Dott. Filippo Falzoni Gallerani
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Raccolta di brani di diversi autori che hanno fatto parte negli anni '90 del materiale didattico dei seminari sulla tecnica respiratoria Rebirthing ad approccio Transpersonale. Questa miscellanea e sempre attuale per offrie le informazioni basilari del percorso di ricerca interiore e della conoscenza di Sè.

W. Rech, A. Lowen, F. Capra, J. Hillman, C. G. Jung, D. Bohm, A. Watts, Sri Aurobndo, J. Krishnamurti, Sri Nisargadatta Maharaj, Sri ramana Maharsi... e altri

 

 

Reich aveva intuito il rapporto tra la sessualità, l'energia vitale (da lui denominata energia orgonica) e la respirazione, e l'inevitabile legame tra i blocchi respiratori, i problemi sessuali e la nevrosi.
Vari decenni fa studiando i meccanismi della tensione addominale così scriveva: "Non esiste malato nevrotico che non riveli una tensione addominale. Avrebbe poco senso elencare e descriverne qui i sintomi, senza comprenderne la funzione nella nevrosi .
Il trattamento della tensione addominale è divenuto tanto importante nel nostro lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come sia stato possibile curare anche solo approssimativamente le nevrosi senza conoscere la sintomatologia del plesso solare. I disturbi della respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali. Si cerchi di immaginare di essere stati spaventati o di trovarsi in uno stato di angosciosa attesa di un grande pericolo. Involontariamente si tratterrà il respiro e si manterrà questa posizione. Poiché non si può cessare completamente di respirare presto si espirerà nuovamente, ma l'espirazione non sarà completa e profonda, ma leggera; non si espirerà pienamente, ma solo a tratti. In uno stato di attesa angosciosa si spingono involontariamente le spalle in avanti e si rimane in questo atteggiamento rigido. (...)
Che funzione ha l'atteggiamento descritto dalla "respirazione leggera"? Se guardiamo la posizione degli organi interni e il loro rapporto con il plesso solare, comprendiamo immediatamente di cosa si tratta. Quando si è spaventati si inspira involontariamente; viene fatto di pensare alla inspirazione involontaria di quando si sta per annegare e che è la causa principale della morte; il diaframma si contrae e comprime dall'alto il plesso solare. La funzione di questa azione muscolare diventa pienamente comprensibile solo quando si prendono in considerazione i risultati dell'esame analitico caratteriale dei precedenti meccanismi di difesa infantili .
I bambini combattono solitamente i continui e penosi stati di angoscia che sentono nello stomaco trattenendo il respiro. Essi fanno la stessa cosa quando provano sensazioni di piacere nell'addome e nei genitali e ne hanno paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è forse uno dei primi e più importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere nell'addome sia di soffocare sul nascere l'angoscia addominale. A questo trattenere il respiro si aggiunge poi l'effetto della pressione addominale.
Il modo in cui i nostri bambini riescono a bloccare le sensazioni nel ventre con la respirazione e la pressione addominale è tipico e universale... " Come era possibile che questo blocco della respirazione potesse reprimere o eliminare completamente gli affetti? Questa domanda era decisiva. Era infatti divenuto chiaro che il freno della respirazione costituiva il meccanismo fisiologico della repressione degli affetti e la rimozione degli affetti era quindi anche il meccanismo fondamentale della nevrosi in generale. Una semplice riflessione ci faceva ricordare che la respirazione ha biologicamente la funzione di apportare ossigeno e di eliminare biossido di carbonio dall'organismo. L'ossigeno contenuto nell'aria immessa permette la combustione nell'organismo dei cibi digeriti. In termini chimici, combustione è tutto ciò che comporta la formazione di composti con l'ossigeno. Nella combustione si crea energia. Senza ossigeno non c'è combustione e di conseguenza neppure produzione di energia. Nell'organismo l'energia si crea attraverso la combustione degli elementi. Durante questo processo vengono generati calore ed energia cinetica. La bio-elettricità viene prodotta durante questo processo di combustione. Se la respirazione è ridotta, si introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità necessaria alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta meno energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi anche più facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente parlando, la funzione dl ridurre la produzione di energia nell'organismo, e quindi anche la produzione di angoscia." Da "La Funzione dell'Orgasmo" Edizioni Sugarco Milano, 1961.


Il seguente articolo di Alexander Lowen (attuale figura di spicco della Bioenergetica), ci offre una conferma della sostanziale importanza della respirazione per tutte le funzioni biologiche.

Il piacere di essere pienamente vivi

Respirazione, movimento e sensazione

Ognuno di noi ha sperimentato qualche volta nella sua vita l'assoluto piacere che segue la guarigione dopo una malattia o un incidente. Il primo giorno in cui ci si rimette in salute si sente con profondo piacere, la gioia di essere vivi. Che soddisfazione respirare profondamente! Che bello muoversi agevolmente e liberamente! La mancanza di salute rende una persona consapevole del suo corpo e dell'importanza di essere sana. Sfortunatamente, questa consapevolezza si perde in breve tempo, e presto svanisce anche la meravigliosa sensazione che l'accompagna. Non appena un individuo riprende le sue attività di sempre, viene intrappolato da pulsioni che lo dissociano dal suo corpo. Si preoccupa degli eventi e degli oggetti del mondo esterno e dimentica rapidamente la rivelazione che il piacere è la percezione di essere pienamente vivi nel qui e ora; il che significa essere pienamente vivi in senso corporeo.
Essendosi dissociato dal corpo, l'individuo non pensa più in termini corporei. Ignora la semplice verità che dice che per essere vivi si deve respirare e che meglio si respira e più si è vivi. Soltanto sporadicamente può essere consapevole di avere il respiro corto e, specialmente sotto stress, può accorgersi che sta trattenendo il respiro, ma non dà a questo fatto una particolare importanza. Può persino prendere atto con un sorriso di rassegnazione che l'andatura frenetica della sua vita non gli lascia il tempo di respirare. Comunque, con il passare degli anni farà la triste scoperta che questa funzione, come altre funzioni del corpo, si deteriora se non viene usata propriamente. Una volta che la respirazione diventa difficile, una persona darebbe qualsiasi cosa pur di essere nuovamente in grado di respirare con facilità. In quel momento sa che la respirazione è una questione di vita o di morte o, per vederla da un punto di vista positivo, che la vita è una questione di respirazione.
Un'altra semplice verità che dovrebbe risultare ovvia è quella che la personalità di un individuo si esprime attraverso il suo corpo tanto quanto attraverso la sua mente. Non si può dividere un essere umano in mente e corpo. Nonostante questa verità, tutti gli studi della personalità sono centrati sulla mente, a completo discapito del corpo. Il corpo di una persona ci dice molto della sua personalità. Il portamento, l'intensità dello sguardo, il tono della voce, la forma delle mascelle, la posizione delle spalle, la facilità di movimento e la spontaneità dei gesti non ci dicono soltanto chi è ma anche se si gode la vita, se è triste o a disagio. Possiamo anche chiudere gli occhi davanti a queste espressioni della personalità altrui, proprio come la persona stessa può chiudere i cancelli mentali alla consapevolezza del corpo, ma se lo facciamo ci illudiamo con un'immagine che non ha alcun rapporto con la realtà dell'esistenza. La verità del corpo di una persona può essere dolorosa, ma eludere questo dolore significa chiudere la porta alla possibilità del piacere.
Una persona entra in terapia perché non è contenta della vita. Nel passato o nel futuro della sua mente è consapevole che la sua capacità di provare piacere è diminuita o è andata perduta. I motivi che adduce possono essere la depressione, l'ansia, il senso d'inadeguatezza e così via, ma questi sono sintomi di un disturbo più profondo, in altre parole, dell'incapacità di apprezzare la vita. In ogni, caso, può essere dimostrato che questa incapacità nasce dal fatto che il paziente non è pienamente vivo nel suo corpo e nella sua mente. Quindi, questo è un problema che non può essere risolto con un approccio puramente mentale. Deve essere affrontato simultaneamente a livello fisico e psicologico. Solo quando una persona diventa completamente viva si ristabilisce appieno la sua capacità di provare piacere.
I principi e le pratiche della terapia bioenergetica si basano sull'identità funzionale della mente e del corpo. Ciò significa che qualsiasi cambiamento effettivo nel pensiero di una persona e, di conseguenza, nel suo comportamento e nei suoi sentimenti, è condizionato dal cambiamento della funzionalità del suo corpo. A questo riguardo, le due funzioni più importanti sono la respirazione e il movimento. In una persona che ha un conflitto emotivo, entrambe le funzioni sono disturbate da tensioni muscolari croniche che rappresentano la controparte fisica dei conflitti psicologici. Tali conflitti si strutturano nel corpo attraverso le tensioni muscolari. Quando ciò accade, non possono trovare soluzione finché non si allentano le tensioni. Per allentare le tensioni muscolari si deve sentirle come una limitazione all'espressione di sé. Non è sufficiente essere consapevoli del dolore che provocano. E la maggior parte delle persone non è neppure consapevole di questo. Quando una tensione muscolare diventa cronica, viene rimossa dalla coscienza e se ne perde la consapevolezza.
La sensazione viene determinata dalla respirazione e dal movimento. Un organismo percepisce soltanto ciò che si muove all'interno del corpo. Per esempio, quando un braccio resta immobilizzato per un certo periodo di tempo, si intorpidisce e perde sensibilità. Per recuperare la sensibilità bisogna rimetterlo in movimento. Quando la respirazione è affannosa, si riduce la mobilità dell'intero corpo. Quindi, trattenere il respiro e la maniera più efficace di annullare una sensazione. Questo principio opera anche all'inverso. Proprio come le forti emozioni stimolano la respirazione e la rendono più profonda, la stimolazione della respirazione riesce a evocare forti emozioni.
La morte è un arresto della respirazione, una cessazione del movimento e una perdita della sensibilità. Essere completamente vivi significa respirare profondamente, muoversi liberamente e provare appieno le sensazioni. Queste verità non possono essere ignorate se diamo valore alla vita e al piacere.

Molti medici e terapeuti hanno trascurato l'importanza che un'appropriata respirazione assume nei confronti della salute emotiva e fisica. Sappiamo che la respirazione è indispensabile per vivere, che l'ossigeno fornisce all'organismo le energie per muoversi, ma non ci siamo resi conto che una respirazione inadeguata riduce la vitalità dell'organismo. I sintomi di stanchezza e di esaurimento che si accusano normalmente non vengono in genere attribuiti a deficienze respiratorie. Eppure, la depressione e l'affaticamento sono i risultati diretti di una respirazione "depressa". In mancanza di sufficiente ossigeno i centri focali del metabolismo bruciano lentamente, come un falò povero di legna. Invece di ardere con la vita, chi ha delle deficienze nella respirazione è freddo, smorto e poco vivace. Gli mancano il calore e l'energia. La sua circolazione risente direttamente della mancanza di ossigeno. In casi cronici di respirazione carente le arterie si sclerotizzano e si accentua l'anemia.
In un recente esperimento, riportato dal Medical World News del 5 settembre 1969, un certo numero di ricoverati in un ospizio per anziani sono stati posti in una camera iperbarica a ossigeno per aumentare il loro tasso di ossigenazione. La teoria su cui si basava l'esperimento sosteneva che la carenza di ossigeno nelle cellule cerebrali causava disfunzioni mentali e che, di conseguenza, una maggior irrorazione riusciva a migliorare le funzioni mentali. La maggior parte dei casi di senilità sono dovuti a una sclerosi delle arterie che portano sangue e ossigeno al cervello, riducendone il tasso nelle cellule cerebrali. I risultati positivi dell'esperimento sorpresero i medici. La maggior parte dei pazienti mostrò un miglioramento marcato e definitivo delle capacità intellettive e della personalità. "Tutte le persone che hanno subito questo trattamento sono diventate più attive, hanno dormito meglio, hanno chiesto di leggere quotidiani e riviste e, cosa ancora più importante, hanno ripreso l'abitudine di curare la loro persona". In alcuni casi gli effetti ebbero seguito anche dopo la fine della serie iniziale di trattamenti. Questo era uno studio preliminare, come precisarono gli sperimentatori stessi. Verrà ripetuto e sottoposto a ulteriori verifiche. La sua rilevanza è comunque immensa.
La maggior parte delle persone ha una respirazione carente, lenta, e ha una forte tendenza a trattenere il respiro in ogni situazione di sovraffaticamento. Anche in momenti di normale tensione, come guidare un'automobile, battere a macchina una lettera o attendere per un colloquio di lavoro, le persone tendono a contrarre il respiro. Il risultato è che la tensione aumenta. Quando la gente è consapevole della respirazione, si rende conto di come e di quanto spesso trattiene e inibisce il respiro. Di solito i pazienti dichiarano: "Noto di avere poco fiato".
Mi sono reso conto del rapporto tra la respirazione e la tensione quando frequentavo il liceo. Come membro del ROTC * ho praticato il tiro con la carabina nel locale poligono. Sparavo in maniera irregolare e avevo poca mira. Uno dei commissari di tiro mi osservò e mi dette questo consiglio: "Prima di premere il grilletto, fai tre respiri profondi. Al terzo espira lentamente e, nel frattempo, esercita una pressione graduale sul grilletto. Seguii il suo consiglio e rimasi stupefatto nel constatare che il mio braccio era fermo e che cominciavo a fare centro. Questa esperienza mi provò la sua validità anche in altre occasioni. Avevo l'abitudine di sedermi dal dentista in uno stato di tensione, stringendomi con forza le braccia. Questo non solo aumentava la mia paura ma, come scoprii in un secondo tempo, acutizzava anche il dolore. Invece, quando diressi la mia attenzione sul respiro, rimasi piacevolmente colpito dal fatto che non solo avevo meno paura, ma mi sembrava di soffrire meno. La respirazione profonda ebbe un simile effetto rilassante durante gli esami. Prendendo tempo per respirare, riuscivo anche a organizzare meglio i pensieri. Molti anni dopo, nella mia pratica professionale, mi resi conto che l'inibizione della respirazione era direttamente responsabile dell'incapacità di concentrarsi e dell'irrequietezza che disturbano molti studenti. Spesso i genitori mi hanno consultato sulle difficoltà che i loro figli incontravano nello svolgere il lavoro scolastico. Un esame del ragazzo, rivelava sempre che il corpo era in tensione e che la respirazione era minima. Il ragazzo in questione diventava irrequieto quando tentava di dirigere la sua attenzione su un testo scolastico per un lungo periodo di tempo. La sua mente si distraeva; si sentiva spinto a muoversi. Rimaneva seduto e resisteva alla tentazione, ma non riusciva a studiare con facilità. Gli adulti che non respirano bene hanno lo stesso problema. La concentrazione e l'efficacia diminuiscono.
L'incapacità di respirare pienamente e profondamente è anche responsabile del mancato raggiungimento della completa soddisfazione sessuale. Trattenere il respiro all'avvicinarsi del momento di massima tensione porta all'eliminazione di forti sensazioni sessuali. Normalmente, l'aria viene espirata con la conseguente oscillazione del bacino. Se invece in questo movimento si inspira, il diaframma si contrae e impedisce l'elasticità necessaria al rilassamento tipico dell'orgasmo. Durante l'atto sessuale, ogni limitazione nella respirazione fa diminuire il piacere erotico.
Una respirazione inadeguata produce ansia, irritabilità e tensione. Acutizza sintomi come la claustrofobia e l'agorafobia. La persona claustrofobica sente di non poter avere aria sufficiente in un ambiente chiuso. L'agorafobo ha paura degli spazi aperti perché accelerano la sua respirazione. Ogni difficoltà di respirazione causa ansietà. Se la difficoltà è grave, può portare al panico o al terrore.
Perché tante persone incontrano difficoltà nel respirare appieno e agevolmente? La risposta sta nel fatto che la respirazione crea delle sensazioni che le persone temono di provare. Hanno paura di percepire la loro tristezza, la collera e i timori. Come da bambini, trattengono il loro respiro per smettere di piangere, tirano indietro le spalle e comprimono il torace per contenere la collera e la gola per evitare di urlare. L'effetto di ognuna di queste manovre è quello di limitare e di ridurre la respirazione. Parallelamente, dalla repressione di una qualsiasi sensazione risulta qualche inibizione della respirazione. Ora, da adulti, inibiscono la respirazione per reprimere le loro sensazioni. Quindi, l'incapacità di respirare normalmente diventa il principale ostacolo al recupero della salute emotiva. Generalizzando, è importante comprendere il meccanismo che blocca la respirazione, perché la repressione non può venir eliminata finché non si ristabilisce una respirazione normale. Prenderò in esame due tipici disturbi della respirazione. In uno la respirazione è più o meno confinata nel torace, con la relativa esclusione dell'addome. Nell'altro la respirazione è per la maggior parte diaframmatica, con movimenti relativamente lievi del torace. Il primo genere di respirazione è tipico della personalità schizoide, il secondo di quella nevrotica.
Nell'individuo schizoide il diaframma è immobilizzato e i muscoli addominali subiscono forti contrazioni. Queste tensioni tagliano fuori le sensazioni della parte inferiore del corpo, in special modo gli stimoli sessuali della regione pelvica. Il torace viene mantenuto in posizione di 'sgonfiamento' e appare generalmente stretto e incassato. La respirazione è limitata e causa un'ossigenazione inadeguata e un basso livello metabolico. L'inspirazione è letteralmente un risucchio di aria e richiede un atteggiamento aggressivo nei confronti dell'ambiente. L'aggressività è però ridotta nell'individuo schizoide che è emotivamente tagliato fuori dal mondo. Manifesta un'inconscia riluttanza a respirare perché è fissato a livello uterino, dove il suo bisogno di ossigeno veniva soddisfatto senza sforzo. Per superare il blocco dello schizoide a inspirare, si deve riuscire a mitigare il suo terrore e a riattivare la sua aggressività. Deve sentire di avere il diritto di fare delle richieste alla vita o, in un senso più primitivo, di "succhiare" la vita.
D'altra parte, nell'individuo nevrotico, la cui aggressività non è bloccata come nello schizoide, il torace è immobilizzato, mentre il diaframma e la parte superiore dell'addome sono relativamente liberi. Il torace viene generalmente mantenuto in posizione di espansione, e i polmoni contengono una grande riserva d'aria. Per la persona nevrotica è difficile espirare appieno. Trattiene la sua riserva d'aria come per una misura di sicurezza. Espirare è un atto di passività, l'equivalente del "lasciarsi andare". Significa cedere, arrendersi al corpo. Il lasciar andare fuori l'aria viene sperimentato come una perdita di controllo di cui l'individuo nevrotico ha paura. La respirazione diaframmatica del nevrotico è un tipo di respirazione più efficace di quella toracica dello schizoide. La respirazione diaframmatica fornisce il massimo dell'aria con il minimo sforzo ed è adeguata per usi normali. Comunque. a meno che sia il torace che l'addome non siano impegnati nello sforzo respiratorio, l'unità del corpo è inesistente e la reattività emotiva limitata.
La respirazione normale e salutare ha la qualità di ristabilire tale unità. L'inspirazione comincia con un movimento dell'addome diretto all'esterno, mentre il diaframma si contrae e i muscoli addominali si rilassano. Il flusso di espansione si espande poi verso l'alto, fino a comprendere tutto il torace. Non è diviso nel mezzo, come nelle persone disturbate. L'espirazione inizia con un rilassamento del torace diretto all'ingiù e procede come un flusso di contrazione fino alla regione pelvica. Produce una sensazione di fluidità lungo la parte frontale del corpo che termina nei genitali. Nella respirazione sana, tale parte frontale si muove con un movimento simile a quello di un'onda. Questa maniera di respirare può essere osservata in bambini piccoli e animali perché la loro emotività non è bloccata. In realtà, una tale respirazione riguarda l'intero organismo, e una tensione in qualunque parte del corpo disturba il suo naturale svolgimento. Per esempio, l'immobilità pelvica intralcia tale svolgimento. Normalmente, avviene un leggero movimento all'indietro del bacino durante l'inspirazione, e in avanti durante l'espirazione. Questo è ciò che Reich chiamava riflesso orgastico. Se il bacino è bloccato nella posizione in avanti o all'indietro, si impedisce la sua azione rotatoria di equilibrio.
Anche la testa assume una notevole parte attiva nel processo respiratorio. Assieme alla gola forma un grande organo di assorbimento che porta l'aria nei polmoni. Quando la gola è compressa, questa azione di assorbimento viene ridotta. Se l'aria non viene "risucchiata", la respirazione è poco profonda. E' stato osservato nei neonati che tutti i disturbi della suzione hanno a che fare con la respirazione. Ho osservato che non appena i pazienti risucchiano l'aria, la loro respirazione si fa più profonda.
La connessione tra suzione e respirazione è evidente nell'atto di fumare una sigaretta. La prima boccata di una sigaretta è una forte azione di suzione che immette il fumo come se si aspirasse aria. Quando il fumo riempie la gola e i polmoni, si prova un momentaneo senso di soddisfazione e si sentono i polmoni che tornano in vita per la reazione alle sostanze irritanti del tabacco. Questo uso delle sigarette, atto a eccitare i movimenti respiratori, crea la dipendenza dal fumo. La prima boccata è seguita dalla seconda, dalla terza e così via. Fumare diventa allora un atto coercitivo. Il fumo stesso ha un effetto depressivo sull'attività respiratoria, tranne che per la sua stimolazione iniziale. Più una persona fuma e meno respira. Comunque, a causa della sua prima esperienza, non riesce a eliminare la sensazione che la sigaretta sia essenziale per aiutarla a respirare.
La funzione che ha il fumo nello stimolare la respirazione può essere osservata in due situazioni: la sigaretta del mattino e quella fumata per stress. Per alcune persone la sigaretta del mattino significa l'inizio della giornata, ma le obbliga anche a fumare per tutto il resto del giorno. In situazioni di stress la persona media tende a trattenere il respiro. Ciò la rende ansiosa. Per dare il via alla respirazione e superare l'ansietà, fuma una sigaretta. Si stabilisce allora un'abitudine: quella di prendere una sigaretta ogni qualvolta ci si trova sotto stress. II motto del fumatore accanito dovrebbe essere: fai un respiro invece di una boccata.
La profondità della respirazione si misura dalla lunghezza del flusso respiratorio, e non dalla sua ampiezza. Più profonda è la respirazione e più il flusso si estende fino al basso addome. Nella respirazione veramente profonda, i movimenti respiratori raggiungono e coinvolgono la regione pelvica, e si può realmente provare una sensazione in questa area. L'espansione dei polmoni verso il basso è limitata dal diaframma che separa il torace dall'addome. Quando parliamo di respirazione addominale, quindi, non vogliamo dire che l'aria penetra nell'addome. Respirazione addominale è un termine usato per descrivere i movimenti del corpo durante la respirazione. Vuol mettere in rilievo il fatto che l'addome è impegnato attivamente nel processo inspiratorio. La sua espansione e il suo rilassamento permettono l'abbassamento del diaframma. Ma di ben maggiore importanza è il fatto che soltanto attraverso la respirazione addominale il flusso di eccitamento associato al respiro riesce a penetrare in tutto il corpo.
Nelle pagine precedenti ho preso in esame la differenza tra la respirazione schizoide e quella nevrotica. La prima si sviluppa soprattutto nel torace, mentre la seconda riguarda prevalentemente l'area diaframmatica. La respirazione diaframmatica si estende soltanto fino alla parte superiore dell'addome e, pur essendo più profonda della respirazione superficiale dell'individuo schizoide, non può essere qualificata come respirazione profonda. Da questo punto di vista la profondità della respirazione è un riflesso della salute emotiva di una persona. La persona in buona salute respira con tutto il corpo o, più specificamente, i movimenti respiratori penetrano in profondità nel corpo. Parlando in linea generale, si potrebbe dire di un uomo che 'respira fin dentro i suoi testicoli'.
La respirazione non può essere distinta dalla sessualità. Essa fornisce indirettamente energia per lo sfogo sessuale. Il calore della passione è un aspetto dei fuochi metabolici, di cui l'ossigeno è un importante elemento. Dato che il processo metabolico fornisce l'energia per tutte le funzioni vitali, la forza della pulsione sessuale è in definitiva determinata da tale processo. Una respirazione totale e unitaria che coinvolge l'intero corpo porta a un orgasmo che interessa l'intero corpo. Tutti sanno che la respirazione è stimolata e che la sua profondità viene incrementata dall'eccitazione sessuale. Non viene però generalmente riconosciuto che una respirazione superficiale o inadeguata riduce il livello di eccitazione sessuale. La respirazione contratta impedisce il propagarsi dell'eccitazione e mantiene la sensazione sessuale entro l'area genitale. Parallelamente, l'inibizione sessuale, la paura di lasciare che le sensazioni sessuali fluiscano verso la regione pelvica e il resto del corpo, rappresenta una delle cause della respirazione contratta e superficiale. Il flusso respiratorio si dirige normalmente dalla bocca ai genitali. Nella parte superiore del corpo si trova in connessione con il piacere erotico della suzione e dell'allattamento. Nella parte inferiore, è legato al piacere e ai movimenti sessuali. La respirazione è la pulsazione basilare (espansione e contrazione) di tutto il corpo; è quindi il fondamento dell'esperienza di piacere e dolore. La respirazione profonda mostra che l'organismo ha sperimentato una piena gratificazione erotica allo stadio orale e che è capace di una completa soddisfazione sessuale allo stadio genitale.
La respirazione profonda ricarica il corpo e lo riporta letteralmente in vita. E una delle ovvie verità riguardanti un corpo vivo è che si vede che è vivo: gli occhi brillano, il tono muscolare è buono, la pelle ha una colorazione rilucente e il corpo è caldo. Ciò accade quando una persona respira profondamente. (A. Lowen da "Il Piacere" ed Astrolabio).


STANISLAV GROF " OLTRE IL CERVELLO ", ED. CITTADELLA, ASSISI; PAG. 354... (il primo librodi Grof edito in Italia negli anni '80)

MECCANISMI EFFICACI DI PSICOTERAPIA E DI TRASFORMAZIONE DELLA PERSONALITÀ.

Gli effetti straordinari e spesso drammatici della terapia psichedelica e di altre metodiche esperienziali (quali la respirazione Ndt) sollevano automaticamente la questione dei meccanismi terapeutici implicati in tali cambiamenti.
Anche se la dinamica di alcune forti trasformazioni sintomatiche e della personalità osservate dopo le sedute esperienziali può essere spiegata con argomentazioni convenzionali, la maggior parte di esse comprende processi non ancora scoperti e riconosciuti dalla psichiatria e psicologia accademiche tradizionali.
Questo non significa che i fenomeni di questo genere non siano mai stati incontrati o discussi in precedenza. Si trovano nella descrizioni di pratiche sciamaniche, riti di passaggio, cerimonie di guarigione di varie culture aborigene della letteratura antropologica. Le fonti storiche e la letteratura religiosa abbondano di descrizioni degli effetti delle pratiche spirituali di guarigione e delle riunioni di varie sette estatiche sulle alterazioni emotive e psicosomatiche. Tuttavia tutta questa letteratura non è mai stata studiata seriamente per la sua manifesta incompatibilità con i paradigmi scientifici correnti. Il materiale accumulato negli ultimi decenni della ricerca sulla coscienza indica con insistenza che i dati di questo genere andrebbero riesaminati in modo critico. Esistono ovviamente molti meccanismi estremamente efficaci di guarigione e di trasformazione della personalità che vanno ben oltre le manipolazioni biografiche della psicoterapia corrente. Alcuni dei meccanismi terapeutici che operano nelle fasi iniziali e nelle forme più superficiali di psicoterapia esperienziale sono identici a quelli che si trovano nei manuali tradizionali di psicoterapia. La loro intensità, però, trascende in modo caratteristico quella dei fenomeni corrispondenti nella metodiche verbali. Le tecniche esperienziali di psicoterapia indeboliscono il sistema di difesa e diminuiscono la resistenza psicologica. Le reazioni emotive del soggetto sono potenziate in modo evidente, e si può osservare abreazione e catarsi. Il materiale inconscio represso della prima e seconda infanzia diventa facilmente accessibile; questo può produrre non solo una grande facilità a ricordare, ma anche una regressione autentica ad un'età precedente ed un modo complesso e vivido di rivivere ricordi emotivamente importanti. L'affioramento di questo materiale e la sua integrazione sono associati alla reale comprensione emotiva ed intellettuale della psicodinamica dei sintomi e degli schemi di disadattamento interpersonale del paziente.
Il meccanismo del transfert, e di analisi del transfert, considerato fondamentale nella psicoterapia ad orientamento psicoanalitico, merita un maggior approfondimento in questo contesto. La rimessa in atto dei sistemi patogeni originali e lo sviluppo della nevrosi di transfert sono considerate condizioni assolutamente necessarie per il successo della terapia. Nella terapia esperienziale, con o senza farmaci, il transfert è considerato una complicazione non necessaria che è bene scoraggiare. Quando si impiega una tecnica tanto potente da condurre il paziente, spesso in una sola seduta, alla fonte reale di varie emozioni e sensazioni fisiche, il transfert verso il verso il terapeuta o il coordinatore della seduta va considerato un'indicazione di difesa e di resistenza ad affrontare il vero tema. Mentre nella seduta esperienziale il coordinatore può effettivamente impersonare il ruolo genitoriale, anche fino al punto di offrire il contatto fisico gratificante, è essenziale che negli intervalli tra le sedute ci sia il minor contatto possibile. Le tecniche esperienziali dovrebbero favorire l'indipendenza e la responsabilità personale per il proprio processo interiore e non la dipendenza di qualsiasi tipo. Contrariamente a quanto si pensa di solito, la soddisfazione diretta dei bisogni anaclitici (nota: bisogni primitivi infantili, quali il bisogno di essere cullato tenuto in braccio, coccolato e nutrito) nel corso delle sedute esperienziali tende a favorire l'indipendenza, non lo sviluppo della dipendenza. Questo sembra in parallelo con osservazioni della psicologia dell'età evolutiva indicanti che l'adeguata soddisfazione emotiva nell'infanzia rende più facile al bambino diventare indipendente dalla madre. Sono quei bambini che sperimentano carenze emotive croniche, che non risolvono mai il legame e continuano per il resto della loro vita a cercare la soddisfazione che non hanno avuto nell'infanzia. Analogamente, sembra che nella situazione psicoanalitica sia la frustrazione cronica ad alimentare il transfert, mentre la soddisfazione diretta dei bisogni analitici di un individuo in uno stato di regressione profonda ne facilita la risoluzione.
Molti cambiamenti improvvisi e drammatici a livelli più profondi sono spiegabili in base all'interazione di sistemi inconsci che hanno la funzione di sistemi di regolazione dinamica. I più importanti di questi sono i sistemi di esperienza condensata (siatemi COEX) i quali organizzano il materiale di natura biografica, e le matrici perinatali di base (BPM), che hanno un ruolo simile in rapporto a serbatoi esperienziali connessi alla nascita e al processo morte-rinascita. Le caratteristiche essenziali di queste due categorie di sistemi di regolazione funzionale sono state descritte dettagliatamente in precedenza. Potremmo anche menzionare le matrici dinamiche transpersonali, ma sarebbe più difficile descriverle in modo esauriente a causa della ricchezza straordinaria e dell'organizzazione meno rigida delle sfere transpersonali.
Il sistema della "filosofia perenne", che attribuisce i vari fenomeni transpersonali a livelli differenti delle sfere sottili e causali, potrebbe essere impiegato come principio guida per classificazioni di questo tipo.

