Brani di
interesse
Dott. Filippo Falzoni Gallerani
A. R. A. T. Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale
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Citazioni utili all'ampliamento dell'argomento da diverse prospettive
e livelli, tratte da autori diversi. (Reich, Lowen, Grof, Capra, Hillman,
Jung, Bohm, Allan Watts, Boggio Gilot e Aurobindo, Krishnamurti, Nisargadatta
Maharaj, RAMANA MAHARSI, Thich Nhat Hanh:, Dalai Lama)
Benché il Rebirthing sia una scoperta recente quando consulto numerosi
volumi della mia biblioteca trovo che molti autori di indiscussa grandezza
parlano dell'importanza fondamentale della respirazione per ogni aspetto
della salute umana. Prendo spunto ad esempio da "La funzione dell'Orgasmo
di W. Reich, padre della Bioenergetica. Egli è stato osteggiato dalla
cultura dei suoi tempi ancora condizionata dalla mentalità conformista
e puritana soprattutto per le sue ricerche sulla sessualità. Reich
aveva intuito il rapporto tra la sessualità, l'energia vitale (da
lui denominata energia orgonica) e la respirazione, e l'inevitabile legame
tra i blocchi respiratori, i problemi sessuali e la nevrosi.
Vari decenni fa studiando i meccanismi della tensione addominale così
scriveva: "Non esiste malato nevrotico che non riveli una tensione
addominale. Avrebbe poco senso elencare e descriverne qui i sintomi, senza
comprenderne la funzione nella nevrosi .
Il trattamento della tensione addominale è divenuto tanto importante
nel nostro lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come
sia stato possibile curare anche solo approssimativamente le nevrosi senza
conoscere la sintomatologia del plesso solare. I disturbi della respirazione
nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali.
Si cerchi di immaginare di essere stati spaventati o di trovarsi in uno
stato di angosciosa attesa di un grande pericolo. Involontariamente si
tratterrà il respiro e si manterrà questa posizione. Poiché
non si può cessare completamente di respirare presto si espirerà
nuovamente, ma l'espirazione non sarà completa e profonda, ma leggera;
non si espirerà pienamente, ma solo a tratti. In uno stato di attesa
angosciosa si spingono involontariamente le spalle in avanti e si rimane
in questo atteggiamento rigido. (...)
Che funzione ha l'atteggiamento descritto dalla "respirazione leggera"?
Se guardiamo la posizione degli organi interni e il loro rapporto con il
plesso solare, comprendiamo immediatamente di cosa si tratta. Quando si
è spaventati si inspira involontariamente; viene fatto di pensare
alla inspirazione involontaria di quando si sta per annegare e che è
la causa principale della morte; il diaframma si contrae e comprime dall'alto
il plesso solare. La funzione di questa azione muscolare diventa pienamente
comprensibile solo quando si prendono in considerazione i risultati dell'esame
analitico caratteriale dei precedenti meccanismi di difesa infantili .
I bambini combattono solitamente i continui e penosi stati di angoscia che
sentono nello stomaco trattenendo il respiro. Essi fanno la stessa cosa
quando provano sensazioni di piacere nell'addome e nei genitali e ne hanno
paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è forse
uno dei primi e più importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere
le sensazioni di piacere nell'addome sia di soffocare sul nascere l'angoscia
addominale. A questo trattenere il respiro si aggiunge poi l'effetto della
pressione addominale.
Il modo in cui i nostri bambini riescono a bloccare le sensazioni nel ventre
con la respirazione e la pressione addominale è tipico e universale.
.. " Come era possibile che questo blocco della respirazione potesse
reprimere o eliminare completamente gli affetti? Questa domanda era decisiva.
Era infatti divenuto chiaro che il freno della respirazione costituiva il
meccanismo fisiologico della repressione degli affetti e la rimozione degli
affetti era quindi anche il meccanismo fondamentale della nevrosi in generale.
Una semplice riflessione ci faceva ricordare che la respirazione ha biologicamente
la funzione di apportare ossigeno e di eliminare biossido di carbonio dall'organismo.
L'ossigeno contenuto nell'aria immessa permette la combustione nell'organismo
dei cibi digeriti. In termini chimici, combustione è tutto ciò
che comporta la formazione di composti con l'ossigeno. Nella combustione
si crea energia. Senza ossigeno non c'è combustione e di conseguenza
neppure produzione di energia. Nell'organismo l'energia si crea attraverso
la combustione degli elementi. Durante questo processo vengono generati
calore ed energia cinetica. La bio-elettricità viene prodotta durante
questo processo di combustione. Se la respirazione è ridotta, si
introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità necessaria
alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta meno energia,
allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi anche più facili
da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente
parlando, la funzione dl ridurre la produzione di energia nell'organismo,
e quindi anche la produzione di angoscia." Da "La Funzione
dell'Orgasmo" Edizioni Sugarco Milano, 1961.
Partendo da un punto di vista occidentale e non specificamente Transpersonale,
mettendo l'accento principalmente sul corpo, senza prendere in considerazione
gli aspetti sottili di prana e dei centri eterici del corpo (chakra) né
gli aspetti coscienziali profondi, bensì soltanto gli aspetti più
specificatamente bioenergetici, questo articolo di Alexander Lowen (attuale
figura di spicco della moderna Bioenergetica), ci offre una conferma della
sostanziale importanza della respirazione in tanti diversi livelli di applicazione.
Quanto ci dice tuttavia conferma la fondamentale importanza del respiro
per tutte le funzioni biologiche, e si tratta quindi di un punto di riferimento
preciso per chi pratica il Rebirthing.
Il piacere di essere pienamente vivi
Respirazione, movimento e sensazione
Ognuno di noi ha sperimentato qualche volta nella sua vita l'assoluto
piacere che segue la guarigione dopo una malattia o un incidente. Il primo
giorno in cui ci si rimette in salute si sente con profondo piacere, la
gioia di essere vivi. Che soddisfazione respirare profondamente! Che bello
muoversi agevolmente e liberamente! La mancanza di salute rende una persona
consapevole del suo corpo e dell'importanza di essere sana. Sfortunatamente,
questa consapevolezza si perde in breve tempo, e presto svanisce anche la
meravigliosa sensazione che l'accompagna. Non appena un individuo riprende
le sue attività di sempre, viene intrappolato da pulsioni che lo
dissociano dal suo corpo. Si preoccupa degli eventi e degli oggetti del
mondo esterno e dimentica rapidamente la rivelazione che il piacere è
la percezione di essere pienamente vivi nel qui e ora; il che significa
essere pienamente vivi in senso corporeo.
Essendosi dissociato dal corpo, l'individuo non pensa più in termini
corporei. Ignora la semplice verità che dice che per essere vivi
si deve respirare e che meglio si respira e più si è vivi.
Soltanto sporadicamente può essere consapevole di avere il respiro
corto e, specialmente sotto stress, può accorgersi che sta trattenendo
il respiro, ma non dà a questo fatto una particolare importanza.
Può persino prendere atto con un sorriso di rassegnazione che l'andatura
frenetica della sua vita non gli lascia il tempo di respirare. Comunque,
con il passare degli anni farà la triste scoperta che questa funzione,
come altre funzioni del corpo, si deteriora se non viene usata propriamente.
Una volta che la respirazione diventa difficile, una persona darebbe qualsiasi
cosa pur di essere nuovamente in grado di respirare con facilità.
In quel momento sa che la respirazione è una questione di vita o
di morte o, per vederla da un punto di vista positivo, che la vita è
una questione di respirazione.
Un'altra semplice verità che dovrebbe risultare ovvia è quella
che la personalità di un individuo si esprime attraverso il suo corpo
tanto quanto attraverso la sua mente. Non si può dividere un essere
umano in mente e corpo. Nonostante questa verità, tutti gli studi
della personalità sono centrati sulla mente, a completo discapito
del corpo. Il corpo di una persona ci dice molto della sua personalità.
Il portamento, l'intensità dello sguardo, il tono della voce, la
forma delle mascelle, la posizione delle spalle, la facilità di movimento
e la spontaneità dei gesti non ci dicono soltanto chi è ma
anche se si gode la vita, se è triste o a disagio. Possiamo anche
chiudere gli occhi davanti a queste espressioni della personalità
altrui, proprio come la persona stessa può chiudere i cancelli mentali
alla consapevolezza del corpo, ma se lo facciamo ci illudiamo con un'immagine
che non ha alcun rapporto con la realtà dell'esistenza. La verità
del corpo di una persona può essere dolorosa, ma eludere questo dolore
significa chiudere la porta alla possibilità del piacere.
Una persona entra in terapia perché non è contenta della vita.
Nel passato o nel futuro della sua mente è consapevole che la sua
capacità di provare piacere è diminuita o è andata
perduta. I motivi che adduce possono essere la depressione, l'ansia, il
senso d'inadeguatezza e così via, ma questi sono sintomi di un disturbo
più profondo, in altre parole, dell'incapacità di apprezzare
la vita. In ogni, caso, può essere dimostrato che questa incapacità
nasce dal fatto che il paziente non è pienamente vivo nel suo corpo
e nella sua mente. Quindi, questo è un problema che non può
essere risolto con un approccio puramente mentale. Deve essere affrontato
simultaneamente a livello fisico e psicologico. Solo quando una persona
diventa completamente viva si ristabilisce appieno la sua capacità
di provare piacere.
I principi e le pratiche della terapia bioenergetica si basano sull'identità
funzionale della mente e del corpo. Ciò significa che qualsiasi cambiamento
effettivo nel pensiero di una persona e, di conseguenza, nel suo comportamento
e nei suoi sentimenti, è condizionato dal cambiamento della funzionalità
del suo corpo. A questo riguardo, le due funzioni più importanti
sono la respirazione e il movimento. In una persona che ha
un conflitto emotivo, entrambe le funzioni sono disturbate da tensioni muscolari
croniche che rappresentano la controparte fisica dei conflitti psicologici.
Tali conflitti si strutturano nel corpo attraverso le tensioni muscolari.
Quando ciò accade, non possono trovare soluzione finché non
si allentano le tensioni. Per allentare le tensioni muscolari si deve sentirle
come una limitazione all'espressione di sé. Non è sufficiente
essere consapevoli del dolore che provocano. E la maggior parte delle persone
non è neppure consapevole di questo. Quando una tensione muscolare
diventa cronica, viene rimossa dalla coscienza e se ne perde la consapevolezza.
La sensazione viene determinata dalla respirazione e dal movimento.
Un organismo percepisce soltanto ciò che si muove all'interno del
corpo. Per esempio, quando un braccio resta immobilizzato per un certo periodo
di tempo, si intorpidisce e perde sensibilità. Per recuperare la
sensibilità bisogna rimetterlo in movimento. Quando la respirazione
è affannosa, si riduce la mobilità dell'intero corpo. Quindi,
trattenere il respiro e la maniera più efficace di annullare una
sensazione. Questo principio opera anche all'inverso. Proprio come le forti
emozioni stimolano la respirazione e la rendono più profonda, la
stimolazione della respirazione riesce a evocare forti emozioni.
La morte è un arresto della respirazione, una cessazione del movimento
e una perdita della sensibilità. Essere completamente vivi significa
respirare profondamente, muoversi liberamente e provare appieno le sensazioni.
Queste verità non possono essere ignorate se diamo valore alla vita
e al piacere.
Molti medici e terapeuti hanno trascurato l'importanza che un'appropriata
respirazione assume nei confronti della salute emotiva e fisica. Sappiamo
che la respirazione è indispensabile per vivere, che l'ossigeno fornisce
all'organismo le energie per muoversi, ma non ci siamo resi conto che una
respirazione inadeguata riduce la vitalità dell'organismo. I sintomi
di stanchezza e di esaurimento che si accusano normalmente non vengono in
genere attribuiti a deficienze respiratorie. Eppure, la depressione e l'affaticamento
sono i risultati diretti di una respirazione "depressa". In mancanza
di sufficiente ossigeno i centri focali del metabolismo bruciano lentamente,
come un falò povero di legna. Invece di ardere con la vita, chi ha
delle deficienze nella respirazione è freddo, smorto e poco vivace.
Gli mancano il calore e l'energia. La sua circolazione risente direttamente
della mancanza di ossigeno. In casi cronici di respirazione carente le arterie
si sclerotizzano e si accentua l'anemia.
In un recente esperimento, riportato dal Medical World News del 5
settembre 1969, un certo numero di ricoverati in un ospizio per anziani
sono stati posti in una camera iperbarica a ossigeno per aumentare il loro
tasso di ossigenazione. La teoria su cui si basava l'esperimento sosteneva
che la carenza di ossigeno nelle cellule cerebrali causava disfunzioni mentali
e che, di conseguenza, una maggior irrorazione riusciva a migliorare le
funzioni mentali. La maggior parte dei casi di senilità sono dovuti
a una sclerosi delle arterie che portano sangue e ossigeno al cervello,
riducendone il tasso nelle cellule cerebrali. I risultati positivi dell'esperimento
sorpresero i medici. La maggior parte dei pazienti mostrò un miglioramento
marcato e definitivo delle capacità intellettive e della personalità.
"Tutte le persone che hanno subito questo trattamento sono diventate
più attive, hanno dormito meglio, hanno chiesto di leggere quotidiani
e riviste e, cosa ancora più importante, hanno ripreso l'abitudine
di curare la loro persona". In alcuni casi gli effetti ebbero seguito
anche dopo la fine della serie iniziale di trattamenti. Questo era uno studio
preliminare, come precisarono gli sperimentatori stessi. Verrà ripetuto
e sottoposto a ulteriori verifiche. La sua rilevanza è comunque immensa.
La maggior parte delle persone ha una respirazione carente, lenta, e ha
una forte tendenza a trattenere il respiro in ogni situazione di sovraffaticamento.
Anche in momenti di normale tensione, come guidare un'automobile, battere
a macchina una lettera o attendere per un colloquio di lavoro, le persone
tendono a contrarre il respiro. Il risultato è che la tensione aumenta.
Quando la gente è consapevole della respirazione, si rende conto
di come e di quanto spesso trattiene e inibisce il respiro. Di solito i
pazienti dichiarano: "Noto di avere poco fiato".
Mi sono reso conto del rapporto tra la respirazione e la tensione quando
frequentavo il liceo. Come membro del ROTC * ho praticato il tiro con la
carabina nel locale poligono. Sparavo in maniera irregolare e avevo poca
mira. Uno dei commissari di tiro mi osservò e mi dette questo consiglio:
"Prima di premere il grilletto, fai tre respiri profondi. Al terzo
espira lentamente e, nel frattempo, esercita una pressione graduale sul
grilletto. Seguii il suo consiglio e rimasi stupefatto nel constatare che
il mio braccio era fermo e che cominciavo a fare centro. Questa esperienza
mi provò la sua validità anche in altre occasioni. Avevo l'abitudine
di sedermi dal dentista in uno stato di tensione, stringendomi con forza
le braccia. Questo non solo aumentava la mia paura ma, come scoprii in un
secondo tempo, acutizzava anche il dolore. Invece, quando diressi la mia
attenzione sul respiro, rimasi piacevolmente colpito dal fatto che non solo
avevo meno paura, ma mi sembrava di soffrire meno. La respirazione profonda
ebbe un simile effetto rilassante durante gli esami. Prendendo tempo per
respirare, riuscivo anche a organizzare meglio i pensieri. Molti anni dopo,
nella mia pratica professionale, mi resi conto che l'inibizione della respirazione
era direttamente responsabile dell'incapacità di concentrarsi e dell'irrequietezza
che disturbano molti studenti. Spesso i genitori mi hanno consultato sulle
difficoltà che i loro figli incontravano nello svolgere il lavoro
scolastico. Un esame del ragazzo, rivelava sempre che il corpo era in tensione
e che la respirazione era minima. Il ragazzo in questione diventava irrequieto
quando tentava di dirigere la sua attenzione su un testo scolastico per
un lungo periodo di tempo. La sua mente si distraeva; si sentiva spinto
a muoversi. Rimaneva seduto e resisteva alla tentazione, ma non riusciva
a studiare con facilità. Gli adulti che non respirano bene hanno
lo stesso problema. La concentrazione e l'efficacia diminuiscono.
L'incapacità di respirare pienamente e profondamente è anche
responsabile del mancato raggiungimento della completa soddisfazione sessuale.
Trattenere il respiro all'avvicinarsi del momento di massima tensione porta
all'eliminazione di forti sensazioni sessuali. Normalmente, l'aria viene
espirata con la conseguente oscillazione del bacino. Se invece in questo
movimento si inspira, il diaframma si contrae e impedisce l'elasticità
necessaria al rilassamento tipico dell'orgasmo. Durante l'atto sessuale,
ogni limitazione nella respirazione fa diminuire il piacere erotico.
Una respirazione inadeguata produce ansia, irritabilità e tensione.
Acutizza sintomi come la claustrofobia e l'agorafobia. La persona claustrofobica
sente di non poter avere aria sufficiente in un ambiente chiuso. L'agorafobo
ha paura degli spazi aperti perché accelerano la sua respirazione.
Ogni difficoltà di respirazione causa ansietà. Se la difficoltà
è grave, può portare al panico o al terrore.
Perché tante persone incontrano difficoltà nel respirare appieno
e agevolmente? La risposta sta nel fatto che la respirazione crea delle
sensazioni che le persone temono di provare. Hanno paura di percepire la
loro tristezza, la collera e i timori. Come da bambini, trattengono il loro
respiro per smettere di piangere, tirano indietro le spalle e comprimono
il torace per contenere la collera e la gola per evitare di urlare. L'effetto
di ognuna di queste manovre è quello di limitare e di ridurre la
respirazione. Parallelamente, dalla repressione di una qualsiasi sensazione
risulta qualche inibizione della respirazione. Ora, da adulti, inibiscono
la respirazione per reprimere le loro sensazioni. Quindi, l'incapacità
di respirare normalmente diventa il principale ostacolo al recupero della
salute emotiva. Generalizzando, è importante comprendere il meccanismo
che blocca la respirazione, perché la repressione non può
venir eliminata finché non si ristabilisce una respirazione normale.
Prenderò in esame due tipici disturbi della respirazione. In uno
la respirazione è più o meno confinata nel torace, con la
relativa esclusione dell'addome. Nell'altro la respirazione è per
la maggior parte diaframmatica, con movimenti relativamente lievi del torace.
Il primo genere di respirazione è tipico della personalità
schizoide, il secondo di quella nevrotica.
Nell'individuo schizoide il diaframma è immobilizzato e i muscoli
addominali subiscono forti contrazioni. Queste tensioni tagliano fuori le
sensazioni della parte inferiore del corpo, in special modo gli stimoli
sessuali della regione pelvica. Il torace viene mantenuto in posizione di
'sgonfiamento' e appare generalmente stretto e incassato. La respirazione
è limitata e causa un'ossigenazione inadeguata e un basso livello
metabolico. L'inspirazione è letteralmente un risucchio di aria e
richiede un atteggiamento aggressivo nei confronti dell'ambiente. L'aggressività
è però ridotta nell'individuo schizoide che è emotivamente
tagliato fuori dal mondo. Manifesta un'inconscia riluttanza a respirare
perché è fissato a livello uterino, dove il suo bisogno di
ossigeno veniva soddisfatto senza sforzo. Per superare il blocco dello schizoide
a inspirare, si deve riuscire a mitigare il suo terrore e a riattivare la
sua aggressività. Deve sentire di avere il diritto di fare delle
richieste alla vita o, in un senso più primitivo, di "succhiare"
la vita.
D'altra parte, nell'individuo nevrotico, la cui aggressività non
è bloccata come nello schizoide, il torace è immobilizzato,
mentre il diaframma e la parte superiore dell'addome sono relativamente
liberi. Il torace viene generalmente mantenuto in posizione di espansione,
e i polmoni contengono una grande riserva d'aria. Per la persona nevrotica
è difficile espirare appieno. Trattiene la sua riserva d'aria come
per una misura di sicurezza. Espirare è un atto di passività,
l'equivalente del "lasciarsi andare". Significa cedere, arrendersi
al corpo. Il lasciar andare fuori l'aria viene sperimentato come una perdita
di controllo di cui l'individuo nevrotico ha paura. La respirazione diaframmatica
del nevrotico è un tipo di respirazione più efficace di quella
toracica dello schizoide. La respirazione diaframmatica fornisce il massimo
dell'aria con il minimo sforzo ed è adeguata per usi normali. Comunque.
a meno che sia il torace che l'addome non siano impegnati nello sforzo respiratorio,
l'unità del corpo è inesistente e la reattività emotiva
limitata.
La respirazione normale e salutare ha la qualità di ristabilire tale
unità. L'inspirazione comincia con un movimento dell'addome diretto
all'esterno, mentre il diaframma si contrae e i muscoli addominali si rilassano.
Il flusso di espansione si espande poi verso l'alto, fino a comprendere
tutto il torace. Non è diviso nel mezzo, come nelle persone disturbate.
L'espirazione inizia con un rilassamento del torace diretto all'ingiù
e procede come un flusso di contrazione fino alla regione pelvica. Produce
una sensazione di fluidità lungo la parte frontale del corpo che
termina nei genitali. Nella respirazione sana, tale parte frontale si muove
con un movimento simile a quello di un'onda. Questa maniera di respirare
può essere osservata in bambini piccoli e animali perché la
loro emotività non è bloccata. In realtà, una tale
respirazione riguarda l'intero organismo, e una tensione in qualunque parte
del corpo disturba il suo naturale svolgimento. Per esempio, l'immobilità
pelvica intralcia tale svolgimento. Normalmente, avviene un leggero movimento
all'indietro del bacino durante l'inspirazione, e in avanti durante l'espirazione.
Questo è ciò che Reich chiamava riflesso orgastico. Se il
bacino è bloccato nella posizione in avanti o all'indietro, si impedisce
la sua azione rotatoria di equilibrio.
Anche la testa assume una notevole parte attiva nel processo respiratorio.
Assieme alla gola forma un grande organo di assorbimento che porta l'aria
nei polmoni. Quando la gola è compressa, questa azione di assorbimento
viene ridotta. Se l'aria non viene "risucchiata", la respirazione
è poco profonda. E' stato osservato nei neonati che tutti i disturbi
della suzione hanno a che fare con la respirazione. Ho osservato che non
appena i pazienti risucchiano l'aria, la loro respirazione si fa più
profonda.
La connessione tra suzione e respirazione è evidente nell'atto di
fumare una sigaretta. La prima boccata di una sigaretta è una forte
azione di suzione che immette il fumo come se si aspirasse aria. Quando
il fumo riempie la gola e i polmoni, si prova un momentaneo senso di soddisfazione
e si sentono i polmoni che tornano in vita per la reazione alle sostanze
irritanti del tabacco. Questo uso delle sigarette, atto a eccitare i movimenti
respiratori, crea la dipendenza dal fumo. La prima boccata è seguita
dalla seconda, dalla terza e così via. Fumare diventa allora un atto
coercitivo. Il fumo stesso ha un effetto depressivo sull'attività
respiratoria, tranne che per la sua stimolazione iniziale. Più una
persona fuma e meno respira. Comunque, a causa della sua prima esperienza,
non riesce a eliminare la sensazione che la sigaretta sia essenziale per
aiutarla a respirare.
