità è ora, in questo
stesso momento, nello stesso posto in cui ti capita di stare. Sta nell'accettare
pienamente lo stato della tua anima, qual è ora, non nel tentare
di portarti con la forza in un altro suo stato, che per orgoglio immagini
che sia superiore e più progredito. Non si tratta di sapere se il
tuo stato presente sia buono o cattivo, nevrotico o normale, elementare
o progredito; si tratta di sapere quale sia. L'essenziale non è accettarlo
al fine di passare a uno stato "superiore", se cosi si
può chiamare. A mo' di illustrazione, ecco la storia di come il saggio
Buddhista Hui-neng illuminò Chen Wei-ming, il quale ]o aveva inseguito
per rubargli il mantello e la ciotola delle elemosine del Buddha. Hui-neng
li aveva deposti su una roccia e, quando Chen andò per sollevarli,
trovò che era impossibile. Preso dal terrore, Chen protestò
che non era venuto per il mantello e la ciotola, ma per la saggezza che
rappresentavano. " Poiché sei venuto per il Dharma", disse
Hui-neng, "non pensare al bene, non pensa re al male, ma vedi quale
sia la tua vera natura (letteralmente: " faccia originaria " )
in questo momento ". A queste parole, Chen fu d'improvviso illuminato;
grondando di sudore e salutando Hui-neng con lacrime di gioia, domandò:
"Oltre a queste parole segrete e a questi occulti significati che mi
hai appena elargiti, c'è qualcos'altro di segreto?". Hui-neng
rispose: "In ciò che ti ho rivelato non c'è nulla di
segreto. Se rifletti e riconosci la tua vera natura, il segreto è
in te".
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