Traggo una lettera del carteggio tra Michael Ventura e James Hillman dal libro "100 ANNI DI PSICOTERAPIA ED IL MONDO VA SEMPRE PEGGIO" riguarda certamente degli aspetti che sono affrontati in modo specifico in queste pagine. Infatti il mondo dell'esperienza spirituale ed interiore e della visione è spesso lontano ed oscuro anche da gran parte degli psicologi e degli psicoterapeuti che dovrebbero invece essere i primi ad aprirsi al mistero ed hai fenomeni della psiche.

La seconda, la terza e la quarta visione

Caro Jim,
le voglio parlare di un campo dell'esperienza che la psicoterapia ha il terrore (intendo proprio il terrore) di riconoscere, di scriverci su, di teorizzare, o di prendere in qualche modo in considerazione, ufficialmente. Allo stesso tempo, però, conosco psicoterapeuti che, nel loro studio, danno spazio a questo campo, lo prendono sul serio e perfino (la verità va detta) lo auspicano. Anche Jung lo faceva, ma lui aveva la fama di farla franca, e poi lui era il re della sua collina. Gli strizzacervelli di cui parlo io si guardano bene, sono addirittura terrorizzati, dal lasciare che queste convinzioni vengano conosciute ufficialmente.
Ma di cosa sto parlando? Le comunicherò qualche esperienza.
Sto facendo l'amore, guardo in basso e non vedo un viso, vedo un globo di luce. Non è una metafora. Io davvero non vedo un viso; nell'oscurità vedo un globo di luce sfocata, e attraverso questa, appena percettibile, una specie di volto. La luce si fa più intensa. Mi sollevo un po', e vedo sotto di me non un corpo, ma una sagoma indistinta simile a un corpo, fatta di luce grigio-bianca scintillante. E come se potessi passarci attraverso con la mano. La cosa mi sorprende, mi spaventa anche un poco, perché mi accorgo che per un attimo siamo scivolati nell'Altro Mondo.
Dura solo pochi istanti. La stranezza della cosa mi scuote e io torno a vedere e a sentire i corpi e, ormai al sicuro, ho anche il piacere di ricordare come era bello quello che ho visto. Se avessi potuto lasciarmici andare, forse avrei visto il corpo spirituale della ragazza più a lungo, forse anche lei avrebbe visto il mio, forse... ma chi lo sa?
Molta gente dirà che io non ho visto niente, che l'ho immaginato - anche se loro sono assolutamente certi di vedere quello che vedono. La gente viene abituata a eludere questo tipo di visioni, o a scherzarci sopra, o a trattarle con un'aria che dice: "Sì, erano cose misteriose, forse anche interessanti, ma non significano nulla".
Non significa nulla, per esempio, il fatto che il telefono squilli e, prima di rispondere, tu sappia già chi sta chiamando. Non significa nulla che, specialmente mentre guidi, improvvisamente, senza pensarci, giri la testa e ti ritrovi a guardare negli occhi un altro autista che ti sta guardando, oppure stai guardando qualcuno e questo improvvisamente si volta e ti guarda dritto negli occhi. Scommetto che succede almeno una volta al giorno, a chiunque guidi un'auto. La gente comunica in modo non fisico, telepaticamente, e ignora completamente questo fatto.
Cos'è più strano, questa comunicazione o la decisione di ignorarla?
Naturalmente, se non teniamo in alcun conto queste cose molto semplici, cose che succedono di continuo; se ne siamo talmente inconsci da sperimentarle semplicemente come un riflesso, in un modo per cui non producono nemmeno un segno nel nostro schermo interiore, allora non vedremo nemmeno il globo di luce sfocata mentre facciamo l'amore. E probabilmente prenderemo in giro, e magari tratteremo male, coloro che affermano di averlo visto, e questo per proteggere il nostro stato di inconscietà, perché piccole cose, in quel campo, succedono anche a noi, ogni settimana, se non ogni giorno, ed esserne consapevoli potrebbe voler dire cambiare la nostra visione del mondo. Ma a chi vogliamo prestar fede, ai nostri sensi o a quello che ci è stato insegnato a proposito di come funziona il mondo?
Non sono certo il primo a far notare che esiste una grande pressione perché si veda soltanto quello che la nostra cultura ci consente di vedere e perché non si veda quello che non è consentito - oppure, nel caso che lo si veda, non gli si dia credito e, soprattutto, non se ne parli. Se ne parliamo, e a maggior ragione se ne scriviamo siamo sicuri di venire relegati, dalla maggioranza, in una terra concettuale e immaginaria etichettata come mistica, spirituale, metafisica, della Nuova Era - specialmente dagli intellettuali occidentali, anche dagli intellettuali radical, che fanno da imbonitori del vecchio ordine, perché sono intimoriti da ogni ristrutturazione che possa essere etichettata come mistica o pagana.
Naturalmente, tutti noi sappiamo che la punizione per queste visioni può essere molto più severa della disapprovazione. Molta gente, soprattutto giovani, è costretta a farsi curare e/o a farsi ricoverare per aver visto cose del genere. Questo soprattutto quando le hanno viste più di una volta e hanno avuto l'ingenuità o la cattiva idea di parlarne.
Quando una cultura ha raggiunto un certo genere di potere, anche con il non vedere o ignorando vari modi di vedere, allora quella cultura difenderà il suo non vedere con ogni mezzo necessario. Intere culture ("primitive") esperte in questo tipo di visione sono state spazzate via e poi storicamente svalutate, perché la visione del mondo materialistica dell'Occidente non può sopportare di essere messa in discussione (un sicuro segno di quanto facilmente sia timorosa, di quanto, cioè, sia in realtà insicura di sé).
Un altro fenomeno interessante è il fatto che anche i cosiddetti radicals della cultura dominante sono d'accordo con il presupposto fondamentale di questa cultura, cioè che soltanto uno spettro ben ristretto del mondo materiale ha validità. Lo vediamo nei radicals politici, che inveiscono contro ogni sorta di misticismo, considerandolo proprio di una mentalità ristretta o reazionaria, e che insistono, come le loro controparti politiche, che tutto va focalizzato su questioni materiali; lo vediamo in psicologia, dove vengono spese somme enormi per cercare di dimostrare che tutte le esperienze interiori sono causate da reazioni chimiche; nei circoli accademici letterari, dove il "testo" è tutto, e il "contenuto" è considerato praticamente accidentale; e lo vediamo anche nei principali organi culturali, dove, per esempio, scrittori della scuola di Raymond Carver, che si focalizzano, in modo microscopico, su quello che non chiamerei nemmeno "comportamento" ma soltanto "riflesso", vengono considerati "realistici".
Naturalmente, una cultura materialistica in modo così maniacale e massiccio come la nostra, crea nella sua gente un comportamento materialistico, e ciò particolarmente nelle persone sottoposte a quella distruzione dell'immaginazione che questa cultura chiama educazione, a quella distruzione dell'autonomia che chiama lavoro, a quella distruzione dell'attività che chiama divertimento - Questa "educazione", questo "lavoro", questo "divertimento" (tutti focalizzati esclusivamente su realtà materiali) creano a loro volta un comportamento che poi viene portato come giustificazione dei presupposti della cultura. Un circolo davvero vizioso ed efficiente.
C'è poi da meravigliarsi se la gente, di ogni livello sociale, bloccata fin dalla nascita in un simile comportamento, si rivolge alla droga - e a decine di milioni! E perché usano la droga? Per fuggire dalle strettoie del nostro ambiente programmato in modo collettivo, dell'"educazione", del "lavoro" e del "divertimento" - per soddisfare, in altre parole, la loro brama di esperienze non materiali. Acido per le visioni, eroina e marijuana per sensazioni diverse di distacco dalle cose terrene, cocaina e crack per una botta di quell'energia che viene risucchiata dal loro ambiente. La cultura dominante "deve" criminalizzare queste droghe, anche se la maggior parte delle attività criminali legate alla droga esiste "proprio perché" le droghe sono illegali, per la necessità di procurarsi la droga e non come risultato dell'effetto che essa determina sulla coscienza. Oggi in America il vero delitto numero uno è il cercare di aprirsi un varco verso un'esperienza non materiale. La cosiddetta guerra alla droga è la guerra a una visione della realtà che non sia strettamente materialistica, puritana.
Ma nessuna cultura è mai stata monolitica come i suoi governanti e i suoi storici avrebbero voluto. L'esperienza non materiale viene vissuta e sottoposta a indagine ad ogni livello della società; la cultura della droga è soltanto il caso più evidente. Un altro è la crescente consistenza del pensiero, del cosiddetto pensiero, della Nuova Era (cioè del pensiero non materiale). Un altro è l'"ecologia del profondo". Altri si verificano all'interno della stessa scienza -prima la fisica della relatività, poi la teoria dei sistemi, adesso la teoria del caos e le varie ricerche sui cosiddetti fenomeni psichici (più esattamente, i fenomeni delle "visioni").
Un esempio efficace è questo esperimento, realizzato nei primi anni Sessanta da Charles Tart, dell'University of California, a Davis:
La persona A viene introdotta in una camera di deprivazione sensoriale e collegata elettricamente in modo da rilevare le onde cerebrali, la resistenza della pelle, il ritmo cardiaco, l'attività muscolare e le variazioni del respiro. La persona B viene introdotta in un'altra camera analoga, viene anch'essa collegata e colpita a intervalli casuali da scosse elettriche. Viene poi chiesto alla persona A di indovinare esattamente quando la persona B riceve la scossa.
I risultati furono i seguenti: le ipotesi coscienti di A << non mostrarono alcuna relazione con gli eventi reali >>. Invece, i suoi << tracciati presentavano variazioni fisiologiche significative proprio in corrispondenza dell'istante in cui B riceveva la scossa >>. La conclusione: <<Possiamo affermare che l'evento non viene registrato dalla "mente cosciente" del soggetto, il quale, invece, è evidentemente cosciente dell'evento, a un livello biologico fondamentale. A quanto pare il corpo del soggetto sa di questi avvenimenti dei quali, invece, non è a conoscenza lo strato alto del cervello >>. (Questo esperimento è descritto nel libro di Tart, Altered States of Consciousness, e discusso da Joseph Chilton Pearce in Exploring the Crack in the Cosmic Egg.) La nostra cultura ha fatto perdere alla maggior parte di noi il contatto con queste facoltà. Invece, un cacciatore aborigeno dell'Australia è in grado di seguire esattamente un'impronta umana di un anno prima -un'impronta che non ha lasciato alcuna traccia fisica. E alcune tribù del deserto australiano si svegliano all'improvviso e camminano per giorni fino al punto esatto dove ci sarà una breve pioggia. I musulmani, durante l'estasi religiosa, possono incidersi la pelle senza che ne esca sangue, o che resti alcuna cicatrice, e in India, quelli che camminano sui carboni ardenti lo fanno non solo senza ferirsi i piedi, ma anche senza che i loro indumenti ne risultino danneggiati. Questi sono soltanto alcuni esempi delle centinaia di ben documentate facoltà delle popolazioni primitive, che hanno lo stesso corpo che abbiamo noi - facoltà che comprendono la guarigione e il fare l'amore non materiali, e la percezione di cose di una tale bellezza che gli imitatori di Raymond Carver nemmeno si sognano.
<< Puoi vedere la bellezza se guardi rapidamente di lato >>: così si esprimeva il poeta svedese Tomas Transtromer.
Stai facendo l'amore, e improvvisamente vedi materializzarsi il corpo spirituale della tua ragazza, e senti che anche il tuo si materializza - Improvvisamente pensi a qualcuno cui non pensavi da anni, ed ecco che il giorno dopo lo incontri per strada o ricevi una sua lettera. Ti trovi a Los Angeles, e stai parlando di un vecchio film al telefono con un amico che si trova a Oakland; in seguito vieni a sapere che in quello stesso momento la moglie dell'amico, era entrata in un negozio e aveva noleggiato proprio quel film (non avevano mai parlato fra loro di quel film, il marito poi non ne aveva nemmeno sentito parlare, prima di allora). Senti una voce, forse di qualcuno che era morto, che ti ammonisce, ti guida, o magari ti dà consigli non richiesti. Oppure senti dentro di te un'energia che può, tu pensi impulsivamente, guarire altre persone, e ci provi, e funziona- talvolta. Oppure cammini in uno stato di inspiegabile meraviglia per una giornata inaspettata.
Ce ne sono tante di queste cose, Jim, così tante che l'Occidente in generale e la psicoterapia in particolare le ha lasciate da parte perché semplicemente non aveva la struttura concettuale per potersene occupare. Ad ogni stadio di sviluppo abbiamo dovuto far finta di sapere tutto, mentre in realtà sapevamo così poco. Quando Ginger ed io stavamo insieme, qualche volta, durante uno dei miei sogni, avevo sentito qualcosa che veniva detto in un'altra stanza, oppure una frase che mi veniva urlata da lontano; in seguito veniva fuori che si trattava (e questo diventò uno scherzo fra noi) di qualcosa che qualcuno aveva detto nel sogno di Ginger. Oppure lei sentiva qualcosa del mio sogno (in realtà io di solito sentivo e lei di solito vedeva - un'interessante differenza). E allora come la mettiamo con tutte le teorie, da quella freudiana a quella biochimica?
Teoricamente, Michael


Jiddu Krishnamurti The Problems of Living
Libera traduzione tratta da The Krishnamurti Reader,
edito da Mary Lutyens, Arkana edizioni, Londra


Consapevolezza

Conoscere se stessi significa conoscere la nostra relazione con il mondo, non solo del mondo delle idee e della gente, ma anche con la natura e con le cose che possediamo. Questa è la nostra vita, essendo la vita relazione con il tutto. La comprensione di questa relazione richiede specializzazione? Ovviamente no! Ciò che richiede è la consapevolezza necessaria per confrontarsi con la vita nel suo insieme come totalità. In che modo dobbiamo essere consapevoli? Questo è il nostro problema. Come si deve fare per avere quell'attenzione, se posso usare questa parola senza che sembri una specializzazione? Come deve fare uno che vuole affrontare la vita nella sua totalità? Ciò non significa solo le relazioni personali con i vicini, ma anche con la natura e con le cose che possiedi, con le idee, con le cose che la mente produce come illusioni, desideri e così via. Come possiamo essere coscienti di questo processo globale di relazioni? Sicuramente è questa la nostra vita, non è vero? Non esiste vita senza relazione; comprendere questa relazione non significa isolamento. Al contrario richiede pieno riconoscimento e totale consapevolezza del globale processo della relazione. Come si fa ad essere consapevoli? Come siamo consapevoli di qualcosa? Come sei consapevole della relazione con una persona? Come sei consapevole degli alberi, del richiamo di un uccello? Come fai ad essere consapevole delle tue reazioni quando leggi un giornale? Siamo coscienti delle risposte superficiali della mente quanto che delle reazioni profonde? Come siamo consapevoli di qualcosa? In primo luogo siamo consapevoli, (non lo siamo forse?) di una reazione ad uno stimolo, e questo è un fatto evidente; vedo qualcosa di bello e c'è una risposta, quindi una sensazione, contatto identificazione e desiderio. Questo e il processo ordinario, non è vero? Possiamo osservare quello che accade nel momento senza studiare dei libri per farlo. Così è attraverso l'identificazione che abbiamo piacere e dolore. La nostra "abilità" consiste in questa preoccupazione di cercare il piacere e di evitare il dolore, non trovate? Se sei interessato a qualcosa, ti da piacere ne nasce subito una "capacità" immediata, c'è la consapevolezza istantanea di quel fatto, e se si tratta di qualcosa di doloroso quella capacità consiste nel sapere com'evitarlo. Così sino a che cerchiamo un'"abilità" per comprendere noi stessi siamo destinati a fallire, perché la comprensione di noi stessi non dipende da questa "capacità". Non si tratta di una tecnica che sviluppi, coltivi e accresci con il tempo, attraverso un costante affinamento. Questa coscienza di sé si può ottenere solo nell'atto della relazione; può essere sentita nel modo in cui in cui parliamo e in cui ci comportiamo. Guardati senza nessuna identificazione, senza alcun confronto, senza alcuna condanna, guarda soltanto e noterai che accade una cosa straordinaria. Non solo poni fine ad un'attività inconscia &shyp; la maggior parte delle nostre attività sono inconsce &shyp; non solo metti fine a ciò, ma sei anche consapevole delle motivazioni della tua azione, senza indagare e senza scavare. Quando sei consapevole vedi il processo globale del pensiero e dell'azione, ma ciò può accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione. Molti di noi lo fanno di proposito, condanniamo immediatamente, e così pensano di aver capito. Se invece, non condanniamo, ma osserviamo con cura, e siamo consapevoli, il contenuto ed il significato di quell'azione si dischiude. Provatelo personalmente e vedrete dai voi stessi. Semplicemente sii consapevole, senza nessun senso di giustificazione, potrebbe apparire piuttosto negativo, ma non è negativo. Al contrario ha quella qualità della passività che è azione diretta, scoprirete questo, se provate a sperimentare. Dopo tutto se vuoi comprendere qualcosa devi avere un atteggiamento passivo. Non puoi mantenere il pensiero fisso su di un problema speculando e analizzando. Devi essere abbastanza sensibile da percepirne il contenuto. Come una pellicola fotografica. Se voglio comprenderti devo essere di una passività consapevole e allora incominci a raccontarmi tutte le tue storie. Non si tratta certo di una questione d'abilità o di specializzazione. In questo processo iniziamo a comprendere noi stessi, non solo gli strati superficiali della consapevolezza, ma i più profondi, che sono molto più importanti, perché là giacciono tutti i motivi che ci guidano e le intenzioni, le nostre domande nascoste e confuse, le ansie, le paure e gli appetiti. Esteriormente possiamo tenerli tutti sotto controllo, ma interiormente, si agitano. Sino che questo non è stato completamente compreso attraverso la consapevolezza diretta, ovviamente non potrà esserci libertà, non ci potrà essere felicità e non ci sarà intelligenza. Essendo l'intelligenza la totale consapevolezza del nostro processo può essere un fatto di specializzazione? Potrà tale intelligenza essere coltivata attraverso qualche forma di specializzazione? Perché è proprio questo che sta accadendo, no? Il prete, il dottore, l'ingegnere, l'industriale, l'uomo d'affari, il professore abbiamo la mentalità di quella specializzazione.
Per realizzare la più alta forma d'intelligenza che è la Verità, che è Dio e che non può essere descritta crediamo di dover diventare degli specialisti. Studiare, crescere, cercare e con la mentalità dello specialista ed inseguendo lo specialista; studiamo noi stessi per sviluppare una capacità che ci possa aiutare a svelare i nostri conflitti e le nostre miserie.
Il nostro problema è: siamo consapevoli che i conflitti, le miserie ed i dolori della nostra esistenza quotidiana non possono essere risolti da qualcun altro, e se non possono esserlo, come possiamo affrontarli? Comprendere un problema ovviamente richiede una certa intelligenza, e quest'intelligenza non può derivare dal coltivare la specializzazione del pensiero. Si manifesta solo quando siamo passivamente consapevoli di tutto il processo della nostra coscienza, che significa essere consapevoli di noi stessi senza scelta, senza scegliere quanto è giusto e quanto è sbagliato. Quando si è passivamente consapevoli si riconosce che da quella passività, che non è pigrizia, che non è sonno, ma estremo stato di allerta, il problema ha un significato assai differente, cioè non esiste più identificazione con il problema, quindi non c'è più giudizio e allora il problema inizia a rivelare il suo contenuto. Se sai costantemente mantenere questo stato, allora ogni problema può essere risolto dalle fondamenta, non superficialmente. La difficoltà è che la maggior parte di noi non è in grado di essere passivamente consapevole, lasciando che il problema riveli la sua storia senza che siamo noi ad interpretarlo. Non sappiamo come guardare un problema spassionatamente. Non ne siamo capaci, sfortunatamente, perché vogliamo sempre una soluzione del problema, vogliamo una risposta, ne cerchiamo la fine; oppure cerchiamo di tradurre il problema secondo i nostri principi di piacere e dolore, o abbiamo già una risposta pronta su come affrontare il problema. Quindi affrontiamo un problema che è sempre nuovo con i vecchi schemi. La sfida è sempre il nuovo, la nostra risposta è sempre vecchia, e la nostra difficoltà è quella di confrontarci in modo adeguato con tutto ciò, pienamente. Il problema è sempre un problema della relazione, con le cose con la gente, o con le idee; non c'è altro e per confrontarci con il problema delle relazioni, con le sue sempre diverse domande, per affrontarlo nel modo giusto e adeguatamente, si deve avere una consapevolezza passiva. Questa passività non è il prodotto della determinazione, della volontà o della disciplina; inizia quando vediamo e riconosciamo che, nello stato iniziale, non siamo passivi. Essere consapevoli che ci aspettiamo una particolare risposta a un particolare problema, è sicuramente l'inizio: consiste nel conoscere noi stessi in relazione al problema e a come ci confrontiamo con esso. Allora appena iniziamo a conoscere noi stessi in relazione al problema, e al modo in cui reagiamo secondo pregiudizi, aspettative e scopi, nel confronto con questo la consapevolezza rivelerà il processo del nostro pensiero, della nostra natura interiore e in ciò c'è liberazione. Ciò che è certamente importante è la consapevolezza senza scelte, perché la scelta porta con sé il conflitto. Colui che sceglie è nella confusione, quindi sceglie, se non c'è confusione non c'è scelta. Solo la persona confusa sceglie quello che dovrebbe o non don dovrebbe fare. Nessun che sia nella chiarezza e nella semplicità sceglie: è ciò che è. L'azione basata su un'idea è ovviamente l'azione della scelta e tale azione non è liberatoria, al contrario, crea solo ulteriore resistenza e ulteriore conflitto, in relazione a quel pensiero condizionato. La cosa importante quindi, è l'essere consapevoli, momento per momento, senza accumulare l'esperienza che la consapevolezza offre, perché nel momento che si inizia ad accumulare, si è consapevoli solo in rapporto a quanto si ha accumulato, in accordo con quello schema e con quella esperienza. La tua consapevolezza,è l'accumulo dei condizionamenti e quindi non c'è più osservazione, ma mera traduzione. Dove c'è traduzione c'è scelta, e la scelta crea conflitto, e nel conflitto non c'è comprensione. La vita è un fatto di relazione, e per comprendere la relazione, che non è statica, ci vuole una consapevolezza flessibile, una consapevolezza allerta e passiva, non aggressivamente attiva. Come ho detto questa coscienza passiva non è prodotta da qualche forma di disciplina, o attraverso delle pratiche. E' semplicemente essere consapevoli, momento per momento, del nostro pensare e del nostro sentire, non solo quando siamo svegli perché come vedremo quando ci entreremo più profondamente, anche iniziando a sognare tireremo a galla tutti i tipi di simboli che tradurremo in sogni. In questo modo apriamo la porta a ciò che è nascosto e che diventa conosciuto, ma per trovare l'ignoto dobbiamo andare oltre la soglia, certamente è questa la nostra difficoltà. La Realtà non è una cosa che possa essere conosciuta dalla mente, perché la mente è il risultato del conosciuto, del passato e quindi la mente deve riconoscere se stessa ed il proprio funzionamento, la sua verità e solo allora è possibile all'ignoto essere.