La funzione che ha il fumo nello stimolare la respirazione può essere
osservata in due situazioni: la sigaretta del mattino e quella fumata per
stress. Per alcune persone la sigaretta del mattino significa l'inizio della
giornata, ma le obbliga anche a fumare per tutto il resto del giorno. In
situazioni di stress la persona media tende a trattenere il respiro. Ciò
la rende ansiosa. Per dare il via alla respirazione e superare l'ansietà,
fuma una sigaretta. Si stabilisce allora un'abitudine: quella di prendere
una sigaretta ogni qualvolta ci si trova sotto stress. II motto del fumatore
accanito dovrebbe essere: fai un respiro invece di una boccata.
La profondità della respirazione si misura dalla lunghezza del flusso
respiratorio, e non dalla sua ampiezza. Più profonda è la
respirazione e più il flusso si estende fino al basso addome. Nella
respirazione veramente profonda, i movimenti respiratori raggiungono e coinvolgono
la regione pelvica, e si può realmente provare una sensazione in
questa area. L'espansione dei polmoni verso il basso è limitata dal
diaframma che separa il torace dall'addome. Quando parliamo di respirazione
addominale, quindi, non vogliamo dire che l'aria penetra nell'addome. Respirazione
addominale è un termine usato per descrivere i movimenti del corpo
durante la respirazione. Vuol mettere in rilievo il fatto che l'addome è
impegnato attivamente nel processo inspiratorio. La sua espansione e il
suo rilassamento permettono l'abbassamento del diaframma. Ma di ben maggiore
importanza è il fatto che soltanto attraverso la respirazione addominale
il flusso di eccitamento associato al respiro riesce a penetrare in tutto
il corpo.
Nelle pagine precedenti ho preso in esame la differenza tra la respirazione
schizoide e quella nevrotica. La prima si sviluppa soprattutto nel torace,
mentre la seconda riguarda prevalentemente l'area diaframmatica. La respirazione
diaframmatica si estende soltanto fino alla parte superiore dell'addome
e, pur essendo più profonda della respirazione superficiale dell'individuo
schizoide, non può essere qualificata come respirazione profonda.
Da questo punto di vista la profondità della respirazione è
un riflesso della salute emotiva di una persona. La persona in buona salute
respira con tutto il corpo o, più specificamente, i movimenti respiratori
penetrano in profondità nel corpo. Parlando in linea generale, si
potrebbe dire di un uomo che 'respira fin dentro i suoi testicoli'.
La respirazione non può essere distinta dalla sessualità.
Essa fornisce indirettamente energia per lo sfogo sessuale. Il calore della
passione è un aspetto dei fuochi metabolici, di cui l'ossigeno è
un importante elemento. Dato che il processo metabolico fornisce l'energia
per tutte le funzioni vitali, la forza della pulsione sessuale è
in definitiva determinata da tale processo. Una respirazione totale e unitaria
che coinvolge l'intero corpo porta a un orgasmo che interessa l'intero corpo.
Tutti sanno che la respirazione è stimolata e che la sua profondità
viene incrementata dall'eccitazione sessuale. Non viene però generalmente
riconosciuto che una respirazione superficiale o inadeguata riduce il livello
di eccitazione sessuale. La respirazione contratta impedisce il propagarsi
dell'eccitazione e mantiene la sensazione sessuale entro l'area genitale.
Parallelamente, l'inibizione sessuale, la paura di lasciare che le sensazioni
sessuali fluiscano verso la regione pelvica e il resto del corpo, rappresenta
una delle cause della respirazione contratta e superficiale. Il flusso respiratorio
si dirige normalmente dalla bocca ai genitali. Nella parte superiore del
corpo si trova in connessione con il piacere erotico della suzione e dell'allattamento.
Nella parte inferiore, è legato al piacere e ai movimenti sessuali.
La respirazione è la pulsazione basilare (espansione e contrazione)
di tutto il corpo; è quindi il fondamento dell'esperienza di piacere
e dolore. La respirazione profonda mostra che l'organismo ha sperimentato
una piena gratificazione erotica allo stadio orale e che è capace
di una completa soddisfazione sessuale allo stadio genitale.
La respirazione profonda ricarica il corpo e lo riporta letteralmente in
vita. E una delle ovvie verità riguardanti un corpo vivo è
che si vede che è vivo: gli occhi brillano, il tono muscolare è
buono, la pelle ha una colorazione rilucente e il corpo è caldo.
Ciò accade quando una persona respira profondamente. (A. Lowen
da "Il Piacere" ed Astrolabio).
STANISLAV GROF
" OLTRE IL CERVELLO ", ED. CITTADELLA, ASSISI; PAG. 354...
Trascrivo le chiare argomentazioni di Stanislav Grof, che dopo aver utilizzato
per anni sostanze psichedeliche per la terapia e la ricerca psichica, quando
tali farmaci sono stati proibiti per i loro potentissimi effetti, che possono
rivelarsi pericolosi in un contesto inappropriato e con un uso indiscriminato,
utilizza ora tecniche di respirazione analoghe al Rebirthing, comunemente
note come "Respirazione Olotropica" o "Olotrophic breathwork",
ha ottenuto risultati di indiscutibile valore e le sue ricerche scientifiche
sono tra le più approfondite in questo campo. Grof è tra i
padri della Psicologia Umanistica e della Psicologia Transpersonale ed un
personaggio di spicco a livello mondiale nel campo delle ricerche sulla
coscienza. Un suo ultimo libro appena pubblicato coincide poi in moltissimi
punti con le mie ricerche.
MECCANISMI EFFICACI DI PSICOTERAPIA E DI TRASFORMAZIONE DELLA PERSONALITÀ.
Gli effetti straordinari e spesso drammatici della terapia psichedelica
e di altre metodiche esperienziali (quali la respirazione Ndt) sollevano
automaticamente la questione dei meccanismi terapeutici implicati in tali
cambiamenti.
Anche se la dinamica di alcune forti trasformazioni sintomatiche e della
personalità osservate dopo le sedute esperienziali può essere
spiegata con argomentazioni convenzionali, la maggior parte di esse comprende
processi non ancora scoperti e riconosciuti dalla psichiatria e psicologia
accademiche tradizionali.
Questo non significa che i fenomeni di questo genere non siano mai stati
incontrati o discussi in precedenza. Si trovano nella descrizioni di pratiche
sciamaniche, riti di passaggio, cerimonie di guarigione di varie culture
aborigene della letteratura antropologica. Le fonti storiche e la letteratura
religiosa abbondano di descrizioni degli effetti delle pratiche spirituali
di guarigione e delle riunioni di varie sette estatiche sulle alterazioni
emotive e psicosomatiche. Tuttavia tutta questa letteratura non è
mai stata studiata seriamente per la sua manifesta incompatibilità
con i paradigmi scientifici correnti. Il materiale accumulato negli ultimi
decenni della ricerca sulla coscienza indica con insistenza che i dati di
questo genere andrebbero riesaminati in modo critico. Esistono ovviamente
molti meccanismi estremamente efficaci di guarigione e di trasformazione
della personalità che vanno ben oltre le manipolazioni biografiche
della psicoterapia corrente. Alcuni dei meccanismi terapeutici che operano
nelle fasi iniziali e nelle forme più superficiali di psicoterapia
esperienziale sono identici a quelli che si trovano nei manuali tradizionali
di psicoterapia. La loro intensità, però, trascende in modo
caratteristico quella dei fenomeni corrispondenti nella metodiche verbali.
Le tecniche esperienziali di psicoterapia indeboliscono il sistema di difesa
e diminuiscono la resistenza psicologica. Le reazioni emotive del soggetto
sono potenziate in modo evidente, e si può osservare abreazione e
catarsi. Il materiale inconscio represso della prima e seconda infanzia
diventa facilmente accessibile; questo può produrre non solo una
grande facilità a ricordare, ma anche una regressione autentica ad
un'età precedente ed un modo complesso e vivido di rivivere ricordi
emotivamente importanti. L'affioramento di questo materiale e la sua integrazione
sono associati alla reale comprensione emotiva ed intellettuale della psicodinamica
dei sintomi e degli schemi di disadattamento interpersonale del paziente.
Il meccanismo del transfert, e di analisi del transfert, considerato fondamentale
nella psicoterapia ad orientamento psicoanalitico, merita un maggior approfondimento
in questo contesto. La rimessa in atto dei sistemi patogeni originali e
lo sviluppo della nevrosi di transfert sono considerate condizioni assolutamente
necessarie per il successo della terapia. Nella terapia esperienziale, con
o senza farmaci, il transfert è considerato una complicazione non
necessaria che è bene scoraggiare. Quando si impiega una tecnica
tanto potente da condurre il paziente, spesso in una sola seduta, alla fonte
reale di varie emozioni e sensazioni fisiche, il transfert verso il verso
il terapeuta o il coordinatore della seduta va considerato un'indicazione
di difesa e di resistenza ad affrontare il vero tema. Mentre nella seduta
esperienziale il coordinatore può effettivamente impersonare il ruolo
genitoriale, anche fino al punto di offrire il contatto fisico gratificante,
è essenziale che negli intervalli tra le sedute ci sia il minor contatto
possibile. Le tecniche esperienziali dovrebbero favorire l'indipendenza
e la responsabilità personale per il proprio processo interiore e
non la dipendenza di qualsiasi tipo. Contrariamente a quanto si pensa di
solito, la soddisfazione diretta dei bisogni anaclitici (nota: bisogni primitivi
infantili, quali il bisogno di essere cullato tenuto in braccio, coccolato
e nutrito) nel corso delle sedute esperienziali tende a favorire l'indipendenza,
non lo sviluppo della dipendenza. Questo sembra in parallelo con osservazioni
della psicologia dell'età evolutiva indicanti che l'adeguata soddisfazione
emotiva nell'infanzia rende più facile al bambino diventare indipendente
dalla madre. Sono quei bambini che sperimentano carenze emotive croniche,
che non risolvono mai il legame e continuano per il resto della loro vita
a cercare la soddisfazione che non hanno avuto nell'infanzia. Analogamente,
sembra che nella situazione psicoanalitica sia la frustrazione cronica ad
alimentare il transfert, mentre la soddisfazione diretta dei bisogni analitici
di un individuo in uno stato di regressione profonda ne facilita la risoluzione.
Molti cambiamenti improvvisi e drammatici a livelli più profondi
sono spiegabili in base all'interazione di sistemi inconsci che hanno la
funzione di sistemi di regolazione dinamica. I più importanti di
questi sono i sistemi di esperienza condensata (siatemi COEX) i quali
organizzano il materiale di natura biografica, e le matrici perinatali
di base (BPM), che hanno un ruolo simile in rapporto a serbatoi esperienziali
connessi alla nascita e al processo morte-rinascita. Le caratteristiche
essenziali di queste due categorie di sistemi di regolazione funzionale
sono state descritte dettagliatamente in precedenza. Potremmo anche menzionare
le matrici dinamiche transpersonali, ma sarebbe più difficile descriverle
in modo esauriente a causa della ricchezza straordinaria e dell'organizzazione
meno rigida delle sfere transpersonali.
Il sistema della "filosofia perenne", che attribuisce i vari fenomeni
transpersonali a livelli differenti delle sfere sottili e causali, potrebbe
essere impiegato come principio guida per classificazioni di questo tipo.
Traggo una lettera del carteggio tra Michael Ventura e James Hillman
dal libro "100 ANNI DI PSICOTERAPIA ED IL MONDO VA SEMPRE PEGGIO"
riguarda certamente degli aspetti che sono affrontati in modo specifico
in queste pagine. Infatti il mondo dell'esperienza spirituale ed interiore
e della visione è spesso lontano ed oscuro anche da gran parte degli
psicologi e degli psicoterapeuti che dovrebbero invece essere i primi ad
aprirsi al mistero ed hai fenomeni della psiche.
La seconda, la terza e la quarta visione
Caro Jim,
le voglio parlare di un campo dell'esperienza che la psicoterapia ha il
terrore (intendo proprio il terrore) di riconoscere, di scriverci su, di
teorizzare, o di prendere in qualche modo in considerazione, ufficialmente.
Allo stesso tempo, però, conosco psicoterapeuti che, nel loro studio,
danno spazio a questo campo, lo prendono sul serio e perfino (la verità
va detta) lo auspicano. Anche Jung lo faceva, ma lui aveva la fama di farla
franca, e poi lui era il re della sua collina. Gli strizzacervelli di cui
parlo io si guardano bene, sono addirittura terrorizzati, dal lasciare che
queste convinzioni vengano conosciute ufficialmente.
Ma di cosa sto parlando? Le comunicherò qualche esperienza.
Sto facendo l'amore, guardo in basso e non vedo un viso, vedo un globo di
luce. Non è una metafora. Io davvero non vedo un viso; nell'oscurità
vedo un globo di luce sfocata, e attraverso questa, appena percettibile,
una specie di volto. La luce si fa più intensa. Mi sollevo un po',
e vedo sotto di me non un corpo, ma una sagoma indistinta simile a un corpo,
fatta di luce grigio-bianca scintillante. E come se potessi passarci attraverso
con la mano. La cosa mi sorprende, mi spaventa anche un poco, perché
mi accorgo che per un attimo siamo scivolati nell'Altro Mondo.
Dura solo pochi istanti. La stranezza della cosa mi scuote e io torno a
vedere e a sentire i corpi e, ormai al sicuro, ho anche il piacere di ricordare
come era bello quello che ho visto. Se avessi potuto lasciarmici andare,
forse avrei visto il corpo spirituale della ragazza più a lungo,
forse anche lei avrebbe visto il mio, forse... ma chi lo sa?
Molta gente dirà che io non ho visto niente, che l'ho immaginato
- anche se loro sono assolutamente certi di vedere quello che vedono. La
gente viene abituata a eludere questo tipo di visioni, o a scherzarci sopra,
o a trattarle con un'aria che dice: "Sì, erano cose misteriose,
forse anche interessanti, ma non significano nulla".
Non significa nulla, per esempio, il fatto che il telefono squilli e, prima
di rispondere, tu sappia già chi sta chiamando. Non significa
nulla che, specialmente mentre guidi, improvvisamente, senza pensarci,
giri la testa e ti ritrovi a guardare negli occhi un altro autista che ti
sta guardando, oppure stai guardando qualcuno e questo improvvisamente si
volta e ti guarda dritto negli occhi. Scommetto che succede almeno una volta
al giorno, a chiunque guidi un'auto. La gente comunica in modo non fisico,
telepaticamente, e ignora completamente questo fatto.
Cos'è più strano, questa comunicazione o la decisione di ignorarla?
Naturalmente, se non teniamo in alcun conto queste cose molto semplici,
cose che succedono di continuo; se ne siamo talmente inconsci da sperimentarle
semplicemente come un riflesso, in un modo per cui non producono nemmeno
un segno nel nostro schermo interiore, allora non vedremo nemmeno il globo
di luce sfocata mentre facciamo l'amore. E probabilmente prenderemo in giro,
e magari tratteremo male, coloro che affermano di averlo visto, e questo
per proteggere il nostro stato di inconscietà, perché
piccole cose, in quel campo, succedono anche a noi, ogni settimana,
se non ogni giorno, ed esserne consapevoli potrebbe voler dire cambiare
la nostra visione del mondo. Ma a chi vogliamo prestar fede, ai nostri sensi
o a quello che ci è stato insegnato a proposito di come funziona
il mondo?
Non sono certo il primo a far notare che esiste una grande pressione perché
si veda soltanto quello che la nostra cultura ci consente di vedere e perché
non si veda quello che non è consentito - oppure, nel caso che lo
si veda, non gli si dia credito e, soprattutto, non se ne parli. Se ne parliamo,
e a maggior ragione se ne scriviamo siamo sicuri di venire relegati, dalla
maggioranza, in una terra concettuale e immaginaria etichettata come mistica,
spirituale, metafisica, della Nuova Era - specialmente dagli intellettuali
occidentali, anche dagli intellettuali radical, che fanno da imbonitori
del vecchio ordine, perché sono intimoriti da ogni ristrutturazione
che possa essere etichettata come mistica o pagana.
Naturalmente, tutti noi sappiamo che la punizione per queste visioni può
essere molto più severa della disapprovazione. Molta gente, soprattutto
giovani, è costretta a farsi curare e/o a farsi ricoverare per aver
visto cose del genere. Questo soprattutto quando le hanno viste più
di una volta e hanno avuto l'ingenuità o la cattiva idea di parlarne.
Quando una cultura ha raggiunto un certo genere di potere, anche con il
non vedere o ignorando vari modi di vedere, allora quella cultura
difenderà il suo non vedere con ogni mezzo necessario. Intere culture
("primitive") esperte in questo tipo di visione sono state spazzate
via e poi storicamente svalutate, perché la visione del mondo materialistica
dell'Occidente non può sopportare di essere messa in discussione
(un sicuro segno di quanto facilmente sia timorosa, di quanto, cioè,
sia in realtà insicura di sé).
Un altro fenomeno interessante è il fatto che anche i cosiddetti
radicals della cultura dominante sono d'accordo con il presupposto
fondamentale di questa cultura, cioè che soltanto uno spettro ben
ristretto del mondo materiale ha validità. Lo vediamo nei radicals
politici, che inveiscono contro ogni sorta di misticismo, considerandolo
proprio di una mentalità ristretta o reazionaria, e che insistono,
come le loro controparti politiche, che tutto va focalizzato su questioni
materiali; lo vediamo in psicologia, dove vengono spese somme enormi per
cercare di dimostrare che tutte le esperienze interiori sono causate da
reazioni chimiche; nei circoli accademici letterari, dove il "testo"
è tutto, e il "contenuto" è considerato praticamente
accidentale; e lo vediamo anche nei principali organi culturali, dove, per
esempio, scrittori della scuola di Raymond Carver, che si focalizzano, in
modo microscopico, su quello che non chiamerei nemmeno "comportamento"
ma soltanto "riflesso", vengono considerati "realistici".
Naturalmente, una cultura materialistica in modo così maniacale e
massiccio come la nostra, crea nella sua gente un comportamento materialistico,
e ciò particolarmente nelle persone sottoposte a quella distruzione
dell'immaginazione che questa cultura chiama educazione, a quella
distruzione dell'autonomia che chiama lavoro, a quella distruzione dell'attività
che chiama divertimento - Questa "educazione", questo "lavoro",
questo "divertimento" (tutti focalizzati esclusivamente su realtà
materiali) creano a loro volta un comportamento che poi viene portato come
giustificazione dei presupposti della cultura. Un circolo davvero vizioso
ed efficiente.
C'è poi da meravigliarsi se la gente, di ogni livello sociale, bloccata
fin dalla nascita in un simile comportamento, si rivolge alla droga - e
a decine di milioni! E perché usano la droga? Per fuggire dalle
strettoie del nostro ambiente programmato in modo collettivo, dell'"educazione",
del "lavoro" e del "divertimento" - per soddisfare,
in altre parole, la loro brama di esperienze non materiali. Acido per le
visioni, eroina e marijuana per sensazioni diverse di distacco dalle cose
terrene, cocaina e crack per una botta di quell'energia che viene risucchiata
dal loro ambiente. La cultura dominante "deve" criminalizzare
queste droghe, anche se la maggior parte delle attività criminali
legate alla droga esiste "proprio perché" le droghe sono
illegali, per la necessità di procurarsi la droga e non come risultato
dell'effetto che essa determina sulla coscienza. Oggi in America
il vero delitto numero uno è il cercare di aprirsi un varco verso
un'esperienza non materiale. La cosiddetta guerra alla droga è la
guerra a una visione della realtà che non sia strettamente
materialistica, puritana.
Ma nessuna cultura è mai stata monolitica come i suoi governanti
e i suoi storici avrebbero voluto. L'esperienza non materiale viene vissuta
e sottoposta a indagine ad ogni livello della società; la cultura
della droga è soltanto il caso più evidente. Un altro
è la crescente consistenza del pensiero, del cosiddetto pensiero,
della Nuova Era (cioè del pensiero non materiale). Un altro
è l'"ecologia del profondo". Altri si verificano all'interno
della stessa scienza -prima la fisica della relatività, poi la teoria
dei sistemi, adesso la teoria del caos e le varie ricerche sui cosiddetti
fenomeni psichici (più esattamente, i fenomeni delle "visioni").
Un esempio efficace è questo esperimento, realizzato nei primi anni
Sessanta da Charles Tart, dell'University of California, a Davis:
La persona A viene introdotta in una camera di deprivazione sensoriale e
collegata elettricamente in modo da rilevare le onde cerebrali, la resistenza
della pelle, il ritmo cardiaco, l'attività muscolare e le variazioni
del respiro. La persona B viene introdotta in un'altra camera analoga, viene
anch'essa collegata e colpita a intervalli casuali da scosse elettriche.
Viene poi chiesto alla persona A di indovinare esattamente quando la persona
B riceve la scossa.
I risultati furono i seguenti: le ipotesi coscienti di A <<
non mostrarono alcuna relazione con gli eventi reali >>. Invece, i
suoi << tracciati presentavano variazioni fisiologiche significative
proprio in corrispondenza dell'istante in cui B riceveva la scossa >>.
La conclusione: <<Possiamo affermare che l'evento non viene registrato
dalla "mente cosciente" del soggetto, il quale, invece, è
evidentemente cosciente dell'evento, a un livello biologico fondamentale.
A quanto pare il corpo del soggetto sa di questi avvenimenti dei quali,
invece, non è a conoscenza lo strato alto del cervello >>.
(Questo esperimento è descritto nel libro di Tart, Altered States
of Consciousness, e discusso da Joseph Chilton Pearce in Exploring
the Crack in the Cosmic Egg.) La nostra cultura ha fatto perdere alla
maggior parte di noi il contatto con queste facoltà. Invece, un cacciatore
aborigeno dell'Australia è in grado di seguire esattamente un'impronta
umana di un anno prima -un'impronta che non ha lasciato alcuna traccia
fisica. E alcune tribù del deserto australiano si svegliano all'improvviso
e camminano per giorni fino al punto esatto dove ci sarà una breve
pioggia. I musulmani, durante l'estasi religiosa, possono incidersi la pelle
senza che ne esca sangue, o che resti alcuna cicatrice, e in India, quelli
che camminano sui carboni ardenti lo fanno non solo senza ferirsi i piedi,
ma anche senza che i loro indumenti ne risultino danneggiati. Questi sono
soltanto alcuni esempi delle centinaia di ben documentate facoltà
delle popolazioni primitive, che hanno lo stesso corpo che abbiamo noi -
facoltà che comprendono la guarigione e il fare l'amore non materiali,
e la percezione di cose di una tale bellezza che gli imitatori di Raymond
Carver nemmeno si sognano.
<< Puoi vedere la bellezza se guardi rapidamente di lato >>:
così si esprimeva il poeta svedese Tomas Transtromer.
Stai facendo l'amore, e improvvisamente vedi materializzarsi il corpo spirituale
della tua ragazza, e senti che anche il tuo si materializza - Improvvisamente
pensi a qualcuno cui non pensavi da anni, ed ecco che il giorno dopo lo
incontri per strada o ricevi una sua lettera. Ti trovi a Los Angeles, e
stai parlando di un vecchio film al telefono con un amico che si trova a
Oakland; in seguito vieni a sapere che in quello stesso momento la moglie
dell'amico, era entrata in un negozio e aveva noleggiato proprio quel
film (non avevano mai parlato fra loro di quel film, il marito poi non
ne aveva nemmeno sentito parlare, prima di allora). Senti una voce, forse
di qualcuno che era morto, che ti ammonisce, ti guida, o magari ti dà
consigli non richiesti. Oppure senti dentro di te un'energia che
può, tu pensi impulsivamente, guarire altre persone, e ci provi,
e funziona- talvolta. Oppure cammini in uno stato di inspiegabile meraviglia
per una giornata inaspettata.
Ce ne sono tante di queste cose, Jim, così tante che l'Occidente
in generale e la psicoterapia in particolare le ha lasciate da parte perché
semplicemente non aveva la struttura concettuale per potersene occupare.
Ad ogni stadio di sviluppo abbiamo dovuto far finta di sapere tutto, mentre
in realtà sapevamo così poco. Quando Ginger ed io stavamo
insieme, qualche volta, durante uno dei miei sogni, avevo sentito qualcosa
che veniva detto in un'altra stanza, oppure una frase che mi veniva urlata
da lontano; in seguito veniva fuori che si trattava (e questo diventò
uno scherzo fra noi) di qualcosa che qualcuno aveva detto nel sogno di Ginger.
Oppure lei sentiva qualcosa del mio sogno (in realtà io di solito
sentivo e lei di solito vedeva - un'interessante differenza). E allora come
la mettiamo con tutte le teorie, da quella freudiana a quella biochimica?
Teoricamente, Michael
Jiddu Krishnamurti The Problems of Living
Libera traduzione tratta da The Krishnamurti Reader,
edito da Mary Lutyens, Arkana edizioni, Londra
Consapevolezza
Conoscere se stessi significa conoscere la nostra relazione con il mondo,
non solo del mondo delle idee e della gente, ma anche con la natura e con
le cose che possediamo. Questa è la nostra vita, essendo la vita
relazione con il tutto. La comprensione di questa relazione richiede specializzazione?
Ovviamente no! Ciò che richiede è la consapevolezza necessaria
per confrontarsi con la vita nel suo insieme come totalità. In che
modo dobbiamo essere consapevoli? Questo è il nostro problema. Come
si deve fare per avere quell'attenzione, se posso usare questa parola senza
che sembri una specializzazione? Come deve fare uno che vuole affrontare
la vita nella sua totalità? Ciò non significa solo le relazioni
personali con i vicini, ma anche con la natura e con le cose che possiedi,
con le idee, con le cose che la mente produce come illusioni, desideri e
così via. Come possiamo essere coscienti di questo processo globale
di relazioni? Sicuramente è questa la nostra vita, non è vero?
Non esiste vita senza relazione; comprendere questa relazione non significa
isolamento. Al contrario richiede pieno riconoscimento e totale consapevolezza
del globale processo della relazione. Come si fa ad essere consapevoli?
Come siamo consapevoli di qualcosa? Come sei consapevole della relazione
con una persona? Come sei consapevole degli alberi, del richiamo di un uccello?
Come fai ad essere consapevole delle tue reazioni quando leggi un giornale?
Siamo coscienti delle risposte superficiali della mente quanto che delle
reazioni profonde? Come siamo consapevoli di qualcosa? In primo luogo siamo
consapevoli, (non lo siamo forse?) di una reazione ad uno stimolo, e questo
è un fatto evidente; vedo qualcosa di bello e c'è una risposta,
quindi una sensazione, contatto identificazione e desiderio. Questo e il
processo ordinario, non è vero? Possiamo osservare quello che accade
nel momento senza studiare dei libri per farlo. Così è attraverso
l'identificazione che abbiamo piacere e dolore. La nostra "abilità"
consiste in questa preoccupazione di cercare il piacere e di evitare il
dolore, non trovate? Se sei interessato a qualcosa, ti da piacere ne nasce
subito una "capacità" immediata, c'è la consapevolezza
istantanea di quel fatto, e se si tratta di qualcosa di doloroso quella
capacità consiste nel sapere com'evitarlo. Così sino a che
cerchiamo un'"abilità" per comprendere noi stessi siamo
destinati a fallire, perché la comprensione di noi stessi non dipende
da questa "capacità". Non si tratta di una tecnica che
sviluppi, coltivi e accresci con il tempo, attraverso un costante affinamento.
Questa coscienza di sé si può ottenere solo nell'atto della
relazione; può essere sentita nel modo in cui in cui parliamo e in
cui ci comportiamo. Guardati senza nessuna identificazione, senza alcun
confronto, senza alcuna condanna, guarda soltanto e noterai che accade una
cosa straordinaria. Non solo poni fine ad un'attività inconscia ­p;
la maggior parte delle nostre attività sono inconsce ­p; non solo
metti fine a ciò, ma sei anche consapevole delle motivazioni della
tua azione, senza indagare e senza scavare. Quando sei consapevole vedi
il processo globale del pensiero e dell'azione, ma ciò può
accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non
lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione.
Molti di noi lo fanno di proposito, condanniamo immediatamente, e così
pensano di aver capito. Se invece, non condanniamo, ma osserviamo con cura,
e siamo consapevoli, il contenuto ed il significato di quell'azione si dischiude.
Provatelo personalmente e vedrete dai voi stessi. Semplicemente sii consapevole,
senza nessun senso di giustificazione, potrebbe apparire piuttosto negativo,
ma non è negativo. Al contrario ha quella qualità della passività
che è azione diretta, scoprirete questo, se provate a sperimentare.
Dopo tutto se vuoi comprendere qualcosa devi avere un atteggiamento passivo.
Non puoi mantenere il pensiero fisso su di un problema speculando e analizzando.
Devi essere abbastanza sensibile da percepirne il contenuto. Come una pellicola
fotografica. Se voglio comprenderti devo essere di una passività
consapevole e allora incominci a raccontarmi tutte le tue storie. Non si
tratta certo di una questione d'abilità o di specializzazione. In
questo processo iniziamo a comprendere noi stessi, non solo gli strati superficiali
della consapevolezza, ma i più profondi, che sono molto più
importanti, perché là giacciono tutti i motivi che ci guidano
e le intenzioni, le nostre domande nascoste e confuse, le ansie, le paure
e gli appetiti. Esteriormente possiamo tenerli tutti sotto controllo, ma
interiormente, si agitano. Sino che questo non è stato completamente
compreso attraverso la consapevolezza diretta, ovviamente non potrà
esserci libertà, non ci potrà essere felicità e non
ci sarà intelligenza. Essendo l'intelligenza la totale consapevolezza
del nostro processo può essere un fatto di specializzazione? Potrà
tale intelligenza essere coltivata attraverso qualche forma di specializzazione?
Perché è proprio questo che sta accadendo, no? Il prete, il
dottore, l'ingegnere, l'industriale, l'uomo d'affari, il professore abbiamo
la mentalità di quella specializzazione.
Per realizzare la più alta forma d'intelligenza che è la Verità,
che è Dio e che non può essere descritta crediamo di dover
diventare degli specialisti. Studiare, crescere, cercare e con la mentalità
dello specialista ed inseguendo lo specialista; studiamo noi stessi per
sviluppare una capacità che ci possa aiutare a svelare i nostri conflitti
e le nostre miserie.
Il nostro problema è: siamo consapevoli che i conflitti, le miserie
ed i dolori della nostra esistenza quotidiana non possono essere risolti
da qualcun altro, e se non possono esserlo, come possiamo affrontarli? Comprendere
un problema ovviamente richiede una certa intelligenza, e quest'intelligenza
non può derivare dal coltivare la specializzazione del pensiero.
Si manifesta solo quando siamo passivamente consapevoli di tutto il processo
della nostra coscienza, che significa essere consapevoli di noi stessi senza
scelta, senza scegliere quanto è giusto e quanto è sbagliato.
Quando si è passivamente consapevoli si riconosce che da quella passività,
che non è pigrizia, che non è sonno, ma estremo stato di allerta,
il problema ha un significato assai differente, cioè non esiste più
identificazione con il problema, quindi non c'è più giudizio
e allora il problema inizia a rivelare il suo contenuto. Se sai costantemente
mantenere questo stato, allora ogni problema può essere risolto dalle
fondamenta, non superficialmente. La difficoltà è che la maggior
parte di noi non è in grado di essere passivamente consapevole, lasciando
che il problema riveli la sua storia senza che siamo noi ad interpretarlo.
Non sappiamo come guardare un problema spassionatamente. Non ne siamo capaci,
sfortunatamente, perché vogliamo sempre una soluzione del problema,
vogliamo una risposta, ne cerchiamo la fine; oppure cerchiamo di tradurre
il problema secondo i nostri principi di piacere e dolore, o abbiamo già
una risposta pronta su come affrontare il problema. Quindi affrontiamo un
problema che è sempre nuovo con i vecchi schemi. La sfida è
sempre il nuovo, la nostra risposta è sempre vecchia, e la nostra
difficoltà è quella di confrontarci in modo adeguato con tutto
ciò, pienamente. Il problema è sempre un problema della relazione,
con le cose con la gente, o con le idee; non c'è altro e per confrontarci
con il problema delle relazioni, con le sue sempre diverse domande, per
affrontarlo nel modo giusto e adeguatamente, si deve avere una consapevolezza
passiva. Questa passività non è il prodotto della determinazione,
della volontà o della disciplina; inizia quando vediamo e riconosciamo
che, nello stato iniziale, non siamo passivi. Essere consapevoli che ci
aspettiamo una particolare risposta a un particolare problema, è
sicuramente l'inizio: consiste nel conoscere noi stessi in relazione al
problema e a come ci confrontiamo con esso. Allora appena iniziamo a conoscere
noi stessi in relazione al problema, e al modo in cui reagiamo secondo pregiudizi,
aspettative e scopi, nel confronto con questo la consapevolezza rivelerà
il processo del nostro pensiero, della nostra natura interiore e in ciò
c'è liberazione. Ciò che è certamente importante è
la consapevolezza senza scelte, perché la scelta porta con sé
il conflitto. Colui che sceglie è nella confusione, quindi sceglie,
se non c'è confusione non c'è scelta. Solo la persona confusa
sceglie quello che dovrebbe o non don dovrebbe fare. Nessun che sia nella
chiarezza e nella semplicità sceglie: è ciò che è.
L'azione basata su un'idea è ovviamente l'azione della scelta e tale
azione non è liberatoria, al contrario, crea solo ulteriore resistenza
e ulteriore conflitto, in relazione a quel pensiero condizionato. La cosa
importante quindi, è l'essere consapevoli, momento per momento, senza
accumulare l'esperienza che la consapevolezza offre, perché nel momento
che si inizia ad accumulare, si è consapevoli solo in rapporto a
quanto si ha accumulato, in accordo con quello schema e con quella esperienza.
La tua consapevolezza,è l'accumulo dei condizionamenti e quindi non
c'è più osservazione, ma mera traduzione. Dove c'è
traduzione c'è scelta, e la scelta crea conflitto, e nel conflitto
non c'è comprensione. La vita è un fatto di relazione, e per
comprendere la relazione, che non è statica, ci vuole una consapevolezza
flessibile, una consapevolezza allerta e passiva, non aggressivamente attiva.
Come ho detto questa coscienza passiva non è prodotta da qualche
forma di disciplina, o attraverso delle pratiche. E' semplicemente essere
consapevoli, momento per momento, del nostro pensare e del nostro sentire,
non solo quando siamo svegli perché come vedremo quando ci entreremo
più profondamente, anche iniziando a sognare tireremo a galla tutti
i tipi di simboli che tradurremo in sogni. In questo modo apriamo la porta
a ciò che è nascosto e che diventa conosciuto, ma per trovare
l'ignoto dobbiamo andare oltre la soglia, certamente è questa la
nostra difficoltà. La Realtà non è una cosa che possa
essere conosciuta dalla mente, perché la mente è il risultato
del conosciuto, del passato e quindi la mente deve riconoscere se stessa
ed il proprio funzionamento, la sua verità e solo allora è
possibile all'ignoto essere.
LA DIVISIONE TRA OSSERVATORE E OSSERVATO È' LA FONTE DEL CONFLITTO
Krishnamurti
Vi sono due tipi di apprendimento: uno consiste nel memorizzare ciò
che viene imparato per poi osservare tramite la memoria - ed è questo
che molti di noi chiamano apprendimento - e l'altro consiste nell'imparare
attraverso l'osservazione, senza immagazzinarlo come ricordo. Per dirla
in un altro modo: un modo di apprendimento è imparare qualcosa a
memoria, in modo che rimanga immagazzinato nel cervello come conoscenza
e successivamente agire secondo tale conoscenza abilmente o maldestramente;
quando si frequenta la scuola e l'università, si accumulano molte
informazioni, e in base a tale conoscenza si agisce in modo benefico per
se stessi e per la società, ma si è incapaci di agire semplicemente,
direttamente. L'altra specie di apprendimento - cui non si è altrettanto
abituati, perché si è schiavi delle abitudini, delle tradizioni,
di ogni conformismo - consiste nell'osservare senza l'accompagnamento della
conoscenza pregressa, guardare qualcosa come se fosse la prima volta. Se
uno osserva qualcosa in questo modo, non vi è la coltivazione della
memoria; non è come quando uno osserva e tramite tale osservazione
accumula il ricordo in modo che la prossima volta che l'osserva lo fa attraverso
quello schema della memoria, e perciò non l'osserva più ex
novo.
E' importante avere una mente che non sia costantemente occupata, costantemente
intenta a chiacchierare. Per la mente non occupata, può germinare
un nuovo seme, qualcosa d'interamente diverso dalla coltivazione della conoscenza
e dall'azione basata su tale conoscenza.
Osservate i cieli, la bellezza delle montagne, gli alberi, la luce tra le
fronde. Questa osservazione, immagazzinata nella memoria, impedirà
che la prossima osservazione sia nuova. Quando uno osserva la moglie o un
amico, può osservare senza l'interferenza della registrazione dei
precedenti episodi di quel particolare rapporto? Se uno può osservare
l'altro senza l'interferenza della conoscenza precedente, impara molto di
più.
La cosa più importante è osservare: osservare e non avere
una divisione tra l'osservatore e l'osservato. Generalmente vi è
una divisione apparente tra l'osservatore, che è la somma totale
dell'esperienza passata, in quanto memoria, e l'osservato ... così
è il ,passato che osserva. La divisione tra osservatore e osservato
è la fonte del conflitto.
E' possibile che non vi sia conflitto, in tutta una vita? Tradizionalmente,
si accetta che debba esservi questo conflitto, questa lotta, questo dissidio
perpetuo, non solo fisiologicamente, per sopravvivere, ma psicologicamente,
tra desiderio e paura, simpatia e antipatia, e così via. Vivere senza
conflitto è vivere una vita senza sforzo, una vita in cui vi è
pace. L'uomo ha vissuto, per secoli e secoli, una vita di battaglia, di
conflitti esteriori e interiori; una lotta costante per conseguire qualcosa,
e la paura di perdere, di ricadere indietro. Si può parlare all'infinito
di pace, ma non vi sarà pace finché si è condizionati
ad accettare il conflitto. Se uno dice che è possibile vivere in
pace, allora è soltanto un'idea, e perciò non ha valore. E
se uno dice che non è possibile, allora blocca ogni indagine.
Esaminiamolo prima psicologicamente; è più importante che
farlo fisiologicamente. Se uno comprende in profondità la natura
e la struttura del conflitto, psicologicamente, e magari vi pone fine, allora
può essere in grado di affrontare il fattore fisiologico. Ma se uno
s'interessa solo del fattore fisiologico, biologico, per sopravvivere, allora
probabilmente non ci riuscirà.
Perché vi è questo conflitto, psicologicamente? Fin dai tempi
più antichi, socialmente e religiosamente, c'è sempre stata
una divisione tra il bene e il male. Questa divisione esiste realmente,
oppure c'è soltanto
Ciò che è " senza il suo contrario? Supponiamo che via
sia collera questo è un fatto, " ciò che è ";
ma " io non andrò in collera " è un idea, non è
un fatto.
Uno non discute mai tale divisione, l'accatta perché è tradizionalista
per abitudine, e non vuol saperne di qualcosa di nuovo. Ma c'è un
altro fattore: c'è una divisione tra l'osservatore e l'osservato.
Quando uno guarda una montagna, la guarda come osservatore e la chiama montagna.
La parola non è la cosa. La parola " montagna " non è
la montagna, ma per l'interessato la parola è molto importante: quando
guarda, vi è istantaneamente la risposta " quella è una
montagna ". Ora, uno può guardare la cosa chiamata " montagna"
senza la parola, perché la parola è un fattore di divisione?
Quando uno dice " mia moglie ", la parola " mia " crea
divisione. La parola, il nome, la parte del pensiero. Quando uno guarda
un uomo o una donna, una montagna o un albero, qualunque cosa sia, si opera
una divisione quando il pensiero, il nome, il ricordo vengono posti in essere.
Uno può osservare senza l'osservatore, che è l'essenza di
tutti i ricordi, le esperienze, le reazioni e così via, tutti provenienti
dal passato? Se uno guarda qualcosa senza la parola e i ricordi del passato,
allora osserva senza l'osservatore. Quando uno fa ciò, vi è
solo l'osservato, e non vi è divisione né conflitto, psicologicamente.
Uno può guardare la propria moglie o il proprio amico più
intimo senza il nome, la parola e tutta l'esperienza accumulata" in
quel rapporto? Quando guarda così, guarda l'altro - o l'altra - per
la prima volta.
E' possibile vivere una vita completamente libera da ogni conflitto psicologico?
Uno ha osservato il fatto: basterà, se lascia stare il fatto. Finché
vi è divisione tra l'osservatore che crea le immagini, e il fatto
- che non è immagine ma soltanto fatto - deve esserci conflitto perpetuo.
E' una legge. Ma si può porre fine al conflitto.
Quando vi è la fine del conflitto psicologico - che è parte
della sofferenza - allora, in che modo influisce sulla vita, sui rapporti
con gli altri? In che modo la fine della lotta psicologica, con tutti i
suoi conflitti, il suo dolore, le sue ansie, le sue paure, in che modo si
riferisce alla vita quotidiana, al lavoro d'ufficio, eccetera eccetera?
Se è un fatto che uno ha posto fine al conflitto psicologico, allora
come vivrà una vita senza conflitti esteriori? Quando non vi è
conflitto interiore, non vi è conflitto all'esterno, perché
"non vi è divisione" tra l'interiore e l'esteriore. E come
il flusso e il riflusso del mare. E' un fatto assoluto, irrevocabile, che
nessuno può toccare; è inviolato. Quindi, se è così,
cosa farà uno per guadagnarsi da vivere? Poiché non Vi è
conflitto, non vi è ambizione. Poiché interiormente vi è
qualcosa di assoluto che è inviolato, che non può essere toccato
né danneggiato, allora uno non dipende psicologicamente da un altro;
perciò non vi è conformismo né imitazione. Quindi,
non avendo tutto questo, uno non è più pesantemente condizionato
dal successo e dall'insuccesso nel mondo del denaro, della posizione, del
prestigio, che implica la negazione di "ciò che è "
e l'accettazione di " ciò che dovrebbe essere ".
Poiché uno nega " ciò che è " e crea l'ideale
di " ciò che dovrebbe essere ", vi è conflitto.
Ma osservare ciò che è effettivamente significa che uno non
ha contrario, solo " ciò che è ". Se osservate la
violenza e usate la parola " violenza ", c'è già
conflitto, la parola stessa è già distorta; vi sono persone
che approvano la violenza e altre che non l'approvano. L'intera filosofia
della non violenza è distorta, politicamente e religiosamente. C'è
la violenza e il suo contrario, la non violenza. Il contrario esiste perché
voi conoscete la violenza. Il contrario ha radice nella violenza. Uno pensa
che, avendo un contrario, con qualche metodo o mezzo straordinario, si sbarazzerà
di " ciò che è ".
Ora, si può accantonare il contrario e guardare semplicemente la
violenza, il fatto? La non violenza non è un fatto. La non violenza
è un'idea, un concetto, una conclusione. Il fatto è la violenza:
uno è in collera, odia qualcuno, vuol far male alla gente, è
geloso: tutto questo è l'implicazione della violenza, che è
il fatto. Ora, si può osservare il fatto senza introdurre il suo
contrario? Perché allora uno ha l'energia - che prima veniva sprecata
cercando di realizzare il contrario - per osservare " ciò che
è ". In quell'osservazione non c'è conflitto.
Perciò, cosa farà un uomo che ha compreso questa esistenza
straordinaria e complessa basata sulla violenza, il conflitto e la lotta,
un uomo che ne è effettivamente libero, non teoricamente, ma effettivamente
libero? Il che significa assenza di conflitto. Che cosa farà al mondo?
Formulerà questa domanda, se è interiormente, psicologicamente,
interamente libero da conflitti? Ovviamente no. Solo l'uomo in conflitto
dice: " Se non vi è conflitto, sarò alla fine, verrò
annientato dalla società perché la società è
basata sul conflitto".
Se uno è consapevole della propria coscienza, che cos'è? Se
è consapevole, vedrà che la sua coscienza è - in senso
assoluto - nel disordine totale. E contraddittorio dire una cosa, fare qualcosa
d'altro, cercando sempre qualcosa. Il movimento totale è entro un'area
limitata e priva di spazio, e in quel poco spazio c'è disordine.
Uno è diverso dalla propria coscienza? Oppure è quella coscienza?
quella coscienza. Allora, è consapevole di trovarsi nel disordine
totale? Alla fine, quel disordine porta alla nevrosi, ovviamente: perciò
ci sono tutti gli specialisti della società moderna, gli psicoanalisti,
gli psicoterapeuti e così via. Ma interiormente c'è ordine?
Oppure c'è disordine? Uno può osservare questo fatto? E cosa
avviene quando uno osserva senza scegliere... cioè senza distorsioni?
Dove c'è disordine, deve esserci conflitto. Dove c'è ordine
assoluto, non c'è conflitto. E c'è un ordine assoluto, non
relativo. Ciò può avvenire in modo naturale e facile, senza
conflitto, solo quando uno è consapevole di se stesso quale coscienza,
consapevole della confusione, del tumulto, delle contraddizioni, osservando
esteriormente senza distorsione. Allora da questo deriva naturalmente, dolcemente,
facilmente, un ordine irrevocabile.
La relatività e la teoria quantistica sono in accordo, in
quanto esse implicano entrambe il bisogno di considerare il mondo come un
tutto indiviso, in cui tutte le parti dell'universo, incluso l'osservatore
ed i suoi strumenti, si fondono e si uniscono in una totalità.
La totalità di Bohm e l'ordine implicato
Alcune parti del libro di David Bohm Wholeness and the Implicate Order
hanno notevoli corrispondenze con i temi delle discussioni che egli
ebbe con Krishnamurti. Sembra pertinente concludere quest'opera attirando
l'attenzione sul suo lavoro, poiché, dato che il libro ha avuto un'influenza
sulla sfera professionale di Bohm, deve avere esteso la consapevolezza dell'importanza
della filosofia di Krishnamurti.
Dai dialoghi è chiaro che Bohm non è un avvocato della visione
del mondo materialista-meccanicista della scienza convenzionale. Il suo
libro è un tentativo di delineare un'alternativa . Sebbene egli arguisca
su una base puramente scientifica che l'opinione convenzionale, che coinvolge
l'analisi del mondo in parti esistenti indipendentemente,"non funziona
molto bene nella fisica moderna", le implicazioni dell'alternativa
che propone si estendono molto al di là del campo della fisica e,
in capitoli meno tecnici del libro, egli esplora queste implicazioni.