LA DIVISIONE TRA OSSERVATORE E OSSERVATO È' LA FONTE DEL CONFLITTO
Krishnamurti

Vi sono due tipi di apprendimento: uno consiste nel memorizzare ciò che viene imparato per poi osservare tramite la memoria - ed è questo che molti di noi chiamano apprendimento - e l'altro consiste nell'imparare attraverso l'osservazione, senza immagazzinarlo come ricordo. Per dirla in un altro modo: un modo di apprendimento è imparare qualcosa a memoria, in modo che rimanga immagazzinato nel cervello come conoscenza e successivamente agire secondo tale conoscenza abilmente o maldestramente; quando si frequenta la scuola e l'università, si accumulano molte informazioni, e in base a tale conoscenza si agisce in modo benefico per se stessi e per la società, ma si è incapaci di agire semplicemente, direttamente. L'altra specie di apprendimento - cui non si è altrettanto abituati, perché si è schiavi delle abitudini, delle tradizioni, di ogni conformismo - consiste nell'osservare senza l'accompagnamento della conoscenza pregressa, guardare qualcosa come se fosse la prima volta. Se uno osserva qualcosa in questo modo, non vi è la coltivazione della memoria; non è come quando uno osserva e tramite tale osservazione accumula il ricordo in modo che la prossima volta che l'osserva lo fa attraverso quello schema della memoria, e perciò non l'osserva più ex novo.
E' importante avere una mente che non sia costantemente occupata, costantemente intenta a chiacchierare. Per la mente non occupata, può germinare un nuovo seme, qualcosa d'interamente diverso dalla coltivazione della conoscenza e dall'azione basata su tale conoscenza.
Osservate i cieli, la bellezza delle montagne, gli alberi, la luce tra le fronde. Questa osservazione, immagazzinata nella memoria, impedirà che la prossima osservazione sia nuova. Quando uno osserva la moglie o un amico, può osservare senza l'interferenza della registrazione dei precedenti episodi di quel particolare rapporto? Se uno può osservare l'altro senza l'interferenza della conoscenza precedente, impara molto di più.
La cosa più importante è osservare: osservare e non avere una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Generalmente vi è una divisione apparente tra l'osservatore, che è la somma totale dell'esperienza passata, in quanto memoria, e l'osservato ... così è il ,passato che osserva. La divisione tra osservatore e osservato è la fonte del conflitto.
E' possibile che non vi sia conflitto, in tutta una vita? Tradizionalmente, si accetta che debba esservi questo conflitto, questa lotta, questo dissidio perpetuo, non solo fisiologicamente, per sopravvivere, ma psicologicamente, tra desiderio e paura, simpatia e antipatia, e così via. Vivere senza conflitto è vivere una vita senza sforzo, una vita in cui vi è pace. L'uomo ha vissuto, per secoli e secoli, una vita di battaglia, di conflitti esteriori e interiori; una lotta costante per conseguire qualcosa, e la paura di perdere, di ricadere indietro. Si può parlare all'infinito di pace, ma non vi sarà pace finché si è condizionati ad accettare il conflitto. Se uno dice che è possibile vivere in pace, allora è soltanto un'idea, e perciò non ha valore. E se uno dice che non è possibile, allora blocca ogni indagine.
Esaminiamolo prima psicologicamente; è più importante che farlo fisiologicamente. Se uno comprende in profondità la natura e la struttura del conflitto, psicologicamente, e magari vi pone fine, allora può essere in grado di affrontare il fattore fisiologico. Ma se uno s'interessa solo del fattore fisiologico, biologico, per sopravvivere, allora probabilmente non ci riuscirà.
Perché vi è questo conflitto, psicologicamente? Fin dai tempi più antichi, socialmente e religiosamente, c'è sempre stata una divisione tra il bene e il male. Questa divisione esiste realmente, oppure c'è soltanto
Ciò che è " senza il suo contrario? Supponiamo che via sia collera questo è un fatto, " ciò che è "; ma " io non andrò in collera " è un idea, non è un fatto.
Uno non discute mai tale divisione, l'accatta perché è tradizionalista per abitudine, e non vuol saperne di qualcosa di nuovo. Ma c'è un altro fattore: c'è una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Quando uno guarda una montagna, la guarda come osservatore e la chiama montagna. La parola non è la cosa. La parola " montagna " non è la montagna, ma per l'interessato la parola è molto importante: quando guarda, vi è istantaneamente la risposta " quella è una montagna ". Ora, uno può guardare la cosa chiamata " montagna" senza la parola, perché la parola è un fattore di divisione? Quando uno dice " mia moglie ", la parola " mia " crea divisione. La parola, il nome, la parte del pensiero. Quando uno guarda un uomo o una donna, una montagna o un albero, qualunque cosa sia, si opera una divisione quando il pensiero, il nome, il ricordo vengono posti in essere.
Uno può osservare senza l'osservatore, che è l'essenza di tutti i ricordi, le esperienze, le reazioni e così via, tutti provenienti dal passato? Se uno guarda qualcosa senza la parola e i ricordi del passato, allora osserva senza l'osservatore. Quando uno fa ciò, vi è solo l'osservato, e non vi è divisione né conflitto, psicologicamente. Uno può guardare la propria moglie o il proprio amico più intimo senza il nome, la parola e tutta l'esperienza accumulata" in quel rapporto? Quando guarda così, guarda l'altro - o l'altra - per la prima volta.
E' possibile vivere una vita completamente libera da ogni conflitto psicologico? Uno ha osservato il fatto: basterà, se lascia stare il fatto. Finché vi è divisione tra l'osservatore che crea le immagini, e il fatto - che non è immagine ma soltanto fatto - deve esserci conflitto perpetuo. E' una legge. Ma si può porre fine al conflitto.
Quando vi è la fine del conflitto psicologico - che è parte della sofferenza - allora, in che modo influisce sulla vita, sui rapporti con gli altri? In che modo la fine della lotta psicologica, con tutti i suoi conflitti, il suo dolore, le sue ansie, le sue paure, in che modo si riferisce alla vita quotidiana, al lavoro d'ufficio, eccetera eccetera? Se è un fatto che uno ha posto fine al conflitto psicologico, allora come vivrà una vita senza conflitti esteriori? Quando non vi è conflitto interiore, non vi è conflitto all'esterno, perché "non vi è divisione" tra l'interiore e l'esteriore. E come il flusso e il riflusso del mare. E' un fatto assoluto, irrevocabile, che nessuno può toccare; è inviolato. Quindi, se è così, cosa farà uno per guadagnarsi da vivere? Poiché non Vi è conflitto, non vi è ambizione. Poiché interiormente vi è qualcosa di assoluto che è inviolato, che non può essere toccato né danneggiato, allora uno non dipende psicologicamente da un altro; perciò non vi è conformismo né imitazione. Quindi, non avendo tutto questo, uno non è più pesantemente condizionato dal successo e dall'insuccesso nel mondo del denaro, della posizione, del prestigio, che implica la negazione di "ciò che è " e l'accettazione di " ciò che dovrebbe essere ".
Poiché uno nega " ciò che è " e crea l'ideale di " ciò che dovrebbe essere ", vi è conflitto. Ma osservare ciò che è effettivamente significa che uno non ha contrario, solo " ciò che è ". Se osservate la violenza e usate la parola " violenza ", c'è già conflitto, la parola stessa è già distorta; vi sono persone che approvano la violenza e altre che non l'approvano. L'intera filosofia della non violenza è distorta, politicamente e religiosamente. C'è la violenza e il suo contrario, la non violenza. Il contrario esiste perché voi conoscete la violenza. Il contrario ha radice nella violenza. Uno pensa che, avendo un contrario, con qualche metodo o mezzo straordinario, si sbarazzerà di " ciò che è ".
Ora, si può accantonare il contrario e guardare semplicemente la violenza, il fatto? La non violenza non è un fatto. La non violenza è un'idea, un concetto, una conclusione. Il fatto è la violenza: uno è in collera, odia qualcuno, vuol far male alla gente, è geloso: tutto questo è l'implicazione della violenza, che è il fatto. Ora, si può osservare il fatto senza introdurre il suo contrario? Perché allora uno ha l'energia - che prima veniva sprecata cercando di realizzare il contrario - per osservare " ciò che è ". In quell'osservazione non c'è conflitto.
Perciò, cosa farà un uomo che ha compreso questa esistenza straordinaria e complessa basata sulla violenza, il conflitto e la lotta, un uomo che ne è effettivamente libero, non teoricamente, ma effettivamente libero? Il che significa assenza di conflitto. Che cosa farà al mondo? Formulerà questa domanda, se è interiormente, psicologicamente, interamente libero da conflitti? Ovviamente no. Solo l'uomo in conflitto dice: " Se non vi è conflitto, sarò alla fine, verrò annientato dalla società perché la società è basata sul conflitto".
Se uno è consapevole della propria coscienza, che cos'è? Se è consapevole, vedrà che la sua coscienza è - in senso assoluto - nel disordine totale. E contraddittorio dire una cosa, fare qualcosa d'altro, cercando sempre qualcosa. Il movimento totale è entro un'area limitata e priva di spazio, e in quel poco spazio c'è disordine.
Uno è diverso dalla propria coscienza? Oppure è quella coscienza? quella coscienza. Allora, è consapevole di trovarsi nel disordine totale? Alla fine, quel disordine porta alla nevrosi, ovviamente: perciò ci sono tutti gli specialisti della società moderna, gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e così via. Ma interiormente c'è ordine? Oppure c'è disordine? Uno può osservare questo fatto? E cosa avviene quando uno osserva senza scegliere... cioè senza distorsioni? Dove c'è disordine, deve esserci conflitto. Dove c'è ordine assoluto, non c'è conflitto. E c'è un ordine assoluto, non relativo. Ciò può avvenire in modo naturale e facile, senza conflitto, solo quando uno è consapevole di se stesso quale coscienza, consapevole della confusione, del tumulto, delle contraddizioni, osservando esteriormente senza distorsione. Allora da questo deriva naturalmente, dolcemente, facilmente, un ordine irrevocabile.


Krishnamurti

Semplicità

 

Vorrei prendere in esame che cos'è la semplicità e, partendo da li, arrivare magari alla scoperta della sensibilità.  Noi sembriamo credere che la semplicità sia un'espressione puramente esteriore, una rinuncia: possedere pochi beni, indossare un perizoma, non avere casa, non fare sfoggio di abiti, avere un piccolo conto in banca.  Ma certamente questa non  la semplicità, ma soltanto una messinscena esteriore.  A me pare che la semplicità sia qualcosa di essenziale, che però si realizza soltanto quando cominciamo a comprendere il significato dell'autoconoscenza.

La semplicità non  il mero adeguamento a uno schema. E’ necessaria una notevole intelligenza per essere semplici, e non soltanto conformarsi a un determinato modello, per quanto possa sembrare degno.  Purtroppo la maggior parte di noi inizia con l'essere semplice esternamente, nelle cose visibili. E’ relativamente facile possedere poche cose ed esserne soddisfatti; accontentarsi di poco e, magari, dividere quel poco con altri.  Ma una semplice manifestazione esteriore di semplicità nelle cose, in ciò che si possiede, non implica certo la semplicità dell'essere interiore.  Per come va il mondo oggigiorno, infatti, siamo indotti dall'esterno ad appropriarci di un numero sempre crescente di cose.  La vita diventa sempre più complessa.  Allo scopo di sfuggire a tutto ciò, cerchiamo di rinunciare alle cose, di distaccarcene - dalle automobili, dalle case, dalle organizzazioni, dai film, e dalle innumerevoli circostanze che dall'esterno ci vengono imposte.  Pensiamo che basti ritirarsi dal mondo per essere semplici.  Molti grandi santi, molti grandi maestri hanno rinunciato al mondo; ma mi sembra che una simile rinuncia da parte nostra non risolva il problema.  La semplicità, che  è essenziale e reale, può nascere solo interiormente; e a partire da lì può poi dare luogo a una manifestazione esterna.  Il problema, dunque, è come essere semplici, perché la semplicità acuisce la sensibilità.  E’ fondamentale avere una mente sensibile, un cuore sensibile, che siano capaci di una percezione e ricezione rapida.

E certo si può essere semplici interiormente solo se si comprendono gli innumerevoli impedimenti, legami, paure, che ci imprigionano.  Ma alla maggior parte di noi piaceessere prigionieri - delle persone, degli oggetti, delle idee.  Dentro di noi siamo prigionieri, anche se esteriormente sembriamo molto semplici.  Internamente siamo prigionieri dei nostri desideri, bisogni, ideali, di innumerevoli motivazioni. E’ impossibile trovare la semplicità se non si è  liberi dentro.  E’ per questo che bisogna cominciare la ricerca internamente, non esternamente.

La comprensione totale del processo della credenza, dei motivi che spingono la mente ad aggrapparsi a una credenza, è straordinariamente liberatoria.  Quando c'è libertà dalle credenze, c'è semplicità.  Ma questa semplicità richiede intelligenza, e per essere intelligenti bisogna essere consapevoli dei propri impedimenti.  Per essere consapevoli, bisogna essere costantemente vigili, non radicarsi in una particolare routine, in un particolare schema di pensiero o di azione.  Dopo tutto, ciò che si è  internamente influenza il mondo esterno.  La società (o qualunque forma di azione)  è la proiezione di noi stessi, e senza trasformazione interiore, le sole leggi incidono assai poco sul mondo esterno; possono produrre certe riforme, certi adeguamenti, ma ciò che si è internamente finisce sempre per prevalere sull'esterno.  Se internamente si è avidi e ambiziosi, se si perseguono certi ideali, alla fine la complessità interiore turberà e sconvolgerà la società esterna, per quanto questa possa essere attentamente pianificata.

Ecco perché bisogna cominciare dall’interno - ma non in maniera esclusiva, non rifiutando il mondo esterno.  Si arriva all'interno comprendendo l'esterno, scoprendo la sofferenza, la lotta, il dolore che esistono nel mondo; e più si indaga, più, naturalmente, ci si avvicina agli stati psicologici che producono i conflitti e le sofferenze esteriori.  L'espressione esterna è soltanto un'indicazione del nostro stato interiore, ma per comprendere tale stato interiore bisogna accostarsi ad esso attraverso il mondo esterno.  La maggior parte di noi fa così.  Nel comprendere l'interiorità - non esclusivamente, non rifiutando la realtà esterna, ma comprendendola e attraverso essa giungendo all'interiorità - scopriremo che, mentre procediamo nell'esplorazione delle complessità del nostro essere, diventiamo sempre più sensibili e liberi. E’ questa semplicità interiore che è così essenziale, poiché genera sensibilità.  Una mente che non sia sensibile, né vigile o consapevole, è priva di recettività e incapace di qualunque azione creativa.  Il conformismo, come mezzo per conquistare la semplicità, di fatto ottunde la mente e il cuore, li rende insensibili.  Qualunque forma di coazione autoritaria, imposta dallo Stato, da se stessi, dall'ideale del conseguimento di un fine, e così via, qualunque forma di conformismo, sfociano inevitabilmente nell'insensibilità, nella mancanza di semplicità interiore.  All'esterno ci si può conformare, dando un'impressione di semplicità, come fanno tante persone religiose, che praticano varie forme di disciplina, partecipano a questa o quella organizzazione, meditano in un certo modo, e così via - tutti costoro danno un'impressione esterna di semplicità, ma un tale conformismo non ha come esito la semplicità.  Qualunque tipo di coazione non potrà mai condurre alla semplicità.  Al contrario, quanto più ci si reprime, quanto più si sostituisce e si sublima, tanto meno si è semplici; e viceversa, quanto più si comprende il processo di sublimazione, repressione, sostituzione, tanto maggiori sono le possibilità di essere semplici.

I nostri problemi - sociali, ambientali, politici, religiosi sono talmente complessi che li possiamo risolvere soltanto essendo semplici, non diventando straordinariamente eruditi e intellettualmente sofisticati.  Una persona semplice vede le cose in maniera molto più diretta, ha un'esperienza più immediata delle persone complesse.  Le nostre menti sono talmente ingombre della conoscenza di un'infinità di dati, di ciò che altri hanno detto, che siamo divenuti incapaci di essere semplici e di avere noi stessi esperienze dirette.  Questi problemi richiedono una nuova impostazione; ma questa è possibile solo se internamente siamo davvero semplici.  Quella semplicità scaturisce dall'autoconoscenza, ossia dalla comprensione di noi stessi, delle modalità del nostro pensare e sentire, dei movimenti dei nostri pensieri, delle nostre reazioni, di come ci conformeremo per paura all'opinione pubblica, a ciò che altri dicono, a ciò che il Buddha, Cristo, i grandi santi hanno detto - tutto questo indica la nostra propensione naturale ad adeguarci, a cercare la sicurezza.  Quando si cerca la sicurezza, si è evidentemente in uno stato di paura e, di conseguenza, non c'è semplicità.

Se non si è semplici, non si può essere sensibili - agli alberi, agli uccelli, alle montagne, al vento, a tutte le cose che accadono intorno a noi nel mondo; se non si è semplici, non si può essere sensibili alle risonanze interne delle cose.  La maggior parte di noi vive superficialmente, al livello più esteriore della coscienza; cerchiamo di essere riflessivi o intelligenti, il che è sinonimo dell'essere religiosi oppure cerchiamo di rendere semplici le nostre menti, attraverso la coazione, la disciplina.  Ma la semplicità non è questa.  Quando costringiamo il livello più superficiale della mente a essere semplice, tale coazione serve solo a irrigidire la mente, non la rende certo duttile, chiara, rapida.  E’ estremamente arduo essere semplici nel processo complessivo, globale, della nostra coscienza;. non deve esserci, infatti, alcuna riserva interiore, bensì una determinazione a scoprire, a esplorare il processo dell'essere, il che significa essere pronti a recepire ogni implicazione, ogni cenno, essere consapevoli delle proprie paure e delle proprie speranze, esplorarle, ed esserne liberi, sempre più liberi.  Solo allora, quando la mente e il cuore sono davvero semplici, non ricoperti di incrostazioni, possiamo risolvere i numerosi problemi che ci troviamo di fronte.

La conoscenza non risolve i nostri problemi.  Potreste sapere, ad esempio, che esiste la reincarnazione, che c'è continuità dopo la morte.  Potreste saperlo, non dico che sia così; o potreste esserne convinti.  Ma questo non risolve il problema.  La morte non può essere archiviata in base a una teoria, a un'informazione o a una convinzione. è molto più misteriosa, molto più, profonda, molto più creativa di così.

Bisogna avere la capacità di indagare su tutte queste cose con atteggiamento nuovo; solo attraverso l'esperienza diretta, infatti, i nostri problemi possono avere soluzione, e perché un'esperienza diretta sia possibile, ci deve essere semplicità, il che significa che ci deve essere sensibilità.  La mente è offuscata dal peso della conoscenza,  offuscata dal passato, dal futuro.  Solo una mente che sia capace di adeguarsi al presente in continuazione, attimo per attimo, può essere all'altezza delle potenti influenze e pressioni a cui siamo costantemente sottoposti dall'ambiente che ci circonda.

Dunque, un uomo religioso non  quello che indossa una tonaca o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto innumerevoli voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che  è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché.  Una mente simile è capace di una recettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, né paure, né movimento verso qualcosa;  dunque è capace di ricevere la grazia, Dio, la verità, o quel che vi pare.  Un mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice.  Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all'agitazione, non è una mente semplice.  Una mente che si conforma a un qualunque modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile.  E soltanto quando una mente è  veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le proprie vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per essere qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità.  Solo allora può esserci felicità, poiché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà.  Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso forme di coazione, di autorità o di imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità.  Per quanto complessi tali problemi siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un'ottica differente.  Ecco di cosa c'è bisogno oggi: di gente che sia capace di affrontare la confusione, l'agitazione, la conflittualità della realtà esterna in maniera nuova, creativa e semplice - non con teorie né con formule, di sinistra o di destra che siano.  Ma non si può affrontare tutto ciò in maniera nuova se non si è semplici.

I problemi possono essere risolti soltanto se li si imposta in questo modo.  Una nuova impostazione non è possibile se ragioniamo nei termini di precisi schemi di pensiero, religioso, politico o di altra natura.  Dobbiamo liberarci di tutte queste cose per essere semplici.  Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sé; da ciò scaturisce una semplicità, un'umiltà che non  è virtù o esercizio.  L'umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una mente che si fa umile non è più una mente umile.  Solo quando si è umili, ma non di un'umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso di importanza; si considera invece il problema in sé e così si  in è in  grado di risolverlo.

 


La relatività e la teoria quantistica sono in accordo, in quanto esse implicano entrambe il bisogno di considerare il mondo come un tutto indiviso, in cui tutte le parti dell'universo, incluso l'osservatore ed i suoi strumenti, si fondono e si uniscono in una totalità.


La totalità di Bohm e l'ordine implicato

Alcune parti del libro di David Bohm Wholeness and the Implicate Order hanno notevoli corrispondenze con i temi delle discussioni che egli ebbe con Krishnamurti. Sembra pertinente concludere quest'opera attirando l'attenzione sul suo lavoro, poiché, dato che il libro ha avuto un'influenza sulla sfera professionale di Bohm, deve avere esteso la consapevolezza dell'importanza della filosofia di Krishnamurti.
Dai dialoghi è chiaro che Bohm non è un avvocato della visione del mondo materialista-meccanicista della scienza convenzionale. Il suo libro è un tentativo di delineare un'alternativa . Sebbene egli arguisca su una base puramente scientifica che l'opinione convenzionale, che coinvolge l'analisi del mondo in parti esistenti indipendentemente,"non funziona molto bene nella fisica moderna", le implicazioni dell'alternativa che propone si estendono molto al di là del campo della fisica e, in capitoli meno tecnici del libro, egli esplora queste implicazioni.
Il punto fondamentale, comunque, è che la scienza stessa, sulla base delle sue scoperte sperimentali, ha reso la vecchia visione ridondante e creato la necessità di un'alternativa:

Il pensiero è il nemico", disse Krishnamurti e Bohm indica come questo sia stato il caso nella scienza. Il pensiero ha diviso le cose per la sua propria convenienza, per meglio comprenderle e controllarle, ma poi ha fatto l'errore di considerare quella frammentazione, che ha proiettato sul mondo, come una inerente caratteristica del mondo stesso. A causa dell'autorità della scienza, questa abitudine di considerare il mondo come una congeries di cose separate, divenne pervasiva in tutte le aree del pensiero, rinforzando le tendenze separatiste e pericolosamente di elite, dei gruppi nazionali, razziali o di classe, sostenendo e giustificando i rapaci sfruttamenti dell'ambiente naturale e sfociando nel fatto che l'uomo considera la sua stessa psiche, nei termini dei suoi componenti conflittuali.
Può suonare idealistico richiedere un cambiamento in questa abitudine di pensiero radicata, ma, argomenta Bohm, la totalità e la visione del mondo olistica non sono un ideale, esse potrebbero esser la realtà come la fisica moderna ci ha mostrato. "Così ciò che è necessario", egli scrive, "è che l'uomo dia attenzione a questa abitudine di pensiero frammentaria, che ne sia consapevole e così la porti a termine."
Il principio di porre fine a qualcosa attraverso l'attenzione e la consapevolezza, piuttosto che cercare di conseguire o sovrimporre un'alternativa, è naturalmente la strategia fondamentale di Krishnamurti.

Stuart Holroyd, Krishnamurti, l'uomo il mistero e il messaggio.


Alan Watts

EGO

 

da: "Il Tao della filosofia" di Alan Watts, Red Edizioni

 

 

 

Credo che, se siamo onesti con noi stessi, il problema più affascinante che ci possiamo porre è: "Chi sono io?" Che cosa intendiamo e che cosa sentiamo quando diciamo la parola "io"? Non penso che vi possa essere una percezione più seducente di questa, così inafferrabile e nascosta. Ciò che sei nell'intimo del tuo essere sfugge all'osservazione allo stesso modo in cui non puoi guardarti direttamente negli occhi senza servirti di uno specchio. Ecco perché esiste sempre un elemento di profondo mistero nella domanda: "Chi siamo noi?" Questo interrogativo mi ha attirato per diversi anni. Ho chiesto a molte persone: "Che cosa intendi con la parola io?" Ho visto che esiste un certo accordo sulla risposta, soprattutto fra la gente della civiltà occidentale: abbiamo, secondo la mia definizione, una concezione di noi stessi in quanto "ego incapsulati nella pelle". La maggior parte di noi percepisce l'io (l'ego, il mio , la fonte della mia coscienza) come un centro di consapevolezza e una sorgente di azioni che risiedono nel mezzo di una borsa di pelle. È curioso come usiamo la parola io. In un discorso comune non siamo abituati a dire: "Io sono un corpo". Diciamo piuttosto: "Io ho un corpo". Non affermiamo: "Io batto il mio cuore", così come enunciamo invece: "Io cammino, io penso, io parlo". Sentiamo che il cuore batte da solo e che non ha niente a che fare con l'io. In altre parole, non consideriamo l'io "me" come coincidente con il nostro organismo fisico. Riteniamo che sia qualcosa al suo interno: la maggior parte degli occidentali colloca l'io dentro la testa, da qualche parte tra gli occhi e le orecchie, mentre tutto il resto di noi penzola da quel punto di riferimento. In altre culture non è così.

 Quando un giapponese o un cinese vogliono localizzare il centro di sé, il primo lo chiama kokoro e il secondo lo definisce shin: cuore-mente. Alcune persone situano il proprio sé nel plesso solare, ma in generale lo immaginiamo dietro agli occhi e da qualche parte tra le orecchie. È come se all'interno della zona superiore del cranio ci fosse una specie di centrale che somiglia al quartier generale dell'Aeronautica a Denver, dove gli addetti siedono in grandi locali, circondati da schermi radar e da ogni sorta di monitor, e controllano i movimenti degli aerei in tutto il mondo. In ugual modo, noi concepiamo noi stessi come una piccola persona all'interno della nostra testa, che indossa una cuffia di ascolto per captare i messaggi dalle orecchie, che ha un televisore davanti a sé per ricevere i messaggi dagli occhi e che è coperta sul corpo da elettrodi di ogni tipo che le inviano messaggi dalle mani e così via. Questa persona si trova dietro un pannello pieno di pulsanti, quadranti, eccetera, e in tal modo riesce, più o meno, a controllare il corpo. Non è però il corpo, perché "io" sovrintendo solo a quelle che vengono chiamate le azioni volontarie, mentre le cosiddette azioni involontarie mi succedono. Vengo comandato a bacchetta da queste ultime, anche se posso impartire, fino a un certo punto, ordini al mio corpo. Questa è, secondo la conclusione a cui sono arrivato, l'ordinaria concezione dell'uomo moderno di ciò che è il proprio sé.

 Osserviamo come i bambini, influenzati dal nostro ambiente culturale, ci chiedono: "Mamma, chi sarei se papà fosse stato un altro uomo?" Dalla nostra cultura il bambino prende l'idea che padre e madre gli hanno dato un corpo dentro il quale, a un certo momento, è stato infilato (il fatto che sia stato concepito o partorito un po' vago). Comunque, in tutto il nostro modo di pensare c'è l'idea che siamo un'anima, una qualche essenza spirituale, imprigionata dentro un corpo. Guardiamo fuori, in un mondo che ci è estraneo e sentiamo, per usare le parole del poeta A.E. Housman: "Io, uno straniero che ha paura di vivere in un mondo non fatto da me". Di conseguenza parliamo del dovere di confrontarci con la realtà, di fronteggiare gli eventi. Diciamo di essere venuti in questo mondo e siamo allevati con la sensazione di essere un'isola di consapevolezza rinchiusa in un sacco di pelle. All'esterno vediamo una realtà che ci è profondamente aliena, nel senso che ciò che è al di fuori di "me" non è me. Questo fatto crea una fondamentale sensazione di ostilità e di distacco tra noi e il cosiddetto mondo esterno. Quindi continuiamo a parlare di conquista della natura, di conquista dello spazio e vediamo noi stessi come se fossimo schierati in battaglia per opporci a tutto quanto rappresenta l'altro da me. Parlerò più estesamente di questo argomento nel prossimo capitolo, mentre qui voglio esaminare la strana sensazione di essere un sé isolato. Dunque, è assolutamente assurdo dire che siamo entrati in questo mondo. Non è così: in effetti ne siamo usciti! Che cosa credete di essere? Facciamo un esempio: supponete che il mondo sia un albero. Siete per caso una foglia dei sui rami o uno stormo di uccelli arrivati da qualche parte che si è stabilito sopra un vecchio albero morto? Ogni cosa che conosciamo sugli organismi viventi, dal punto di vista scientifico, ci mostra che "cresciamo fuori" da questo mondo, che ciascuno di noi è ciò che si potrebbe definire un sintomo dello stato dell'universo nella sua globalità. Tuttavia, questo pensiero non fa parte del nostro senso comune.

 Per molti secoli l'uomo occidentale è stato sotto l'influenza di due grandi miti. Quando uso il termine "mito" non intendo necessariamente dire "falso". La parola mito richiama una grande idea nel cui ambito l'uomo cerca di trovare il significato del mondo; può essere un concetto, oppure un'immagine. La prima delle due immagini che hanno profondamente influenzato l'Occidente è quella del mondo come "prodotto", più o meno come una brocca fatta da un vasaio. E, infatti, nel Libro della Genesi c'è l'idea che originariamente l'uomo era una figura di terra fabbricata da Dio, che poi alitò sopra di essa dandole la vita. Tutto il pensiero dell'Occidente è profondamente influenzato dall'idea che ogni cosa (ogni evento, ogni essere umano, ogni montagna, ogni stella, ogni fiore, ogni cavalletta, ogni verme) è un , "prodotto": è stata fabbricata. Pertanto, è naturale per un bambino occidentale chiedere alla madre: "Come sono stato fatto?". Al contrario, questa sarebbe una domanda anomala per un bambino cinese, perché i cinesi non credono che la natura sia un insieme di oggetti fabbricati. La considerano come qualcosa che cresce, e i due processi sono ben diversi. Quando costruite un oggetto, assemblate le varie parti, oppure scolpite una immagine in un pezzo di legno o in una pietra, lavorando dall'esterno verso l'interno. Invece l'osservazione di qualcosa che cresce è completamente differente. Non si assemblano parti. Ciò che cresce si espande dall'interno e gradualmente si complica, estendendosi verso l'esterno, come una gemma che fiorisce o un seme che diventa una pianta.

 Tuttavia, dietro tutto il nostro processo di pensiero occidentale c'è l'idea che il mondo sia un manufatto, messo insieme da un architetto celeste, un falegname, un artista che, proprio perché lo ha costruito, sa come è fatto. Quando ero ragazzino ponevo a mia madre molte domande a cui la poverina non era in grado di rispondere. Allora si rifugiava nella disperazione, dicendomi: "Mio caro, ci sono cose che non ci è dato di conoscere". E io ribattevo: "Ma un giorno troveremo la risposta?". "Sì," mi spiegava, "quando moriremo e andremo in cielo ci sarà tutto chiaro." Così, ero convinto che durante i pomeriggi piovosi, in paradiso, ci saremmo tutti seduti attorno al Trono di Grazia e avremmo detto al Signore: "Allora, spiegaci finalmente perché hai creato il mondo in questo modo e come sei riuscito a fare quest'altra cosa" ed Egli avrebbe chiarito e reso tutto comprensibile. Ogni interrogativo avrebbe avuto una risposta perché, come abbiamo imparato dalla teologia popolare, Dio è la grande mente onnisciente. Se chiedeste al Signore l'altezza esatta del Mount Whitney, fino all'ultimo millimetro, Egli naturalmente lo saprebbe e ve lo direbbe. Potreste rivolgergli qualsiasi domanda, perché Egli è l'Enciclopedia Britannica cosmica. Tuttavia, questa particolare immagine (o mito) è diventata troppo pesante per l'uomo occidentale: è opprimente pensare che si sa tutto di te e che sei perennemente osservato da un giudice infinitamente giusto. Ho un'amica, una cattolica convertita, molto illuminata: nella stanza da bagno di casa sua ha un gabinetto vecchio stile e sul tubo che connette lo sciacquone con la tazza del gabinetto è appeso un piccolo dipinto incorniciato, che rappresenta un occhio. Sotto, in lettere gotiche, è scritto: "Dio ti vede". Questo occhio è dappertutto e guarda, guarda, guarda, giudicandovi e voi sentite in ogni momento che non siete mai veramente soli. Il vecchio gentiluomo vi sta osservando e sta prendendo appunti nel suo libro nero: un concetto simile è diventato insopportabile per l'Occidente. Abbiamo dovuto liberarcene. Così, al suo posto, abbiamo sviluppato un altro mito: quello dell'universo puramente meccanico. Questo mito è stato inventato alla fine del XVIII secolo ed è diventato sempre più di moda durante il XIX e buona parte del XX secolo, di modo che oggi è un luogo comune. Oggi poche persone credono veramente in un Dio vecchio stile. Dicono di farlo, ma anche se sperano davvero che esista un Dio, non hanno realmente fede in Lui. Desiderano con fervore che ci sia e sentono il dovere di credere, ma l'idea dell'universo governato da quel meraviglioso vecchio gentiluomo non è più plausibile. Non è che ognuno di noi lo confuti; semplicemente non è più in accordo con la nostra conoscenza della smisurata immensità delle galassie e delle infinite distanze di anni luce che separano le une dalle altre.