Il punto fondamentale, comunque, è che la scienza stessa, sulla base
delle sue scoperte sperimentali, ha reso la vecchia visione ridondante e
creato la necessità di un'alternativa:
Il pensiero è il nemico", disse Krishnamurti e Bohm indica come
questo sia stato il caso nella scienza. Il pensiero ha diviso le cose per
la sua propria convenienza, per meglio comprenderle e controllarle, ma poi
ha fatto l'errore di considerare quella frammentazione, che ha proiettato
sul mondo, come una inerente caratteristica del mondo stesso. A causa dell'autorità
della scienza, questa abitudine di considerare il mondo come una congeries
di cose separate, divenne pervasiva in tutte le aree del pensiero, rinforzando
le tendenze separatiste e pericolosamente di elite, dei gruppi nazionali,
razziali o di classe, sostenendo e giustificando i rapaci sfruttamenti dell'ambiente
naturale e sfociando nel fatto che l'uomo considera la sua stessa psiche,
nei termini dei suoi componenti conflittuali.
Può suonare idealistico richiedere un cambiamento in questa abitudine
di pensiero radicata, ma, argomenta Bohm, la totalità e la visione
del mondo olistica non sono un ideale, esse potrebbero esser la realtà
come la fisica moderna ci ha mostrato. "Così ciò che
è necessario", egli scrive, "è che l'uomo dia attenzione
a questa abitudine di pensiero frammentaria, che ne sia consapevole e così
la porti a termine."
Il principio di porre fine a qualcosa attraverso l'attenzione e la consapevolezza,
piuttosto che cercare di conseguire o sovrimporre un'alternativa, è
naturalmente la strategia fondamentale di Krishnamurti.
Stuart Holroyd, Krishnamurti, l'uomo il mistero e il messaggio.
IL REGNO ANIMALE NEL SOGNO
J. Hillman
Il regno animale dentro di noi
L'animale quale benefattore segreto si apre articolandosi in una serie di
punti di vista nei quali lo stesso animale viene interiorizzato nell'anima
umana in vari modi - come tracce filogenetiche, come antenato totemico,
come meccanismi di sfogo innati - e da tale animale noi o discendiamo o
siamo istintualmente potenziati. E appunto questa faccia animale della psiche
che vediamo nei sogni.
Sappi che tu hai dentro te stesso (intra te ipsum) mandrie di buoi",
scrive Origene nel III secolo d.C., e mandrie di pecore e mandrie di capre
tu hai [...] Sappi che in te sono anche gli uccelli del cielo. [...] Sappi
che tu sei un altro mondo in piccolo e che in te ci sono il sole, la luna
e le stelle." Quindi non soltanto ognuno di noi è un microcosmo
che incorpora gli animali, un'arca di Noè, ma gli animali hanno anche
una loro funzione dentro di noi.
Dice Laurens van der Post che abbiamo bisogno degli animali, "perché
gli animali sono l'immagine riflessa di noi stessi. Non possiamo conoscere
noi stessi senza vederci riflessi". Essi rendono possibile la nostra
coscienza riflessiva; addirittura dobbiamo loro il fuoco e il linguaggio.
Teniamo presente il maiale nella galleria, i bagliori tremolanti del fuoco...
Quell'immagine onirica non significa forse che l'animale è immerso
nel lumen naturale che traiamo da esso? Le indagini svolte da Clayton
Eshleman sugli animali raffigurati sulle pareti delle grotte in Francia
e Spagna fanno ritenere che questi primi momenti di coscienza riflessiva
abbiano avuto luogo "nominando gli animali" e situandoli fuori",
perché sono stati dipinti su quelle pareti traendoli dalla visione
interiore, nel buio claustrofobico. Il microcosmo prima del macrocosmo:
come se l'origine della specie, l'animale, fosse dentro l'anima.
Grant Watson, lo studioso britannico di scienze naturali al quale già
ho fatto cenno, dice: "Sì, gli animali ce li siamo scrollati
di dosso e li abbiamo cacciati via". Non è stata l'evoluzione,
né noi in quanto sviluppi estremi della catena animale, partendo
dall'ameba. Piuttosto, ci siamo sbarazzati di loro espellendo dalla nostra
natura adamitica le parti animali. Là fuori si aggirano le iene,
i gorilla la e gli agnellini bianchi che abbiamo cacciato da noi. Naturalmente,
Adamo conosceva i nomi degli animali, e gli uomini delle caverne poterono
raffigurarli con tanta verosimiglianza perché facevano parte di loro.
Ogni animale ha un suo ruolo speciale, che richiama caratteristiche umane
specifiche, e perfino la psicologia e la zoologia sperimentali contemporanee
riconoscono che una data specie è costruita idealmente per rispondere
a un particolare problema umano.
Un'elaborazione completa della funzione specifica di ciascuna specie è
l'obiettivo che si propone Hélan Jaworski, il medico-filosofo francopolacco.
La sua formula è semplice: La zoologia interiorizzata diviene fisiologia
- la fisiologia esteriorizzata diviene zoologia". Gli animali là
fuori sono i nostri organi umani; i nostri organi umani sono specie animali
interiorizzate.
RAMANA MAHARSI
La Natura del Sé
L'essenza degli insegnamenti di Sri Ramana è contenuta nelle sue
frequenti asserzioni che c'è una singola realtà immanente
direttamente sperimentata da tutti, che è simultaneamente la sorgente,
la sostanza e la reale natura di tutto ciò che esiste. Egli le diede
numerosi nomi differenti, esprimendo in ciascuno un differente aspetto della
stessa indivisibile realtà. La seguente classificazione include tutti
i suoi sinonimi più comuni e spiega le implicazioni dei vari termini
impiegati.
1 Il Sé. Questo è il termine che egli ha usato più
di frequente. Lo ha definito dicendo che il vero Sé o vero "Io",
contrariamente all'esperienza percepibile, non è un'esperienza dell'individualità,
ma una consapevolezza non personale, onnicomprensiva. Non deve essere confuso
col sé individuale, che ha detto essere essenzialmente non esistente,
essendo una costruzione della mente che oscura la vera esperienza del Sé
reale. Egli asserì che il Sé reale è sempre presente
e sempre sperimentato, ma enfatizzò che siamo realmente consapevoli
di come è soltanto quando le tendenze autolimitanti della mente sono
cessate. La permanente e continua consapevolezza del Sé è
conosciuta come auto-realizzazione.
2 Sat-chit-ananda. Questo è un termine Sanscrito che viene
tradotto come essere-coscienza-beatitudine. Sri Ramana insegno che il Sé
e puro essere, una consapevolezza soggettiva di "Io sono" completamente
priva del sentimento Io sono questo" o Io sono quello". Non ci,
sono, soggetti od oggetti nel Sé, c'è soltanto la consapevolezza
di essere. Poiché questa consapevolezza è conscia, è
chiamata anche coscienza. L'esperienza diretta di questa coscienza è,
secondo Sri Ramana, uno stato di ininterrotta felicità, cosi per
descriverla viene usato anche il termine ananda o beatitudine. Questi
tre aspetti, essere, coscienza e beatitudine, sono sperimentati come un
tutto unico e non come attributi separati del Sé. Sono inseparabili
allo stesso modo in cuí l'umidità, la trasparenza e la liquidità
sono proprietà ínseparabili dell'acqua.
3 Dio.
Sri Ramana affermò che l'universo è sostenuto dal potere del
Sé. Poiché i teisti normalmente attribuiscono questo potere
a Dio, egli usò spesso la parola Dio come sinonimo del Sé.
Allo stesso modo usò anche le parole Brahman, l'essere supremo
dell'Induismo, e Shiva, un nome Indù per indicare Dio. Il Dio di
Sri Ramana non è un Dio personale, è l'essere senza forma
che sostiene l'universo. Non è il creatore dell'universo, l'universo
è semplicemente una manifestazione del suo potere intrinseco; egli
è inseparabile da esso, ma non è influenzato dalla sua apparizione
o dalla sua scomparsa.
4 Il Cuore.
Parlando del Sé, Sri Ramana usò frequentemente la pa-rola
Sanscrita hridayam. Solitamente è tradotta come: "il
Cuore", ma una traduzione più letterale sarebbe: "questo
è il centro". Nell'usare questo termine particolare egli non
implicava che ci fosse un particolare luogo o centro per il Sé, stava
semplicemente indicando che il Sé è la sorgente da cui sí
sono manifestate tutte le apparizioni.
5 Jnana.
L'esperienza del Sé a volte è chiamata jnana o conoscenza.
Non si dovrebbe pensare che questo termine significhi che c'è una
persona che ha la conoscenza del Sé, perché nello stato di
consapevolezza del Sé non c'è un conoscitore localizzato e
non c'è nulla di separato dal Sé che possa essere conosciuto.
La vera conoscenza o jnana non è un oggetto di esperienza,
né la comprensione di uno stato differente e separato dal soggetto
conoscitore; è una conoscenza conscia e diretta di quell'unica realtà
in cui i soggetti e gli oggetti hanno cessato di esistere. Chi è
stabilito in questo stato è conosciuto come jnani.
6 Turiya e Turyatita. La filosofia Indù postula tre livelli di
coscienza relativa che si alternano veglia, sogno e sonno profondo. Sri
Ramana affermò che il Sé è la realtà base che
sostiene l'apparizione degli altri tre stati temporanei. A causa di ciò,
a volte chíamò il Sé turiya avastha, o il quarto
stato. Occasionalmente utilizzò anche la parola turyatita che
significa: "trascendente il quarto", per indicare che in realtà
non ci sono quattro stati, ma soltanto un unico vero stato trascendente.
7 Altri termini. Sono degni di nota altri tre termini per indicare
il Sé. Sri Ramana enfatizzò spesso che il Sé è
il proprio reale e naturale stato d'essere e, per questa ragione, occasionalmente
impiegò i termini sahaja sthiti, che significa "stato
naturale", e swarupa, che significa "forma reale"
o "natura reale". Egli usò anche la parola "silenzio"
per indicare che il Sé è uno stato silente libero dal pensiero,
di pace indisturbata e totale tranquillità.
D: Che cos'è la realtà?
R: La realtà dev'essere sempre reale. Non ha forme e nomi. Ciò
che è alla base di questi è la realtà. E' alla base
delle limitazioni, essendo in se stessa senza limiti. Non è vincolata.
E' alla base delle irrealtà, essendo essa stessa reale. La realtà
è ciò che è. E' come è,.trascendente il, linguaggio.
E' al di là delle espressioni "esistenza, non esistenza",
eccetera.
Solo la realtà, che è la semplice coscienza che rii-nane quando
l'ignoranza viene dístrutta insieme con la conoscenza degli oggetti,
è il Sé (atman). In quella Brahma-swarupa (forma
reale di Brahman), che è l'abbondante consapevolezza del Sé,
non c'è la minima ignoranza. La realtà che risplende pienamente,
senza miserie e senza un corpo, non soltanto quando il mondo è conosciuto,
ma anche quando il mondo non è conosciuto, è la tua forma
reale (nija-swarupa). Lo splendore della coscienza di beatitudine,
nella forma di una consapevolezza che iísplende ugualmente sia all'interno
che all'esterno, è la suprema e beatifica realtà originale.
La sua forma è il silenzio e dai jnani è dichiarata
essere lo stato finale e non ostruibile della vera conoscenza (jnana).
Sappi che solo jnana è non-attaccamento; solo jnana
è purezza; jnana è il conseguimento di Dio;
solo jnana, che è priva di dimenticanza del Sé è
immortalità; solo jnana è ogni cosa.
D: Che cos'è questa consapevolezza e conie la si può ottenere?
R. Tu sei consapevolezza. Consapevolezza è un altro tuo nome.
Poiché tu sei consapevolezza non c'è necessità di conseguirla
o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all'essere
consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia
ad essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza,
e quella è il Sé.
D: Se il Sé è consapevolezza, perché non ne sono
consapevole anche ora?
R: Non c'è dualità. La tua conoscenza presente è
dovuta all'ego ed è soltanto relativa. La conoscenza relativa richiede
un soggetto ed un oggetto, laddove la consapevolezza del Sé è'
assoluta e non richiede oggetto. Analogamente, anche il ricordo è
relativo, richiedendo un oggetto da ricordare e un soggetto che ricordi.
Quando non c'è dualità, chí ricorda e chí viene
ricordato?
Il Sé è perennemente presente. Tutti vogliono conoscere íl
Sé. Dí quale tipo di aiuto sí ha bisogno per conoscere
se stessi? Le persone vogliono vedere il Sé come qualcosa di nuovo.
Ma esso è eterno e rimane lo stesso costantemente. Esse desiderano
vederlo come una luce fiammeggiante, ecc. Come può essere così?
Il Sé non è luce, né oscurità. E' soltanto
così com'è. Non può essere definito. La migliore definizione
è 1o sono quello che sono". Le sruti (scritture) descrivono
il Sé come avente la grandezza del proprio pollice, della punta di
un capello, di una scintilla elettrica, vasto, più sottile del sottilissimo,
ecc. Tutto questo in realtà non ha fondamento. E' soltanto essere,
ma diverso dal reale e dall'irreale; è conoscenza, ma differente
dalla conoscenza e dall'ignoranza. Come può essere definito? E' semplicemente
essere.
D: Quando un uomo realizzerà il Sé, cosa vedrà?
R: Non c'è vedere. Il vedere è soltanto essere. Lo stato
dell'autorealizzazione, così come lo chiamano, non è il conseguire
qualcosa di nuovo o il raggiungere qualche meta lontana, ma è semplicemente
essere quello che si è sempre stati e che sempre si sarà.
Tutto ciò di cui avete bisogno è di abbandonare la vostra
percezione del non-vero come vero. Tutti noi stiamo considerando reale quello
che non è reale. Dobbiamo soltanto rinunciare a questa abitudine.
E allora realizzeremo il Sé come Sé; in altre parole: "Sii
il Sé. Ad un certo punto riderete di voi stessi per aver voluto cercare
di scoprire il Sé che è così autoevidente. Perciò,
cosa possiamo rispondere a questa domanda? Quello stadio trascende sia colui
che vede, sia ciò che è visto. Là non c'è veggente
a vedere alcunché. Il veggente che ora sta vedendo tutto questo cessa
di esistere e rimane soltanto il Sé.
D: Come conoscerlo per esperienza diretta?
R: Se parliamo di conoscere il Sé, ci devono essere due sé,
un sé che conosce, un altro sé che è conosciuto ed
il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è
semplicemente essere se stessi, non conoscere o diventare qualcosa. Se ci
si è realizzati, si è solo ciò che si è e si
è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può
solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della realizzazione
del Sé, in mancanza di un termine migliore. Come "realizzare"
o rendere reale quello che soltanto è reale?
D: Qualche volta dici che il Sé è silenzio. Perché?
R: Per coloro che vivono il Sé come bellezza priva di pensiero,
non c'è nulla a cui si dovrebbe pensare. Ciò a cui si dovrebbe
aderire è solo l'esperienza del silenzio, perché ín
quello stato supremo non esiste nulla da conseguire al di fuori di se stessi.
D: Che cos'è mouna (silenzio)?
R: Mouna è lo stato che trascende la parola ed il pensiero.
Quello che è, è mouna. Come si può spiegare
mouna in parole? I saggi dicono che soltanto lo stato in cui il pensiero
"Io" (l'ego) non sorge neanche in minima parte, è il Sé
(swarupa) che è silenzio (mouna). Solo quel Sé silente
è Dio; solo il Sé è il jiva (l'anima individuale).
Solo il Sé è questo antico mondo. Tutte le altre conoscenze
sono soltanto conoscenze ínsignificanti e superficiali; solo l'esperienza
del silenzio è la reale e perfetta conoscenza. Sappi che le molte
differenze oggettive non sono reali, ma semplici sovraimposizioni sul Sé,
che è la forma della vera conoscenza.
D: Poiché possiamo osservare ovunque che i corpi ed i sé
che li animano sono effettivamente innumerevoli, conie si può affermare
che il Sé e soltanto uno?
R: Se viene accettata l'idea Io sono il corpo", i sé sono
molteplici. Lo stato in cui questa idea svanisce è il Sé,
poiché in quello stato non ci sono altri oggetti. E' per questa ragione
che il Sé è considerato come uno soltanto. Poiché il
corpo stesso non esiste nella prospettiva naturale del vero Sé, ma
esiste soltanto nel modo di vedere estroverso della mente che è oscurata
dal potere dell'illusione, chiamare dehi (il possessore del corpo)
il Sé, lo spazio della coscienza, è errato. Il mondo non esiste
senza il corpo, il corpo non esiste mai senza la mente, la mente non esiste
mai senza coscienza e la coscienza non esiste mai senza la realtà.
Per il saggio che ha conosciuto il Sé immergendosi all'interno di
se stesso, non c'è nulla da conoscere al di fuori del Sé.
Perché? La risposta è che poiché l'ego, che identifica
la forma di un corpo come "io" è perito, egli (il saggio)
è l'esistenza-coscienza senza forma. Il jnani (colui che ha realizzato
il Sé) sa di essere il Sé e che nulla, né il suo corpo
né nient'altro, esiste all'infuori del Sé. Per una tale persona
quale differenza potrebbe comportare la presenza o l'assenza di un corpo?
E' falso parlare di realizzazione. Cosa c'è da realizzare? Il reale
è com'è sempre. Noi non creiamo nulla di nuovo né raggiungiamo
qualcosa che in precedenza non avevamo. L'esempio dato nei libri è
questo. Scaviamo un pozzo e creiamo un'enorme buca. Lo spazio nella buca
o íl pozzo non è stato creato da noi. Noi abbiamo semplicemente
rimosso la terra che riempiva lo spazio. Lo spazio era già là
ed è là anche ora. Allo stesso modo dobbiamo semplicemente
gettare via tutti gli eterni samskara (tendenze innate) che sono
all'interno di noi. Quando saranno state abbandonate tutte, il Sé
brillerà, solo.
D: Ma come fare questo e conseguire la liberazione?
R: La liberazione è la nostra stessa natura. Noi siamo quello.
Il fatto stesso che desideriamo la liberazione mostra che la libertà
da ogni schiavitù è la nostra vera natura. Non è qualcosa
di nuovo da acquisire. Tutto ciò che è necessario è
liberarsi della falsa nozione di essere vincolati. Quando raggiungeremo
quello, non ci sarà nessun desiderio o pensiero di alcun tipo. Fíno
a che sì desidera la liberazione, fino ad allora, puoi crederci,
si è in schiavitù.
D: Si dice che chi ha realizzato il suo Sé non ha i tre stati di
veglia, sogno e sonno profondo. E'vero?
R: Cosa ti fa dire che non hanno i tre stati? Dicendo: Io ho avuto un sogno;
io ero profondamente addormentato; io sono sveglio", devi ammettere
che tu eri là in tuttí i tre stati. Ciò rende chiaro
che eri presente per tutto il tempo. Se rimani come sei ora, sei nello stato
di veglia; questo viene nascosto nello stato di sogno; e lo stato di sogno
scompare quando sei nel sonno profondo. Eri là allora, sei là
ora, e sei là in ogni momento. 1 tre stati vanno e vengono, ma tu
sei sempre presente. E' come al cinema. Lo schermo è sempre là,
ma su di esso appaiono molti tipi di immagini e quindi scompaiono. Nulla
si attacca allo schermo, esso rimane uno schermo. Allo stesso modo, tu rimani
il tuo stesso Sé in tuttí e tre gli stati.
Se conosci questo, i tre stati non ti daranno fastidio, proprio come le
immagini che appaiono sullo schermo non si attaccano ad esso. Sullo schermo,
qualche volta vedi un enorme oceano con onde senza fine; tutto ciò
scompare. Un'altra volta vedi del fuoco che si propaga tutt'attorno; anche
questo scompare. Lo schermo è presente in entrambe le occasioni.
Forse che lo schermo è rimasto bagnato dall'acqua o bruciato dal
fuoco? Nulla influenza lo schermo. Allo stesso modo, le cose che accadono
durante gli stati di veglia, sogno e sonno non ti influenzano affatto, tu
rimani il tuo proprio Sé.
D: Ciò significa che, sebbene le persone abbiano tutti i tre stati,
veglia, soglio e sonno profondo, questi non le influenzano?
R: Sì, è cosi. Tutti questi stati vanno e vengono. Il Sé
non è disturbato; ha soltanto uno stato.
D: Ciò significa che una tale persona sarà in questo mondo
solamente come un testimone?
R: E' così; proprio per questa ragione, Vidyaranya, nel decimo capitolo
de1Panchadasi, dà, come esempio la luce che è accesa sul palcoscenico
di un teatro. Quando viene recitato un dramma, la luce illumina senza alcuna
distinzione tutti gli attori, che siano re, servi o danzatori ed illumina
anche tutto il pubblico. Quella luce sa-rà presente prima che il
dramma cominci, durante la sua esecuzione ed anche quando la recitazione
è terminata. Allo stesso modo, la luce interiore cioè il Sé,
dona luce all'ego, all'intelletto, alla memoria e alla mente senza essere
essa stessa soggetta ai processi di crescita e decadimento. Sebbene durante
il sonno profondo e gli altrí stati non ci sia la sensazione dell'ego
quel Sé rimane senza attributi e continua a brillare da se stesso.
In realtà, l'idea del Sé come testímone è soltanto
nella mente: non è la verità assoluta del Sé. La testimonianza
è in relazione agli oggetti testimoniati. Sia il testimone che il
suo oggetto sono creazioni mentalí.
D: In che modo i tre stati di coscienza sono inferiori nel grado di realtà
al quarto (turiya). Quale è l'effettiva relazione tra questi tre
stati ed il quarto?
R: C'è soltanto uno stato, quello della coscienza o consapevolezza
o esistenza. 1 tre stati di veglia sogno e sonno non possono essere reali.
Essi semplicemente vanno e vengono. Il reale esisterà sempre. Solo
I"'io" o esistenza che persiste in tutti i tre stati è
reale. Gli altri tre non sono reali e cosi non è possibile dire che
essi hanno un tale o tal altro grado di realtà. Possiamo metterla
approssimativamente in questo modo. L'esistenza o coscienza è la
sola realtà. Coscienza più veglia, la chiamiamo veglia. Coscienza
più sonno la chiamiamo sonno. Coscienza più sogno la chiamiamo
sogno. La coscienza è lo schermo su cui tutte le immagini vanno e
vengono. Lo schermo è reale, le immagini sono semplici ombre su di
esso. A causa della radicata abitudine che abbiamo di considerare questi
stati come reali chiamiamo lo stato di semplice consapevolezza o coscienza
il quarto. Non c'è comunque alcun quarto stato; ma soltanto uno stato.
Non c'è differenza tra lo stato di sogno e lo stato di veglia eccetto
che il sogno è corto e la veglia lunga. Entrambi sono il risultato
della mente. Poiché lo stato di veglia è lungo, immaginiamo
che sia il nostro vero stato. Ma, in realtà, il nostro vero stato
è il turiya o quarto stato che è sempre così com'è
e non sa nulla dei tre stati di veglia, sonno o sogno. Poiché chiamiamo
questi tre avastha (stati) allora chiamiamo anche il quarto stato turiya
avastha. Ma non è un avastha, è il vero e naturale stato del
Sé. Quando questo è realizzato, veniamo a sapere che non è
un turiya o quarto stato, poiché un quarto stato è soltanto
relativo ma è turyatita, lo stato trascendente.
D: Perché questi tre stati dovrebbero andare e venire nello stato
reale o sullo schermo del Sé?
R: Chi pone questa domanda? E' il Sé che dice che questi stati vanno
e vengono? E' il veggente che dice che essi vanno e vengono. Il veggente
ed il visto, insieme costituiscono la mente. Guarda se c'è una tal
cosa come la mente. Allora la mente sì fonde nel Sé, e non
c'è più né il veggente, né il visto. Così
la reale risposta alla tua domanda è: "essi non vengono,né
vanno." Solo il Sé rimane perennemente così com'è.