 È invece diventato di moda, e non è altro che una moda, credere che l'universo sia ottuso e che l'intelligenza, i valori, l'amore e i sentimenti più delicati risiedano unicamente nella borsa di epidermide umana; e che oltre a questo esista soltanto una specie di interazione caotica e stupida di forze cieche. Per esempio, grazie a Sigmund Freud abbiamo imparato il concetto che la vita biologica è basata su qualcosa chiamata libido, una parola molto insidiosa. Tale libidine cieca, spietata, incapace di comprensione, è vista come il fondamento dell'inconscio umano e i pensatori del XIX secolo come Georg WF Hegel, Charles Darwin e Thomas H. Huxley erano convinti che alla radice dell'essere vi fosse un'energia e che questa energia fosse cieca. L'energia, dicevamo, è semplicemente energia, completamente e assolutamente stupida, e la nostra intelligenza è uno sfortunato incidente. Per qualche strambo capriccio dell'evoluzione siamo diventati questi esseri sensibili e razionali (o, per meglio dire, più o meno razionali); ma tutto ciò è un terribile errore perché ci troviamo in un universo che non ha nulla in comune con noi. Non condivide i nostri sentimenti, non è veramente interessato a noi: siamo soltanto una specie di colpo di fortuna cosmico. Ne consegue che l'unica speranza per l'umanità è costringere questo universo irrazionale alla sottomissione, conquistarlo e dominarlo. Naturalmente, l'intero discorso e una perfetta idiozia. Se pensate che l'universo sia stato creato da un gentiluomo vecchio e bonario, vi accorgerete ben presto che Egli non è così bonario e che ha un atteggiamento che indurrebbe a pensare: "Questo farà più male a me di quanto ne farà a te". Potete, certo, avere tale idea, ma se questa nozione dovesse diventarvi scomoda, potete cambiarla con l'altro concetto a vostra disposizione, il concetto opposto: vale a dire che l'ultima realtà non possiede intelligenza alcuna. Almeno un'impostazione del genere ci aiuterebbe a sbarazzarci del vecchio spauracchio lassù nel cielo, in cambio però dell'immagine di un mondo totalmente stupido.

 Naturalmente, simili teorie non hanno veramente senso, perché non è possibile arrivare a un organismo intelligente, come l'essere umano, partendo da un universo non intelligente. Non può esistere un organismo intelligente che vive in un ambiente non intelligente. C'è un albero in giardino e ogni estate produce mele; lo chiamiamo melo, perché l'albero fa le mele. C'è un sistema solare all'interno di una galassia e una delle sue peculiarità che (perlomeno per quanto riguarda il pianeta Terra) "produce" esseri umani, proprio come l'albero "fabbrica" le mele. Forse, due milioni di anni fa, dentro un disco volante è arrivato qualcuno da un'altra galassia, ha visto questo sistema solare, ha alzato le spalle e ha detto: "È solo un ammasso di rocce", ed è ripartito. Più tardi, due milioni di anni dopo, è ritornato, ha guardato di nuovo e ha detto: "Scusatemi, credevo che fosse soltanto un ammasso di rocce, ma in realtà è popolato, è vivo: ha fatto qualcosa di intelligente". L'uomo cresce in questo mondo esattamente come le mele crescono sul melo: se l'evoluzione ha un significato, il significato è proprio questo. Ma noi, curiosamente, lo distorciamo. Diciamo: "D'accordo, all'inizio non c'era altro che gas e roccia. Poi è capitato che vi sorgesse l'intelligenza, come una specie di fungo o poltiglia che si è posata sopra al tutto". Ma questo modo di pensare separa l'intelligenza dalle rocce. Dove ci sono le rocce bisogna stare attenti, perché un giorno diventeranno vive e saranno brulicanti di esseri. È solo una questione di tempo, proprio come la ghianda un giorno diventerà una quercia perché ne ha intrinsecamente la potenzialità. Quindi state attenti: le rocce non sono senza vita.

 Dipende dal tipo di atteggiamento che scegliete di avere nei confronti del mondo. Se lo volete umiliare, potete dire: "Fondamentalmente è soltanto un po' di geologia, un po' di stupidità bell'e buona, su cui appare, per caso, una specie di fenomeno che noi chiamiamo coscienza". Questo è un atteggiamento che possiamo assumere quando vogliamo provare agli altri che siamo tipi tosti, concreti, che guardiamo in faccia ai fatti, che non indugiamo nelle illusioni. In realtà stiamo semplicemente impersonando un ruolo e ce ne dobbiamo rendere conto: si tratta di mode intellettuali. D'altro canto, se provate amore per l'universo, lo elevate invece di umiliarlo, e a proposito delle rocce, direte: "Sono veramente consapevoli, ma una forma diversa di consapevolezza". Naturalmente la coscienza è qualcosa di molto più sottile. Ma se percuotete una campana o urtate un cristallo, essi rispondono: dentro di loro c'è una reazione estremamente semplice. È un suono che proviene dall'interno, mentre noi "risuoniamo" a ogni tipo di colore, di luce, di intelligenza, di idee, di pensieri; è più complicato. Entrambe le reazioni sono ugualmente consapevoli, anche se in modi differenti. È un concetto perfettamente accettabile. Quello che voglio dire è che i minerali possiedono una forma rudimentale di coscienza; altri, invece, sostengono che la coscienza sia una forma complessa di sostanze minerali. Queste persone ritengono che ogni cosa sia scialba, mentre io affermo che la vita è uno spettacolo magnifico.

 Ciò nonostante, mentre studiamo l'essere umano o qualsiasi altro organismo vivente e cerchiamo di descriverli in modo accurato e scientifico, ci accorgiamo che la normale percezione di noi stessi come tanti io isolati dentro una borsa di pelle è un'allucinazione. E' veramente pazzesco, perché quando si cerca di definire il comportamento umano, oppure il comportamento di un topo, di un ratto, di un pollo (o di qualsiasi altro organismo) si scopre che se si vuole descrivere questo comportamento in modo accurato si deve analizzare anche il comportamento dell'ambiente. Supponiamo che io stia camminando e voi volete descrivere l'atto del camminare. Non potete parlare del mio modo di camminare senza descrivere il suolo, perché se non lo fate e se non descrivete nemmeno lo spazio dentro il quale mi sto muovendo, parlerete solo di qualcuno che sta facendo dondolare le gambe in un spazio vuoto. Così come raccontate il mio modo di camminare, dovete raccontare anche lo spazio in cui mi trovate. Non potete vedere se non vedete anche lo sfondo; ciò che sta dietro di me. Se i limiti della mia pelle avessero la stessa estensione della totalità del vostro campo visivo, non mi vedreste affatto. Osservereste le cose che riempiono il vostro campo visivo, ma non vedreste me, perché per vedermi non dovreste vedere soltanto ciò che è all'interno del limite della mia pelle, ma anche quello che è fuori.

 È un fatto estremamente importante. In realtà l'ultimo mistero, quello fondamentale, l'unico che dovete conoscere per capire i segreti metafisici più profondi, è questo: per ogni fuori c'è un dentro e per ogni dentro c'è un fuori, e benché siano differenti, i due sono un tutt'uno. In altre parole, vi è una cospirazione segreta tra ogni interno e ogni esterno: ciascuno cioè deve apparire quanto più è possibile diverso dall'altro, ma sotto sotto entrambi sono identici. Non troverete mai l'uno senza l'altro. I due si sono messi d'accordo per darsi battaglia. Ecco perciò il segreto: ciò che è esoterico, profondo, intenso, viene denominato 'implicito'. Ciò che è ovvio e pubblico si chiama 'esplicito'. Così, io nel mio ambiente e voi nel vostro siamo esplicitamente tanto diversi quanto possibile, ma implicitamente siamo un tutt'uno. Lo scienziato riesce a scoprire questa realtà molto velocemente, quando cerca di descrivere esattamente che cosa stiamo facendo; dato che tutta l'arte della scienza è quella di illustrare il nostro comportamento, quest'ultimo non è qualcosa che può essere separato dal mondo che ci circonda. Quindi lo scienziato si rende conto che siamo qualcosa che tutto il mondo sta facendo, proprio come quando il mare ha le onde, l'oceano 'ondeggia'. Così ognuno di noi è un "ondeggiamento' di tutto il cosmo, l'opera completa, tutto ciò che c'è, e insieme con ciascuno di noi è questo 'ondeggiamento' che dice: "Ehi! Sono qui!", eppure ogni volta è diverso, perché la diversità dà sapore alla vita.

 Il fatto strano, però, è che non siamo stati educati a sentire in questo modo. Invece di sentire che siamo qualcosa che tutto il regno dell'esistenza sta facendo, percepiamo di essere entrati in questa totalità come stranieri. Quando nasciamo non sappiamo da dove veniamo perché non lo ricordiamo; così pensiamo che anche quando moriremo sarà uguale. Alcune persone si consolano con l'idea che andranno in paradiso oppure che si reincarneranno, ma in generale nessuno ci crede veramente. Per la maggior parte della gente non è una storia accettabile; perciò la cosa che davvero ossessiona è che quando si muore ci si addormenta per non svegliarsi mai più. Saremo chiusi a chiave nella cassetta di sicurezza delle tenebre per sempre. Però, tutto questo si basa su una nozione falsa di ciò che è il sé di un individuo. Il motivo per cui abbiamo questo concetto errato di noi stessi, per quanto sono riuscito a capire, sta nel fatto che ci siamo specializzati in un tipo particolare di consapevolezza.

 Generalmente parlando, possediamo due modelli di consapevolezza. Chiamerò il primo "faro direzionale" e il secondo "luce a largo fascio". Il faro è l'attenzione consapevole e fin da bambini ci è stato detto che costituisce la forma di percezione più preziosa. Quando il maestro dice alla classe: "Fate attenzione!", ogni allievo guarda verso l'insegnante. Questa è la consapevolezza "faro": fissare la mente su un solo oggetto alla volta. Ci concentriamo e anche se non siamo in grado di avere una durata di attenzione molto lunga, usiamo il nostro "faro": ci focalizziamo su un oggetto dopo l'altro, uno dopo l'altro... Tuttavia abbiamo anche una consapevolezza "a largo fascio". Per esempio, possiamo guidare l'automobile per diversi chilometri con un amico seduto a fianco e la nostra consapevolezza "faro" può essere completamente assorbita nella conversazione con l'amico. Eppure l'attenzione "a largo fascio" si arrangia a guidare il veicolo, vedrà tutti i segnali stradali, gli altri idioti che stanno guidando e così via, e noi arriveremo alla meta sani e salvi senza neppure pensarci.

 La nostra cultura, però, ci ha insegnato a specializzarci nella consapevolezza "faro" e a identificarci solo con essa. "Io sono la mia consapevolezza faro, la mia attenzione cosciente; cioè il mio ego; cioè me." Sebbene in larga misura la ignoriamo, la "coscienza a largo fascio" è all'opera senza sosta e ogni terminazione nervosa che possediamo è un suo strumento. Potete uscire a pranzo ed essere seduti accanto alla signora Tal-dei-tali, poi tornate a casa e vostra moglie vi chiede: "C'era anche la signora Tal-dei-tali?" "Sì, ero seduto accanto a lei." "Che cosa indossava?" "Non ne ho la più pallida idea." Avete visto, ma non avete notato. Ora, siccome siamo stati abituati a identificarci con la consapevolezza "faro", mentre quella a "largo fascio" è sottovalutata, abbiamo la sensazione di noi stessi in quanto consapevolezza "faro": un io che guarda e si occupa di questo e di quello. In tal modo, non siamo coscienti della immensa vastità del nostro essere. Persone che, grazie a diversi metodi, diventano totalmente coscienti della propria consapevolezza a largo fascio, fanno un'esperienza cosiddetta "mistica": il buddhismo la definisce bodhi, "risveglio"; gli induisti la chiamano moksha, "liberazione". In questa esperienza si scopre che il vero, profondo Sé, ciò che voi siete veramente, fondamentalmente e per sempre, è l'essere nella sua interezza, tutto ciò che è, che opera: quello siete voi. Soltanto questo Sé universale che costituisce la vostra vera realtà ha la capacità di focalizzarsi in numerosi e diversi qui-e-ora. Affermava William James: "La parola "io" è in realtà un termine che esprime un concetto di posizione, come "questo" oppure "qui". Proprio come il sole e le stelle hanno molti raggi, l'intero cosmo esprime se stesso in te, in voi, in noi, in tutte le variazioni possibili. Gioca: gioca il gioco chiamato Mario Rossi, Maria Verdi, Giuseppe Bianchi. Gioca il gioco dello scarafaggio, il gioco della farfalla, dell'uccello, del piccione, del pesce, delle stelle. Sono giochi diversi uno dall'altro, proprio come il backgammon, il bridge, il poker, il pinnacolo, o come il valzer, la mazurca, il minuetto, il tango. È una danza con variazioni infinite, ma ogni danza (cioè ognuno di noi) è ciò che sta facendo l'essere intero. Ma noi lo dimentichiamo e non sappiamo chi siamo. Veniamo educati in un modo tale da non renderci conto di questa connessione, ignoriamo che ciascuno di noi è l'opera, il gioco giocato in un certo modo per un certo tempo. Così, ci è stato insegnato a temere la morte come se fosse la fine di uno spettacolo che non si ripeterà più. Siamo condizionati ad avere paura di tutto ciò che comporta un rischio di morte: il dolore, la malattia, la sofferenza, Se non siete veramente e vividamente consapevoli del fatto che fondamentalmente siete "l'opera", è probabile che non proverete mai la vera gioia: siete soltanto un fascio di ansia mescolata a senso di colpa. Quando nascono i bambini, ci comportiamo in modo orrendo con loro. Invece di dire: "Come stai? Benvenuto tra la razza umana. Devi sapere, mio caro, che stiamo giocando giochi molto complicati: queste sono le regole. Voglio che tu le capisca, che le impari quando diventerai più grande; magari riuscirai perfino a inventare regole migliori, ma ora devi giocare secondo le nostre". Invece di essere diretti con i nostri figli, diciamo: "Siete qui in prova, dovete capirlo. Forse quando sarete un po' cresciuti diventerete più accettabili, ma per ora dovete far sì che vi si veda e non vi si senta. Siete un pasticcio: dovete essere educati e istruiti finché diventerete umani". Questi atteggiamenti che ci vengono inculcati dall'infanzia vanno avanti fino alla tarda età, perché è possibile che il modo in cui si comincia sia anche il modo in cui si finisce. La gente, vivendo, percepisce di non avere un senso di appartenenza, perché la prima cosa che ha sentito dai genitori è stata: "Guarda, sei nato per soffrire. Sei qui in prova. Non sei ancora un essere umano". Ed è in preda a questa sensazione fino alla vecchiaia, immaginando che l'intero universo sia presidiato da un terribile Dio Padre che vuole solo il meglio per noi, che ci ama, ma: "Chi risparmia la frusta, rovina il bambino. Chi è amato dal Signore, Egli lo perseguita". Dove cadrà il prossimo colpo? È chiaro che in questo modo non si può avere un senso di appartenenza; in sua vece, siamo pervasi da una spaventosa impressione, quella che io chiamo "ego cristiano", ma che è anche un pochino ebraica: la sensazione di essere orfani, senza una casa. I cristiani dicono che siamo figli di Dio per adozione: non figli veri, ma solo adottati, per grazia, per sofferenza. Ed ecco allora la sensazione assolutamente caratteristica dell'uomo occidentale, di ogni persona altamente civilizzata: essere uno straniero sulla terra, un momentaneo guizzo di consapevolezza fra due tenebre eterne.

 Per tale ragione ci veniamo a trovare in un continuo contenzioso con ogni cosa che ci circonda: non solo con il nostro prossimo, ma anche con la terra, con le acque. Simbolo di questo, nella nostra cultura, è il bulldozer. Nel luogo dove abito, a bordo di una nave-traghetto, si vedono alcune colline molto belle dall'altra parte della distesa d'acqua. Su quelle alture costruiranno una serie di case, ma saranno case che di solito si trovano nelle zone di periferia e non in un'area tanto amena. Un bravo architetto riesce a far si che una casa si adatti alla collina e non deve distruggere la collina per metterci sopra una casa. Se decidete di vivere sopra una collina, ovvio che ci volete vivere ed è ovvio che non la volete distruggere solo per il fatto che ci volete abitare. Eppure è ciò che succede, soprattutto in California, dove si susseguono molte piccole alture. Che cosa fanno? Livellano le cime fino a che sono perfettamente piatte. Poi vi costruiscono le case, terrazzando via via il territorio fino in fondo. Naturalmente sconvolgono l'ecologia delle colline e le case corrono il rischio di crollare, ma il costruttore dice: "E allora?" Quando accadrà, tutti i pagamenti saranno stati eseguiti. È evidente che il costruttore non sente il mondo esterno come se fosse il suo corpo. Mentre invece lo è. Il mondo esterno l'estensione del nostro corpo e un architetto intelligente, salendo sulla collina prescelta, dovrebbe dire: "Buongiorno. Vorrei tanto costruire una casa in questo luogo e vorrei sapere da te, collina, che tipo di casa ti piacerebbe ti venisse costruita sopra". Al contrario, l'architetto ha già un'idea precisa di quale casa erigere e sottomette la collina a questo suo pregiudizio. E così rovina l'altura, se ne libera per metterci sopra una casa.

 Un uomo che agisce così è completamente fuori di mente, perché non si rende conto che il mondo esterno è il suo corpo. Solo quando lo capirà, rientrerà in sé.

 



Allan Watts

 

Essere consapevoli

 

 

La domanda: "Cosa dobbiamo fare in proposito?", è posta solo da chi non capisce il problema. Se un problema può essere risolto, capirlo e sapere che cosa fare in proposito sono la stessa cosa. Per contro, fare qualcosa circa un problema che non si capisce è come cercare di spazzar via l'oscurità allontanandola con le mani. Quando facciamo luce, l'oscurità svanisce di colpo.

Ciò vale in particolar modo per il problema che ora ci sta di fronte. Come sanare la frattura tra l'Io e il me, la mente e il corpo, l'uomo e la natura, e far cessare tutti i circoli viziosi che essa determina? In che modo sperimentare la vita come qualcosa di diverso dalla trappola di miele nella quale ci dibattiamo come mosche? Come trovare sicurezza e tranquillità di mente in un mondo la cui vera natura è l'insicurezza, l'impermanenza, il mutamento incessante? Tutte queste domande esigono un metodo e una linea d'azione. Al tempo stesso ci dimostrano che il problema non è stato capito. Non abbiamo bisogno dell'azione, non ancora. Abbiamo bisogno di più luce.

Luce qui significa consapevolezza: essere consapevoli della vita, dell'esperienza com'è in questo momento, senza alcun giudizio o idea su di essa. In altre parole, dobbiamo vedere e sentire ciò che stiamo sperimentando così com'è, non come lo si definisce. Questo semplicissimo "aprire gli occhi" provoca la più straordinaria trasformazione della comprensione e della vita, e ci mostra come molti dei nostri problemi più sconcertanti siano pure illusioni. Questa può sembrare un'eccessiva semplificazione perché la maggior parte della gente pensa di avere già una consapevolezza abbastanza piena del presente, ma vedremo che le cose non stanno affatto così.

Siccome la consapevolezza è una visione della realtà libera da idee e giudizi, è chiaramente impossibile definire e mettere per iscritto che cosa essa rivela. Tutto ciò che può essere descritto è un'idea e non posso affermare nulla di certo in merito a qualcosa, il mondo reale che non è un'idea. Devo quindi limitarmi a parlare delle false impressioni che la consapevolezza rimuove piuttosto che della verità che essa rivela. Quest'ultima può essere soltanto simboleggiata con parole che significano poco o nulla per quanti non abbiano una comprensione diretta della verità in questione.

Ciò che è vero e certo è troppo reale e troppo vivo per essere descritto: cercare di farlo è come pitturare di rosso una rosa rossa. Perciò quanto segue avrà necessariamente, per la maggior parte, una qualità piuttosto negativa. La verità è rivelata rimovendo ciò che le fa ombra: arte non dissimile dalla scultura, in cui l'artista crea non costruendo ma togliendo a colpi di scalpello.

Abbiamo visto come le domande sul perseguimento della sicurezza e della pace in un mondo impermanente dimostrino che il problema non è stato capito. Prima di procedere oltre dev'essere chiaro che la sicurezza di cui stiamo parlando è in primo luogo spirituale e psicologica. Per esistere gli esseri umani devono avere un minimo di mezzi di sussistenza in termini di cibo, bevande e vestiario - nell'intesa, tuttavia, che tali mezzi non possono durare indefinitamente. Ma se la certezza di avere questo minimo vitale per una sessantina d'anni cominciasse a soddisfare il cuore dell'uomo, i problemi umani sarebbero ben poca cosa. In realtà il vero motivo per cui questa certezza ci manca è il fatto che vogliamo assai più del minimo necessario.

Dev'essere chiaro fin dall'inizio che c'è una contraddizione nel voler essere perfettamente sicuri in un universo la cui vera natura è transitorietà e fluidità. Ma è una contraddizione leggermente più profonda che il semplice conflitto fra il desiderio di sicurezza e il fatto del mutamento. Se voglio essere sicuro, cioè protetto contro il fluire della vita, voglio essere separato dalla vita. Eppure è proprio questo senso di separatezza che mi fa sentire insicuro. Essere sicuro significa isolare e rafforzare l'Io, ma è proprio l'impressione d'essere un "Io" isolato a farmi sentire solo e impaurito. In altre parole, più sicurezza potrò avere più ne vorrò.

Più semplicemente: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono la stessa cosa. Trattenere il respiro è perderlo. Una società che si fondi sul perseguimento della sicurezza non è altro che una gara a chi trattiene di più il fiato, in cui ognuno è teso come un tamburo e paonazzo come una barbabietola.

Perseguiamo questa sicurezza rafforzandoci e racchiudendoci in noi in moltissimi modi. Vogliamo la protezione che ci viene dall'essere "esclusivi e "speciali", cercando di appartenere alla chiesa più sicura, alla nazione migliore, alla classe più alta, all'ambiente giusto, alla gente "per bene". Queste difese provocano tra noi delle divisioni, e quindi più insicurezza che esige più difese. Naturalmente facciamo tutto nella sincera convinzione d'essere nel giusto e di vivere nel modo migliore; ma anche questo è una contraddizione.

Posso solo fare qualche serio tentativo di vivere secondo un ideale, di migliorarmi, se sono scisso in due. Ci dev'essere un Io buono che cerca di rendere migliore il "me" cattivo. L'Io, che ha le migliori intenzioni, cercherà di lavorarsi l'indocile 'me' e il contrasto fra i due ne metterà in rilievo il divario. Di conseguenza l'Io si sentirà più separato che mai, e non farà che acuire i sentimenti di solitudine e isolamento che determinano il cattivo comportamento del 'me'.

Difficilmente riusciamo a prendere in considerazione questo problema se non ci è chiaro che la brama di sicurezza è essa stessa dolore e contraddizione, e che più la perseguiamo più diventa dolorosa. Ed è così per qualsiasi forma di sicurezza si possa concepire.

Vuoi essere felice, dimentico di te stesso, ma più tenti di dimenticarti più ricordi il sé che vuoi dimenticare. Vuoi sottrarti al dolore, ma più lotti per farlo più attizzi il tormento. Hai paura e vuoi essere coraggioso, ma lo sforzo per essere coraggioso è solo paura che tenta di sfuggire a se stessa. Vuoi la tranquillità dello spirito, ma il tentativo di tranquillizzarlo è come cercare di sedare le onde con un ferro da stiro.

Tutti abbiamo dimestichezza con questa specie di circolo vizioso sotto forma di inquietudine. Sappiamo che essere inquieti non serve a niente, ma continuiamo a inquietarci perché dire che non serve a niente non fa cessare l'inquietudine. Siamo inquieti perché ci sentiamo in pericolo e vogliamo essere al sicuro. Ma è perfettamente inutile dire che non dovremmo voler essere al sicuro. Ingiuriando un desiderio non ce ne liberiamo. Quel che dobbiamo scoprire è che non c'è alcuna sicurezza, che cercarla è doloroso e che, quando pensiamo di averla trovata, non ci piace. In altre parole, se riusciremo veramente a capire ciò che stiamo cercando - che la sicurezza è isolamento, e che cosa facciamo a noi stessi quando la cerchiamo - ci accorgeremo di non volerla affatto. Non occorre che ci vengano a dire che non dovremmo trattenere il respiro per dieci minuti. Sappiamo benissimo che non possiamo farlo e che tentare di farlo, è quanto mai scomodo.

La prima cosa da capire è che non c'è scampo né sicurezza. Uno dei peggiori circoli viziosi è il problema dell'alcolista. In moltissimi casi egli sa benissimo che si sta distruggendo, che per lui il liquore è veleno, che odia davvero essere ubriaco e addirittura non può soffrire il gusto del liquore. Eppure beve. Perché, per quanto possa detestare il bere, l'esperienza del non bere è peggiore. Gli provoca le 'allucinazioni' perché lo mette di fronte alla fondamentale, non più velata, insicurezza del mondo.

Qui sta il punto cruciale della questione. Essere posto di. fronte all'insicurezza equivale ancora a non capirla. Per capirla non la si deve fronteggiare, si deve essere l'insicurezza. E come la storia persiana del saggio che giunse alla porta del Cielo e bussò. Dall'interno la voce di Dio chiese: "Chi è là?". Il saggio rispose: "Sono io". "In questa casa", replicò la voce, "non c'è posto per te e me". Il saggio venne via e passò molti anni a riflettere su questa risposta in profonda meditazione. Tornò poi una seconda volta, la voce gli fece la stessa domanda e il saggio rispose di nuovo: "Sono io". La porta rimase chiusa. Dopo qualche anno tornò per la terza volta e quando bussò la voce gli chiese ancora: "Chi è là?". Allora il saggio gridò: "Sei tu!", e la porta gli fu aperta.

Capire che non c'è sicurezza è assai più che essere d'accordo sulla teoria che ogni cosa cambia, assai più, anche, che osservare la transitorietà della vita. La nozione di sicurezza si fonda sul sentimento che in noi ci sia qualcosa di permanente, qualcosa che dura attraverso tutti i giorni e i cambiamenti della vita. Lottiamo per essere sicuri della permanenza, continuità e sicurezza di questo nucleo che persiste, di questo centro e anima del nostro essere che chiamiamo l'Io. Pensiamo infatti che sia esso l'uomo reale: il pensatore dei nostri pensieri, il senziente dei nostri sentimenti, il conoscitore della nostra conoscenza. Non capiamo proprio che non vi sarà alcuna sicurezza finché non ci renderemo conto che questo Io non esiste.

La comprensione giunge attraverso la consapevolezza. Possiamo allora accostarci alla nostra esperienza, sensazioni, sentimenti, pensieri nel modo più semplice, come se prima li avessimo sempre ignorati, ed esaminare senza preconcetti ciò che sta accadendo? Mi si potrà chiedere: "Quali esperienze, sensazioni, sentimenti dobbiamo esaminare?". Replicherò: "Quali sono quelli che si possono esaminare?". La risposta è che vanno presi in esame quelli che si hanno ora.

Certo, è piuttosto ovvio. Ma spesso trascuriamo proprio le cose più ovvie. Se un sentimento non è presente, non ne siamo coscienti. Non c'è altra esperienza che l'esperienza presente. Ciò che sappiamo, ciò di cui siamo effettivamente consapevoli, è solo ciò che sta accadendo in questo momento, nient'altro.

Ma i ricordi, allora? Certo, ricordando posso anche conoscere ciò che è passato? Benissimo, ricorda qualcosa. Ricorda l'episodio dell'incontro di un amico per strada. Di che cosa sei consapevole? Non stai effettivamente assistendo al vero avvenimento dell'incontro col tuo amico. Non puoi andargli a stringere la mano o avere la risposta a una domanda che ti eri dimenticato di fargli nel momento passato che stai ricordando. In altre parole, non stai affatto esaminando il vero passato. Stai esaminando la traccia presente del passato.