I tre stati devono la loro esistenza alla non-indagine e l'indagine pone
fine ad essi. Per quanto si possa spiegare, il fatto non diverrà
chiaro finché non si consegue la realizzazione del Sé e ci
si meraviglia di come si è stati ciechi cosi a lungo dell'unica ed
autoevidente esistenza.
D: Quale è la differenza tra la mente ed il Sé?
R: Non c'è differenza. La mente rivolta all'interno è
il Sé; rivolta all'esterno diventa l'ego e tutto il mondo. Il cotone
intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L'oro forgiato in vari
ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone
e tutti gli ornamenti oro. L'uno è reale, i molti sono semplici nomi
e forme. La mente non esiste separata dal Sé; cioè, essa non
ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente
mai senza il Sé.
D: Brahman è detto essere sat-chit-ananda. Cosa significa?
R: Si. E' così. Ciò che è, è soltanto sat.
Quello è chiamato Brahman, Lo splendore di sat è
chit e la sua natura è ananda. Questi non sono differenti
da sat. Tutti e tre assieme sono conosciuti come sat-chit-ananda.
D: Poiché il Sé è esistenza (sat) e coscienza
(chit) quale è la ragione di descriverlo come differente dall'esistente
e dal non-esistente, dal se[17iente e dall'inesistente?
R: Sebbene il Sé sia reale, poiché comprende ogni cosa
non lascia spazio a questioni che implicano dualità circa la sua
realtà o irrealtà. Perciò è detto essere differente
dal reale e dall'irreale. Analogamente, anche se è coscienza, poiché
per esso non c'è nulla da conoscere e nulla da cui farsi conoscere,
è detto essere differente dal senziente e dall'insenziente.
Sat-chit-ananda si dice indichi che il Supremo non è asat
(differente dall'essere), non è achit (differente dalla
coscienza) e non è ananda (differente dalla felicità).
Poiché siamo nel mondo fenomenico parliamo del Sé come sat-chit-ananda.
D: In che senso la felicità, o beatitudine (ananda), è
la nostra vera natura?
R: La perfetta beatitudine è Brahman . La perfetta pace
è del Sé. Esiste soltanto quello ed è coscienza. Ciò
che viene chiamato felicità è solo la natura del Sé;
il Sé non è altro che perfetta felicità. Ciò
che è chiamato felicità è la sola esistenza. Sapendo
ciò e dimorando nello stato del Sé, gioisci eternamente la
beatitudine. Se un uomo pensa che la sua felicità sia dovuta a cause
esterne ed ai suoi possessi, è ragionevole concludere che la sua
felicità deve,aumentare con, l'aumentare dei possessi e diminuire
in proporzione alla loro diminuzione. Perciò se egli è privo
di possessi, la sua felicità dovrebbe essere nulla. Quale è
la reale esperienza dell'uomo? E' conforme a questa visione?
Nel sonno profondo l'uomo è privo di possessi, incluso il suo stesso
corpo. Invece di essere infelice è del tutto felice. Tutti desiderano
dormire profondamente. La conclusione è che la felicità è
inerente all'uomo e non è dovuta a cause esterne. Al fine di aprire
il deposito della pura felicità si deve realizzare il Sé.
D: Sri Bhagavan parla del cuore come la sede della coscienza e come identico
al Sé. Cosa significa esattamente il Cuore?
R: Chiamatelo con qualunque nome: Dio, Sé, Cuore o sede della
coscienza, è la stessa cosa. Il punto da afferrare è questo:
Cuore significa il vero nucleo del proprio essere, il centro, senza il quale
non c'è nulla di nulla.
Il Cuore'non è fisico, è spirituale. Hridayam equivale
a hrit più ayam; ciò significa: "Questo è
il centro". E' quello da cui sorgono i pensieri, sul quale sussistono
e nel quale si dissolvono. I pensieri sono il contenuto della mente e formano
l'universo. Il Cuore è il centro di tutto. Nelle Upanishad, quello
da cui gli esseri vengono in esistenza è detto essere Brahman.
Quello è il Cuore. Brahman è il Cuore.
D: Come realizzare il Cuore?
R: Non c'è nessuno che manchi di sperimentare il Sé neanche
per un momento. Poíché nessuno ammette di essere separato
dal Sé. Noi siamo il Sé. Il Sé è il Cuore. Il
Cuore è il centro da cui sorge ogni cosa. Poiché vedi il mondo,
il corpo e così via, si dice ci sia un centro per questi che è
chiamato il Cuore. Quando sei nel Cuore, scopri che il Cuore non è
il centro né la circonferenza. Non c'è nulla all'infuori di
esso. Solo la coscienza, che è vera esistenza e non vaga all'esterno
a conoscere quelle cose che sono diverse dal Sé, è il Cuore.
Poiché la verità del Sé è conosciuta soltanto
da quella coscienza, che è priva di attività, lo splendore
della chiara conoscenza è soltanto quella coscienza che si occupa
sempre esclusivamente del Sé. Sii Ciò Che sei
Gli Insegnamenti di Ramana Maharsi
Sii Ciò Che sei,
Indagine sul Sé - Pratica
Ai principianti dell'autoindagine veniva consigliato da Sri Ramana di
porre l'attenzione sul sentimento interiore di "io" e di trattenere
quel sentimento il più a lungo possibile. Veniva detto loro che se
l'attenzione veniva distratta da altri pensieri dovevano tornare alla consapevolezza
del pensiero "io" ogni volta che diventavano consapevoli che la
loro attenzione aveva divagato. Egli suggerì diversi metodi per favorire
questo processo-ci si poteva chiedere: "Chi sono io?", oppure:
"Da dove viene questo io?"-ma lo scopo ultimo era di essere continuamente
consapevoli dell'"io" che presume di essere responsabile di tutte
le attività del corpo e della mente.
Nei primi stadi della pratica, I'attenzione al sentimento "io"
è un'attività mentale che prende la forma di un pensiero o
una percezione. Man mano che la pratica si sviluppa il pensiero "io"
lascia spazio ad un sentimento dell'"io" sperimentato soggettivamente
e quando questo sentimento cessa di collegarsi e identificarsi con i pensieri
e gli oggetti, svanisce completamente. Ciò che rimane è un'esperienza
di essere in cui il senso dell'individualità ha temporaneamente cessato
di funzionare. L'esperienza all'inizio può essere intermittente,
ma con la pratica ripetuta diventa sempre più facile da raggiungere
e mantenere. Quando l'autoindagine raggiunge questo livello c'è una
consapevolezza senza sforzo di essere in cui lo sforzo individuale non è
più possibile poiché l'"io" che compie lo sforzo
ha temporaneamente cessato di esistere. Non è la realizzazione del
Sé, perché il pensiero "io" periodicamente riafferma
se stesso, ma è il più alto livello della pratica. La ripetuta
esperienza di questo stato di essere indebolisce e distrugge le vasana
(tendenze mentali) che fanno sorgere il pensiero "io", e quando
la loro presa è stata sufficientemente indebolita, il potere del
Sé distrugge le tendenze residue così completamente che il
pensiero "io" non sorge mai più. Questo è il finale
ed irreversibile stato della realizzazione del Sé.
Questa pratica di autoattenzione, o consapevolezza del pensiero "io",
è una tecnica facile che supera gli usuali metodi repressivi per
controllare la mente. Non è un esercizio di concentrazione, né
mira a sopprimere i pensieri; fa semplicemente appello alla consapevolezza
della sorgente da cui la mente ha origine. Il metodo e la meta dell'autoindagine
è di dimorare sulla sorgente della mente, di essere consapevoli di
ciò che si è realmente ritirando l'attenzione e l'interesse
da ciò che non si è. Negli stadi iniziali lo sforzo nel trasferire
l'attenzione dai pensieri al pensatore è essenziale, ma una volta
che la consapevolezza del sentimento dell'"io" è stata
fermamente stabilita, ulteriore sforzo è controproducente. Da allora
è più un processo di essere che di fare, di essere senza sforzo
piuttosto che uno sforzo per essere.
Essere ciò che già si è, è privo di sforzi poiché
l'esistenza è sempre presente e sempre sperimentata. D'altra parte,
pretendere di essere ciò che non si è (il corpo e la mente)
richiede uno sforzo mentale continuo, anche se lo sforzo è quasi
sempre ad un livello inconscio. Ne segue perciò che nei più
elevati stadi dell'autoindagine lo sforzo allontana l'attenzione dall'esperienza
dell'essere mentre la cessazione dello sforzo mentale la rivela. Alla fine
il Sé non viene scoperto come risultato del fare qualcosa, ma soltanto
essendo. Come Sri Ramana stesso una volta osservò:
"Non meditare-sii ! "
"Non pensare di essere-sii!"
"Non pensare all'essere-tu sei!"
L'autoindagine non dovrebbe essere considerata una pratica di meditazione
da eseguire a certe ore e in certe posizioni;dovrebbe continuare durante
tutte le ore della veglia, indipendentemente da ciò che si sta facendo.
Sri Ramana non vedeva conflitto tra il lavoro e l'autoindagine ed affermava
che con un po' di pratica poteva essere eseguita in qualunque circostanza.
Qualche volta affermò che periodi regolari di pratica formale erano
benefici per i principianti, ma non patrocinò mai lunghi periodi
di meditazione in posizione seduta e mostrò sempre la sua disapprovazione
se qualcuno dei suoi devoti esprimeva il desiderio di abbandonare le attività
mondane in favore di una vita meditativa.
Allan Watts
PARLANDO DI ZEN
TEMI MITOLOGICI NELLA SCIENZA MODERNA
Dice una poesia cinese che la vita è come una spada che taglia, ma
non può tagliare se stessa; come un occhio che vede, ma non può
vedere se stesso, il nostro dilemma è che non possiamo essere nello
stesso tempo soggetto e oggetto, osservatore e osservato, controllore e
controllato. Non è che un altro modo per dire che le origini interiori
del nostro pensiero e della nostra azione sono sempre necessariamente inconsce.
Per quanto possiamo comprendere noi stessi, è proprio l'atto stesso
della comprensione che altera ciò che comprendiamo. Esplorare la
natura umana vuole quindi dire cambiarla in modi imprevedibili, cosicché,
in una certa misura, la nostra conoscenza di noi stessi è sempre
obsoleta. Se ciò è vero, dev'essere vero pure che l'uomo non
può fare a meno di costruire miti. Infatti, per come la vedo io,
il mito e un immagine con cui proiettiamo sul mondo esterno, conosciuto,
la materia inafferrabile e mutevole del nostro inconscio e del nostro lavorio
interiore.
Credo che tutta la psicologia dell'inconscio, che deriva dall'opera di Freud
e Jung, abbia confermato che la nostra visione del mondo, dalla teologia
alla cosmologia, corrisponde sempre alla proiezione verso l'esterno di processi
interiori che sarebbero altrimenti sconosciuti. Non credo però che
sia stata capace di provare che tali processi siano altrettanto costanti
e comuni in tutti. gli uomini quanto la loro struttura fisica. Una scienza
dell'inconscio universale e definitiva è davvero una contraddizione
in termini, giacché l'intero valore dell'idea di inconscio non sta
nel fatto che ci introduce a un nuovo regno del mondo che dev'essere esplorato
e dominato, quanto piuttosto nell'indicarci la coscienza con i suoi limiti,
elastici ma nondimeno inevitabile e la sua capacita" di controllare
sia se stessa sia il mondo circostante.
In una certa, ampia misura, la scienza è il tentativo dell'uomo occidentale
di liberarsi dal mito, dalla cosiddetta patetica illusione di costruire
il
mondo secondo la propria immagine inconscia. Senza voler sminuire le glorie
della scienza, vorrei suggerire che tale tentativo è irrealizzabile
e persino assurdo, e mi accingo a farlo discutendo quale sia il rapporto
tra gli sforzi della scienza occidentale e quelli delle dottrine orientali,
tesi a ottenere lo stesso obiettivo attraverso percorsi diversi. Devo dire
che mi accingo a tale compito non tanto come storico o filosofo della scienza
quanto come studioso di filosofie comparate dell'Asia e dell'Occidente.
C'è un antico racconto indiano a proposito di un re di un'epoca remota
nella quale gli uomini camminavano a piedi nudi su questa terra pietrosa
e accidentata. Il re un giorno propose di uccidere migliaia di capi di bestiame
per ricoprire la terra con le loro pelli. A quel punto, però, un
filosofo di corte suggerì che uccidendo solo pochi capi sarebbe stato
possibile legare piccoli pezzi di pelle ai piedi degli uomini, cosicché
ci sarebbe sempre stato un tappeto di cuoio ovunque essi andassero. Si tratta
di una parabola sui diversi modi nei quali, in linea generale, la cultura
occidentale e quella orientale si sono avvicinate al problema del controllo
dell'esperienza umana per ridurre la sofferenza. L'Occidente, coprendo di
pelli l'intero territorio, ha inventato la tecnologia del controllo del
mondo esterno. L'Oriente, limitandosi a sistemare qualche striscia di pelle
sotto i piedi, ha trascurato il mondo esterno e ha idealizzato il controllo
della mente. Si è concentrato sul risolvere il problema cambiando
l'uomo, invece di cambiare il suo ambiente, e successo e fallimento in entrambi
i tentativi sono enormemente istruttivi.
Le culture dell'India e della Cina hanno inventato le loro proprie tecniche
di liberazione dal mito. Chiunque si proponga di sconfiggere il mito userà
tale termine nel suo senso peggiorativo, per indicare "falsità
e illusione", in opposizione a "verità e realtà".
A proprio in tal senso che le filosofie indiane dell'induismo e del buddhismo
hanno spesso usato il termine maya per indicare che il mondo esterno, o
forse il modo in cui pensiamo il mondo, sia un'illusione che scaturisce
dalle nostre menti. Finché tale illusione continuerà a riprodursi,
la vita nel mondo apparirà dolorosa e problematica. Se però
la mente viene controllata in modo che l'illusione cessi, la durezza del
mondo, o forse semplicemente la nostra opposizione a essa, svanirà.
Consideriamo per prima cosa la cosmologia, la visione del mondo, in larga
parte comune sia all'induismo sia al buddhismo, o piuttosto comune alla
cultura dalla quale queste filosofie sono sorte quali metodi per liberarsi
da tale cosmologia. Ogni forma vivente, umana o animale, angelica o demoniaca,
è considerata un anello di una serie inconcepibilmente lunga di incarnazioni,
attraverso le quali ogni essere individualizzato deve passare fino a che
continua a sentirsi un individuo. La serie di incarnazioni non è
tanto un'evoluzione progressiva quanto un ciclo di lenta alternanza tra
bene e male, tra lo zenit dei paradisi angelici dei deva e il nadir degli
orrendi purgatori dei naraka. L'esistenza è un perpetuo viavai di
piacere e dolore, legati inseparabilmente dalla logica della loro stessa
polarità, ed è misurata in periodi detti kaloa, unità
di quattro milioni e trecento ventimila anni. Finché l'individuo
resta preso nella morsa del Karma, il processo di azione condizionata, regolata
dall'attrazione e dalla repulsione, continuerà a peregrinare interminabilmente
in tale ciclo, Kalpa dopo Kalpa. L'intero modello fa pensare in effetti
a una ruota come quelle che troviamo nelle gabbie degli scoiattoli, solo
che è di enormi proporzioni ed è mantenuta in movimento dalla
ricerca del piacere in ogni sua forma, fisica e spirituale.
Tuttavia, sia per l'induismo sia per il buddhismo, tale cosmologia, così
come gli individui ingabbiati in tale fatica perpetua, non costituisce nient'altro
che maya, ovvero un mito, una proiezione, un'illusione sorta nella mente
quale conseguenza di avidya, ignoranza o inconsapevolezza. Avidya è
un termine dai molti significati. Può voler dire dimenticanza del
fatto che la propria coscienza non è individuale e separata, ma un
raggio dell'atman, il sé divino che costituisce l'unica e sola realtà.
Può anche voler indicare il non saper riconoscere che piacere e dolore,
bene e male, sono correlativi e che quindi la ricerca dell'uno provoca inevitabilmente
l'altro proprio come l'altezza provoca inevitabilmente la profondità.
Inoltre può essere anche considerato come una particolare accezione
di ignoranza', che è usare la coscienza per l'attenzione selettiva,
l'atto di concentrare la mente su aree limitate del mondo, una dopo l'altra,
così da ignorare la sua unità e creare l'impressione che si
tratti di una molteplicità di cose ed eventi distinti. Avidya è
quindi l'inconsapevolezza, l'escludere la verità che tutte le cose,
tutti gli eventi e le loro polarità sono inseparabilmente correlati,
quindi non c'è modo di districare ciò che è 'io' da
ciò che è 'tu', o di svincolare il desiderabile dall'indesiderabile.
Ne consegue dunque che il controllo e la padronanza di quella ruota cosmica
devono giungere attraverso il controllo e la padronanza della mente e il
superamento dell'avidya. Con la disciplina yogica, la mente viene calmata
e concentrata. Quindi viene rivolta verso se stessa attraverso le porte
dei sensi in modo da far ritirare la proiezione di un mondo esterno, e infine
la proiezione delle stesse porte dei sensi: il corpo e la coscienza individualizzata.
A noi potrà sembrare altrettanto fantastico che strisciare dentro
a un buco e trascinarcelo dietro, oppure altrettanto irrealistico che giocare
a fare lo struzzo. Nondimeno, c'è qualcosa di valido in tutto ciò,
giacché sappiamo che l'apparenza del mondo esterno è in relazione
alla struttura del nostro cervello e degli organi di senso. Se questi organi
possono subire un mutamento, anche il mondo può essere cambiato,
perlomeno in relazione all'individuo che compie tale impresa.
E un uomo con i sandali in una società che va a piedi nudi. A seconda
dei vostri pregiudizi, potreste definirlo una vittima delle proprie allucinazioni,
oppure lo scopritore di un nuovo livello di realtà, il prototipo
di un nuovo genere di uomini. Il fatto che la stragrande maggioranza degli
uomini percepisca il mondo sotto lo stesso punto di vista non implica che
sia necessariamente dalla parte della ragione, ma dimostra semplicemente
che è legata da una forma di comunicazione e che è composta
da strutture dello stesso tipo. Tuttavia, per almeno una delle maggiori
scuole filosofiche dell'Asia, tale modo di superare maya, e quindi di controllare
il mondo, non era da considerarsi del tutto soddisfacente. Al contrario,
l'opinione generale del buddhismo Mahayana era che il tentativo di cancellare
maya e di ottenere un controllo totale sulle proiezioni inconsce equivaleva
a cadere vittima dell'illusione in un modo particolarmente profondo e tragico.
Per tale scuola, il termine Pratyeka-Buddha, che originariamente significa
'colui che giunge al nirvana senza mantenersi in comunicazione con gli altri",
prese a essere usato come dispregiativo. Nella maggior parte dei testi Mahayana,
il Pratyeka-Buddha, o 'Buddha indipendente', non è affatto un Buddha.
Ritirandosi in una sorta di isolamento spirituale e sbarrando completamente
la via alla proiezione di maya, non riesce più a comprendere che
ne è diventato il più misero schiavo, prigioniero del mito
nel peggiore dei modi. E' in questa particolare situazione che dovremmo
trovare un parallelo con il ruolo oscuro o malefico del mito nella scienza
moderna. Ora, il dilemma del Pratyeka-Buddha, o dello yoghi, che ha ottenuto
il totale controllo della propria mente, non è diverso da quello
del monarca assoluto descritto nel classico manuale indiano di politica,
l'Arthashastra. In tale opera il monarca-despota è descritto come
colui che governa il mandala, o serie di cerchi concentrici, dei suoi subordinati,
come un ragno al centro della ragnatela. Sulla base del principio divide
et impera, ogni anello di subordinati è strutturato in modo da diffidare
dell'anello successivo, cosicché tutti i livelli adiacenti sono sempre
intenti a spiarsi gli uni con gli altri. Gli immediati subordinati del sovrano,
o ministri, sono controllati dai loro inferiori, gelosi del loro grado e
sempre pronti a ottenere favori e promozioni tradendoli presso il sovrano,
e così via lungo tutta la scala gerarchica, dai primi ministri fino
agli schiavi. Ma poiché l'intero sistema è basato su un attento
equilibrio di reciproca sfiducia, persino il re, custode ultimo delle sue
stesse guardie, non può fidarsi di nessuno. Deve dormire con un occhio
sempre aperto, e mai e poi mai può permettersi una tregua nel suo
continuo vigilare. Ciò significa soltanto che il vertice del sistema
ne è completamente prigioniero, il ragno catturato nella sua stessa
tela. Allo stesso modo, gli uomini della polizia segreta del romanzo 1984
di Orwell devono starsene seduti a sorvegliare gli innumerevoli schermi
televisivi che controllano le case dei cittadini, con gli occhi perennemente
incollati al compito della diffidenza collettiva, senza essere mai liberi
di fare una passeggiata nel parco con la fidanzata.
Lo sviluppo del buddhismo Mahayana derivò quindi dal riconoscere
che la totale autocoscienza e il più completo autocontrollo sono
anche un'assoluta autofrustrazione, la frustrazione della spada che cerca
di tagliare se stessa o, in altre parole, la frustrazione di cercare di
sollevarsi tirandosi su per il proprio bavero. In termini tecnici, l'inganno
del pratyeka-buddha è ritenere che il nirvana, lo stato di liberazione,
sia qualcosa di separato dal samsara, il ciclo di nascita e morte generato
da maya. Se il nirvana viene compreso come un ritirarsi dal mondo, allontanandosi
dalle esperienze sensoriali in modo da essere nella posizione di dominarle,
ciò equivale all'idea che il sé controllante, ovvero il soggetto,
sia in effetti separato da ciò che è controllato. Tuttavia,
ciò si traduce nell'essere inconsapevoli del fatto che la volontà
che controlla è annessa una forma di maya, ovvero, in altri termini,
che il cervello umano è parte del proprio stesso ambiente. Cercare
di conoscere l'inconscio sino alle sue più remote profondità
vuole dire dimenticare che è l'inconscio stesso che osserva, che
la coscienza non è separata dall'inconscio, ma è solo una
delle sue funzioni: "Come un occhio che osserva, ma non può
osservare se stesso".
Ecco dunque che si giunge a rappresentare il bodhisattva, la figura ideale
del buddhismo Mahayana, come colui che, dopo essersi ritirato, torna al
mondo in virtù della sua compassione per 'tutti gli esseri senzienti
facendo voto di non entrare nel nirvana finché tutti gli altri non
saranno liberati assieme a lui. La sua compassione per gli esseri senzienti
scaturisce dalla scoperta di essere inseparabile da loro. In realtà,
il bodhisattva giunge a comprendere che non c'è modo di fuggire dal
mondo perché non c'è nessuno che debba sfuggirne. Vede che
gli altri esseri senzienti stanno soffrendo proprio perché pensano
di essere entità separate e quindi stanno cercando una via per sfuggire
a una trappola nella quale nessuno è mai caduto, giacché c'è
soltanto la trappola. Neppure una mosca vi è mai finita dentro! Nel
Lankavatara Tantra tutto ciò viene espresso nel modo classico:
Coloro i quali, spaventati dalla sofferenza che sorge dalla discriminazione
di nascita-e-morte (samsara), cercano il nirvana, non sanno che nascita-e-morte
e nirvana non devono essere considerati separati uno dall'altro... immaginando
che il nirvana consista nel futuro annichilimento dei sensi e dei loro domini.
Oppure, nelle parole del mahayanista cinese Seng-ts'an:
Non cercare di opporti al mondo dei sensi,
Giacché quando non ti opponi a esso,
Si rivela la stessa cosa del completo risveglio.
Il saggio non lotta;
L'uomo ignorante si lega.
Se lavori sulla mente con la tua mente,
Come potrai mai evitare un'immensa confusione?
A questo punto la filosofia Mahayana sembra aver completato quel ciclo
che era sempre stato presente in quello che è probabilmente il mito
fondamentale dell'induismo: tutti gli esseri senzienti sono sogni di dio,
innumerevoli parti interpretate dall'unico attore divino che, proprio in
virtù della sua onnipotenza e onniscienza, può permettersi
il gioco di precipitarsi nell'illusione. Così, non appena il sé
addormentato, l'atman, si risveglia dal sogno di maya, scopre che tutte
quelle figure presenti nel sogno non sono suoi avversari, ma la sua stessa
volontà. Dio è dunque divino, così come i suoi stessi
santi, nell'atto di rinunciare alla propria volontà. Si tratta di
quel gesto che nel cristianesimo orientale viene chiamato Krvw (31; l'autosvuotarsi,
l'autoarrendersi della divinità, con il quale essa ottiene sia di
creare il mondo sia di incarnarsi nel 'figlio dell'uomo'. Non so quanto
ciò sia vero riguardo a dio, ma certamente i filosofi Mahayana scoprirono
che ogni qual volta l'esperienza della mente è perfettamente sotto
controllo, non vale più la pena di controllarla. Il nirvana diventa
quindi la libertà di abbracciare il mondo, di cedere all'amore e
all'attaccamento, di lasciarsi prendere dal coinvolgimento nell'illusione,
maya.
Anche la scienza occidentale è una via per la liberazione, ma sinora
ha seguito una direzione differente per giungere al medesimo scopo: controllare
il contenuto della nostra esperienza concentrandosi sulla trasformazione
e la comprensione del mondo esterno. A suo modo, anche la scienza si è
preoccupata della dissoluzione di maya e ha liberato una moltitudine di
esseri dai terrori di una cosmologia; non quella delle infinite reincarnazioni
ma quella del giudizio finale, del paradiso o dell'inferno. Tuttavia il
suo modo di affrontare il problema è, a prima vista, completamente
differente, non avendo quale premessa l'equazione di mondo fisico e maya.
Per la scienza, maya non è la natura ma le idee sulla natura, basate
più su un preconcetto che sull'osservazione dei fatti. Inoltre, per
la scienza l'ignoranza è precisamente l'ignoranza dei fatti, mentre
nel pensiero indiano per ignoranza si intende la percezione del mondo come
una molteplicità difatti. La scienza non ha quindi dissolto la cosmologia
tolemaico-cristiana scoprendo che si trattava di una proiezione mentale
sul vuoto, ma scoprendo invece che era una spiegazione inadeguata della
realtà astronomica. In effetti la cosmologia rappresentava sia un
mito sia
una proiezione, ma non erano tanto tali caratteristiche a renderla falsa
quanto la sua non corrispondenza con la forma osservabile proiettata.
È chiaro che anche lo scienziato proietta. Le sue scale e ipotesi
non sono altro che proiezioni del pensiero umano su ciò che il mondo
è. Però lo scienziato sa che sono proiezioni, e proclama di
non proiettare in modo inconscio. Gli antichi astronomi trovarono un modo
di identificare le stelle associando le costellazioni così come apparivano
con immagini concrete quali i segni dello zodiaco. La loro credenza nelle
influenze astrologiche suggerisce che non comprendessero o che stavano proiettando
quelle immagini o che le costellazioni a cui le attribuivano erano raggruppamenti
creati per mera convenienza. Possono non aver avuto nessun sospetto di star
trattando il cielo come un'immensa macchia di Rorsach, vedendo nelle stelle
forme che si accordavano alle loro personali disposizioni psichiche, e che
potevano avere un senso collettivo attraverso la matrice della tradizione
sociale e della convenzione. L'astronomo moderno trova più accurato
e pratico la posizione delle stelle in base a una griglia astratta costruita
sulla base della latitudine e longitudine siderali, sapendo perfettamente
che tale griglia è una proiezione che non ha nessun rapporto effettivo
con la realtà del cielo.
Se, dunque, la proiezione scientifica è sempre conscia e se lo scienziato
è sempre più consapevole di star descrivendo il mondo in termini
di misure che lui stesso ha ideato, non dovrebbe essere lui l'ultimo a confondere
la misura con il mondo? La scienza non è forse proprio quell'antimitologia
nella quale, col passare del tempo, sarà sempre più difficile
trovare qualche immagine inconscia? Oggi gli scienziati sono così
consci e critici nei confronti dei loro metodi e delle loro procedure, e
hanno compiuto tali passi nell'analisi controllata del pensiero scientifico
stesso, che la tendenza dell'uomo occidentale al controllo della natura
sta sconfinando nella tendenza dell'uomo orientale al controllo della mente.
Stiamo ormai cominciando ad avvicinarci a maya su due fronti diversi, ed
è proprio per tale motivo che i testi di filosofia della scienza
ci ricordano sempre più la metafisica indiana. Non sto pensando soltanto
a Eddington e Schroedinger, ma anche a Mach, Wittgenstein e Schlick, e a
tutta la scuola di pensiero definita da Popper 'strumentalista'. Nel secolo
attuale le vestigia del mito hanno preso a scomparire dalla scienza sempre
più in fretta. Ma nel contempo riemergono con forza più grande
che mai in una direzione insospettata, e quindi inconscia.
La concezione scientifica del mondo potrebbe aver contenuto ancora qualche
traccia di mito, per esempio nel momento in cui uno scienziato del diciottesimo
secolo riusciva ancora a stupirsi nello scoprire che il getto dei dadi 'obbediva'
alla legge della probabilità. Avrebbe potuto credere che, dopotutto,
ci fosse una sorta di disegno oggettivo o legge, là fuori, nell'universo,
e che dio o la natura fossero inerentemente matematici. Oggi però
siamo tanto riluttanti a parlare di eventi che "obbediscono" a
leggi determinate quanto lo siamo ad affermare che alcuni alberi hanno semi
alati 'al fine di' poterli meglio diffondere nel vento. Ormai tendiamo a
considerare le leggi naturali come strumenti o convenzioni, come il sistema
di numerazione decimale. Le cosiddette leggi della probabilità sono
quindi un'invenzione matematica, come il regolo, utili per misurare grandi
quantità di eventi che, considerati in quantità ridotte, risultano
altamente irregolari. Gli eventi non obbediscono a leggi, giacché
ciò che chiamiamo legge viene oggi visto come un modello che abbiamo
costruito per poter predire gli eventi, allo stesso modo in cui abbiamo
creato i pettini per ravviare i capelli. Dio non ha creato i capelli perché
si adattassero ai pettini, così come non ha creato i nasi perché
sostenessero gli occhiali.
Come il naturalismo scientifico del diciannovesimo secolo ha abbandonato
l'ipotesi teologica, o mito, del divino legislatore da cui provengono le
leggi, così lo strumentalismo scientifico del ventesimo secolo sta
abbandonando le leggi. Persino quel mito se ne sta andando, e alla comprensione
che le leggi sono maya si sta rapidamente aggiungendo la comprensione che
persino i fatti, sì, quei preziosi 'fatti scientifici', sono maya.
Stiamo scoprendo che il fatto, il fenomeno o l'evento è un'utile
unità di pensiero, ma che in realtà nel mondo fisico non ci
sono entità formalmente separate. Certamente, il mondo esterno contiene
divisioni esplicite, e linee, modelli e strutture, ma il modo in cui le
consolidiamo in unità, cose o farti, è altrettanto convenzionale
della nostra percezione delle costellazioni in mezzo al cielo stellato.
Così lo ha sintetizzato Teilhard de Chardin:
E' ora di chiarire che tale procedura è un mero espediente intellettuale.
Considerata nella sua realtà concreta, fisica, la sostanza dell'universo
non può dividere se stessa, ma, in quanto 'atomo' gigantesco forma
nella sua totalità... l'unico vero indivisibile... E impossibile
tagliare via qualcosa da questa materia interrelata, isolarne una porzione
senza che questa si sfilacci lungo tutti i suoi bordi. Tutt'intorno a noi,
ovunque spazi la nostra vista, l'universo si tiene insieme, e c'è
un unico modo davvero possibile di considerarlo, e cioè come un intero,
un pezzo unico.
Pensare al mondo in termini di cose è altrettanto utile che fare
a pezzi un pollo per mangiarlo. Però i 'galletti alla griglia' non
spuntano fuori dalle uova.
Cosa succede una volta giunti a questa comprensione? Se le leggi e persino
i fatti della natura non sono altro che le nostre proiezioni concettuali,
radicate più che mai nella sola razionalità conscia, non dovremmo
forse sentirci sempre più estraniati da quel mondo reale che sta
al di fuori dei nostri cervelli? Considerate per un istante la situazione
nelle scienze applicate e nella tecnologia. La grande rivoluzione scientifica
del diciannovesimo secolo era pervasa da una filosofia di monismo naturalistico
o materialistico, la quale, in teoria, si opponeva al tradizionale dualismo
occidentale e cristiano tra spirito e materia, corpo e anima. Freud, Haeckel
e Huxley erano certi che tutti i fenomeni della psiche potessero essere
spiegati a livello del corpo, che non ci fosse più alcun bisogno
di considerare l'uomo una dualità, ovvero una volontà spirituale
conscia alla guida, a guisa di autista, di un veicolo fisico. Ora, qualcuno
potrebbe pensare che tale visione unitaria della natura di fatto potesse
aver contribuito a ridurre il forte senso di alienazione e di separazione
dal proprio ambiente fisico tipico dell'uomo occidentale. Al contrario,
il naturalismo scientifico diede vita a quella forma tecnologica che comunemente
chiamiamo 'la conquista della natura'.
La teoria di una nostra evoluzione spontanea dall'ordine naturale è
scaturita dalla sensazione che non si potesse più fare affidamento
sui processi 'ciechi' ditale ordine, e che quindi il futuro sviluppo del
mondo dovesse passare attraverso un aumento indeterminato del controllo
cosciente. Tale punto di vista è non solo paradossale, ma persino
assurdo, qualora si consideri che il cervello attraverso il quale questo
genere di controllo dovrebbe essere esercitato è esso stesso frutto
di un processo spontaneo, ed è organizzato in modo così complesso
che la nostra comprensione cosciente, scientifica, in proposito è
ancora rudimentale. Pare dunque che la scienza, ben lungi dall'aver superato
il mito dell'universo dualistico, lo abbia ingrandito sino a fargli raggiungere
proporzioni inusitate. L'uomo e la natura, la ragione e l'istinto, il calcolo
e la spontaneità sono oggi in pratica più scissi che mai.
L'equivalente moderno dell'urgenza di subordinare rigorosamente la natura
alle leggi divine, tipica della tradizione cristiana, è l'ambizione
tecnologica di far diventare tutta la natura, sia umana sia subumana, oggetto
di controllo razionale. La tecnologia non è forse una discendente
diretta dell'attrazione cristiana per i miracoli, per quel potere spirituale
che conferma con precisione se stesso trasformando il rigido mondo materiale?
Sebbene ciò non sia espresso in termini palesemente sovrannaturali,
in pratica siamo ancora devoti a una fede che dimostra se stessa spostando
i monti e resuscitando i morti. La carne, con le sue limitazioni ben circoscritte,
è ancora nostra nemica, e l'impossibilità di farla obbedire
ai nostri comandi è ancora opera del demonio. E' d'altra parte vero
che c'è più che un tocco di spiritualità ascetica nel
fatto che l'immagine con la quale i fisici concepiscono il mondo ha sempre
meno a che vedere con ogni forma
di linguaggio immaginifico e sensuale. Secondo Oppenheimer, la conoscenza
scientifica "è diventata proprietà di comunità
specializzate che perseguono la loro via con intensità crescente
sempre più lontano dalle loro radici nella vita quotidiana".
Eppure, come sempre accade, i miracoli di per se stessi non sono altro che
vittorie vuote. In primo luogo, ci è sempre più chiaro che
i miracoli che otteniamo con la fisica e la chimica diventano pericolosi
nelle mani di uomini folli, stupidi o maligni. La scienza non può
accontentarsi del controllo della natura: tale controllo tecnologico dev'essere
esteso all'uomo stesso, attraverso la sociologia, la psicologia e la psichiatria,
cosicché divenga possibile controllare il controllore. Ma a questo
punto, in secondo luogo, è ancora una vittoria vana, perché,
come il pratyeka-Buddha, il controllore che si avvicini al pieno controllo
di se stesso resta bloccato in un circolo vizioso in cui l'azione è
sempre più paralizzata. Nella nostra società la crescita della
burocrazia, del conformismo e dell'irreggimentazione non è il risultato
di una qualche oscura cospirazione, ma della semplice logica di dovere regolare
la condotta di gente che maneggia strumenti così pericolosi come
l'elettricità, le automobili, gli aeroplani e l'energia nucleare.
Finché, dunque, il nostro obiettivo resterà il miracolo, il
potere e il controllo su noi stessi e sul mondo, la nostra società
dovrà approssimarsi a quella trappola-mandala dell'Arthashastra solo
nella versione moderna di uno stato totalitario, ovvero un sistema basato
sulla reciproca sfiducia in cui ogni uomo è il poliziotto di suo
fratello. E allora il gioco non vale la candela. Il prezzo da pagare per
l'onnipotenza, per il possesso di poteri da dio-dittatore, è finire
strangolati nel sistema dei propri stessi controlli.
Alla luce di tutto ciò, consideriamo nuovamente i modelli che la
nostra saggezza moderna proietta su cielo e terra, apparentemente in piena
e razionale coscienza, ma in pratica inconsapevole dell'inseparabilità
di ragione e natura e quindi, come direbbe Jung, sotto l'incantesimo dell'archetipo
mitologico del dio sovrannaturale, puramente spirituale e onnipotente. Una
mappa convenzionale del cosmo, con la sua latitudine e longitudine, è
certamente molto conveniente, così come lo è la rigida griglia
delle strade di Chicago, se paragonata a quelle di Boston e Londra (eccezion
fatta per quando vengono fissate in totale disprezzo della topografia, come
nel caso delle colline di San Francisco). Tale convenienza conviene dal
punto di vista di una mentalità che mira a controllare il mondo anziché
amarlo. Quando ricopriamo il mondo di reticolati e schemi numerati sulla
base di uno spirito del genere, la convenienza a cui aspiravamo si trasforma
in un mito che non ci eravamo prefissati. Oppenheimer ha detto della scienza:
"Le cose che abbiamo scoperto sulla natura si sono definite sulla base
dei metodi con i quali le abbiamo trovate". Tali metodi includono sia
le tecniche specifiche sia la retrostante motivazione, e quando si tratta
del sistema di astrazioni concettuali che viene proiettato sulla natura
per nessun'altra ragione se non dominarla, la natura in qualche modo svanisce
e non ci resta che il sistema. Ci resta dunque una concezione del mondo
in cui non sembra esserci altro ordine se non quello imposto dall'uomo:
abbiamo così un mondo che in sé e per sé ci risulta
completamente estraneo. Poiché siamo giunti a percepire la natura
in base ai nostri modi di definirla, non ci resta nient'altro da controllare
o da sperimentare se non il sistema di controlli attraverso il quale la
natura stessa è stata definita. Il parallelo sociale è che
le culture altamente meccanizzate finiscono per servire la logica delle
macchine anziché i desideri degli uomini.
La scienza occidentale, monismo naturalistico alla rovescia (a parte alcune
eccezioni che devono ancora essere menzionate), non ha effettivamente capito
che l'uomo è inseparabile dal proprio ambiente. Se arriviamo alla
conclusione che l'ordine della natura non è niente di più
che la sua descrizione sulla base dei nostri calcoli, e che quindi il modello
di funzionamento del mondo è semplicemente un'invenzione della coscienza
umana, stiamo parlando come se la coscienza umana non facesse parte del
mondo. L'obiezione più concreta a tutte le teorie dell'ordine naturale
puramente strumentali è che la coscienza e le sue funzioni (ragione,
osservazione e calcolo), non sono un'invenzione della coscienza stessa.
Sono le operazioni di una corteccia cerebrale che è parte del suo
stesso ambiente, e che è scaturita da quell'ambiente senza aver prima
avuto intenzione di farlo.
La coscienza pretende di poter diventare oggetto di se stessa, ponendosi
al di fuori di se stessa e del mondo di cui fa parte. Ma, come ha detto
Perry Williams Bridgman: "comprendere che non potremo mai distanziarci
da noi stessi è un'idea che la razza umana non è mai riuscita
ad ammettere per tutto il corso della sua storia; si potrebbe quasi dire
che abbia voluto rifiutarla". Il teorema di Gòdel, che ne è
l'equivalente matematico, afferma che nessun sistema può essere dimostrato
come privo di contraddizioni se non in termini di un sistema superiore,
cosicché si potrebbero accumulare sistemi e meta-sistemi all'infinito
senza comunque poter giungere alla meta al di là di ogni dubbio.
Volendo tradurre lo stesso concetto nel linguaggio della filosofia indiana,
nulla ci intrappola così profondamente in maya quanto il tentativo
di uscirne. Niente è così inconscio come l'ambizione di essere
completamente consci. Come disse Shankara a proposito della divinità
suprema, il Brahman: "E' il conoscitore, e in quanto conoscitore può
conoscere altre cose, ma non può trasformare se stesso nell'oggetto
della propria conoscenza, così come il fuoco può bruciare
le altre cose, ma non se stesso"
Quindi, se pensiamo di avere un'immagine della natura puramente razionale,
conscia e non mitizzata in termini di calcolo scientifico, ciò che
abbiamo in realtà ottenuto è l'immagine stessa di maya nella
sua forma più primordiale. Il termine maya nella sua radice sanscrita
ma significa infatti "misurare", e la sua forma matr - dà
origine a 'metro', marnee' e forse persino 'marenale'. Se facciamo un passo
indietro per osservare il mondo in modo completamente obiettivo restiamo
impigliati nell'immagine primordiale dell'illusione, la vischiosa rete di
maya, nella sua forma di madre ragno che ci succhia via la vita.
Tutto ciò non è nient'altro che una diatriba contro gli scopi
della scienza. Se la scienza fosse in qualche modo un peccato, oserei dire:
"Peecate fortiter!". E' il pieno e completo ascolto della scienza
che ci fa scoprire le dimensioni e il fondamento logico della trappola in
cui resta presa la nostra coscienza quando aspira a un troppo ampio controllo
di se stessa e del mondo. I limiti del controllo sono già stati esplorati
e spiegati nella cibernetica di Norbert Wiener. L'inseparabilità
di uomo e natura diviene evidente con una lucidità completamente
nuova in ogni progresso dell'ecologia. In campo psichiatrico e psicologico,
laddove la tecnologia raggiunge la massima profondità proprio nell'uomo,
per lungo tempo ci sono state persone che hanno insistito sul potere curativo
di una fondamentale fiducia nell'inconscio. Ciò che però più
mi interessa è il crescente successo di quelle persone impegnate
in ricerche di base e che si sforzano di persuadere il governo e l'industria
che nulla verrà scoperto di significativo finché agli scienziati
non sarà permesso di essere scherzosi, stravaganti e sregolati. Ecco
allora che il processo ha fatto il giro completo, giacché il bisogno
di una sempre maggiore quantità di scienza produce il bisogno di
un numero sempre crescente di gentiluomini in camice bianco spontanei, allegri
e imprevedibili. Di sicuro una maggior allegria non produrrà scoperte
scientifiche, né altro genere di creatività di un qualche
valore. Ciò nonostante, la disciplina rigorosa e il pensiero esatto
devono sempre essere subordinati alle bizzarrie dell'inconscio; subordinati,
ma nondimeno suoi indispensabili utensili.
La situazione della scienza odierna è nel suo complesso profondamente
mitologica, giacché costituisce una rimessa in scena dei temi fondamentali
delle mitologie divine. Sinora, forse, non è niente di più
che fantascienza, ma lo scopo logico della tecnologia è un mondo
nel quale premendo un pulsante si potrà soddisfare qualsiasi desiderio,
un mondo in cui i desideri stessi saranno resi desiderabili attraverso qualche
droga apposita, o qualche alterazione del cervello. Un mondo del genere
diventerebbe ben presto intollerabile, senza l'introduzione di un pulsante
con su scritto: 'sorpresa!'. Inizialmente, solo sorprese piacevoli, poi,
qualcuna sgradevole, tanto per aggiungere un po' di pepe e di avventura
all'esperienza. Come quando, nel Kalika Purana, il dio Brahma si immerge
in profonda meditazione all'inizio del mondo ed ecco che, hop!, dalle
profondità del suo essere emerge un giovane chiamato Amore, con immensa
sorpresa e grande inquietudine del creatore. C'è un po' la stessa
sensazione nella Genesi, quando viene detto, senza alcuna apparente premessa
o ragione: "E Dio creò le grandi balene . Proprio così,
e solo in seguito egli osservò e vide che era una cosa buona. Se
dunque la stessa onnipotenza che crea il mondo è dio che si lascia
andare, non potrebbe forse la scienza, con tutte le tecniche e discipline
ora a sua disposizione, mettere da parte un po' della sua somma praticità
e utilità e lasciare che la fantasia faccia partorire alla mente
umana ben più grandi meraviglie che non razzi giganteschi e immense
esplosioni?
Fritjof Capra, VERSO UNA NOVA SAGGEZZA. pag. 87-88-89
Una cartografia della coscienza
Alcune settimane dopo aver conosciuto Grof e prima di fargli visita
a Big Sur, lo rividi in Canada, dove parlammo entrambi a un convegno, patrocinato
dall'Università di Toronto, sui nuovi modelli di realtà e
sulle loro applicazioni alla medicina. Nel frattempo avevo letto, con grandissimo
interesse, il suo libro Realms of the Human Consciousness, e la conferenza
di Grof al convegno mi permise di approfondire ulteriormente la comprensione
del suo lavoro. La scoperta di Grof che le sostanze psichedeliche svolgono
un'efficace azione catalitica sui processi mentali è corroborata
dal fatto che i fenomeni da lui osservati nelle sessioni di esperimenti
con l'LSD non sono affatto limitati alla sperimentazione psichedelica. Molti
di essi sono stati osservati anche nella pratica della meditazione, negli
stati di trance, nelle cerimonie sciamaniche di guarigione, in situazioni
peritanatiche e in altre situazioni biologiche critiche, e in una varietà
di altri stati di coscienza non comuni. Benché Grof abbia costruito
la sua "cartografia dell'inconscio" sulla base della sua ricerca
clinica con l'LSD, l'ha dopo di allora corroborata con molti anni di studi
accurati di altri stati di coscienza non ordinari, che possono verificarsi
spontaneamente o possono essere indotti da speciali tecniche senza l'uso
di alcun farmaco o droga. La cartografia di Grof abbraccia tre domini principali:
il dominio delle esperienze "psicodinamiche", implicante l'esperienza
di rivivere in modo complesso ricordi emotivamente rilevanti di vari periodi
della vita individuale - il dominio delle esperienze "perinatali",
connesse ai fenomeni biologici implicati nel processo della nascita; e un
intero spettro di esperienze che vanno al di là dei confini individuali
e che trascendono le limitazioni di tempo e di spazio, per le quali Grof
ha coniato l'aggettivo "transpersonali". Il livello psicodinamico
ha chiaramente un'origine biografica e può essere inteso, in grande
misura, nei termini di principi psicoanalitici fondamentali. "Se le
sessioni psicodinamiche fossero l'unico tipo di esperienza con l'LSD,"
scrive Grof, "le osservazioni tratte dalla psicoterapia con l'LSD potrebbero
essere considerate la prova di laboratorio delle premesse freudiane fondamentali.