E come vedere le orme di un uccello sulla sabbia. Vedo le orme che ci sono adesso. Non vedo, contemporaneamente, l'uccello che un'ora fa le ha lasciate. L'uccello è volato via e non lo vedo. Deduco dalle impronte che è stato qui. Dai ricordi deduciamo che vi sono stati degli avvenimenti passati. Ma non abbiamo la consapevolezza immediata di alcun avvenimento passato. Conosciamo il passato solo nel presente e come parte del presente.

Abbiamo visto dunque che la nostra esperienza è assolutamente momentanea. Da un punto di vista ogni istante è così elusivo e breve che non riusciamo neppure a pensarlo prima che sia scomparso. Ma da un altro punto di vista quest'istante è sempre qui, perché non conosciamo altro istante che quello presente. Esso continua a morire, a diventare passato più velocemente di quanto l'immaginazione possa concepire. Ma al tempo stesso continua a nascere, sempre nuovo, emergendo con altrettanta velocità da quell'assoluto ignoto che chiamiamo il futuro. Pensano è qualcosa che lascia quasi senza fiato.

Dire che l'esperienza è momentanea equivale in realtà a dire che l'esperienza e l'istante presente sono la stessa cosa. Dire che quest'istante continua a morire, o a diventare passato, e che continua a nascere, o a venir fuori dall'ignoto, equivale a dire la stessa cosa dell'esperienza. L'esperienza che si è appena avuta è svanita ed è irrecuperabile; tutto ciò che ne rimane non è altro che una specie di scia o impronta nei presente che chiamiamo ricordo. Se possiamo avanzare qualche congettura sulla prossima esperienza che avremo, in realtà non ne sappiamo niente. Potrebbe accadere qualsiasi cosa. Ma l'esperienza in corso ora è, per così dire, un neonato che svanisce ancor prima di cominciare a crescere.

Mentre seguiamo quest'esperienza presente, siamo consapevoli che qualcuno la sta seguendo? Possiamo trovare, oltre all'esperienza in se stessa, uno sperimentatore? Possiamo, contemporaneamente, leggere questa frase e pensare noi stessi in atto di leggerla? Constateremo che, per farlo, dobbiamo smettere di leggere per un istante. La prima esperienza è la lettura. La seconda esperienza è il pensiero: "Sto leggendo". Possiamo trovare un lettore, il quale stia pensando il pensiero: "Sto leggendo"? In altre parole, quando l'esperienza presente è il pensiero: "Sto leggendo", è possibile pensare noi stessi in atto di pensare questo pensiero?

Dobbiamo di nuovo smettere di pensare semplicemente: "Sto leggendo", per passare a una terza esperienza, al pensiero: "Sto pensando di stare leggendo". La rapidità con cui questi pensieri possono cambiare non deve darci l'errata impressione che li pensiamo subito tutti. Che cosa è avvenuto? Non riuscivamo mai a separarci dal nostro pensiero presente né dalla nostra esperienza presente. La prima esperienza presente era un'esperienza di lettura. Quando cercavamo di pensare noi stessi in atto di leggere, l'esperienza cambiava e l'esperienza presente successiva era il pensiero: "Sto leggendo". Non riuscivamo a separarci da quest'esperienza senza passare a un'altra. Era un girotondo. Quando pensavamo: "Sto leggendo questa frase", non la leggevamo. In altre parole, in ogni esperienza presente eravamo consapevoli soltanto di quella stessa esperienza. Non eravamo consapevoli d'essere consapevoli. Non riuscivamo mai a separare il pensatore dal pensiero, il conoscitore dal conosciuto. Non trovavamo mai nient'altro che un nuovo pensiero, una nuova esperienza.

Essere consapevoli, dunque, è essere consapevoli di pensieri, sentimenti, sensazioni, desideri e di ogni altra forma di esperienza. Non c'è mai un momento in cui siamo consapevoli di qualcosa che non sia esperienza, che non sia un pensiero o un sentimento, ma sia invece uno sperimentatore, pensatore o senziente. Se è così, che cosa ci fa pensare che esista una cosa del genere?

Potremmo dire, per esempio, che l'Io pensante è questo corpo fisico e questa mente. Ma questo corpo non è in alcun modo separato dai suoi pensieri e dalle sue sensazioni. Quando abbiamo una sensazione, per esempio una sensazione tattile, essa è parte del nostro corpo. Quando è in atto non possiamo distoglierne il corpo, non più di quanto possiamo allontanarci dal mal di testa o dai nostri piedi. Sinché è presente, questa sensazione è il nostro corpo, siamo noi. Possiamo togliere il corpo da una sedia scomoda, non possiamo distoglierlo dalla sensazione della sedia.

La nozione di un pensatore separato, di un Io distinto dall'esperienza, è data dalla memoria e dalla rapidità con cui il pensiero cambia come far ruotare rapidamente un bastoncino che brucia per dare l'illusione di un cerchio continuo di fuoco. Se immaginiamo che la memoria sia conoscenza diretta del passato anziché esperienza presente, abbiamo l'illusione di conoscere passato e presente contemporaneamente. Questo ci fa pensare che in noi vi sia qualcosa di distinto sia dalle esperienze passate sia da quelle presenti. Ragioniamo così: "Conosco quest'esperienza presente e so che è diversa da quell'esperienza passata. Se posso confrontarle e osservare che l'esperienza è cambiata, ci dev'essere qualcosa di costante e separato".

Di fatto, però, non possiamo confrontare quest'esperienza presente con un'esperienza passata. Possiamo solo confrontarla con un ricordo del passato, che è parte dell'esperienza presente. Quando vedremo chiaramente che il ricordo è una forma di esperienza presente, diverrà evidente che è impossibile cercare di separarci da quest'esperienza, proprio com'è impossibile cercare di far sì che i denti mordano se stessi. C'è semplicemente l'esperienza. Non c'è qualcosa o qualcuno che sperimenti l'esperienza! Non sentiamo sentimenti né pensiamo pensieri, né percepiamo percezioni più di quanto non udiamo l'udito, vediamo la vista, odoriamo l'odorato. "Mi sento bene", significa che è presente una sensazione di benessere. Non significa che c'è una cosa chiamata 'lo' e un'altra cosa separata chiamata sensazione, per cui, se le mettiamo insieme, questo 'Io' sente il senso di benessere. Non vi sono altre sensazioni che le sensazioni presenti, e qualsiasi sensazione presente è l'Io. Nessuno ha mai trovato un Io separato da qualche esperienza presente, o qualche esperienza separata da un Io, il che significa semplicemente che 'Io' ed esperienza sono la stessa cosa.

 

Come pura argomentazione filosofica questa è una perdita di tempo. Non stiamo cercando di fare una "discussione intellettuale". Stiamo prendendo coscienza del fatto che ogni 'Io' separato che pensi i pensieri e sperimenti le esperienze è un'illusione. Capirlo è capire che la vita è assolutamente momentanea, che non c'è né permanenza né sicurezza, che non c'è alcun 'Io' che possa essere protetto.

C'è una storia cinese su un uomo che si recò da un saggio e gli disse: "Il mio spirito non ha pace. Ti prego di placarmelo". Il saggio rispose: "Tira fuori il tuo spirito (il tuo 'Io') e mettimelo davanti; lo tranquillizzerò". "Lo vado cercando da molti anni", replicò l'uomo, "ma non riesco a trovarlo". "Ecco dunque", concluse il saggio, "che si è placato! ".

Il vero motivo per cui la vita umana può essere così totalmente esasperante e frustrante non è l'esistenza di fatti chiamati morte, dolore, paura o fame. La cosa pazzesca è che, quando questi fatti sono presenti, noi ci giriamo intorno, ci agitiamo, ci dimeniamo, corriamo via, tentando di sottrarre l'Io all'esperienza. Fingiamo d'essere delle amebe e cerchiamo di proteggerci dalla vita dividendoci in due. La salute mentale, l'interezza e l'integrazione risiedono nella comprensione che non siamo divisi, che l'uomo e la sua esperienza presente sono una cosa sola, e che è impossibile trovare un 'Io' o una psiche separati.

Sino a quando continuerò a pensare d'essere separato dalla mia esperienza vi sarà confusione e scompiglio. Per questo non avrò né consapevolezza né comprensione dell'esperienza, e quindi nessuna vera possibilità di assimilarla. Per capire questo istante non devo cercare di separarmene, ma devo esserne consapevole con tutto il mio essere. E ciò, al pari del trattenermi dal non respirare per dieci minuti, non è qualcosa che dovrei fare. In realtà è la sola cosa che posso fare. Qualsiasi altra cosa è la follia di tentare l'impossibile.

Per capire la musica dobbiamo ascoltarla. Ma finché pensiamo: "Io sto ascoltando questa musica" non la sentiamo. Per capire la gioia o la paura dobbiamo esserne consapevoli in modo totale e indiviso. Finché le diamo un nome e diciamo: "Sono felice", oppure: "Ho paura", non ne siamo coscienti. Paura, dolore, afflizione, noia restano problemi se non li capiamo, ma il capirli richiede una psiche semplice e indivisa. E' certamente questo il significato dello strano detto: "Se il tuo occhio è semplice anche tutto il tuo corpo è illuminato".

 



IL REGNO ANIMALE NEL SOGNO
J. Hillman

Il regno animale dentro di noi

L'animale quale benefattore segreto si apre articolandosi in una serie di punti di vista nei quali lo stesso animale viene interiorizzato nell'anima umana in vari modi - come tracce filogenetiche, come antenato totemico, come meccanismi di sfogo innati - e da tale animale noi o discendiamo o siamo istintualmente potenziati. E appunto questa faccia animale della psiche che vediamo nei sogni.
Sappi che tu hai dentro te stesso (intra te ipsum) mandrie di buoi", scrive Origene nel III secolo d.C., e mandrie di pecore e mandrie di capre tu hai [...] Sappi che in te sono anche gli uccelli del cielo. [...] Sappi che tu sei un altro mondo in piccolo e che in te ci sono il sole, la luna e le stelle." Quindi non soltanto ognuno di noi è un microcosmo che incorpora gli animali, un'arca di Noè, ma gli animali hanno anche una loro funzione dentro di noi.
Dice Laurens van der Post che abbiamo bisogno degli animali, "perché gli animali sono l'immagine riflessa di noi stessi. Non possiamo conoscere noi stessi senza vederci riflessi". Essi rendono possibile la nostra coscienza riflessiva; addirittura dobbiamo loro il fuoco e il linguaggio. Teniamo presente il maiale nella galleria, i bagliori tremolanti del fuoco... Quell'immagine onirica non significa forse che l'animale è immerso nel lumen naturale che traiamo da esso? Le indagini svolte da Clayton Eshleman sugli animali raffigurati sulle pareti delle grotte in Francia e Spagna fanno ritenere che questi primi momenti di coscienza riflessiva abbiano avuto luogo "nominando gli animali" e situandoli fuori", perché sono stati dipinti su quelle pareti traendoli dalla visione interiore, nel buio claustrofobico. Il microcosmo prima del macrocosmo: come se l'origine della specie, l'animale, fosse dentro l'anima.
Grant Watson, lo studioso britannico di scienze naturali al quale già ho fatto cenno, dice: "Sì, gli animali ce li siamo scrollati di dosso e li abbiamo cacciati via". Non è stata l'evoluzione, né noi in quanto sviluppi estremi della catena animale, partendo dall'ameba. Piuttosto, ci siamo sbarazzati di loro espellendo dalla nostra natura adamitica le parti animali. Là fuori si aggirano le iene, i gorilla la e gli agnellini bianchi che abbiamo cacciato da noi. Naturalmente, Adamo conosceva i nomi degli animali, e gli uomini delle caverne poterono raffigurarli con tanta verosimiglianza perché facevano parte di loro. Ogni animale ha un suo ruolo speciale, che richiama caratteristiche umane specifiche, e perfino la psicologia e la zoologia sperimentali contemporanee riconoscono che una data specie è costruita idealmente per rispondere a un particolare problema umano.
Un'elaborazione completa della funzione specifica di ciascuna specie è l'obiettivo che si propone Hélan Jaworski, il medico-filosofo francopolacco. La sua formula è semplice: La zoologia interiorizzata diviene fisiologia - la fisiologia esteriorizzata diviene zoologia". Gli animali là fuori sono i nostri organi umani; i nostri organi umani sono specie animali interiorizzate.


RAMANA MAHARSI

La Natura del Sé

L'essenza degli insegnamenti di Sri Ramana è contenuta nelle sue frequenti asserzioni che c'è una singola realtà immanente direttamente sperimentata da tutti, che è simultaneamente la sorgente, la sostanza e la reale natura di tutto ciò che esiste. Egli le diede numerosi nomi differenti, esprimendo in ciascuno un differente aspetto della stessa indivisibile realtà. La seguente classificazione include tutti i suoi sinonimi più comuni e spiega le implicazioni dei vari termini impiegati.

1 Il Sé. Questo è il termine che egli ha usato più di frequente. Lo ha definito dicendo che il vero Sé o vero "Io", contrariamente all'esperienza percepibile, non è un'esperienza dell'individualità, ma una consapevolezza non personale, onnicomprensiva. Non deve essere confuso col sé individuale, che ha detto essere essenzialmente non esistente, essendo una costruzione della mente che oscura la vera esperienza del Sé reale. Egli asserì che il Sé reale è sempre presente e sempre sperimentato, ma enfatizzò che siamo realmente consapevoli di come è soltanto quando le tendenze autolimitanti della mente sono cessate. La permanente e continua consapevolezza del Sé è conosciuta come auto-realizzazione.

2 Sat-chit-ananda. Questo è un termine Sanscrito che viene tradotto come essere-coscienza-beatitudine. Sri Ramana insegno che il Sé e puro essere, una consapevolezza soggettiva di "Io sono" completamente priva del sentimento Io sono questo" o Io sono quello". Non ci, sono, soggetti od oggetti nel Sé, c'è soltanto la consapevolezza di essere. Poiché questa consapevolezza è conscia, è chiamata anche coscienza. L'esperienza diretta di questa coscienza è, secondo Sri Ramana, uno stato di ininterrotta felicità, cosi per descriverla viene usato anche il termine ananda o beatitudine. Questi tre aspetti, essere, coscienza e beatitudine, sono sperimentati come un tutto unico e non come attributi separati del Sé. Sono inseparabili allo stesso modo in cuí l'umidità, la trasparenza e la liquidità sono proprietà ínseparabili dell'acqua.

3 Dio.

Sri Ramana affermò che l'universo è sostenuto dal potere del Sé. Poiché i teisti normalmente attribuiscono questo potere a Dio, egli usò spesso la parola Dio come sinonimo del Sé.

Allo stesso modo usò anche le parole Brahman, l'essere supremo dell'Induismo, e Shiva, un nome Indù per indicare Dio. Il Dio di Sri Ramana non è un Dio personale, è l'essere senza forma che sostiene l'universo. Non è il creatore dell'universo, l'universo è semplicemente una manifestazione del suo potere intrinseco; egli è inseparabile da esso, ma non è influenzato dalla sua apparizione o dalla sua scomparsa.

4 Il Cuore.

Parlando del Sé, Sri Ramana usò frequentemente la pa-rola Sanscrita hridayam. Solitamente è tradotta come: "il Cuore", ma una traduzione più letterale sarebbe: "questo è il centro". Nell'usare questo termine particolare egli non implicava che ci fosse un particolare luogo o centro per il Sé, stava semplicemente indicando che il Sé è la sorgente da cui sí sono manifestate tutte le apparizioni.
5 Jnana.
L'esperienza del Sé a volte è chiamata jnana o conoscenza. Non si dovrebbe pensare che questo termine significhi che c'è una persona che ha la conoscenza del Sé, perché nello stato di consapevolezza del Sé non c'è un conoscitore localizzato e non c'è nulla di separato dal Sé che possa essere conosciuto.
La vera conoscenza o jnana non è un oggetto di esperienza, né la comprensione di uno stato differente e separato dal soggetto conoscitore; è una conoscenza conscia e diretta di quell'unica realtà in cui i soggetti e gli oggetti hanno cessato di esistere. Chi è stabilito in questo stato è conosciuto come jnani.
6 Turiya e Turyatita.
La filosofia Indù postula tre livelli di coscienza relativa che si alternano veglia, sogno e sonno profondo. Sri Ramana affermò che il Sé è la realtà base che sostiene l'apparizione degli altri tre stati temporanei. A causa di ciò, a volte chíamò il Sé turiya avastha, o il quarto stato. Occasionalmente utilizzò anche la parola turyatita che significa: "trascendente il quarto", per indicare che in realtà non ci sono quattro stati, ma soltanto un unico vero stato trascendente.
7 Altri termini. Sono degni di nota altri tre termini per indicare il Sé. Sri Ramana enfatizzò spesso che il Sé è il proprio reale e naturale stato d'essere e, per questa ragione, occasionalmente impiegò i termini sahaja sthiti, che significa "stato naturale", e swarupa, che significa "forma reale" o "natura reale". Egli usò anche la parola "silenzio" per indicare che il Sé è uno stato silente libero dal pensiero, di pace indisturbata e totale tranquillità.

D: Che cos'è la realtà?

R: La realtà dev'essere sempre reale. Non ha forme e nomi. Ciò che è alla base di questi è la realtà. E' alla base delle limitazioni, essendo in se stessa senza limiti. Non è vincolata. E' alla base delle irrealtà, essendo essa stessa reale. La realtà è ciò che è. E' come è,.trascendente il, linguaggio. E' al di là delle espressioni "esistenza, non esistenza", eccetera.

Solo la realtà, che è la semplice coscienza che rii-nane quando l'ignoranza viene dístrutta insieme con la conoscenza degli oggetti, è il Sé (atman). In quella Brahma-swarupa (forma reale di Brahman), che è l'abbondante consapevolezza del Sé, non c'è la minima ignoranza. La realtà che risplende pienamente, senza miserie e senza un corpo, non soltanto quando il mondo è conosciuto, ma anche quando il mondo non è conosciuto, è la tua forma reale (nija-swarupa). Lo splendore della coscienza di beatitudine, nella forma di una consapevolezza che iísplende ugualmente sia all'interno che all'esterno, è la suprema e beatifica realtà originale. La sua forma è il silenzio e dai jnani è dichiarata essere lo stato finale e non ostruibile della vera conoscenza (jnana).

Sappi che solo jnana è non-attaccamento; solo jnana è purezza; jnana è il conseguimento di Dio; solo jnana, che è priva di dimenticanza del Sé è immortalità; solo jnana è ogni cosa.

D: Che cos'è questa consapevolezza e conie la si può ottenere?

R. Tu sei consapevolezza. Consapevolezza è un altro tuo nome. Poiché tu sei consapevolezza non c'è necessità di conseguirla o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all'essere consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia ad essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza, e quella è il Sé.

D: Se il Sé è consapevolezza, perché non ne sono consapevole anche ora?

R: Non c'è dualità. La tua conoscenza presente è dovuta all'ego ed è soltanto relativa. La conoscenza relativa richiede un soggetto ed un oggetto, laddove la consapevolezza del Sé è' assoluta e non richiede oggetto. Analogamente, anche il ricordo è relativo, richiedendo un oggetto da ricordare e un soggetto che ricordi. Quando non c'è dualità, chí ricorda e chí viene ricordato?

Il Sé è perennemente presente. Tutti vogliono conoscere íl Sé. Dí quale tipo di aiuto sí ha bisogno per conoscere se stessi? Le persone vogliono vedere il Sé come qualcosa di nuovo. Ma esso è eterno e rimane lo stesso costantemente. Esse desiderano vederlo come una luce fiammeggiante, ecc. Come può essere così? Il Sé non è luce, né oscurità. E' soltanto così com'è. Non può essere definito. La migliore definizione è 1o sono quello che sono". Le sruti (scritture) descrivono il Sé come avente la grandezza del proprio pollice, della punta di un capello, di una scintilla elettrica, vasto, più sottile del sottilissimo, ecc. Tutto questo in realtà non ha fondamento. E' soltanto essere, ma diverso dal reale e dall'irreale; è conoscenza, ma differente dalla conoscenza e dall'ignoranza. Come può essere definito? E' semplicemente essere.

D: Quando un uomo realizzerà il Sé, cosa vedrà?

R: Non c'è vedere. Il vedere è soltanto essere. Lo stato dell'autorealizzazione, così come lo chiamano, non è il conseguire qualcosa di nuovo o il raggiungere qualche meta lontana, ma è semplicemente essere quello che si è sempre stati e che sempre si sarà. Tutto ciò di cui avete bisogno è di abbandonare la vostra percezione del non-vero come vero. Tutti noi stiamo considerando reale quello che non è reale. Dobbiamo soltanto rinunciare a questa abitudine. E allora realizzeremo il Sé come Sé; in altre parole: "Sii il Sé. Ad un certo punto riderete di voi stessi per aver voluto cercare di scoprire il Sé che è così autoevidente. Perciò, cosa possiamo rispondere a questa domanda? Quello stadio trascende sia colui che vede, sia ciò che è visto. Là non c'è veggente a vedere alcunché. Il veggente che ora sta vedendo tutto questo cessa di esistere e rimane soltanto il Sé.

D: Come conoscerlo per esperienza diretta?

R: Se parliamo di conoscere il Sé, ci devono essere due sé, un sé che conosce, un altro sé che è conosciuto ed il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è semplicemente essere se stessi, non conoscere o diventare qualcosa. Se ci si è realizzati, si è solo ciò che si è e si è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della realizzazione del Sé, in mancanza di un termine migliore. Come "realizzare" o rendere reale quello che soltanto è reale?

D: Qualche volta dici che il Sé è silenzio. Perché?

R: Per coloro che vivono il Sé come bellezza priva di pensiero, non c'è nulla a cui si dovrebbe pensare. Ciò a cui si dovrebbe aderire è solo l'esperienza del silenzio, perché ín quello stato supremo non esiste nulla da conseguire al di fuori di se stessi.

D: Che cos'è mouna (silenzio)?

R: Mouna è lo stato che trascende la parola ed il pensiero. Quello che è, è mouna. Come si può spiegare mouna in parole? I saggi dicono che soltanto lo stato in cui il pensiero "Io" (l'ego) non sorge neanche in minima parte, è il Sé (swarupa) che è silenzio (mouna). Solo quel Sé silente è Dio; solo il Sé è il jiva (l'anima individuale). Solo il Sé è questo antico mondo. Tutte le altre conoscenze sono soltanto conoscenze ínsignificanti e superficiali; solo l'esperienza del silenzio è la reale e perfetta conoscenza. Sappi che le molte differenze oggettive non sono reali, ma semplici sovraimposizioni sul Sé, che è la forma della vera conoscenza.

D: Poiché possiamo osservare ovunque che i corpi ed i sé che li animano sono effettivamente innumerevoli, conie si può affermare che il Sé e soltanto uno?

R: Se viene accettata l'idea Io sono il corpo", i sé sono molteplici. Lo stato in cui questa idea svanisce è il Sé, poiché in quello stato non ci sono altri oggetti. E' per questa ragione che il Sé è considerato come uno soltanto. Poiché il corpo stesso non esiste nella prospettiva naturale del vero Sé, ma esiste soltanto nel modo di vedere estroverso della mente che è oscurata dal potere dell'illusione, chiamare dehi (il possessore del corpo) il Sé, lo spazio della coscienza, è errato. Il mondo non esiste senza il corpo, il corpo non esiste mai senza la mente, la mente non esiste mai senza coscienza e la coscienza non esiste mai senza la realtà. Per il saggio che ha conosciuto il Sé immergendosi all'interno di se stesso, non c'è nulla da conoscere al di fuori del Sé. Perché? La risposta è che poiché l'ego, che identifica la forma di un corpo come "io" è perito, egli (il saggio) è l'esistenza-coscienza senza forma. Il jnani (colui che ha realizzato il Sé) sa di essere il Sé e che nulla, né il suo corpo né nient'altro, esiste all'infuori del Sé. Per una tale persona quale differenza potrebbe comportare la presenza o l'assenza di un corpo?

E' falso parlare di realizzazione. Cosa c'è da realizzare? Il reale è com'è sempre. Noi non creiamo nulla di nuovo né raggiungiamo qualcosa che in precedenza non avevamo. L'esempio dato nei libri è questo. Scaviamo un pozzo e creiamo un'enorme buca. Lo spazio nella buca o íl pozzo non è stato creato da noi. Noi abbiamo semplicemente rimosso la terra che riempiva lo spazio. Lo spazio era già là ed è là anche ora. Allo stesso modo dobbiamo semplicemente gettare via tutti gli eterni samskara (tendenze innate) che sono all'interno di noi. Quando saranno state abbandonate tutte, il Sé brillerà, solo.

D: Ma come fare questo e conseguire la liberazione?

R: La liberazione è la nostra stessa natura. Noi siamo quello. Il fatto stesso che desideriamo la liberazione mostra che la libertà da ogni schiavitù è la nostra vera natura. Non è qualcosa di nuovo da acquisire. Tutto ciò che è necessario è liberarsi della falsa nozione di essere vincolati. Quando raggiungeremo quello, non ci sarà nessun desiderio o pensiero di alcun tipo. Fíno a che sì desidera la liberazione, fino ad allora, puoi crederci, si è in schiavitù.

D: Si dice che chi ha realizzato il suo Sé non ha i tre stati di veglia, sogno e sonno profondo. E'vero?

R: Cosa ti fa dire che non hanno i tre stati? Dicendo: Io ho avuto un sogno; io ero profondamente addormentato; io sono sveglio", devi ammettere che tu eri là in tuttí i tre stati. Ciò rende chiaro che eri presente per tutto il tempo. Se rimani come sei ora, sei nello stato di veglia; questo viene nascosto nello stato di sogno; e lo stato di sogno scompare quando sei nel sonno profondo. Eri là allora, sei là ora, e sei là in ogni momento. 1 tre stati vanno e vengono, ma tu sei sempre presente. E' come al cinema. Lo schermo è sempre là, ma su di esso appaiono molti tipi di immagini e quindi scompaiono. Nulla si attacca allo schermo, esso rimane uno schermo. Allo stesso modo, tu rimani il tuo stesso Sé in tuttí e tre gli stati.

Se conosci questo, i tre stati non ti daranno fastidio, proprio come le immagini che appaiono sullo schermo non si attaccano ad esso. Sullo schermo, qualche volta vedi un enorme oceano con onde senza fine; tutto ciò scompare. Un'altra volta vedi del fuoco che si propaga tutt'attorno; anche questo scompare. Lo schermo è presente in entrambe le occasioni. Forse che lo schermo è rimasto bagnato dall'acqua o bruciato dal fuoco? Nulla influenza lo schermo. Allo stesso modo, le cose che accadono durante gli stati di veglia, sogno e sonno non ti influenzano affatto, tu rimani il tuo proprio Sé.

D: Ciò significa che, sebbene le persone abbiano tutti i tre stati, veglia, soglio e sonno profondo, questi non le influenzano?

R: Sì, è cosi. Tutti questi stati vanno e vengono. Il Sé non è disturbato; ha soltanto uno stato.

D: Ciò significa che una tale persona sarà in questo mondo solamente come un testimone?

R: E' così; proprio per questa ragione, Vidyaranya, nel decimo capitolo de1Panchadasi, dà, come esempio la luce che è accesa sul palcoscenico di un teatro. Quando viene recitato un dramma, la luce illumina senza alcuna distinzione tutti gli attori, che siano re, servi o danzatori ed illumina anche tutto il pubblico. Quella luce sa-rà presente prima che il dramma cominci, durante la sua esecuzione ed anche quando la recitazione è terminata. Allo stesso modo, la luce interiore cioè il Sé, dona luce all'ego, all'intelletto, alla memoria e alla mente senza essere essa stessa soggetta ai processi di crescita e decadimento. Sebbene durante il sonno profondo e gli altrí stati non ci sia la sensazione dell'ego quel Sé rimane senza attributi e continua a brillare da se stesso.

In realtà, l'idea del Sé come testímone è soltanto nella mente: non è la verità assoluta del Sé. La testimonianza è in relazione agli oggetti testimoniati. Sia il testimone che il suo oggetto sono creazioni mentalí.

D: In che modo i tre stati di coscienza sono inferiori nel grado di realtà al quarto (turiya). Quale è l'effettiva relazione tra questi tre stati ed il quarto?

R: C'è soltanto uno stato, quello della coscienza o consapevolezza o esistenza. 1 tre stati di veglia sogno e sonno non possono essere reali. Essi semplicemente vanno e vengono. Il reale esisterà sempre. Solo I"'io" o esistenza che persiste in tutti i tre stati è reale. Gli altri tre non sono reali e cosi non è possibile dire che essi hanno un tale o tal altro grado di realtà. Possiamo metterla approssimativamente in questo modo. L'esistenza o coscienza è la sola realtà. Coscienza più veglia, la chiamiamo veglia. Coscienza più sonno la chiamiamo sonno. Coscienza più sogno la chiamiamo sogno. La coscienza è lo schermo su cui tutte le immagini vanno e vengono. Lo schermo è reale, le immagini sono semplici ombre su di esso. A causa della radicata abitudine che abbiamo di considerare questi stati come reali chiamiamo lo stato di semplice consapevolezza o coscienza il quarto. Non c'è comunque alcun quarto stato; ma soltanto uno stato. Non c'è differenza tra lo stato di sogno e lo stato di veglia eccetto che il sogno è corto e la veglia lunga. Entrambi sono il risultato della mente. Poiché lo stato di veglia è lungo, immaginiamo che sia il nostro vero stato. Ma, in realtà, il nostro vero stato è il turiya o quarto stato che è sempre così com'è e non sa nulla dei tre stati di veglia, sonno o sogno. Poiché chiamiamo questi tre avastha (stati) allora chiamiamo anche il quarto stato turiya avastha. Ma non è un avastha, è il vero e naturale stato del Sé. Quando questo è realizzato, veniamo a sapere che non è un turiya o quarto stato, poiché un quarto stato è soltanto relativo ma è turyatita, lo stato trascendente.

D: Perché questi tre stati dovrebbero andare e venire nello stato reale o sullo schermo del Sé?

R: Chi pone questa domanda? E' il Sé che dice che questi stati vanno e vengono? E' il veggente che dice che essi vanno e vengono. Il veggente ed il visto, insieme costituiscono la mente. Guarda se c'è una tal cosa come la mente. Allora la mente sì fonde nel Sé, e non c'è più né il veggente, né il visto. Così la reale risposta alla tua domanda è: "essi non vengono,né vanno." Solo il Sé rimane perennemente così com'è. I tre stati devono la loro esistenza alla non-indagine e l'indagine pone fine ad essi. Per quanto si possa spiegare, il fatto non diverrà chiaro finché non si consegue la realizzazione del Sé e ci si meraviglia di come si è stati ciechi cosi a lungo dell'unica ed autoevidente esistenza.

D: Quale è la differenza tra la mente ed il Sé?

R: Non c'è differenza. La mente rivolta all'interno è il Sé; rivolta all'esterno diventa l'ego e tutto il mondo. Il cotone intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L'oro forgiato in vari ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone e tutti gli ornamenti oro. L'uno è reale, i molti sono semplici nomi e forme. La mente non esiste separata dal Sé; cioè, essa non ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente mai senza il Sé.

D: Brahman è detto essere sat-chit-ananda. Cosa significa?

R: Si. E' così. Ciò che è, è soltanto sat. Quello è chiamato Brahman, Lo splendore di sat è chit e la sua natura è ananda. Questi non sono differenti da sat. Tutti e tre assieme sono conosciuti come sat-chit-ananda.

D: Poiché il Sé è esistenza
(sat) e coscienza (chit) quale è la ragione di descriverlo come differente dall'esistente e dal non-esistente, dal se[17iente e dall'inesistente?

R: Sebbene il Sé sia reale, poiché comprende ogni cosa non lascia spazio a questioni che implicano dualità circa la sua realtà o irrealtà. Perciò è detto essere differente dal reale e dall'irreale. Analogamente, anche se è coscienza, poiché per esso non c'è nulla da conoscere e nulla da cui farsi conoscere, è detto essere differente dal senziente e dall'insenziente.

Sat-chit-ananda si dice indichi che il Supremo non è asat (differente dall'essere), non è achit (differente dalla coscienza) e non è ananda (differente dalla felicità). Poiché siamo nel mondo fenomenico parliamo del Sé come sat-chit-ananda.

D: In che senso la felicità, o beatitudine
(ananda), è la nostra vera natura?

R: La perfetta beatitudine è Brahman . La perfetta pace è del Sé. Esiste soltanto quello ed è coscienza. Ciò che viene chiamato felicità è solo la natura del Sé; il Sé non è altro che perfetta felicità. Ciò che è chiamato felicità è la sola esistenza. Sapendo ciò e dimorando nello stato del Sé, gioisci eternamente la beatitudine. Se un uomo pensa che la sua felicità sia dovuta a cause esterne ed ai suoi possessi, è ragionevole concludere che la sua felicità deve,aumentare con, l'aumentare dei possessi e diminuire in proporzione alla loro diminuzione. Perciò se egli è privo di possessi, la sua felicità dovrebbe essere nulla. Quale è la reale esperienza dell'uomo? E' conforme a questa visione?

Nel sonno profondo l'uomo è privo di possessi, incluso il suo stesso corpo. Invece di essere infelice è del tutto felice. Tutti desiderano dormire profondamente. La conclusione è che la felicità è inerente all'uomo e non è dovuta a cause esterne. Al fine di aprire il deposito della pura felicità si deve realizzare il Sé.

D: Sri Bhagavan parla del cuore come la sede della coscienza e come identico al Sé. Cosa significa esattamente il Cuore?

R: Chiamatelo con qualunque nome: Dio, Sé, Cuore o sede della coscienza, è la stessa cosa. Il punto da afferrare è questo: Cuore significa il vero nucleo del proprio essere, il centro, senza il quale non c'è nulla di nulla.

Il Cuore'non è fisico, è spirituale. Hridayam equivale a hrit più ayam; ciò significa: "Questo è il centro". E' quello da cui sorgono i pensieri, sul quale sussistono e nel quale si dissolvono. I pensieri sono il contenuto della mente e formano l'universo. Il Cuore è il centro di tutto. Nelle Upanishad, quello da cui gli esseri vengono in esistenza è detto essere Brahman. Quello è il Cuore. Brahman è il Cuore.

D: Come realizzare il Cuore?

R: Non c'è nessuno che manchi di sperimentare il Sé neanche per un momento. Poíché nessuno ammette di essere separato dal Sé. Noi siamo il Sé. Il Sé è il Cuore. Il Cuore è il centro da cui sorge ogni cosa. Poiché vedi il mondo, il corpo e così via, si dice ci sia un centro per questi che è chiamato il Cuore. Quando sei nel Cuore, scopri che il Cuore non è il centro né la circonferenza. Non c'è nulla all'infuori di esso. Solo la coscienza, che è vera esistenza e non vaga all'esterno a conoscere quelle cose che sono diverse dal Sé, è il Cuore. Poiché la verità del Sé è conosciuta soltanto da quella coscienza, che è priva di attività, lo splendore della chiara conoscenza è soltanto quella coscienza che si occupa sempre esclusivamente del Sé. Sii Ciò Che sei

Gli Insegnamenti di Ramana Maharsi

Sii Ciò Che sei,

Indagine sul Sé - Pratica

Ai principianti dell'autoindagine veniva consigliato da Sri Ramana di porre l'attenzione sul sentimento interiore di "io" e di trattenere quel sentimento il più a lungo possibile. Veniva detto loro che se l'attenzione veniva distratta da altri pensieri dovevano tornare alla consapevolezza del pensiero "io" ogni volta che diventavano consapevoli che la loro attenzione aveva divagato. Egli suggerì diversi metodi per favorire questo processo-ci si poteva chiedere: "Chi sono io?", oppure: "Da dove viene questo io?"-ma lo scopo ultimo era di essere continuamente consapevoli dell'"io" che presume di essere responsabile di tutte le attività del corpo e della mente.
Nei primi stadi della pratica, I'attenzione al sentimento "io" è un'attività mentale che prende la forma di un pensiero o una percezione. Man mano che la pratica si sviluppa il pensiero "io" lascia spazio ad un sentimento dell'"io" sperimentato soggettivamente e quando questo sentimento cessa di collegarsi e identificarsi con i pensieri e gli oggetti, svanisce completamente. Ciò che rimane è un'esperienza di essere in cui il senso dell'individualità ha temporaneamente cessato di funzionare. L'esperienza all'inizio può essere intermittente, ma con la pratica ripetuta diventa sempre più facile da raggiungere e mantenere. Quando l'autoindagine raggiunge questo livello c'è una consapevolezza senza sforzo di essere in cui lo sforzo individuale non è più possibile poiché l'"io" che compie lo sforzo ha temporaneamente cessato di esistere. Non è la realizzazione del Sé, perché il pensiero "io" periodicamente riafferma se stesso, ma è il più alto livello della pratica. La ripetuta esperienza di questo stato di essere indebolisce e distrugge le vasana (tendenze mentali) che fanno sorgere il pensiero "io", e quando la loro presa è stata sufficientemente indebolita, il potere del Sé distrugge le tendenze residue così completamente che il pensiero "io" non sorge mai più. Questo è il finale ed irreversibile stato della realizzazione del Sé.

Questa pratica di autoattenzione, o consapevolezza del pensiero "io", è una tecnica facile che supera gli usuali metodi repressivi per controllare la mente. Non è un esercizio di concentrazione, né mira a sopprimere i pensieri; fa semplicemente appello alla consapevolezza della sorgente da cui la mente ha origine. Il metodo e la meta dell'autoindagine è di dimorare sulla sorgente della mente, di essere consapevoli di ciò che si è realmente ritirando l'attenzione e l'interesse da ciò che non si è. Negli stadi iniziali lo sforzo nel trasferire l'attenzione dai pensieri al pensatore è essenziale, ma una volta che la consapevolezza del sentimento dell'"io" è stata fermamente stabilita, ulteriore sforzo è controproducente. Da allora è più un processo di essere che di fare, di essere senza sforzo piuttosto che uno sforzo per essere.
Essere ciò che già si è, è privo di sforzi poiché l'esistenza è sempre presente e sempre sperimentata. D'altra parte, pretendere di essere ciò che non si è (il corpo e la mente) richiede uno sforzo mentale continuo, anche se lo sforzo è quasi sempre ad un livello inconscio. Ne segue perciò che nei più elevati stadi dell'autoindagine lo sforzo allontana l'attenzione dall'esperienza dell'essere mentre la cessazione dello sforzo mentale la rivela. Alla fine il Sé non viene scoperto come risultato del fare qualcosa, ma soltanto essendo. Come Sri Ramana stesso una volta osservò:
"Non meditare-sii ! "
"Non pensare di essere-sii!"
"Non pensare all'essere-tu sei!"
L'autoindagine non dovrebbe essere considerata una pratica di meditazione da eseguire a certe ore e in certe posizioni;dovrebbe continuare durante tutte le ore della veglia, indipendentemente da ciò che si sta facendo. Sri Ramana non vedeva conflitto tra il lavoro e l'autoindagine ed affermava che con un po' di pratica poteva essere eseguita in qualunque circostanza. Qualche volta affermò che periodi regolari di pratica formale erano benefici per i principianti, ma non patrocinò mai lunghi periodi di meditazione in posizione seduta e mostrò sempre la sua disapprovazione se qualcuno dei suoi devoti esprimeva il desiderio di abbandonare le attività mondane in favore di una vita meditativa.


Allan Watts

PARLANDO DI ZEN

TEMI MITOLOGICI NELLA SCIENZA MODERNA

Dice una poesia cinese che la vita è come una spada che taglia, ma non può tagliare se stessa; come un occhio che vede, ma non può vedere se stesso, il nostro dilemma è che non possiamo essere nello stesso tempo soggetto e oggetto, osservatore e osservato, controllore e controllato. Non è che un altro modo per dire che le origini interiori del nostro pensiero e della nostra azione sono sempre necessariamente inconsce. Per quanto possiamo comprendere noi stessi, è proprio l'atto stesso della comprensione che altera ciò che comprendiamo. Esplorare la natura umana vuole quindi dire cambiarla in modi imprevedibili, cosicché, in una certa misura, la nostra conoscenza di noi stessi è sempre obsoleta. Se ciò è vero, dev'essere vero pure che l'uomo non può fare a meno di costruire miti. Infatti, per come la vedo io, il mito e un immagine con cui proiettiamo sul mondo esterno, conosciuto, la materia inafferrabile e mutevole del nostro inconscio e del nostro lavorio interiore.
Credo che tutta la psicologia dell'inconscio, che deriva dall'opera di Freud e Jung, abbia confermato che la nostra visione del mondo, dalla teologia alla cosmologia, corrisponde sempre alla proiezione verso l'esterno di processi interiori che sarebbero altrimenti sconosciuti. Non credo però che sia stata capace di provare che tali processi siano altrettanto costanti e comuni in tutti. gli uomini quanto la loro struttura fisica. Una scienza dell'inconscio universale e definitiva è davvero una contraddizione in termini, giacché l'intero valore dell'idea di inconscio non sta nel fatto che ci introduce a un nuovo regno del mondo che dev'essere esplorato e dominato, quanto piuttosto nell'indicarci la coscienza con i suoi limiti, elastici ma nondimeno inevitabile e la sua capacita" di controllare sia se stessa sia il mondo circostante.
In una certa, ampia misura, la scienza è il tentativo dell'uomo occidentale di liberarsi dal mito, dalla cosiddetta patetica illusione di costruire il
mondo secondo la propria immagine inconscia. Senza voler sminuire le glorie della scienza, vorrei suggerire che tale tentativo è irrealizzabile e persino assurdo, e mi accingo a farlo discutendo quale sia il rapporto tra gli sforzi della scienza occidentale e quelli delle dottrine orientali, tesi a ottenere lo stesso obiettivo attraverso percorsi diversi. Devo dire che mi accingo a tale compito non tanto come storico o filosofo della scienza quanto come studioso di filosofie comparate dell'Asia e dell'Occidente.
C'è un antico racconto indiano a proposito di un re di un'epoca remota nella quale gli uomini camminavano a piedi nudi su questa terra pietrosa e accidentata. Il re un giorno propose di uccidere migliaia di capi di bestiame per ricoprire la terra con le loro pelli. A quel punto, però, un filosofo di corte suggerì che uccidendo solo pochi capi sarebbe stato possibile legare piccoli pezzi di pelle ai piedi degli uomini, cosicché ci sarebbe sempre stato un tappeto di cuoio ovunque essi andassero. Si tratta di una parabola sui diversi modi nei quali, in linea generale, la cultura occidentale e quella orientale si sono avvicinate al problema del controllo dell'esperienza umana per ridurre la sofferenza. L'Occidente, coprendo di pelli l'intero territorio, ha inventato la tecnologia del controllo del mondo esterno. L'Oriente, limitandosi a sistemare qualche striscia di pelle sotto i piedi, ha trascurato il mondo esterno e ha idealizzato il controllo della mente. Si è concentrato sul risolvere il problema cambiando l'uomo, invece di cambiare il suo ambiente, e successo e fallimento in entrambi i tentativi sono enormemente istruttivi.
Le culture dell'India e della Cina hanno inventato le loro proprie tecniche di liberazione dal mito. Chiunque si proponga di sconfiggere il mito userà tale termine nel suo senso peggiorativo, per indicare "falsità e illusione", in opposizione a "verità e realtà". A proprio in tal senso che le filosofie indiane dell'induismo e del buddhismo hanno spesso usato il termine maya per indicare che il mondo esterno, o forse il modo in cui pensiamo il mondo, sia un'illusione che scaturisce dalle nostre menti. Finché tale illusione continuerà a riprodursi, la vita nel mondo apparirà dolorosa e problematica. Se però la mente viene controllata in modo che l'illusione cessi, la durezza del mondo, o forse semplicemente la nostra opposizione a essa, svanirà.
Consideriamo per prima cosa la cosmologia, la visione del mondo, in larga parte comune sia all'induismo sia al buddhismo, o piuttosto comune alla cultura dalla quale queste filosofie sono sorte quali metodi per liberarsi da tale cosmologia. Ogni forma vivente, umana o animale, angelica o demoniaca, è considerata un anello di una serie inconcepibilmente lunga di incarnazioni, attraverso le quali ogni essere individualizzato deve passare fino a che continua a sentirsi un individuo. La serie di incarnazioni non è tanto un'evoluzione progressiva quanto un ciclo di lenta alternanza tra bene e male, tra lo zenit dei paradisi angelici dei deva e il nadir degli orrendi purgatori dei naraka. L'esistenza è un perpetuo viavai di piacere e dolore, legati inseparabilmente dalla logica della loro stessa polarità, ed è misurata in periodi detti kaloa, unità di quattro milioni e trecento ventimila anni. Finché l'individuo resta preso nella morsa del Karma, il processo di azione condizionata, regolata dall'attrazione e dalla repulsione, continuerà a peregrinare interminabilmente in tale ciclo, Kalpa dopo Kalpa. L'intero modello fa pensare in effetti a una ruota come quelle che troviamo nelle gabbie degli scoiattoli, solo che è di enormi proporzioni ed è mantenuta in movimento dalla ricerca del piacere in ogni sua forma, fisica e spirituale.
Tuttavia, sia per l'induismo sia per il buddhismo, tale cosmologia, così come gli individui ingabbiati in tale fatica perpetua, non costituisce nient'altro che maya, ovvero un mito, una proiezione, un'illusione sorta nella mente quale conseguenza di avidya, ignoranza o inconsapevolezza. Avidya è un termine dai molti significati. Può voler dire dimenticanza del fatto che la propria coscienza non è individuale e separata, ma un raggio dell'atman, il sé divino che costituisce l'unica e sola realtà. Può anche voler indicare il non saper riconoscere che piacere e dolore, bene e male, sono correlativi e che quindi la ricerca dell'uno provoca inevitabilmente l'altro proprio come l'altezza provoca inevitabilmente la profondità. Inoltre può essere anche considerato come una particolare accezione di ignoranza', che è usare la coscienza per l'attenzione selettiva, l'atto di concentrare la mente su aree limitate del mondo, una dopo l'altra, così da ignorare la sua unità e creare l'impressione che si tratti di una molteplicità di cose ed eventi distinti. Avidya è quindi l'inconsapevolezza, l'escludere la verità che tutte le cose, tutti gli eventi e le loro polarità sono inseparabilmente correlati, quindi non c'è modo di districare ciò che è 'io' da ciò che è 'tu', o di svincolare il desiderabile dall'indesiderabile.
Ne consegue dunque che il controllo e la padronanza di quella ruota cosmica devono giungere attraverso il controllo e la padronanza della mente e il superamento dell'avidya. Con la disciplina yogica, la mente viene calmata e concentrata. Quindi viene rivolta verso se stessa attraverso le porte dei sensi in modo da far ritirare la proiezione di un mondo esterno, e infine la proiezione delle stesse porte dei sensi: il corpo e la coscienza individualizzata. A noi potrà sembrare altrettanto fantastico che strisciare dentro a un buco e trascinarcelo dietro, oppure altrettanto irrealistico che giocare a fare lo struzzo. Nondimeno, c'è qualcosa di valido in tutto ciò, giacché sappiamo che l'apparenza del mondo esterno è in relazione alla struttura del nostro cervello e degli organi di senso. Se questi organi possono subire un mutamento, anche il mondo può essere cambiato, perlomeno in relazione all'individuo che compie tale impresa.
E un uomo con i sandali in una società che va a piedi nudi. A seconda dei vostri pregiudizi, potreste definirlo una vittima delle proprie allucinazioni, oppure lo scopritore di un nuovo livello di realtà, il prototipo di un nuovo genere di uomini. Il fatto che la stragrande maggioranza degli uomini percepisca il mondo sotto lo stesso punto di vista non implica che sia necessariamente dalla parte della ragione, ma dimostra semplicemente che è legata da una forma di comunicazione e che è composta da strutture dello stesso tipo. Tuttavia, per almeno una delle maggiori scuole filosofiche dell'Asia, tale modo di superare maya, e quindi di controllare il mondo, non era da considerarsi del tutto soddisfacente. Al contrario, l'opinione generale del buddhismo Mahayana era che il tentativo di cancellare maya e di ottenere un controllo totale sulle proiezioni inconsce equivaleva a cadere vittima dell'illusione in un modo particolarmente profondo e tragico. Per tale scuola, il termine Pratyeka-Buddha, che originariamente significa 'colui che giunge al nirvana senza mantenersi in comunicazione con gli altri", prese a essere usato come dispregiativo. Nella maggior parte dei testi Mahayana, il Pratyeka-Buddha, o 'Buddha indipendente', non è affatto un Buddha. Ritirandosi in una sorta di isolamento spirituale e sbarrando completamente la via alla proiezione di maya, non riesce più a comprendere che ne è diventato il più misero schiavo, prigioniero del mito nel peggiore dei modi. E' in questa particolare situazione che dovremmo trovare un parallelo con il ruolo oscuro o malefico del mito nella scienza moderna. Ora, il dilemma del Pratyeka-Buddha, o dello yoghi, che ha ottenuto il totale controllo della propria mente, non è diverso da quello del monarca assoluto descritto nel classico manuale indiano di politica, l'Arthashastra. In tale opera il monarca-despota è descritto come colui che governa il mandala, o serie di cerchi concentrici, dei suoi subordinati, come un ragno al centro della ragnatela. Sulla base del principio divide et impera, ogni anello di subordinati è strutturato in modo da diffidare dell'anello successivo, cosicché tutti i livelli adiacenti sono sempre intenti a spiarsi gli uni con gli altri. Gli immediati subordinati del sovrano, o ministri, sono controllati dai loro inferiori, gelosi del loro grado e sempre pronti a ottenere favori e promozioni tradendoli presso il sovrano, e così via lungo tutta la scala gerarchica, dai primi ministri fino agli schiavi. Ma poiché l'intero sistema è basato su un attento equilibrio di reciproca sfiducia, persino il re, custode ultimo delle sue stesse guardie, non può fidarsi di nessuno. Deve dormire con un occhio sempre aperto, e mai e poi mai può permettersi una tregua nel suo continuo vigilare. Ciò significa soltanto che il vertice del sistema ne è completamente prigioniero, il ragno catturato nella sua stessa tela. Allo stesso modo, gli uomini della polizia segreta del romanzo 1984 di Orwell devono starsene seduti a sorvegliare gli innumerevoli schermi televisivi che controllano le case dei cittadini, con gli occhi perennemente incollati al compito della diffidenza collettiva, senza essere mai liberi di fare una passeggiata nel parco con la fidanzata.
Lo sviluppo del buddhismo Mahayana derivò quindi dal riconoscere che la totale autocoscienza e il più completo autocontrollo sono anche un'assoluta autofrustrazione, la frustrazione della spada che cerca di tagliare se stessa o, in altre parole, la frustrazione di cercare di sollevarsi tirandosi su per il proprio bavero. In termini tecnici, l'inganno del pratyeka-buddha è ritenere che il nirvana, lo stato di liberazione, sia qualcosa di separato dal samsara, il ciclo di nascita e morte generato da maya. Se il nirvana viene compreso come un ritirarsi dal mondo, allontanandosi dalle esperienze sensoriali in modo da essere nella posizione di dominarle, ciò equivale all'idea che il sé controllante, ovvero il soggetto, sia in effetti separato da ciò che è controllato. Tuttavia, ciò si traduce nell'essere inconsapevoli del fatto che la volontà che controlla è annessa una forma di maya, ovvero, in altri termini, che il cervello umano è parte del proprio stesso ambiente. Cercare di conoscere l'inconscio sino alle sue più remote profondità vuole dire dimenticare che è l'inconscio stesso che osserva, che la coscienza non è separata dall'inconscio, ma è solo una delle sue funzioni: "Come un occhio che osserva, ma non può osservare se stesso".
Ecco dunque che si giunge a rappresentare il bodhisattva, la figura ideale del buddhismo Mahayana, come colui che, dopo essersi ritirato, torna al mondo in virtù della sua compassione per 'tutti gli esseri senzienti facendo voto di non entrare nel nirvana finché tutti gli altri non saranno liberati assieme a lui. La sua compassione per gli esseri senzienti scaturisce dalla scoperta di essere inseparabile da loro. In realtà, il bodhisattva giunge a comprendere che non c'è modo di fuggire dal mondo perché non c'è nessuno che debba sfuggirne. Vede che gli altri esseri senzienti stanno soffrendo proprio perché pensano di essere entità separate e quindi stanno cercando una via per sfuggire a una trappola nella quale nessuno è mai caduto, giacché c'è soltanto la trappola. Neppure una mosca vi è mai finita dentro! Nel Lankavatara Tantra tutto ciò viene espresso nel modo classico:
Coloro i quali, spaventati dalla sofferenza che sorge dalla discriminazione di nascita-e-morte (samsara), cercano il nirvana, non sanno che nascita-e-morte e nirvana non devono essere considerati separati uno dall'altro... immaginando che il nirvana consista nel futuro annichilimento dei sensi e dei loro domini.
Oppure, nelle parole del mahayanista cinese Seng-ts'an:
Non cercare di opporti al mondo dei sensi,
Giacché quando non ti opponi a esso,
Si rivela la stessa cosa del completo risveglio.
Il saggio non lotta;
L'uomo ignorante si lega.
Se lavori sulla mente con la tua mente,
Come potrai mai evitare un'immensa confusione?
A questo punto la filosofia Mahayana sembra aver completato quel ciclo che era sempre stato presente in quello che è probabilmente il mito fondamentale dell'induismo: tutti gli esseri senzienti sono sogni di dio, innumerevoli parti interpretate dall'unico attore divino che, proprio in virtù della sua onnipotenza e onniscienza, può permettersi il gioco di precipitarsi nell'illusione. Così, non appena il sé addormentato, l'atman, si risveglia dal sogno di maya, scopre che tutte quelle figure presenti nel sogno non sono suoi avversari, ma la sua stessa volontà. Dio è dunque divino, così come i suoi stessi santi, nell'atto di rinunciare alla propria volontà. Si tratta di quel gesto che nel cristianesimo orientale viene chiamato Krvw (31; l'autosvuotarsi, l'autoarrendersi della divinità, con il quale essa ottiene sia di creare il mondo sia di incarnarsi nel 'figlio dell'uomo'. Non so quanto ciò sia vero riguardo a dio, ma certamente i filosofi Mahayana scoprirono che ogni qual volta l'esperienza della mente è perfettamente sotto controllo, non vale più la pena di controllarla. Il nirvana diventa quindi la libertà di abbracciare il mondo, di cedere all'amore e all'attaccamento, di lasciarsi prendere dal coinvolgimento nell'illusione, maya.
Anche la scienza occidentale è una via per la liberazione, ma sinora ha seguito una direzione differente per giungere al medesimo scopo: controllare il contenuto della nostra esperienza concentrandosi sulla trasformazione e la comprensione del mondo esterno. A suo modo, anche la scienza si è preoccupata della dissoluzione di maya e ha liberato una moltitudine di esseri dai terrori di una cosmologia; non quella delle infinite reincarnazioni ma quella del giudizio finale, del paradiso o dell'inferno. Tuttavia il suo modo di affrontare il problema è, a prima vista, completamente differente, non avendo quale premessa l'equazione di mondo fisico e maya. Per la scienza, maya non è la natura ma le idee sulla natura, basate più su un preconcetto che sull'osservazione dei fatti. Inoltre, per la scienza l'ignoranza è precisamente l'ignoranza dei fatti, mentre nel pensiero indiano per ignoranza si intende la percezione del mondo come una molteplicità difatti. La scienza non ha quindi dissolto la cosmologia tolemaico-cristiana scoprendo che si trattava di una proiezione mentale sul vuoto, ma scoprendo invece che era una spiegazione inadeguata della realtà astronomica. In effetti la cosmologia rappresentava sia un mito sia
una proiezione, ma non erano tanto tali caratteristiche a renderla falsa quanto la sua non corrispondenza con la forma osservabile proiettata.
È chiaro che anche lo scienziato proietta. Le sue scale e ipotesi non sono altro che proiezioni del pensiero umano su ciò che il mondo è. Però lo scienziato sa che sono proiezioni, e proclama di non proiettare in modo inconscio. Gli antichi astronomi trovarono un modo di identificare le stelle associando le costellazioni così come apparivano con immagini concrete quali i segni dello zodiaco. La loro credenza nelle influenze astrologiche suggerisce che non comprendessero o che stavano proiettando quelle immagini o che le costellazioni a cui le attribuivano erano raggruppamenti creati per mera convenienza. Possono non aver avuto nessun sospetto di star trattando il cielo come un'immensa macchia di Rorsach, vedendo nelle stelle forme che si accordavano alle loro personali disposizioni psichiche, e che potevano avere un senso collettivo attraverso la matrice della tradizione sociale e della convenzione. L'astronomo moderno trova più accurato e pratico la posizione delle stelle in base a una griglia astratta costruita sulla base della latitudine e longitudine siderali, sapendo perfettamente che tale griglia è una proiezione che non ha nessun rapporto effettivo con la realtà del cielo.
Se, dunque, la proiezione scientifica è sempre conscia e se lo scienziato è sempre più consapevole di star descrivendo il mondo in termini di misure che lui stesso ha ideato, non dovrebbe essere lui l'ultimo a confondere la misura con il mondo? La scienza non è forse proprio quell'antimitologia nella quale, col passare del tempo, sarà sempre più difficile trovare qualche immagine inconscia? Oggi gli scienziati sono così consci e critici nei confronti dei loro metodi e delle loro procedure, e hanno compiuto tali passi nell'analisi controllata del pensiero scientifico stesso, che la tendenza dell'uomo occidentale al controllo della natura sta sconfinando nella tendenza dell'uomo orientale al controllo della mente. Stiamo ormai cominciando ad avvicinarci a maya su due fronti diversi, ed è proprio per tale motivo che i testi di filosofia della scienza ci ricordano sempre più la metafisica indiana. Non sto pensando soltanto a Eddington e Schroedinger, ma anche a Mach, Wittgenstein e Schlick, e a tutta la scuola di pensiero definita da Popper 'strumentalista'. Nel secolo attuale le vestigia del mito hanno preso a scomparire dalla scienza sempre più in fretta. Ma nel contempo riemergono con forza più grande che mai in una direzione insospettata, e quindi inconscia.
La concezione scientifica del mondo potrebbe aver contenuto ancora qualche traccia di mito, per esempio nel momento in cui uno scienziato del diciottesimo secolo riusciva ancora a stupirsi nello scoprire che il getto dei dadi 'obbediva' alla legge della probabilità. Avrebbe potuto credere che, dopotutto, ci fosse una sorta di disegno oggettivo o legge, là fuori, nell'universo, e che dio o la natura fossero inerentemente matematici. Oggi però siamo tanto riluttanti a parlare di eventi che "obbediscono" a leggi determinate quanto lo siamo ad affermare che alcuni alberi hanno semi alati 'al fine di' poterli meglio diffondere nel vento. Ormai tendiamo a considerare le leggi naturali come strumenti o convenzioni, come il sistema di numerazione decimale. Le cosiddette leggi della probabilità sono quindi un'invenzione matematica, come il regolo, utili per misurare grandi quantità di eventi che, considerati in quantità ridotte, risultano altamente irregolari. Gli eventi non obbediscono a leggi, giacché ciò che chiamiamo legge viene oggi visto come un modello che abbiamo costruito per poter predire gli eventi, allo stesso modo in cui abbiamo creato i pettini per ravviare i capelli. Dio non ha creato i capelli perché si adattassero ai pettini, così come non ha creato i nasi perché sostenessero gli occhiali.
Come il naturalismo scientifico del diciannovesimo secolo ha abbandonato l'ipotesi teologica, o mito, del divino legislatore da cui provengono le leggi, così lo strumentalismo scientifico del ventesimo secolo sta abbandonando le leggi. Persino quel mito se ne sta andando, e alla comprensione che le leggi sono maya si sta rapidamente aggiungendo la comprensione che persino i fatti, sì, quei preziosi 'fatti scientifici', sono maya. Stiamo scoprendo che il fatto, il fenomeno o l'evento è un'utile unità di pensiero, ma che in realtà nel mondo fisico non ci sono entità formalmente separate. Certamente, il mondo esterno contiene divisioni esplicite, e linee, modelli e strutture, ma il modo in cui le consolidiamo in unità, cose o farti, è altrettanto convenzionale della nostra percezione delle costellazioni in mezzo al cielo stellato. Così lo ha sintetizzato Teilhard de Chardin:

E' ora di chiarire che tale procedura è un mero espediente intellettuale. Considerata nella sua realtà concreta, fisica, la sostanza dell'universo non può dividere se stessa, ma, in quanto 'atomo' gigantesco forma nella sua totalità... l'unico vero indivisibile... E impossibile tagliare via qualcosa da questa materia interrelata, isolarne una porzione senza che questa si sfilacci lungo tutti i suoi bordi. Tutt'intorno a noi, ovunque spazi la nostra vista, l'universo si tiene insieme, e c'è un unico modo davvero possibile di considerarlo, e cioè come un intero, un pezzo unico.

Pensare al mondo in termini di cose è altrettanto utile che fare a pezzi un pollo per mangiarlo. Però i 'galletti alla griglia' non spuntano fuori dalle uova.
Cosa succede una volta giunti a questa comprensione? Se le leggi e persino i fatti della natura non sono altro che le nostre proiezioni concettuali, radicate più che mai nella sola razionalità conscia, non dovremmo forse sentirci sempre più estraniati da quel mondo reale che sta al di fuori dei nostri cervelli? Considerate per un istante la situazione nelle scienze applicate e nella tecnologia. La grande rivoluzione scientifica del diciannovesimo secolo era pervasa da una filosofia di monismo naturalistico o materialistico, la quale, in teoria, si opponeva al tradizionale dualismo occidentale e cristiano tra spirito e materia, corpo e anima. Freud, Haeckel e Huxley erano certi che tutti i fenomeni della psiche potessero essere spiegati a livello del corpo, che non ci fosse più alcun bisogno di considerare l'uomo una dualità, ovvero una volontà spirituale conscia alla guida, a guisa di autista, di un veicolo fisico. Ora, qualcuno potrebbe pensare che tale visione unitaria della natura di fatto potesse aver contribuito a ridurre il forte senso di alienazione e di separazione dal proprio ambiente fisico tipico dell'uomo occidentale. Al contrario, il naturalismo scientifico diede vita a quella forma tecnologica che comunemente chiamiamo 'la conquista della natura'.
La teoria di una nostra evoluzione spontanea dall'ordine naturale è scaturita dalla sensazione che non si potesse più fare affidamento sui processi 'ciechi' ditale ordine, e che quindi il futuro sviluppo del mondo dovesse passare attraverso un aumento indeterminato del controllo cosciente. Tale punto di vista è non solo paradossale, ma persino assurdo, qualora si consideri che il cervello attraverso il quale questo genere di controllo dovrebbe essere esercitato è esso stesso frutto di un processo spontaneo, ed è organizzato in modo così complesso che la nostra comprensione cosciente, scientifica, in proposito è ancora rudimentale. Pare dunque che la scienza, ben lungi dall'aver superato il mito dell'universo dualistico, lo abbia ingrandito sino a fargli raggiungere proporzioni inusitate. L'uomo e la natura, la ragione e l'istinto, il calcolo e la spontaneità sono oggi in pratica più scissi che mai.
L'equivalente moderno dell'urgenza di subordinare rigorosamente la natura alle leggi divine, tipica della tradizione cristiana, è l'ambizione tecnologica di far diventare tutta la natura, sia umana sia subumana, oggetto di controllo razionale. La tecnologia non è forse una discendente diretta dell'attrazione cristiana per i miracoli, per quel potere spirituale che conferma con precisione se stesso trasformando il rigido mondo materiale? Sebbene ciò non sia espresso in termini palesemente sovrannaturali, in pratica siamo ancora devoti a una fede che dimostra se stessa spostando i monti e resuscitando i morti. La carne, con le sue limitazioni ben circoscritte, è ancora nostra nemica, e l'impossibilità di farla obbedire ai nostri comandi è ancora opera del demonio. E' d'altra parte vero che c'è più che un tocco di spiritualità ascetica nel fatto che l'immagine con la quale i fisici concepiscono il mondo ha sempre meno a che vedere con ogni forma
di linguaggio immaginifico e sensuale. Secondo Oppenheimer, la conoscenza scientifica "è diventata proprietà di comunità specializzate che perseguono la loro via con intensità crescente sempre più lontano dalle loro radici nella vita quotidiana".
Eppure, come sempre accade, i miracoli di per se stessi non sono altro che vittorie vuote. In primo luogo, ci è sempre più chiaro che i miracoli che otteniamo con la fisica e la chimica diventano pericolosi nelle mani di uomini folli, stupidi o maligni. La scienza non può accontentarsi del controllo della natura: tale controllo tecnologico dev'essere esteso all'uomo stesso, attraverso la sociologia, la psicologia e la psichiatria, cosicché divenga possibile controllare il controllore. Ma a questo punto, in secondo luogo, è ancora una vittoria vana, perché, come il pratyeka-Buddha, il controllore che si avvicini al pieno controllo di se stesso resta bloccato in un circolo vizioso in cui l'azione è sempre più paralizzata. Nella nostra società la crescita della burocrazia, del conformismo e dell'irreggimentazione non è il risultato di una qualche oscura cospirazione, ma della semplice logica di dovere regolare la condotta di gente che maneggia strumenti così pericolosi come l'elettricità, le automobili, gli aeroplani e l'energia nucleare. Finché, dunque, il nostro obiettivo resterà il miracolo, il potere e il controllo su noi stessi e sul mondo, la nostra società dovrà approssimarsi a quella trappola-mandala dell'Arthashastra solo nella versione moderna di uno stato totalitario, ovvero un sistema basato sulla reciproca sfiducia in cui ogni uomo è il poliziotto di suo fratello. E allora il gioco non vale la candela. Il prezzo da pagare per l'onnipotenza, per il possesso di poteri da dio-dittatore, è finire strangolati nel sistema dei propri stessi controlli.
Alla luce di tutto ciò, consideriamo nuovamente i modelli che la nostra saggezza moderna proietta su cielo e terra, apparentemente in piena e razionale coscienza, ma in pratica inconsapevole dell'inseparabilità di ragione e natura e quindi, come direbbe Jung, sotto l'incantesimo dell'archetipo mitologico del dio sovrannaturale, puramente spirituale e onnipotente. Una mappa convenzionale del cosmo, con la sua latitudine e longitudine, è certamente molto conveniente, così come lo è la rigida griglia delle strade di Chicago, se paragonata a quelle di Boston e Londra (eccezion fatta per quando vengono fissate in totale disprezzo della topografia, come nel caso delle colline di San Francisco). Tale convenienza conviene dal punto di vista di una mentalità che mira a controllare il mondo anziché amarlo. Quando ricopriamo il mondo di reticolati e schemi numerati sulla base di uno spirito del genere, la convenienza a cui aspiravamo si trasforma in un mito che non ci eravamo prefissati. Oppenheimer ha detto della scienza:
"Le cose che abbiamo scoperto sulla natura si sono definite sulla base dei metodi con i quali le abbiamo trovate". Tali metodi includono sia le tecniche specifiche sia la retrostante motivazione, e quando si tratta del sistema di astrazioni concettuali che viene proiettato sulla natura per nessun'altra ragione se non dominarla, la natura in qualche modo svanisce e non ci resta che il sistema. Ci resta dunque una concezione del mondo in cui non sembra esserci altro ordine se non quello imposto dall'uomo: abbiamo così un mondo che in sé e per sé ci risulta completamente estraneo. Poiché siamo giunti a percepire la natura in base ai nostri modi di definirla, non ci resta nient'altro da controllare o da sperimentare se non il sistema di controlli attraverso il quale la natura stessa è stata definita. Il parallelo sociale è che le culture altamente meccanizzate finiscono per servire la logica delle macchine anziché i desideri degli uomini.
La scienza occidentale, monismo naturalistico alla rovescia (a parte alcune eccezioni che devono ancora essere menzionate), non ha effettivamente capito che l'uomo è inseparabile dal proprio ambiente. Se arriviamo alla conclusione che l'ordine della natura non è niente di più che la sua descrizione sulla base dei nostri calcoli, e che quindi il modello di funzionamento del mondo è semplicemente un'invenzione della coscienza umana, stiamo parlando come se la coscienza umana non facesse parte del mondo. L'obiezione più concreta a tutte le teorie dell'ordine naturale puramente strumentali è che la coscienza e le sue funzioni (ragione, osservazione e calcolo), non sono un'invenzione della coscienza stessa. Sono le operazioni di una corteccia cerebrale che è parte del suo stesso ambiente, e che è scaturita da quell'ambiente senza aver prima avuto intenzione di farlo.
La coscienza pretende di poter diventare oggetto di se stessa, ponendosi al di fuori di se stessa e del mondo di cui fa parte. Ma, come ha detto Perry Williams Bridgman: "comprendere che non potremo mai distanziarci da noi stessi è un'idea che la razza umana non è mai riuscita ad ammettere per tutto il corso della sua storia; si potrebbe quasi dire che abbia voluto rifiutarla". Il teorema di Gòdel, che ne è l'equivalente matematico, afferma che nessun sistema può essere dimostrato come privo di contraddizioni se non in termini di un sistema superiore, cosicché si potrebbero accumulare sistemi e meta-sistemi all'infinito senza comunque poter giungere alla meta al di là di ogni dubbio. Volendo tradurre lo stesso concetto nel linguaggio della filosofia indiana, nulla ci intrappola così profondamente in maya quanto il tentativo di uscirne. Niente è così inconscio come l'ambizione di essere completamente consci. Come disse Shankara a proposito della divinità suprema, il Brahman: "E' il conoscitore, e in quanto conoscitore può conoscere altre cose, ma non può trasformare se stesso nell'oggetto della propria conoscenza, così come il fuoco può bruciare le altre cose, ma non se stesso"
Quindi, se pensiamo di avere un'immagine della natura puramente razionale, conscia e non mitizzata in termini di calcolo scientifico, ciò che abbiamo in realtà ottenuto è l'immagine stessa di maya nella sua forma più primordiale. Il termine maya nella sua radice sanscrita ma significa infatti "misurare", e la sua forma matr - dà origine a 'metro', marnee' e forse persino 'marenale'. Se facciamo un passo indietro per osservare il mondo in modo completamente obiettivo restiamo impigliati nell'immagine primordiale dell'illusione, la vischiosa rete di maya, nella sua forma di madre ragno che ci succhia via la vita.
Tutto ciò non è nient'altro che una diatriba contro gli scopi della scienza. Se la scienza fosse in qualche modo un peccato, oserei dire: "Peecate fortiter!". E' il pieno e completo ascolto della scienza che ci fa scoprire le dimensioni e il fondamento logico della trappola in cui resta presa la nostra coscienza quando aspira a un troppo ampio controllo di se stessa e del mondo. I limiti del controllo sono già stati esplorati e spiegati nella cibernetica di Norbert Wiener. L'inseparabilità di uomo e natura diviene evidente con una lucidità completamente nuova in ogni progresso dell'ecologia. In campo psichiatrico e psicologico, laddove la tecnologia raggiunge la massima profondità proprio nell'uomo, per lungo tempo ci sono state persone che hanno insistito sul potere curativo di una fondamentale fiducia nell'inconscio. Ciò che però più mi interessa è il crescente successo di quelle persone impegnate in ricerche di base e che si sforzano di persuadere il governo e l'industria che nulla verrà scoperto di significativo finché agli scienziati non sarà permesso di essere scherzosi, stravaganti e sregolati. Ecco allora che il processo ha fatto il giro completo, giacché il bisogno di una sempre maggiore quantità di scienza produce il bisogno di un numero sempre crescente di gentiluomini in camice bianco spontanei, allegri e imprevedibili. Di sicuro una maggior allegria non produrrà scoperte scientifiche, né altro genere di creatività di un qualche valore. Ciò nonostante, la disciplina rigorosa e il pensiero esatto devono sempre essere subordinati alle bizzarrie dell'inconscio; subordinati, ma nondimeno suoi indispensabili utensili.
La situazione della scienza odierna è nel suo complesso profondamente mitologica, giacché costituisce una rimessa in scena dei temi fondamentali delle mitologie divine. Sinora, forse, non è niente di più che fantascienza, ma lo scopo logico della tecnologia è un mondo nel quale premendo un pulsante si potrà soddisfare qualsiasi desiderio, un mondo in cui i desideri stessi saranno resi desiderabili attraverso qualche droga apposita, o qualche alterazione del cervello. Un mondo del genere diventerebbe ben presto intollerabile, senza l'introduzione di un pulsante con su scritto: 'sorpresa!'. Inizialmente, solo sorprese piacevoli, poi, qualcuna sgradevole, tanto per aggiungere un po' di pepe e di avventura all'esperienza. Come quando, nel Kalika Purana, il dio Brahma si immerge in profonda meditazione all'inizio del mondo ed ecco che, hop!, dalle
profondità del suo essere emerge un giovane chiamato Amore, con immensa sorpresa e grande inquietudine del creatore. C'è un po' la stessa sensazione nella Genesi, quando viene detto, senza alcuna apparente premessa o ragione: "E Dio creò le grandi balene . Proprio così, e solo in seguito egli osservò e vide che era una cosa buona. Se dunque la stessa onnipotenza che crea il mondo è dio che si lascia andare, non potrebbe forse la scienza, con tutte le tecniche e discipline ora a sua disposizione, mettere da parte un po' della sua somma praticità e utilità e lasciare che la fantasia faccia partorire alla mente umana ben più grandi meraviglie che non razzi giganteschi e immense esplosioni?


Fritjof Capra, VERSO UNA NOVA SAGGEZZA. pag. 87-88-89

Una cartografia della coscienza

Alcune settimane dopo aver conosciuto Grof e prima di fargli visita a Big Sur, lo rividi in Canada, dove parlammo entrambi a un convegno, patrocinato dall'Università di Toronto, sui nuovi modelli di realtà e sulle loro applicazioni alla medicina. Nel frattempo avevo letto, con grandissimo interesse, il suo libro Realms of the Human Consciousness, e la conferenza di Grof al convegno mi permise di approfondire ulteriormente la comprensione del suo lavoro. La scoperta di Grof che le sostanze psichedeliche svolgono un'efficace azione catalitica sui processi mentali è corroborata dal fatto che i fenomeni da lui osservati nelle sessioni di esperimenti con l'LSD non sono affatto limitati alla sperimentazione psichedelica. Molti di essi sono stati osservati anche nella pratica della meditazione, negli stati di trance, nelle cerimonie sciamaniche di guarigione, in situazioni peritanatiche e in altre situazioni biologiche critiche, e in una varietà di altri stati di coscienza non comuni. Benché Grof abbia costruito la sua "cartografia dell'inconscio" sulla base della sua ricerca clinica con l'LSD, l'ha dopo di allora corroborata con molti anni di studi accurati di altri stati di coscienza non ordinari, che possono verificarsi spontaneamente o possono essere indotti da speciali tecniche senza l'uso di alcun farmaco o droga. La cartografia di Grof abbraccia tre domini principali: il dominio delle esperienze "psicodinamiche", implicante l'esperienza di rivivere in modo complesso ricordi emotivamente rilevanti di vari periodi della vita individuale - il dominio delle esperienze "perinatali", connesse ai fenomeni biologici implicati nel processo della nascita; e un intero spettro di esperienze che vanno al di là dei confini individuali e che trascendono le limitazioni di tempo e di spazio, per le quali Grof ha coniato l'aggettivo "transpersonali". Il livello psicodinamico ha chiaramente un'origine biografica e può essere inteso, in grande misura, nei termini di principi psicoanalitici fondamentali. "Se le sessioni psicodinamiche fossero l'unico tipo di esperienza con l'LSD," scrive Grof, "le osservazioni tratte dalla psicoterapia con l'LSD potrebbero essere considerate la prova di laboratorio delle premesse freudiane fondamentali. La dinamica psicosessuale e i conflitti fondamentali della psiche umana quali sono descritti da Freud si manifestano con una chiarezza e vividezza fuori del comune." Il dominio delle esperienze perinatali potrebbe essere la parte più affascinante e più originale della cartografia di Grof. Esso stabilisce una varietà di modelli di esperienza ricchi e complessi collegati ai problemi della nascita biologica. Fra le esperienze perinatali c'è una ripetizione estremamente realistica e autentica di varie fasi del proprio processo di nascita reale: la serena beatitudine dell'esistenza nel grembo in unione primigenia con la madre; la situazione "senza via d'uscita" della prima fase del parto, quando il collo dell'utero è ancora chiuso mentre le contrazioni uterine cominciano a farsi sentire sul feto, creando una situazione claustrofobica associata a un intenso disagio fisico; la propulsione attraverso il canale del parto, implicante una lotta enorme per la sopravvivenza contro pressioni schiaccianti; e, infine, l'improvviso sollievo e rilassamento, il primo respiro e il taglio del cordone ombelicale, che completa la separazione fisica dalla madre. Nelle esperienze perinatali le sensazioni e i sentimenti associati al processo della nascita possono essere rivissuti in modo diretto realistico, oppure emergere nella forma di esperienze simboliche, visionarie. Per esempio, l'esperienza di tensioni enormi che è caratteristica della lotta nel canale del parto è spesso accompagnata da visioni di lotte titaniche, di disastri naturali e di varie immagini di distruzione e di autodistruzione. Per facilitare una comprensione della grande complessità dei sintomi fisici, delle immagini mentali e delle strutture esperienziali, Grof li ha suddivisi in quattro gruppi, chiamati matrici perinatali, che corrispondono a fasi successive consecutive del processo della nascita. Studi dettagliati delle interrelazioni fra i vari elementi di queste matrici lo hanno condotto a profonde intuizioni concernenti molte condizioni psicologiche e molte strutture dell'esperienza umana. Ricordo di aver chiesto una volta a Gregory Bateson, dopo che avevamo assistito entrambi a un seminario di Grof, che cosa pensasse della ricerca di Grof sull'impatto psicologico dell'esperienza della nascita. Bateson, come amava spesso fare, rispose con una frase molto concisa: "Calibro da Nobel." L'ultimo dominio importante della cartografia dell'inconscio di Grof è quello delle esperienze transpersonali, che sembrano offrire percezioni profonde sulla natura e la pertinenza della dimensione spirituale della coscienza. Le esperienze transpersonali implicano un'espansione della coscienza al di là dei confini convenzionali dell'organismo e, corrispondentemente, un senso di identità più ampio. Esse possono implicare anche percezioni dell'ambiente che trascendano i limiti usuali della percezione sensoriale, avvicinandosi spesso a un'esperienza mistica diretta della realtà. Poiché il modo di conoscenza transpersonale esorbita in generale dal ragionamento logico e dall'analisi intellettuale, è estremamente difficile, se non impossibile, descriverlo in linguaggio fattuale. Grof ha trovato, in effetti, che per descrivere esperienze nell'ambito transpersonale sembra spesso più appropriato il linguaggio della mitologia, che è molto meno limitato dalla logica e dal buon senso. Le dettagliate esplorazioni degli ambiti perinatale e transpersonale convinsero Grof che la teoria freudiana doveva essere ampliata considerevolmente per accogliere i nuovi concetti da lui sviluppati. Questa conclusione coincise col suo trasferimento negli Stati Uniti, dov'egli fondò un movimento molto vitale nella psicologia americana, noto come psicologia umanistica, che ha già sviluppato la disciplina molto oltre la cornice di riferimento freudiana. Sotto la direzione di Abraham Maslow, gli psicologi umanisti si sforzarono di studiare gli individui sani come organismi integrali; essi erano interessati profondamente alla crescita personale e all"'auto-realizzazione", riconoscendo il potenziale intrinseco in tutti gli esseri umani; e concentrarono la loro attenzione sull'esperienza piuttosto che sull'analisi intellettuale. Da questi sviluppi presero conseguentemente l'avvio numerose nuove psicoterapie e scuole di "intervento sul corpo", che sono chiamate collettivamente il movimento del potenziale umano. Benché l'opera di Grof sia stata accolta con grande entusiasmo dal movimento del potenziale umano, egli trovò ben presto che persino la cornice concettuale della psicologia umanistica era troppo ristretta per lui, e nel 1968 fondò, assieme a Maslow e a vari altri, la scuola della psicologia transpersonale che si interessa specificamente del riconoscimento, della comprensione e della realizzazione di stati di coscienza transpersonali.

Il Sé transpersonale Meditazione Yoga-Vedanta e sviluppo Transpersonale


Come dice Thich Nhat Hanh: "Scopo della meditazione è di svegliarsi alla conoscenza di un unica cosa: che nascita e morte non ci riguardano mai ed in nessun modo": raggiungere la non-dualità significa scoprire la propria esistenza oltre i confini del tempo e dello spazio, ricongiungerla all'eternità e all'infinitezza dell'Assoluto che, nella sua essenza esiste in una permanenza oltre ogni processo e trasformazione.
Nella conoscenza suprema si realizza la trascendente testimonianza quale essere nel mondo che esprime la natura del Divino nella cui perfezione il soggetto si è reintegrato. Il testimonia la sua identità con il perfetto Principio della Vita vivendo senza desideri e attaccamenti, risvegliato e adeguato alla sua stessa sostanza, canale delle stesse forze trascendenti che proteggono la vita.
All'apice del suo percorso, la meditazione, iniziata come pratica di conoscenza della mente, si rivela quale mezzo per raggiungere la perfetta bontà che rende l'individuo interprete gioioso della volontà universale.


a) La visione spirituale del mondo


Il percorso della meditazione, quale sentiero verso il Divino intrinseco all'umana interezza, è ricerca dell'Essenza eterna, ritorno alla casa del Padre, dimora della pace profonda, approdo ad una Conoscenza principiale che conferisce beatitudine e libera dall'ignoranza e dal dolore.
La realizzazione del Sé-Testimone, quale suprema origine dimenticata, esige una filosofia di vita che varchi i limiti del materialismo e riconosca la realtà che non appare, ricercando quell'Essere
che non si percepisce come oggetto perché è il sostrato di ogni soggetto ed oggetto esistenti.
Come premessa, questa filosofia spirituale porta seco il concetto dell'ignoranza connaturata alla cosiddetta coscienza ordinaria e, conseguentemente, si pone come obiettivo la disidentificazione dalla illusorietà percettiva che definisce il e il mondo nei limiti del tempo e dello spazio.
Nella Tradizione metafisica induista i presupposti della visione spirituale del mondo sono i seguenti:

La Realtà ultima non appare e non cambia: è la Costante, l'Invariante, il Permanente che esiste oltre ogni relativo divenire fenomenico.
Tale Realtà è l'Assoluto la cui natura è Coscienza, Esistenza, Beatitudine (sat - cit- ananda)
- Il mondo manifesto delle forme che cambiano e sono soggette alla legge del divenire (che implica la nascita, la crescita e la morte) è composto da energia a diversi livelli di condensazione. Tale mondo manifesto è sovrapposto all'Immanifesto e, poiché non è costante, non può dirsi reale.
- Il microcosmo è identico al macrocosmo, il dell'uomo è della stessa natura dello Spirito assoluto che essenzia la Vita.
- Per realizzare il e la sua identità con la Realtà immanifesta occorre distaccarsi dal mondo del divenire-manifesto e trascenderne la dualità.
- Il modo per distaccarsi è percorrere il sentiero della meditazione, composto da dottrina, discipline etiche e consapevolezza.

Per comprendere il processo della meditazione è indispensabile approfondire i principi filosofici che distinguono la Realtà immanifesta da quella manifesta. Nell'Assoluto immanifesto non esistono leggi condizionanti né processi perché l'Essere è invariante: viceversa, nel mondo manifesto delle forme relative in perpetuo divenire, ove ogni sostanza è soggetta a mutamento, esistono leggi e processi che regolano la trasformazione in vista dell'armonia.
La prima legge è l'interconnessione: ogni dimensione del mondo manifesto è connessa al resto, nulla può esistere separatamente dal tutto, scisso da un'unità da cui riceve nutrimento.
La seconda legge è il cambiamento: tutto il manifesto diviene ed è in costante flusso, ogni realtà manifesta nasce, cresce e muore; nulla è stabile, ogni aspetto dell'universo comincia a cambiare e cammina verso la morte nell'attimo stesso in cui origina.
Poiché la realtà manifesta è un continuo divenire e tutto ciò che principia è condannato a finire, ogni attaccamento al mondo delle forme è latore di dolore.
Nella religiosità vedica i principi universali del cambiamento sono incarnati dalle tre divinità Brahma, Vishnu e Shiva, che simboleggiano il continuo flusso dell'universo spazio-temporale, attraverso la creazione, il mantenimento e la trasformazione-distruzione.
La terza legge è la causalità: tutto ciò che esiste nel mondo delle forme è sottoposto alla legge della causa e dell'effetto che qualifica il karma. Ciò che appare è l'effetto di ciò che è stato e prepara ciò che sarà: l'eterna ruota dell'azione che causa effetti è alla base della reincarnazione che si perpetua sinché esistono effetti che maturano nello spazio e nel tempo.
La legge della causa e dell'effetto conferisce un profondo significato alla vita e alle azioni individuali: nulla di ciò che si fa è inutile o rimane senza conseguenze; ogni scelta prepara uno stato futuro che si svilupperà come l'effetto di cause precedenti, pertanto, predisposto dalla volontà individuale.
Questa legge conferisce importanza, eticità e significato ad ogni azione concreta e rileva come l'essere umano possa essere artefice del suo stesso destino, decidendo persino la propria rinascita o la liberazione da questa.
La responsabilità dell'essere umano verso la propria vita si riferisce non solo all'azione concreta ma anche a quella del pensiero: poiché l'essere fenomenico è formato da livelli interconnessi e il livello materiale è in relazione con quello mentale, anche il pensiero è un principio causale latore di effetti, è una forma vibrante che modifica lo spazio sottile in cui esiste e quello materiale su cui ha influsso.
Poiché i mondi esistenti sono gerarchicamente ordinati e il mondo superiore ha potere di organizzazione su quello inferiore, l'ecologia della mente è alla radice dell'ecologia del corpo e della natura in cui viviamo.
La quarta legge è la polarità-dualità: il mondo delle forme è regolato dalla confluenza di opposti. Se nella cultura cinese gli opposti sono lo yin e lo yang, il principio femminile e maschile dell'uomo che incarnano l'attività e la recettività, nella concezione induista gli opposti sono il Purusa e la Prakrti, quali Coscienza ed Energia.
Nell'ambito del dinamismo degli opposti, la vita del divenire contiene necessariamente il bene e il male, il nascere e il morire, il piacere e il dolore, e tutte le dualità che qualificano l'impermanenza della realtà superficiale.
Assente nell'Assoluto, la dualità essenzia sia la natura universale sia la natura individuale: nell'essere umano è alla base del funzionamento della psiche. Superare la dualità e varcare i flutti degli opposti è la meta dello sviluppo transpersonale che approda alla conoscenza del e dell'Assoluto.

Ciò che permette all'essere umano di liberarsi dalle catene della realtà manifesta e dalle leggi che condannano al divenire e al dolore, è l'esercizio del dharma, il dovere legato al proprio stadio di vita.
Laura Boggio Gilot, Il Sé Transpersonale, Edizioni Ashram Vidya, Roma


Da Boggio Gilot L.: Forma e Sviluppo della Coscienza, Edizioni Ashram Vidya, Roma 1987. Pag. 83.

Il Reame dello Spirito

Wilber definisce il reame dello Spirito come un livello transpersonale che riguarda le strutture sottili (sede degli archetipi universali), e le strutture causali (che rappresentano l'origine delle forme archetipiche). Egli paragona le potenzialità delle strutture sottili e causali a quelle che la cultura yoga pone nel cakra superiore sahasrara ubicato alla sommità della testa, che rappresenta la sede dello Spirito.
Nella visione vedantica, lo Spirito corrisponde all'involucro dell'ananda-maya-kosa o guaina della beatitudine in cui esiste uno stato di felicità: infatti tale piano è la espressione del sacro nell'uomo e la sede dei principi supremi che sono ordinatori, sintetici e creativi.
Il reame spirituale confina nel suo aspetto inferiore con la mente intuitiva o intelletto, ovvero con le potenzialità creative, parapsicologiche, artistiche e con l'espressione geniale in generale; mentre nel suo aspetto superiore sconfina con l'Atman o base immanifesta della realtà.
Secondo Assagioli, il reame spirituale comprende l'inconscio superiore nei suoi più alti prodotti. Esso include potenzialità di amore e di conoscenza da cui derivano gli slanci dell'amore altruistico, gli stati di illuminazione mistica ecc. Il livello spirituale culmina nel Sé transpersonale che è la sintesi ed il seme di tutte le umane potenzialità (biologiche, psicologiche e spirituali). Esso non è solo, come dice Jung, il punto d'incontro tra conscio ed inconscio, ma un " centro permanente sopra l'"io" cosciente, che non può essere influenzato dalla corrente dei fenomeni psichici ed organici ".
Nella descrizione di Assagioli, il Sé si riferisce al nucleo delle umane possibilità dove, allo stadio germinale, è contenuta la totalità dell'unità bio-psico-spirituale. Secondo Assagioli, il Sé transpersonale, quale sistema umano, sintesi dei sottosistemi biologico, psicologico e spirituale, sconfina a sua volta nel Sé universale, ovvero nel più ampio sistema cosmico che lo include e lo trascende.
Come si può dedurre dalle parole di Assagioli e di Wilber, nell'accezione della psicologia transpersonale, lo " spirituale " perde la connotazione religiosa di realtà necessariamente legata al divino, per esprimere una realtà allo stato potenziale che riassume i poteri umani più elevati. Quello che ci sembra davvero importante è scoprire che, nelle tre diverse visioni dell'uomo, lo Spirito appare essere il principio e la causa dei livelli bio-psichici. Inoltre, esso appare esperibile e realizzabile solo oltre la dimensione razionale dell'" io " personale.
Come occorrono modi razionali ed analitici per comprendere la dimensione dell'" io ", così occorrono modi sintetici ed intuitivi per comprendere la dimensione del " Sé ".

La scienza transpersonale, che vuole indagare le vie della mente superiore e dello Spirito, necessita pertanto di una epistemologia che includa la meditazione, la contemplazione, il silenzio e il distacco, come prassi conoscitiva e realizzativa di un " occhio " che sia in grado di vedere oltre il razionale.
La visione dell'uomo, che scaturisce dagli scritti di Samkara, Assagioli e Wilber, mostra come la natura umana prende origine da un centro (il " Sé ") e si irradia in piani bio-psico-spirituali tra di loro interconnessi.
Tale concezione è:

- Olistica perché rappresenta la natura individuale identica a quella universale ed in interazione con essa;

- Olografica perché descrive ogni livello dell'umana realtà differenziato in superficie, ma identico nella sua base;

- Gerarchica perché descrive una realtà che si manifesta in livelli organizzati ed interconnessi (grossolano-fisico, mentale-sottile e spirituale-causale), in cui l'inferiore è incluso ed è parte del superiore;

- Trascendente perché descrive la vita come originata o causata da un principio transpersonale e spirituale.

La visione transpersonale è nel suo complesso in sintonia con quanto Bateson ha asserito sulla composizione della realtà come insiemi interconnessi che hanno come sostrato comune la mente, ed è in sintonia con la concezione unitaria della realtà, come è sottolineata dalla fisica moderna, in particolare dalle teorie di Bohm.
Per le nostre intelligenze razionalistiche e positivistiche, tale visione trascendente e spirituale dell'umana dimensione, soprattutto nella valenza dell'identità tra esistenza e mente, suona irreale, avvezzi come siamo a considerare la realtà secondo parametri di stampo metrico: eppure la visione transpersonale è quella che, ancora timidamente, viene evidenziata dalla scienza nelle sue frange più evolute, dà la ragione del lungo ed insoluto problema del rapporto tra l'Uno ed il molteplice e talvolta, la risposta all'angoscioso quesito esistenziale sull'origine della vita.

b) Caratteristiche delle strutture della coscienza

I diversi reami bio-psico-spirituali ripropongono le polarità del bene e del male, del passato e del futuro del creativo e del distruttivo e della natura animale e divina dell'uomo. Essi rappresentano le strutture dell'umana unità che sono integrate nel corso dell'evoluzione della coscienza.

Wilber sostiene che queste strutture sono caratterizzate dal fatto di essere:

- cognitive

- gerarchicamente organizzate

- permanenti

Il fatto che siano cognitive significa che esse portano seco una corrispondente visione del mondo: la visione delle strutture inferiori è largamente indifferenziata, perché basata sulle percezioni semplici e sulle emozioni primitive. La visione delle strutture mentali si avvale anche della possibilità della concettualizzazione, pertanto è più differenziata e complessa. La visione delle strutture spirituali, avvalendosi anche della componente intuitiva, rende possibile la conoscenza dell'universale e dei principi della vita.
Poiché sono gerarchicamente organizzate, le strutture emergono in progressione dal basso verso l'alto e dall'indifferenziato verso il differenziato: ogni piano include l'inferiore ed esclude il superiore.
Il carattere della permanenza fa sì che le strutture inferiori, una volta emerse, rimangano in vita e diventino parte delle strutture superiori.
La composizione delle strutture segue quello stesso sistema individuato da Bateson, per cui ogni piano della gerarchia deve essere visto in relazione al tutto e non può esserne dissociato.
E' come dire che la mente razionale include quella sensoriale ed esclude quella intuitiva, mentre la mente intuitiva include sia la sensoriale che la razionale: pertanto chi ha una visione logica della realtà ha anche quella empirica, ma è privo della visione principiale e metafisica del reale, mentre chi ha una visione spirituale comprende sia l'aspetto empirico che quello logico, ma lo trascende in un più alto ordine.
Dal punto di vista contenutistico e qualitativo, l'emergenza di una struttura superiore, pur mantenendo in vita quella inferiore, ne cambia il significato: ad esempio, quando emergono le strutture mentali, quelle istintuali rimangono presenti nella coscienza, ma perdono la loro visione del mondo. Insomma, le strutture superiori incorporano quelle inferiori, e ciò che cambia del piano inferiore è solo l'uso di esso ai fini dell'economia della personalità. Quando gli istinti sono integrati con il pensiero, ovvero l'Eros è sintetizzato con il Logos, la carica pulsionale dell'istinto non viene meno, ma muta la direzione dell'energia e quindi il movente della pulsione: questo vuol dire, ad esempio, che il sesso è usato come strumento di amore e l'aggressività come elemento di autorealizzazione. Ad un più alto grado di integrazione, quando a sua volta l'unità istintivo-mentale è integrata nell'intuizione superconscia, ovvero il Logos è trasceso nel Nous, le facoltà della mente non perdono certo le loro valenze, ma vengono usate per i fini prospettati da una visione universale della vita e pertanto divengono mezzi di un agire trans-egoico e metamotivato.


SRI AUROBINDO


Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel Sahasradala (il settimo chakra) proprio sopra la sommità della testa ed opera da tale sede d'azione.
Sotto di essa, alla sommità del cranio, c'è la Buddhi superiore, (intelligenza, comprensione) sotto la quale, occupando il livello mediano del cervello, c'è la ragione, o Buddhi inferiore; sotto quest'ultima, alla base del cervello, si trova l'organo di comunicazione con il Manas (mente sensoria). Potremmo chiamare quest'organo la "comprensione". La conoscenza, la ragione e la comprensione sono le tre parti del cervello. Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti corrispondenti del cervello fisico.
Il Manas è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l'organo sensoriale con i suoi cinque Indrya subordinati. Sotto il Manas, tra il cuore e l'ombelico, si trova Chitta (coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore). Da quel punto fino all'ombelico ed oltre è la regione del prana psichico suksma (i piani sottili dell'essere). Tutti si trovano nel sukshmadeha, ma sono collegati ai rispettivi punti con lo Sthula Deha (il corpo materiale). Due funzioni sono situate nello sthula deha stesso: il prana fisico o sistema nervoso e lo Annam o corpo materiale (materia grossolana). Ora, la Volontà è l'organo dell'Ishwara o maestro vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni, attraverso la Buddhi per il pensiero e la conoscenza, attraverso il Manas per la percezione sensoriale, attraverso il Chitta per l'emozione ed attraverso il Prana per la fruizione.
Quando funziona perfettamente, operando in ciascun organo secondo le sue capacità, l'azione della Shakti diviene Perfetta ed infallibile. Ma esistono due cause di debolezza, d'errore e di cedimento. Innanzi tutto, la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell'emozione e nel pensiero, allora la persona diventa anisha, schiava del Prana, vale a dire dei desideri. Se il Chitta interferisce con la sensazione ed il pensiero, allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti voglie. Se per esempio l'amore interferisce con la Buddhi, la persona diventa cieca rispetto all'oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda l'oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava delle emozioni, dell'amore, dell'ira, dell'odio della pietà, della vendetta ecc. Nello stesso modo se il Manas interferisce con la ragione, la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti. Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l'immaginazione, la memoria interferiscono con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità e possibilità. Se, infine, persino la Buddhi interferisce con la volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all'Onnipotenza. In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall'inizio, o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà male in quanto si viene a creare dharma-sankara..
Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima che conquistino la conoscenza. Tutto è dharma-sankara, confusione delle funzioni, cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante.
La Volontà, il vero ministro, è ridotta ad un burattino dei funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi egoistici, interferendo l'uno con l'altro ed ostacolandosi l'un l'altro o favorendosi l'un l'altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a detrimento dell'Ishwara loro signore.
Egli non è più l'Ishwara, ma è anisha, diventa la marionetta e lo zimbello dei suoi servitori.
Come mai lo permette? A causa di Ajnanam. Non sa, non si rende conto di quello che i ministri e i funzionari ed il loro innumerevole seguito di portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è Ajnanam? E' l'incapacità di riconoscere la propria vera natura, posizione ed autorità. Egli ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia del suo regno, il corpo. Ha pensato, "Questo è il mio regno." E' diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche con l'essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli si identifica con ciascuno di essi. Dimentica di essere diverso da loro, e molto più grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le redini del potere, ricordarsi di essere l'Ishwara, il re, il signore e Dio in persona. Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d'essere onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà.
Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà l'ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all'inizio saranno recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d'altra parte, anche se volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove cominciare. Per esempio, qualora incominciate ad usare la vostra volontà, che cosa è probabile che accada? All'inizio cercherete di usarla attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l'userete attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o attraverso il Manas usando Cheshta, combattimento, sforzo, come se lottaste fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la Buddhi, cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando "così sia", "che questo accada", ecc. Tutti sono metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta verso il suo oggetto dal sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà, senza desiderio. Obbedisce sempre l'Ishwara, ma agisce in sé stessa e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev'essere usata da queste. Ogni funzione per sé, - e la Volontà è la sua propria funzione.
Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza; usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun'altra cosa. Usate il corpo per il movimento e l'azione, non come una cosa capace di limitare o determinare la conoscenza, l'emozione, la percezione dei sensi, il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici yantra, meccanismi; il Purusha è lo Yantri o signore del meccanismo, e l'elettricità o potere motore è il Volere.
Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne uso. E questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare, ma deve esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell'Ishwara.
NOTE
Sahasradala: il settimo chakra detto Loto dei mille petali.
Buddhi: intelligenza, comprensione, il principio del discernimento.
Manas: mente sensoria.
Chitta:. coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore.
Suksma: i piani sottili dell'essere, parti sottili dell'essere umano.
Suksma deha: il corpo sottile.
Sthula deha: il corpo materiale.
Annam: corpo materiale, materia grossolana.
Kartavya e akartavya: il dovere, e ciò che non deve essere fatto.
Anisha: non signore, non padrone, soggetto alla natura.

Tratto dalla rivista edita a Pondicherry dall'Aurobindo Ashram "DOMANI", NOV 1989 PAG. 256




J. Krishnamurti

SULL'AMORE


Domanda: Che cosa intende per amore?

Krishnamurti: Scopriremo, mediante l'intendimento, che cosa l'amore non è, perché, essendo l'amore ignoto, dobbiamo giungervi scartando il noto. L'ignoto non potrà venire scoperto da una mente ricolma del noto. Ciò che stiamo per fare è scoprire i valori del noto, contemplare il noto; quando viene contemplato con purezza, senza condanna, la mente se ne libera; e allora sapremo che cosa sia l'amore. Perciò, è necessario accostarci all'amore negativamente non positivamente.
Che cos'è l'amore per la maggior parte di noi? Quando diciamo di amare qualcuno, che cosa intendiamo? Intendiamo che possediamo quella persona. Da tale possesso nasce gelosia, poiché se perdo lui o lei, che cosa accade? Mi sento vuoto, perduto; e perciò legalizzo il mio possesso; tengo lui, o lei. Dal prendere, dal possedere questa persona, nascono la gelosia, la paura e tutti i conflitti innumerevoli che dal possesso scaturiscono. Senza dubbio un tale possesso non è amore: non vi pare?
Ovviamente l'amore non è sentimento. Essere sentimentali, essere emotivi, non è amore, poiché il sentimentalismo e l'emozione sono pure sensazioni. Una persona religiosa che pianga su Gesú e su Krishna, sul suo guru o su qualcun altro, è puramente sentimentale, ed emotiva. Indulge alle proprie sensazioni, il che è un processo del pensiero non è amore. Il pensiero risulta dalla sensazione, così che chi sia sentimentale, emotivo, non è possibile conosca l'amore. E ancora: non siamo noi emotivi e sentimentali? Il sentimentalismo, l'emotività, altro non sono se non una forma di autoespansione. Esser colmi di emozione ovviamente non è amore, poiché una persona sentimentale può essere crudele quando non si corrisponde ai suoi sentimenti, quando i suoi sentimenti non hanno sfogo. Una persona emotiva può essere spinta all'odio, alla guerra, al massacro. Chi sia sentimentale, pieno di lacrime per la sua religione, sicuramente non possiede amore.
Il perdono è amore? Che cosa è implicito nel perdono? Voi mi insultate ed io mi risento, me lo ricordo; allora, in seguito sia alla costrizione che al pentimento, dico: "Ti perdono". In un primo tempo mi ricordo; poi respingo. Che cosa significa ciò? Che io resto pur sempre la figura centrale. Io resto importante, sono io che sto perdonando qualcuno. Finché sussisterà l'atteggiamento di perdonare, sarò io che sarò importante, e non l'uomo che, si suppone, mi ha insultato. Così quando accumulo risentimento e quindi lo rinnego, il che voi chiamate perdono, ciò non è amore. Chi ama ovviamente non ha inimicizia ed è perfettamente indifferente a tutte queste cose. La simpatia, il perdono, la relazione del possesso, la gelosia ed il timore: tutte queste cose non sono amore. Appartengono tutte alla mente, non è cosi? Finché la mente resta l'arbitro, non vi è amore, perché la mente arbitra soltanto mediante il possesso, e il suo arbitrato è puramente possesso in forme diverse. La mente potrà soltanto corrompere l'amore, non potrà farlo nascere, non potrà conferirgli bellezza. Si può scrivere una poesia sull'amore, ma ciò non è amore.
Ovviamente non vi è amore quando non vi è rispetto reale, quando non rispettate l'altro, sia egli il vostro servo o il vostro amico. Non avete notato che non siete rispettosi, gentili, generosi con i vostri servi, con le persone che, si dice, stanno sotto" di voi? Voi rispettate chi sta al di sopra di voi, il vostro capo, il miliardario, l'uomo che possiede un'enorme casa ed ha un titolo, l'uomo che può darvi una posizione migliore, un lavoro migliore, dal quale possiate ottenere qualcosa. Ma prendete a calci coloro che stanno sotto di voi, per loro scegliete un linguaggio speciale. Perciò ove non c'è rispetto, non c'è amore; ove non c'è misericordia, pietà, perdono, non c'è amore. E poiché la maggior parte di noi si trova in questa condizione, ebbene, noi non abbiamo l'amore. Non siamo né rispettosi né misericordiosi né generosi. Siamo possessivi, colmi di sentimentalismo e di emotività che possono prendere qualsiasi strada; uccidere, massacrare o unificarsi in base a qualche intento folle e ignorante. Così, come potrebbe esservi amore?
Potrete conoscere l'amore soltanto quanto tutto ciò sarà finito, soltanto quando non, quando non sarete meramente emotivi, con la vostra devozione ad un oggetto. Tale devozione è una supplica, cerca qualche cosa in forme diverse. Chi prega non conosce l'amore. Perché siete possessivi, perché perseguite un fine, un risultato, attraverso la devozione, la preghiera, il che vi rende sentimentali ed emotivi, naturalmente non vi è amore; ovviamente non c'è amore quando non c'è rispetto. Potete dirmi che nutrite rispetto, ma il vostro rispetto è per chi vi è superiore, è semplicemente il rispetto che nasce dal desiderare qualcosa, è il rispetto della paura. Se veramente sentiste rispetto, lo sentireste per gli inferiori come per coloro che chiamate i superiori; ma non avendolo, non vi è amore. Quanto pochi fra noi sono generosi, misericordiosi, quanto pochi perdonano! Siete generosi quando ciò vi conviene, siete misericordiosi quando potete aspettarvi qualche cosa in cambio. Quando tali cose scompaiono, quando tali cose non occupano più la vostra mente, e le cose della mente non riempiono il vostro cuore, allora vi è amore; e solo l'amore può trasformare la presente follia ed insania nel mondo: non i sistemi, non le teorie, né di destra né di sinistra. Amerete realmente quando non sarete invidiosi né avidi, quando nutrirete rispetto, quando sentirete misericordia e compassione, quando avrete considerazione per vostra moglie, i vostri figli ed il vostro vicino, e i vostri meno fortunati servi.
All'amore non si può pensare, l'amore non si può coltivare, l'amore non si può praticare. La pratica dell'amore, la pratica della fraternità, resta pur sempre nell'ambito della mente, e perciò non è amore. Quando tutto questo è giunto a termine, nasce l'amore, e solo allora saprete che cos'è l'amore. Dunque l'amore non è quantitativo, ma qualitativo. Voi non dite: <<amo tutto il mondo>>; ma quando saprete come amare una sola persona, saprete come amare tutti. Ma poiché non sappiamo come amare una sola persona, il nostro amore per l'umanità è fallace. Quando si ama, non è questione di uno o di molti; vi è soltanto l'amore. Soltanto quando vi è amore tutti i nostri problemi potranno risolversi, e soltanto allora potremo conoscerne la beatitudine e felicità.


Thich Nhat Hanh

Cavalcare le onde della nascita e della morte



Qualche osservazione sul problema della vita e della morte. Ci sono persone, fra cui molti giovani, che hanno deciso di servire gli altri e lavorare per la pace, per amore di tutti coloro che soffrono. Pur essendo ben consci che la questione della vita e della morte è la questione fondamentale, spesso non capiscono che vita e morte sono due facce della stessa realtà. Una volta capito questo, avremo il coraggio di affrontarle entrambe.
Quando avevo appena diciannove anni, un monaco più anziano mi diede il compito di meditare sull'immagine di un cadavere al cimitero. Io però avevo molte resistenze ad accettare questa pratica. Ora ho cambiato parere. All'epoca pensavo che bisognasse riservarla ai monaci più anziani. Ma da allora ho visto molti giovani soldati giacere immobili l'uno accanto all'altro, alcuni di appena tredici, quattordici o quindici anni. Non erano preparati e pronti a morire. Ora capisco che chi non sa morire difficilmente saprà vivere, perché la morte è parte della vita. Giusto due giorni fa Mobi mi diceva che secondo lei a vent'anni si è abbastanza vecchi per meditare sul cadavere. Lei stessa ne ha appena compiuto ventuno.
Dobbiamo guardare la morte in faccia, riconoscerla e accettarla, proprio come guardiamo e accettiamo la vita.
Il sutra buddhista della presenza mentale parla della meditazione sul cadavere: si medita sul disfacimento del corpo, su come si gonfia e diventa violaceo, sul corpo che è mangiato dai vermi finché non restano che brandelli di sangue e carne su uno scheletro; si medita finché restano solo le ossa, che a loro volta lentamente si consumano e diventano polvere. Meditate così, sapendo che anche il vostro corpo subirà lo stesso processo. Meditate sul cadavere finché non sarete calmi e tranquilli, finché la mente e il cuore non diventeranno leggeri e sereni e un sorriso vi comparirà sul volto. Cosi, vincendo il disgusto e la paura, la vita apparirà infinitamente preziosa, degna di essere vissuta attimo per attimo. E non è solo la nostra vita a rivelarsi preziosa, ma anche quella di ogni altra persona, di ogni altro essere, di ogni altra realtà. Non possiamo più nutrire l'illusione che la distruzione di altre vite sia necessaria alla nostra sopravvivenza. Vediamo che vita e morte sono le due facce della Vita e che entrambe la rendono possibile, come una moneta esiste solo in virtù delle sue due facce. Soltanto ora è possibile guardare vita e morte come dall'alto, sapendo vivere e sapendo morire. Il Sutra dice che i bodhisattva che hanno esplorato la realtà dell'interdipendenza si sono liberati da tutte le idee limitate e sono riusciti ad affrontare la vita e la morte come chi navighi su una piccola barca senza affondare o farsi sommergere dalle onde.
Qualcuno ha detto che guardare la realtà dal punto di vista buddhista porta al pessimismo. Ma pensare in termini di pessimismo o di ottimismo banalizza la verità. Il punto è vedere la realtà cosi com'è. Il pessimismo non potrà mai generare il sorriso calmo e sereno che sboccia sulle labbra dei bodhisattva e di tutti coloro che realizzano la Via.



Allan Watts

... E' qui che la psicologia dell'Occidente può prendere lezione dalla psicologia dell'Oriente, la quale presta più attenzione al modo di accettare e meno alle cose da accettare. Essa è interessata a creare uno stato mentale preparato a ogni eventualità, a ogni sorpresa che venga sia dall'universo esterno sia dall'universo interno. Troppo poco risalto è dato a questo aspetto dell'opera da sconsiderati professionisti della psicologia dell'inconscio, così che facilmente l'analisi risulta piuttosto astratta dalla vita. L'analisi non è qualcosa a cui si possa lavorare solo di notte, nel paese dei sogni, e la salute psicologica non può essere comperata a cento dollari la visita ogni giovedì pomeriggio. Una sera un amico mi telefona e mi annuncia che deve rincasare presto perché il suo analista lo ha incaricato di affrontare un problema". Quando è necessario rincasare presto, chiudersi in camera, sedersi solennemente, prendere da un cassetto il problema e affrontarlo, cominciamo a chiederci con stupore che cosa sia avvenuto di una certa indispensabile qualità chiamata umorismo. L'analisi non deve assolutamente astrarsi dalla vita, ma, quando si dà eccessivo risalto al sogno, al simbolismo inconscio, al disegno e alla pittura inconsci, e alla vita di fantasia in generale, si corre il rischio di dividere la vita in due metà e trascurare i rapporti che le legano, come se l'intero processo non richiedesse altro che di essere sviluppato nel mondo del sogno e della fantasia.
Molte di queste difficoltà sarebbero superate, se coloro che non possono giovarsi di un savio analista, avessero la chiara intelligenza dei fini dell'opera psicologica, e anche qui la visione di sistemi orientali come il Taoismo e varie forme di Buddhismo è molto indicativa. Infatti qui l'obiettivo non è raggiungere uno stadio - particolare; è trovare il giusto atteggiamento mentale in quale che sia lo stadio in cui possa capitare di trovarsi. Questo, a dire il vero, è un principio fondamentale di quelle forme di psicologia orientale che passeremo in rassegna. Nel corso della sua evoluzione l'uomo passerà attraverso un numero indefinito di stadi; si arrampicherà sulla cresta di un monte per trovare la strada che lo porti oltre la cresta di un altro e di un altro ancora e così all'infinito. Nessuno stadio è definitivo, perché il significato della vita sta nel suo movimento e non nel luogo verso cui si muove. Un nostro proverbio dice che viaggiare bene è meglio che arrivare, il che si avvicina all'idea orientale. La saggezza non consiste nell'arrivare a un luogo particolare e non si deve pensare che la si raggiunga necessariamente con l'arrampicarsi su una scala i cui pioli sono gli stadi successivi dell'esperienza psicologica. Quella scala è senza fine e l'accesso all'illuminazione, alla saggezza o alla libertà spirituale si può trovare su uno qualunque dei suoi pioli. Se lo scopri, non significa che non dovrai continuare ad arrampicarti su per la scala; dovrai continuare ad arrampicarti esattamente come dovrai continuare a vivere. Ma l'illuminazione si trova con la piena accettazione del posto dove ti trovi ora. L'uomo moderno si trova nello stadio dell'evoluzione umana in cui c'è una divisione massima fra il suo Io e l'universo; per lui l'illuminazione è l'accettazione totale di quella divisione. Le tecniche psicologiche falliscono perché non si accettano pienamente i vari stadi coinvolti; questi si accettano con il solo scopo di raggiungere una certa meta, come per esempio lo stato di "individuazione" simboleggiato dal mandala. In tali circostanze quello stato si può raggiungere" ma non vi si trova ciò che intimamente si desidera. Il risultato è che quanti immaginano di aver completato quella fase di lavoro psicologico, sono spesso infelici come sempre.
La semplice esplorazione dell'inconscio non porta alla saggezza, perché uno sciocco potrà imparare molto e sperimentare molto, ma sarà sempre uno sciocco. Diventa saggio solo quando ha l'umiltà di lasciarsi libero di essere uno sciocco. Come dice Chuang Tze: "Chi sa di essere uno sciocco non è un grande sciocco". Infatti lo sciocco si rivela sempre per il suo orgoglio, per l'illusione che la grandezza si misuri semplicemente con il metro della sapienza psicologica e che caricandosi di nuove esperienze diventerà saggio. La psicologia dell'inconscio è il suo felice terreno di caccia. "Dopo cinque o sei anni di analisi", egli pensa, "se lavorerò sodo e passerò attraverso tutti gli stadi necessari, diventerò una persona reale, un uomo autentico, libero". Veramente quei cinque anni di lavoro (la cui realizzazione richiederà anche l'istupidimento dell'analista) potranno insegnargli qualcosa, se per avventura gli mostreranno che egli è simile a quel somaro che cercava il fuoco con la lanterna accesa. Talvolta il giro più lungo è la via più breve per tornare a casa.
La via dell'accettazione e della libertà spirituale si trova non con l'andare da qualche parte, ma nell'andare, e lo stadio in cui se ne può conoscere la felicità è ora, in questo stesso momento, nello stesso posto in cui ti capita di stare. Sta nell'accettare pienamente lo stato della tua anima, qual è ora, non nel tentare di portarti con la forza in un altro suo stato, che per orgoglio immagini che sia superiore e più progredito. Non si tratta di sapere se il tuo stato presente sia buono o cattivo, nevrotico o normale, elementare o progredito; si tratta di sapere quale sia. L'essenziale non è accettarlo al fine di passare a uno stato "superiore", se cosi si può chiamare. A mo' di illustrazione, ecco la storia di come il saggio Buddhista Hui-neng illuminò Chen Wei-ming, il quale ]o aveva inseguito per rubargli il mantello e la ciotola delle elemosine del Buddha. Hui-neng li aveva deposti su una roccia e, quando Chen andò per sollevarli, trovò che era impossibile. Preso dal terrore, Chen protestò che non era venuto per il mantello e la ciotola, ma per la saggezza che rappresentavano. " Poiché sei venuto per il Dharma", disse Hui-neng, "non pensare al bene, non pensa re al male, ma vedi quale sia la tua vera natura (letteralmente: " faccia originaria " ) in questo momento ". A queste parole, Chen fu d'improvviso illuminato; grondando di sudore e salutando Hui-neng con lacrime di gioia, domandò: "Oltre a queste parole segrete e a questi occulti significati che mi hai appena elargiti, c'è qualcos'altro di segreto?". Hui-neng rispose: "In ciò che ti ho rivelato non c'è nulla di segreto. Se rifletti e riconosci la tua vera natura, il segreto è in te".




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