La dinamica psicosessuale e i conflitti fondamentali della psiche umana
quali sono descritti da Freud si manifestano con una chiarezza e vividezza
fuori del comune." Il dominio delle esperienze perinatali potrebbe
essere la parte più affascinante e più originale della cartografia
di Grof. Esso stabilisce una varietà di modelli di esperienza ricchi
e complessi collegati ai problemi della nascita biologica. Fra le esperienze
perinatali c'è una ripetizione estremamente realistica e autentica
di varie fasi del proprio processo di nascita reale: la serena beatitudine
dell'esistenza nel grembo in unione primigenia con la madre; la situazione
"senza via d'uscita" della prima fase del parto, quando il collo
dell'utero è ancora chiuso mentre le contrazioni uterine cominciano
a farsi sentire sul feto, creando una situazione claustrofobica associata
a un intenso disagio fisico; la propulsione attraverso il canale del parto,
implicante una lotta enorme per la sopravvivenza contro pressioni schiaccianti;
e, infine, l'improvviso sollievo e rilassamento, il primo respiro e il taglio
del cordone ombelicale, che completa la separazione fisica dalla madre.
Nelle esperienze perinatali le sensazioni e i sentimenti associati al processo
della nascita possono essere rivissuti in modo diretto realistico, oppure
emergere nella forma di esperienze simboliche, visionarie. Per esempio,
l'esperienza di tensioni enormi che è caratteristica della lotta
nel canale del parto è spesso accompagnata da visioni di lotte titaniche,
di disastri naturali e di varie immagini di distruzione e di autodistruzione.
Per facilitare una comprensione della grande complessità dei sintomi
fisici, delle immagini mentali e delle strutture esperienziali, Grof li
ha suddivisi in quattro gruppi, chiamati matrici perinatali, che corrispondono
a fasi successive consecutive del processo della nascita. Studi dettagliati
delle interrelazioni fra i vari elementi di queste matrici lo hanno condotto
a profonde intuizioni concernenti molte condizioni psicologiche e molte
strutture dell'esperienza umana. Ricordo di aver chiesto una volta a Gregory
Bateson, dopo che avevamo assistito entrambi a un seminario di Grof, che
cosa pensasse della ricerca di Grof sull'impatto psicologico dell'esperienza
della nascita. Bateson, come amava spesso fare, rispose con una frase molto
concisa: "Calibro da Nobel." L'ultimo dominio importante della
cartografia dell'inconscio di Grof è quello delle esperienze transpersonali,
che sembrano offrire percezioni profonde sulla natura e la pertinenza della
dimensione spirituale della coscienza. Le esperienze transpersonali implicano
un'espansione della coscienza al di là dei confini convenzionali
dell'organismo e, corrispondentemente, un senso di identità più
ampio. Esse possono implicare anche percezioni dell'ambiente che trascendano
i limiti usuali della percezione sensoriale, avvicinandosi spesso a un'esperienza
mistica diretta della realtà. Poiché il modo di conoscenza
transpersonale esorbita in generale dal ragionamento logico e dall'analisi
intellettuale, è estremamente difficile, se non impossibile, descriverlo
in linguaggio fattuale. Grof ha trovato, in effetti, che per descrivere
esperienze nell'ambito transpersonale sembra spesso più appropriato
il linguaggio della mitologia, che è molto meno limitato dalla logica
e dal buon senso. Le dettagliate esplorazioni degli ambiti perinatale e
transpersonale convinsero Grof che la teoria freudiana doveva essere ampliata
considerevolmente per accogliere i nuovi concetti da lui sviluppati. Questa
conclusione coincise col suo trasferimento negli Stati Uniti, dov'egli fondò
un movimento molto vitale nella psicologia americana, noto come psicologia
umanistica, che ha già sviluppato la disciplina molto oltre la cornice
di riferimento freudiana. Sotto la direzione di Abraham Maslow, gli psicologi
umanisti si sforzarono di studiare gli individui sani come organismi integrali;
essi erano interessati profondamente alla crescita personale e all"'auto-realizzazione",
riconoscendo il potenziale intrinseco in tutti gli esseri umani; e concentrarono
la loro attenzione sull'esperienza piuttosto che sull'analisi intellettuale.
Da questi sviluppi presero conseguentemente l'avvio numerose nuove psicoterapie
e scuole di "intervento sul corpo", che sono chiamate collettivamente
il movimento del potenziale umano. Benché l'opera di Grof sia stata
accolta con grande entusiasmo dal movimento del potenziale umano, egli trovò
ben presto che persino la cornice concettuale della psicologia umanistica
era troppo ristretta per lui, e nel 1968 fondò, assieme a Maslow
e a vari altri, la scuola della psicologia transpersonale che si interessa
specificamente del riconoscimento, della comprensione e della realizzazione
di stati di coscienza transpersonali.
Il Sé transpersonale Meditazione Yoga-Vedanta e sviluppo Transpersonale
Come dice Thich Nhat Hanh: "Scopo della meditazione è di
svegliarsi alla conoscenza di un unica cosa: che nascita e morte non ci
riguardano mai ed in nessun modo": raggiungere la non-dualità
significa scoprire la propria esistenza oltre i confini del tempo e dello
spazio, ricongiungerla all'eternità e all'infinitezza dell'Assoluto
che, nella sua essenza esiste in una permanenza oltre ogni processo e trasformazione.
Nella conoscenza suprema si realizza la trascendente testimonianza quale
essere nel mondo che esprime la natura del Divino nella cui perfezione il
soggetto si è reintegrato. Il Sé testimonia la sua
identità con il perfetto Principio della Vita vivendo senza desideri
e attaccamenti, risvegliato e adeguato alla sua stessa sostanza, canale
delle stesse forze trascendenti che proteggono la vita.
All'apice del suo percorso, la meditazione, iniziata come pratica di conoscenza
della mente, si rivela quale mezzo per raggiungere la perfetta bontà
che rende l'individuo interprete gioioso della volontà universale.
a) La visione spirituale del mondo
Il percorso della meditazione, quale sentiero verso il Divino intrinseco
all'umana interezza, è ricerca dell'Essenza eterna, ritorno alla
casa del Padre, dimora della pace profonda, approdo ad una Conoscenza principiale
che conferisce beatitudine e libera dall'ignoranza e dal dolore.
La realizzazione del Sé-Testimone, quale suprema origine dimenticata,
esige una filosofia di vita che varchi i limiti del materialismo e riconosca
la realtà che non appare, ricercando quell'Essere
che non si percepisce come oggetto perché è il sostrato di
ogni soggetto ed oggetto esistenti.
Come premessa, questa filosofia spirituale porta seco il concetto dell'ignoranza
connaturata alla cosiddetta coscienza ordinaria e, conseguentemente, si
pone come obiettivo la disidentificazione dalla illusorietà percettiva
che definisce il Sé e il mondo nei limiti del tempo e dello
spazio.
Nella Tradizione metafisica induista i presupposti della visione spirituale
del mondo sono i seguenti:
La Realtà ultima non appare e non cambia: è la Costante, l'Invariante,
il Permanente che esiste oltre ogni relativo divenire fenomenico.
Tale Realtà è l'Assoluto la cui natura è Coscienza,
Esistenza, Beatitudine (sat - cit- ananda)
- Il mondo manifesto delle forme che cambiano e sono soggette alla legge
del divenire (che implica la nascita, la crescita e la morte) è composto
da energia a diversi livelli di condensazione. Tale mondo manifesto è
sovrapposto all'Immanifesto e, poiché non è costante, non
può dirsi reale.
- Il microcosmo è identico al macrocosmo, il Sé dell'uomo
è della stessa natura dello Spirito assoluto che essenzia la Vita.
- Per realizzare il Sé e la sua identità con la Realtà
immanifesta occorre distaccarsi dal mondo del divenire-manifesto e trascenderne
la dualità.
- Il modo per distaccarsi è percorrere il sentiero della meditazione,
composto da dottrina, discipline etiche e consapevolezza.
Per comprendere il processo della meditazione è indispensabile approfondire
i principi filosofici che distinguono la Realtà immanifesta da quella
manifesta. Nell'Assoluto immanifesto non esistono leggi condizionanti né
processi perché l'Essere è invariante: viceversa, nel mondo
manifesto delle forme relative in perpetuo divenire, ove ogni sostanza è
soggetta a mutamento, esistono leggi e processi che regolano la trasformazione
in vista dell'armonia.
La prima legge è l'interconnessione: ogni dimensione del mondo
manifesto è connessa al resto, nulla può esistere separatamente
dal tutto, scisso da un'unità da cui riceve nutrimento.
La seconda legge è il cambiamento: tutto il manifesto diviene
ed è in costante flusso, ogni realtà manifesta nasce, cresce
e muore; nulla è stabile, ogni aspetto dell'universo comincia a cambiare
e cammina verso la morte nell'attimo stesso in cui origina.
Poiché la realtà manifesta è un continuo divenire e
tutto ciò che principia è condannato a finire, ogni attaccamento
al mondo delle forme è latore di dolore.
Nella religiosità vedica i principi universali del cambiamento sono
incarnati dalle tre divinità Brahma, Vishnu e Shiva, che simboleggiano
il continuo flusso dell'universo spazio-temporale, attraverso la creazione,
il mantenimento e la trasformazione-distruzione.
La terza legge è la causalità: tutto ciò che
esiste nel mondo delle forme è sottoposto alla legge della causa
e dell'effetto che qualifica il karma. Ciò che appare è
l'effetto di ciò che è stato e prepara ciò che sarà:
l'eterna ruota dell'azione che causa effetti è alla base della reincarnazione
che si perpetua sinché esistono effetti che maturano nello spazio
e nel tempo.
La legge della causa e dell'effetto conferisce un profondo significato alla
vita e alle azioni individuali: nulla di ciò che si fa è inutile
o rimane senza conseguenze; ogni scelta prepara uno stato futuro che si
svilupperà come l'effetto di cause precedenti, pertanto, predisposto
dalla volontà individuale.
Questa legge conferisce importanza, eticità e significato ad ogni
azione concreta e rileva come l'essere umano possa essere artefice del suo
stesso destino, decidendo persino la propria rinascita o la liberazione
da questa.
La responsabilità dell'essere umano verso la propria vita si riferisce
non solo all'azione concreta ma anche a quella del pensiero: poiché
l'essere fenomenico è formato da livelli interconnessi e il livello
materiale è in relazione con quello mentale, anche il pensiero è
un principio causale latore di effetti, è una forma vibrante che
modifica lo spazio sottile in cui esiste e quello materiale su cui ha influsso.
Poiché i mondi esistenti sono gerarchicamente ordinati e il mondo
superiore ha potere di organizzazione su quello inferiore, l'ecologia della
mente è alla radice dell'ecologia del corpo e della natura in cui
viviamo.
La quarta legge è la polarità-dualità: il mondo
delle forme è regolato dalla confluenza di opposti. Se nella cultura
cinese gli opposti sono lo yin e lo yang, il principio femminile
e maschile dell'uomo che incarnano l'attività e la recettività,
nella concezione induista gli opposti sono il Purusa e la Prakrti,
quali Coscienza ed Energia.
Nell'ambito del dinamismo degli opposti, la vita del divenire contiene necessariamente
il bene e il male, il nascere e il morire, il piacere e il dolore, e tutte
le dualità che qualificano l'impermanenza della realtà superficiale.
Assente nell'Assoluto, la dualità essenzia sia la natura universale
sia la natura individuale: nell'essere umano è alla base del funzionamento
della psiche. Superare la dualità e varcare i flutti degli opposti
è la meta dello sviluppo transpersonale che approda alla conoscenza
del Sé e dell'Assoluto.
Ciò che permette all'essere umano di liberarsi dalle catene della
realtà manifesta e dalle leggi che condannano al divenire e al dolore,
è l'esercizio del dharma, il dovere legato al proprio stadio
di vita.
Laura Boggio Gilot, Il Sé Transpersonale, Edizioni Ashram
Vidya, Roma
Da Boggio Gilot L.: Forma e Sviluppo della Coscienza, Edizioni
Ashram Vidya, Roma 1987. Pag. 83.
Il Reame dello Spirito
Wilber definisce il reame dello Spirito come un livello transpersonale che
riguarda le strutture sottili (sede degli archetipi universali), e le strutture
causali (che rappresentano l'origine delle forme archetipiche). Egli paragona
le potenzialità delle strutture sottili e causali a quelle che la
cultura yoga pone nel cakra superiore sahasrara ubicato
alla sommità della testa, che rappresenta la sede dello Spirito.
Nella visione vedantica, lo Spirito corrisponde all'involucro dell'ananda-maya-kosa
o guaina della beatitudine in cui esiste uno stato di felicità:
infatti tale piano è la espressione del sacro nell'uomo e la sede
dei principi supremi che sono ordinatori, sintetici e creativi.
Il reame spirituale confina nel suo aspetto inferiore con la mente intuitiva
o intelletto, ovvero con le potenzialità creative, parapsicologiche,
artistiche e con l'espressione geniale in generale; mentre nel suo aspetto
superiore sconfina con l'Atman o base immanifesta della realtà.
Secondo Assagioli, il reame spirituale comprende l'inconscio superiore nei
suoi più alti prodotti. Esso include potenzialità di amore
e di conoscenza da cui derivano gli slanci dell'amore altruistico, gli stati
di illuminazione mistica ecc. Il livello spirituale culmina nel Sé
transpersonale che è la sintesi ed il seme di tutte le umane potenzialità
(biologiche, psicologiche e spirituali). Esso non è solo, come dice
Jung, il punto d'incontro tra conscio ed inconscio, ma un " centro
permanente sopra l'"io" cosciente, che non può essere influenzato
dalla corrente dei fenomeni psichici ed organici ".
Nella descrizione di Assagioli, il Sé si riferisce al nucleo delle
umane possibilità dove, allo stadio germinale, è contenuta
la totalità dell'unità bio-psico-spirituale. Secondo Assagioli,
il Sé transpersonale, quale sistema umano, sintesi dei sottosistemi
biologico, psicologico e spirituale, sconfina a sua volta nel Sé
universale, ovvero nel più ampio sistema cosmico che lo include e
lo trascende.
Come si può dedurre dalle parole di Assagioli e di Wilber, nell'accezione
della psicologia transpersonale, lo " spirituale " perde la connotazione
religiosa di realtà necessariamente legata al divino, per esprimere
una realtà allo stato potenziale che riassume i poteri umani più
elevati. Quello che ci sembra davvero importante è scoprire che,
nelle tre diverse visioni dell'uomo, lo Spirito appare essere il principio
e la causa dei livelli bio-psichici. Inoltre, esso appare esperibile e realizzabile
solo oltre la dimensione razionale dell'" io " personale.
Come occorrono modi razionali ed analitici per comprendere la dimensione
dell'" io ", così occorrono modi sintetici ed intuitivi
per comprendere la dimensione del " Sé ".
La scienza transpersonale, che vuole indagare le vie della mente superiore
e dello Spirito, necessita pertanto di una epistemologia che includa la
meditazione, la contemplazione, il silenzio e il distacco, come prassi conoscitiva
e realizzativa di un " occhio " che sia in grado di vedere oltre
il razionale.
La visione dell'uomo, che scaturisce dagli scritti di Samkara, Assagioli
e Wilber, mostra come la natura umana prende origine da un centro (il "
Sé ") e si irradia in piani bio-psico-spirituali tra di loro
interconnessi.
Tale concezione è:
- Olistica perché rappresenta la natura individuale identica
a quella universale ed in interazione con essa;
- Olografica perché descrive ogni livello dell'umana realtà
differenziato in superficie, ma identico nella sua base;
- Gerarchica perché descrive una realtà che si manifesta
in livelli organizzati ed interconnessi (grossolano-fisico, mentale-sottile
e spirituale-causale), in cui l'inferiore è incluso ed è parte
del superiore;
- Trascendente perché descrive la vita come originata o causata
da un principio transpersonale e spirituale.
La visione transpersonale è nel suo complesso in sintonia con quanto
Bateson ha asserito sulla composizione della realtà come insiemi
interconnessi che hanno come sostrato comune la mente, ed è in sintonia
con la concezione unitaria della realtà, come è sottolineata
dalla fisica moderna, in particolare dalle teorie di Bohm.
Per le nostre intelligenze razionalistiche e positivistiche, tale visione
trascendente e spirituale dell'umana dimensione, soprattutto nella valenza
dell'identità tra esistenza e mente, suona irreale, avvezzi come
siamo a considerare la realtà secondo parametri di stampo metrico:
eppure la visione transpersonale è quella che, ancora timidamente,
viene evidenziata dalla scienza nelle sue frange più evolute, dà
la ragione del lungo ed insoluto problema del rapporto tra l'Uno ed il molteplice
e talvolta, la risposta all'angoscioso quesito esistenziale sull'origine
della vita.
b) Caratteristiche delle strutture della coscienza
I diversi reami bio-psico-spirituali ripropongono le polarità
del bene e del male, del passato e del futuro del creativo e del
distruttivo e della natura animale e divina dell'uomo. Essi rappresentano
le strutture dell'umana unità che sono integrate nel corso dell'evoluzione
della coscienza.
Wilber sostiene che queste strutture sono caratterizzate dal fatto di essere:
- cognitive
- gerarchicamente organizzate
- permanenti
Il fatto che siano cognitive significa che esse portano seco una
corrispondente visione del mondo: la visione delle strutture inferiori è
largamente indifferenziata, perché basata sulle percezioni semplici
e sulle emozioni primitive. La visione delle strutture mentali si avvale
anche della possibilità della concettualizzazione, pertanto è
più differenziata e complessa. La visione delle strutture spirituali,
avvalendosi anche della componente intuitiva, rende possibile la conoscenza
dell'universale e dei principi della vita.
Poiché sono gerarchicamente organizzate, le strutture emergono in
progressione dal basso verso l'alto e dall'indifferenziato verso il differenziato:
ogni piano include l'inferiore ed esclude il superiore.
Il carattere della permanenza fa sì che le strutture inferiori, una
volta emerse, rimangano in vita e diventino parte delle strutture superiori.
La composizione delle strutture segue quello stesso sistema individuato
da Bateson, per cui ogni piano della gerarchia deve essere visto in relazione
al tutto e non può esserne dissociato.
E' come dire che la mente razionale include quella sensoriale ed esclude
quella intuitiva, mentre la mente intuitiva include sia la sensoriale che
la razionale: pertanto chi ha una visione logica della realtà ha
anche quella empirica, ma è privo della visione principiale e metafisica
del reale, mentre chi ha una visione spirituale comprende sia l'aspetto
empirico che quello logico, ma lo trascende in un più alto ordine.
Dal punto di vista contenutistico e qualitativo, l'emergenza di una struttura
superiore, pur mantenendo in vita quella inferiore, ne cambia il significato:
ad esempio, quando emergono le strutture mentali, quelle istintuali rimangono
presenti nella coscienza, ma perdono la loro visione del mondo. Insomma,
le strutture superiori incorporano quelle inferiori, e ciò che cambia
del piano inferiore è solo l'uso di esso ai fini dell'economia della
personalità. Quando gli istinti sono integrati con il pensiero, ovvero
l'Eros è sintetizzato con il Logos, la carica pulsionale dell'istinto
non viene meno, ma muta la direzione dell'energia e quindi il movente della
pulsione: questo vuol dire, ad esempio, che il sesso è usato come
strumento di amore e l'aggressività come elemento di autorealizzazione.
Ad un più alto grado di integrazione, quando a sua volta l'unità
istintivo-mentale è integrata nell'intuizione superconscia, ovvero
il Logos è trasceso nel Nous, le facoltà della
mente non perdono certo le loro valenze, ma vengono usate per i fini prospettati
da una visione universale della vita e pertanto divengono mezzi di un agire
trans-egoico e metamotivato.
SRI AUROBINDO
Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché
essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel Sahasradala
(il settimo chakra) proprio sopra la sommità della testa ed opera
da tale sede d'azione.
Sotto di essa, alla sommità del cranio, c'è la Buddhi superiore,
(intelligenza, comprensione) sotto la quale, occupando il livello mediano
del cervello, c'è la ragione, o Buddhi inferiore; sotto quest'ultima,
alla base del cervello, si trova l'organo di comunicazione con il Manas
(mente sensoria). Potremmo chiamare quest'organo la "comprensione".
La conoscenza, la ragione e la comprensione sono le tre parti del cervello.
Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti
corrispondenti del cervello fisico.
Il Manas è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l'organo
sensoriale con i suoi cinque Indrya subordinati. Sotto il Manas, tra il
cuore e l'ombelico, si trova Chitta (coscienza di base, mente emotiva, mente
del cuore). Da quel punto fino all'ombelico ed oltre è la regione
del prana psichico suksma (i piani sottili dell'essere). Tutti si trovano
nel sukshmadeha, ma sono collegati ai rispettivi punti con lo Sthula Deha
(il corpo materiale). Due funzioni sono situate nello sthula deha stesso:
il prana fisico o sistema nervoso e lo Annam o corpo materiale (materia
grossolana). Ora, la Volontà è l'organo dell'Ishwara o maestro
vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni, attraverso
la Buddhi per il pensiero e la conoscenza, attraverso il Manas per la percezione
sensoriale, attraverso il Chitta per l'emozione ed attraverso il Prana per
la fruizione.
Quando funziona perfettamente, operando in ciascun organo secondo le sue
capacità, l'azione della Shakti diviene Perfetta ed infallibile.
Ma esistono due cause di debolezza, d'errore e di cedimento. Innanzi tutto,
la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell'emozione
e nel pensiero, allora la persona diventa anisha, schiava del Prana, vale
a dire dei desideri. Se il Chitta interferisce con la sensazione ed il pensiero,
allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti
voglie. Se per esempio l'amore interferisce con la Buddhi, la persona diventa
cieca rispetto all'oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto
e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda
l'oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava
delle emozioni, dell'amore, dell'ira, dell'odio della pietà, della
vendetta ecc. Nello stesso modo se il Manas interferisce con la ragione,
la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti.
Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò
che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l'immaginazione, la memoria interferiscono
con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza
superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità
e possibilità. Se, infine, persino la Buddhi interferisce con la
volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua
limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all'Onnipotenza.
In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui
non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall'inizio,
o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà
male in quanto si viene a creare dharma-sankara..
Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima
che conquistino la conoscenza. Tutto è dharma-sankara, confusione
delle funzioni, cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante.
La Volontà, il vero ministro, è ridotta ad un burattino dei
funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi
egoistici, interferendo l'uno con l'altro ed ostacolandosi l'un l'altro
o favorendosi l'un l'altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a
detrimento dell'Ishwara loro signore.
Egli non è più l'Ishwara, ma è anisha, diventa la marionetta
e lo zimbello dei suoi servitori.
Come mai lo permette? A causa di Ajnanam. Non sa, non si rende conto di
quello che i ministri e i funzionari ed il loro innumerevole seguito di
portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è Ajnanam? E' l'incapacità
di riconoscere la propria vera natura, posizione ed autorità. Egli
ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia
del suo regno, il corpo. Ha pensato, "Questo è il mio regno."
E' diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche
con l'essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli si identifica
con ciascuno di essi. Dimentica di essere diverso da loro, e molto più
grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le
redini del potere, ricordarsi di essere l'Ishwara, il re, il signore e Dio
in persona. Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d'essere
onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà.
Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà
l'ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il
proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non
accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così
abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all'inizio saranno
recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d'altra parte, anche se
volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove
cominciare. Per esempio, qualora incominciate ad usare la vostra volontà,
che cosa è probabile che accada? All'inizio cercherete di usarla
attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l'userete
attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o
attraverso il Manas usando Cheshta, combattimento, sforzo, come se lottaste
fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la Buddhi,
cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando
"così sia", "che questo accada", ecc. Tutti sono
metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo
Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas
e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo
è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e
frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria
azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta
verso il suo oggetto dal sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà,
senza desiderio. Obbedisce sempre l'Ishwara, ma agisce in sé stessa
e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev'essere usata da
queste. Ogni funzione per sé, - e la Volontà è la sua
propria funzione.
Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per
la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza;
usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza
o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun'altra cosa.
Usate il corpo per il movimento e l'azione, non come una cosa capace di
limitare o determinare la conoscenza, l'emozione, la percezione dei sensi,
il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare
tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici
yantra, meccanismi; il Purusha è lo Yantri o signore del meccanismo,
e l'elettricità o potere motore è il Volere.
Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne
uso. E questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha
anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può
avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve
sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé
stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare,
ma deve esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando
di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura
e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell'Ishwara.
NOTE
Sahasradala: il settimo chakra detto Loto dei mille petali.
Buddhi: intelligenza, comprensione, il principio del discernimento.
Manas: mente sensoria.
Chitta:. coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore.
Suksma: i piani sottili dell'essere, parti sottili dell'essere umano.
Suksma deha: il corpo sottile.
Sthula deha: il corpo materiale.
Annam: corpo materiale, materia grossolana.
Kartavya e akartavya: il dovere, e ciò che non deve essere fatto.
Anisha: non signore, non padrone, soggetto alla natura.
Tratto dalla rivista edita a Pondicherry dall'Aurobindo Ashram "DOMANI",
NOV 1989 PAG. 256
Kalachakra Tantra
Gyatso, Tenzin (Sua Santità il XIV Dalai Lama)
Wisdom Publications, London, 1985.
Yoga del Vuoto
libera traduzione di F. F. G.
I praticanti avendo come base il diventare illuminati per compassione e
con intenzioni altruistiche, devono anche sondare la natura dei fenomeni
che generano la saggezza realizzando la vuotezza della realtà inerente.
Altrimenti le false imposizioni innate di bontà o cattiveria dei
fenomeni che essi hanno, li porteranno ad una percezione condizionata e
distorta di desiderio e odio. Il processo di coltivare tale saggezza comporta
la meditazione sulla mancanza di ego (selflessness) delle persone e dei
fenomeni. La seguente descrizione delle pratiche è basata, per la
maggior parte, nella concisa e lucida spiegazione della perfezione della
saggezza delle Sacre Parole di Manjushri il Quinto Dalai Lama.
La meditazione sulla mancanza di ego delle persone e dei fenomeni è
costruita attraverso cinque essenziali passi:
1 constatando quanto è stato negato
2 constatando l'impostazione
3 constatando che l'oggetto designato e le sue basi di designazione non
sono inerentemente uno
4 constatando che l'oggetto designato e le sue basi di designazione non
sono inerentemente differenti
PRIMO PUNTO ESSENZIALE: CONSTATANDO QUANTO E' STATO NEGATO
Con rispetto all'assenza di sé di una persona, specificamente di
te stesso, il primo passo consiste nell'identificare il modo innato in cui
abbiamo concepito erroneamente che l'Io esista inerentemente. Se non hai
un spiccata chiarezza nel percepire un io inerentemente esistente commetterai
errori anche nel confutarlo come negando l'io stesso piuttosto che una specifica
rieficazione dell'Io.
Senza avere contatto con l'esistente sovrapposto, la non esistenza d'esso
non può essere appresa.
Se un immagine o un oggetto di negazione non appare bene nella mente, il
significato dell'assenza di sé che lo nega non può essere
ottenuta.
L'ordine Ge-luk-ba del Buddhismo Tibetano fa una chiara differenziazione
tra il sé esistente ed il sé non esistente. (....)
Questo fa assumere un doppio significato al termine "sé"
il primo, l'esistente riferito alla persona o Io il secondo non esistente
come rieficazione dello stato di qualunque oggetto, per rieficazione (reification)
intendendo esistenza inerente. Questa distinzione è ottenuta attraverso
l'osservazione che quando l'io è compreso ci sono tre possibilità
rispetto a come è stato concepito in relazione ad altri significati
dell'esistenza inerente del Sé:
1 Puoi concepire l'io come inerentemente esistente
2 Oppure sei hai compreso la visione della Scuola della Via di Mezzo puoi
concepire l'io come solo nominalmente esistente
3 Oppure che tu abbia compreso o meno la visione della Scuola della Via
di Mezzo, puoi concepire l'io senza qualificarlo né inerentemente
esistente ne privo di esistenza inerente
Benché gli esseri normali privi di preparazione non si pongano di
fronte né all'esistenza inerente né alla imputazione nominale,
l'Io appare loro inerentemente esistente, e poiché loro, a volte,
accettano tale apparenza - e senza ragionarci - hanno il concetto di un'io
inerentemente esistente. Anche loro come tutti gli altri esseri, includendo
persino quelli che hanno ricevuto insegnamenti sbagliati, hanno una consapevolezza
che non si confronta con la concezione dell'esistenza inerente, come quando
concepiscono se stessi senza nessuna particolare attenzione. Quindi non
è che tutte le coscienze che concepiscono un'io nel continuum di
persone falsamente educate sono nell'errore, è che tutte le coscienze
che concepiscono un'io nel continuum di persone falsamente educate sono
nel giusto. Piuttosto sia le persone non colte che quelle male istruite
hanno una falsa concezione dell'io inerentemente esistente sia che lo considerino
nominalmente imputato o inerentemente esistente. Tuttavia, né il
falsamente istruito né l'ignorante possono distinguere un io inerentemente
esistente da un io nominalmente definito (nominally imputed). Entrambi devono
essere istruiti nella visione della Via di Mezzo della esistenza non inerente
ed della realtà imputata, per superare l'innata tendenza accettare
la falsa apparenza come se l'io avesse inerente esistenza, esistendo da
sé o sotto il suo stesso potere. Questo è l'immediato scopo
della meditazione sulla assenza del sé.
Il primo passo in questa meditazione è quello di raggiungere un senso
chiaro dello stato di rieficazione dell'io come inerentemente esistente.
Benché tali concezione sbagliata dell'io sia sempre subliminalmente
presente è richiesta una condizione consapevole della sua ovvia manifestazione.
J. Krishnamurti
SULL'AMORE
Domanda: Che cosa intende per amore?
Krishnamurti: Scopriremo, mediante l'intendimento, che cosa l'amore non
è, perché, essendo l'amore ignoto, dobbiamo giungervi scartando
il noto. L'ignoto non potrà venire scoperto da una mente ricolma
del noto. Ciò che stiamo per fare è scoprire i valori del
noto, contemplare il noto; quando viene contemplato con purezza, senza condanna,
la mente se ne libera; e allora sapremo che cosa sia l'amore. Perciò,
è necessario accostarci all'amore negativamente non positivamente.
Che cos'è l'amore per la maggior parte di noi? Quando diciamo di
amare qualcuno, che cosa intendiamo? Intendiamo che possediamo quella persona.
Da tale possesso nasce gelosia, poiché se perdo lui o lei, che cosa
accade? Mi sento vuoto, perduto; e perciò legalizzo il mio possesso;
tengo lui, o lei. Dal prendere, dal possedere questa persona, nascono la
gelosia, la paura e tutti i conflitti innumerevoli che dal possesso scaturiscono.
Senza dubbio un tale possesso non è amore: non vi pare?
Ovviamente l'amore non è sentimento. Essere sentimentali, essere
emotivi, non è amore, poiché il sentimentalismo e l'emozione
sono pure sensazioni. Una persona religiosa che pianga su Gesú e
su Krishna, sul suo guru o su qualcun altro, è puramente sentimentale,
ed emotiva. Indulge alle proprie sensazioni, il che è un processo
del pensiero non è amore. Il pensiero risulta dalla sensazione, così
che chi sia sentimentale, emotivo, non è possibile conosca l'amore.
E ancora: non siamo noi emotivi e sentimentali? Il sentimentalismo, l'emotività,
altro non sono se non una forma di autoespansione. Esser colmi di emozione
ovviamente non è amore, poiché una persona sentimentale può
essere crudele quando non si corrisponde ai suoi sentimenti, quando i suoi
sentimenti non hanno sfogo. Una persona emotiva può essere spinta
all'odio, alla guerra, al massacro. Chi sia sentimentale, pieno di lacrime
per la sua religione, sicuramente non possiede amore.
Il perdono è amore? Che cosa è implicito nel perdono? Voi
mi insultate ed io mi risento, me lo ricordo; allora, in seguito sia alla
costrizione che al pentimento, dico: "Ti perdono". In un primo
tempo mi ricordo; poi respingo. Che cosa significa ciò? Che io resto
pur sempre la figura centrale. Io resto importante, sono io che sto perdonando
qualcuno. Finché sussisterà l'atteggiamento di perdonare,
sarò io che sarò importante, e non l'uomo che, si suppone,
mi ha insultato. Così quando accumulo risentimento e quindi lo rinnego,
il che voi chiamate perdono, ciò non è amore. Chi ama ovviamente
non ha inimicizia ed è perfettamente indifferente a tutte queste
cose. La simpatia, il perdono, la relazione del possesso, la gelosia ed
il timore: tutte queste cose non sono amore. Appartengono tutte alla mente,
non è cosi? Finché la mente resta l'arbitro, non vi è
amore, perché la mente arbitra soltanto mediante il possesso, e il
suo arbitrato è puramente possesso in forme diverse. La mente potrà
soltanto corrompere l'amore, non potrà farlo nascere, non potrà
conferirgli bellezza. Si può scrivere una poesia sull'amore, ma ciò
non è amore.
Ovviamente non vi è amore quando non vi è rispetto reale,
quando non rispettate l'altro, sia egli il vostro servo o il vostro amico.
Non avete notato che non siete rispettosi, gentili, generosi con i vostri
servi, con le persone che, si dice, stanno sotto" di voi? Voi rispettate
chi sta al di sopra di voi, il vostro capo, il miliardario, l'uomo che possiede
un'enorme casa ed ha un titolo, l'uomo che può darvi una posizione
migliore, un lavoro migliore, dal quale possiate ottenere qualcosa. Ma prendete
a calci coloro che stanno sotto di voi, per loro scegliete un linguaggio
speciale. Perciò ove non c'è rispetto, non c'è amore;
ove non c'è misericordia, pietà, perdono, non c'è amore.
E poiché la maggior parte di noi si trova in questa condizione, ebbene,
noi non abbiamo l'amore. Non siamo né rispettosi né misericordiosi
né generosi. Siamo possessivi, colmi di sentimentalismo e di emotività
che possono prendere qualsiasi strada; uccidere, massacrare o unificarsi
in base a qualche intento folle e ignorante. Così, come potrebbe
esservi amore?
Potrete conoscere l'amore soltanto quanto tutto ciò sarà finito,
soltanto quando non, quando non sarete meramente emotivi, con la vostra
devozione ad un oggetto. Tale devozione è una supplica, cerca qualche
cosa in forme diverse. Chi prega non conosce l'amore. Perché siete
possessivi, perché perseguite un fine, un risultato, attraverso la
devozione, la preghiera, il che vi rende sentimentali ed emotivi, naturalmente
non vi è amore; ovviamente non c'è amore quando non c'è
rispetto. Potete dirmi che nutrite rispetto, ma il vostro rispetto è
per chi vi è superiore, è semplicemente il rispetto che nasce
dal desiderare qualcosa, è il rispetto della paura. Se veramente
sentiste rispetto, lo sentireste per gli inferiori come per coloro che chiamate
i superiori; ma non avendolo, non vi è amore. Quanto pochi fra noi
sono generosi, misericordiosi, quanto pochi perdonano! Siete generosi quando
ciò vi conviene, siete misericordiosi quando potete aspettarvi qualche
cosa in cambio. Quando tali cose scompaiono, quando tali cose non occupano
più la vostra mente, e le cose della mente non riempiono il vostro
cuore, allora vi è amore; e solo l'amore può trasformare la
presente follia ed insania nel mondo: non i sistemi, non le teorie, né
di destra né di sinistra. Amerete realmente quando non sarete invidiosi
né avidi, quando nutrirete rispetto, quando sentirete misericordia
e compassione, quando avrete considerazione per vostra moglie, i vostri
figli ed il vostro vicino, e i vostri meno fortunati servi.
All'amore non si può pensare, l'amore non si può coltivare,
l'amore non si può praticare. La pratica dell'amore, la pratica della
fraternità, resta pur sempre nell'ambito della mente, e perciò
non è amore. Quando tutto questo è giunto a termine, nasce
l'amore, e solo allora saprete che cos'è l'amore. Dunque l'amore
non è quantitativo, ma qualitativo. Voi non dite: <<amo tutto
il mondo>>; ma quando saprete come amare una sola persona, saprete
come amare tutti. Ma poiché non sappiamo come amare una sola persona,
il nostro amore per l'umanità è fallace. Quando si ama, non
è questione di uno o di molti; vi è soltanto l'amore. Soltanto
quando vi è amore tutti i nostri problemi potranno risolversi, e
soltanto allora potremo conoscerne la beatitudine e felicità.
Thich Nhat Hanh
Cavalcare le onde della nascita e della morte
Qualche osservazione sul problema della vita e della morte. Ci sono persone,
fra cui molti giovani, che hanno deciso di servire gli altri e lavorare
per la pace, per amore di tutti coloro che soffrono. Pur essendo ben consci
che la questione della vita e della morte è la questione fondamentale,
spesso non capiscono che vita e morte sono due facce della stessa realtà.
Una volta capito questo, avremo il coraggio di affrontarle entrambe.
Quando avevo appena diciannove anni, un monaco più anziano mi diede
il compito di meditare sull'immagine di un cadavere al cimitero. Io però
avevo molte resistenze ad accettare questa pratica. Ora ho cambiato parere.
All'epoca pensavo che bisognasse riservarla ai monaci più anziani.
Ma da allora ho visto molti giovani soldati giacere immobili l'uno accanto
all'altro, alcuni di appena tredici, quattordici o quindici anni. Non erano
preparati e pronti a morire. Ora capisco che chi non sa morire difficilmente
saprà vivere, perché la morte è parte della vita. Giusto
due giorni fa Mobi mi diceva che secondo lei a vent'anni si è abbastanza
vecchi per meditare sul cadavere. Lei stessa ne ha appena compiuto ventuno.
Dobbiamo guardare la morte in faccia, riconoscerla e accettarla, proprio
come guardiamo e accettiamo la vita.
Il sutra buddhista della presenza mentale parla della meditazione sul cadavere:
si medita sul disfacimento del corpo, su come si gonfia e diventa violaceo,
sul corpo che è mangiato dai vermi finché non restano che
brandelli di sangue e carne su uno scheletro; si medita finché restano
solo le ossa, che a loro volta lentamente si consumano e diventano polvere.
Meditate così, sapendo che anche il vostro corpo subirà lo
stesso processo. Meditate sul cadavere finché non sarete calmi e
tranquilli, finché la mente e il cuore non diventeranno leggeri e
sereni e un sorriso vi comparirà sul volto. Cosi, vincendo il disgusto
e la paura, la vita apparirà infinitamente preziosa, degna di essere
vissuta attimo per attimo. E non è solo la nostra vita a rivelarsi
preziosa, ma anche quella di ogni altra persona, di ogni altro essere, di
ogni altra realtà. Non possiamo più nutrire l'illusione che
la distruzione di altre vite sia necessaria alla nostra sopravvivenza. Vediamo
che vita e morte sono le due facce della Vita e che entrambe la rendono
possibile, come una moneta esiste solo in virtù delle sue due facce.
Soltanto ora è possibile guardare vita e morte come dall'alto, sapendo
vivere e sapendo morire. Il Sutra dice che i bodhisattva che hanno esplorato
la realtà dell'interdipendenza si sono liberati da tutte le idee
limitate e sono riusciti ad affrontare la vita e la morte come chi navighi
su una piccola barca senza affondare o farsi sommergere dalle onde.
Qualcuno ha detto che guardare la realtà dal punto di vista buddhista
porta al pessimismo. Ma pensare in termini di pessimismo o di ottimismo
banalizza la verità. Il punto è vedere la realtà cosi
com'è. Il pessimismo non potrà mai generare il sorriso calmo
e sereno che sboccia sulle labbra dei bodhisattva e di tutti coloro che
realizzano la Via.
Allan Watts
... E' qui che la psicologia dell'Occidente può prendere lezione
dalla psicologia dell'Oriente, la quale presta più attenzione al
modo di accettare e meno alle cose da accettare. Essa è interessata
a creare uno stato mentale preparato a ogni eventualità, a ogni sorpresa
che venga sia dall'universo esterno sia dall'universo interno. Troppo poco
risalto è dato a questo aspetto dell'opera da sconsiderati professionisti
della psicologia dell'inconscio, così che facilmente l'analisi risulta
piuttosto astratta dalla vita. L'analisi non è qualcosa a cui si
possa lavorare solo di notte, nel paese dei sogni, e la salute psicologica
non può essere comperata a cento dollari la visita ogni giovedì
pomeriggio. Una sera un amico mi telefona e mi annuncia che deve rincasare
presto perché il suo analista lo ha incaricato di affrontare un problema".
Quando è necessario rincasare presto, chiudersi in camera, sedersi
solennemente, prendere da un cassetto il problema e affrontarlo, cominciamo
a chiederci con stupore che cosa sia avvenuto di una certa indispensabile
qualità chiamata umorismo. L'analisi non deve assolutamente astrarsi
dalla vita, ma, quando si dà eccessivo risalto al sogno, al simbolismo
inconscio, al disegno e alla pittura inconsci, e alla vita di fantasia in
generale, si corre il rischio di dividere la vita in due metà e trascurare
i rapporti che le legano, come se l'intero processo non richiedesse altro
che di essere sviluppato nel mondo del sogno e della fantasia.
Molte di queste difficoltà sarebbero superate, se coloro che non
possono giovarsi di un savio analista, avessero la chiara intelligenza dei
fini dell'opera psicologica, e anche qui la visione di sistemi orientali
come il Taoismo e varie forme di Buddhismo è molto indicativa. Infatti
qui l'obiettivo non è raggiungere uno stadio - particolare;
è trovare il giusto atteggiamento mentale in quale che sia lo stadio
in cui possa capitare di trovarsi. Questo, a dire il vero, è un principio
fondamentale di quelle forme di psicologia orientale che passeremo in rassegna.
Nel corso della sua evoluzione l'uomo passerà attraverso un numero
indefinito di stadi; si arrampicherà sulla cresta di un monte per
trovare la strada che lo porti oltre la cresta di un altro e di un altro
ancora e così all'infinito. Nessuno stadio è definitivo, perché
il significato della vita sta nel suo movimento e non nel luogo verso cui
si muove. Un nostro proverbio dice che viaggiare bene è meglio che
arrivare, il che si avvicina all'idea orientale. La saggezza non consiste
nell'arrivare a un luogo particolare e non si deve pensare che la si raggiunga
necessariamente con l'arrampicarsi su una scala i cui pioli sono gli stadi
successivi dell'esperienza psicologica. Quella scala è senza fine
e l'accesso all'illuminazione, alla saggezza o alla libertà spirituale
si può trovare su uno qualunque dei suoi pioli. Se lo scopri,
non significa che non dovrai continuare ad arrampicarti su per la scala;
dovrai continuare ad arrampicarti esattamente come dovrai continuare a vivere.
Ma l'illuminazione si trova con la piena accettazione del posto dove ti
trovi ora. L'uomo moderno si trova nello stadio dell'evoluzione umana
in cui c'è una divisione massima fra il suo Io e l'universo; per
lui l'illuminazione è l'accettazione totale di quella divisione.
Le tecniche psicologiche falliscono perché non si accettano pienamente
i vari stadi coinvolti; questi si accettano con il solo scopo di raggiungere
una certa meta, come per esempio lo stato di "individuazione"
simboleggiato dal mandala. In tali circostanze quello stato si può
raggiungere" ma non vi si trova ciò che intimamente si desidera.
Il risultato è che quanti immaginano di aver completato quella fase
di lavoro psicologico, sono spesso infelici come sempre.
La semplice esplorazione dell'inconscio non porta alla saggezza, perché
uno sciocco potrà imparare molto e sperimentare molto, ma sarà
sempre uno sciocco. Diventa saggio solo quando ha l'umiltà di lasciarsi
libero di essere uno sciocco. Come dice Chuang Tze: "Chi sa di essere
uno sciocco non è un grande sciocco". Infatti lo sciocco si
rivela sempre per il suo orgoglio, per l'illusione che la grandezza si misuri
semplicemente con il metro della sapienza psicologica e che caricandosi
di nuove esperienze diventerà saggio. La psicologia dell'inconscio
è il suo felice terreno di caccia. "Dopo cinque o sei anni di
analisi", egli pensa, "se lavorerò sodo e passerò
attraverso tutti gli stadi necessari, diventerò una persona reale,
un uomo autentico, libero". Veramente quei cinque anni di lavoro (la
cui realizzazione richiederà anche l'istupidimento dell'analista)
potranno insegnargli qualcosa, se per avventura gli mostreranno che egli
è simile a quel somaro che cercava il fuoco con la lanterna accesa.
Talvolta il giro più lungo è la via più breve per tornare
a casa.
La via dell'accettazione e della libertà spirituale si trova non
con l'andare da qualche parte, ma nell'andare, e lo stadio
in cui se ne può conoscere la felicità è ora, in questo
stesso momento, nello stesso posto in cui ti capita di stare. Sta nell'accettare
pienamente lo stato della tua anima, qual è ora, non nel tentare
di portarti con la forza in un altro suo stato, che per orgoglio immagini
che sia superiore e più progredito. Non si tratta di sapere se il
tuo stato presente sia buono o cattivo, nevrotico o normale, elementare
o progredito; si tratta di sapere quale sia. L'essenziale non è accettarlo
al fine di passare a uno stato "superiore", se cosi si
può chiamare. A mo' di illustrazione, ecco la storia di come il saggio
Buddhista Hui-neng illuminò Chen Wei-ming, il quale ]o aveva inseguito
per rubargli il mantello e la ciotola delle elemosine del Buddha. Hui-neng
li aveva deposti su una roccia e, quando Chen andò per sollevarli,
trovò che era impossibile. Preso dal terrore, Chen protestò
che non era venuto per il mantello e la ciotola, ma per la saggezza che
rappresentavano. " Poiché sei venuto per il Dharma", disse
Hui-neng, "non pensare al bene, non pensa re al male, ma vedi quale
sia la tua vera natura (letteralmente: " faccia originaria " )
in questo momento ". A queste parole, Chen fu d'improvviso illuminato;
grondando di sudore e salutando Hui-neng con lacrime di gioia, domandò:
"Oltre a queste parole segrete e a questi occulti significati che mi
hai appena elargiti, c'è qualcos'altro di segreto?". Hui-neng
rispose: "In ciò che ti ho rivelato non c'è nulla di
segreto. Se rifletti e riconosci la tua vera natura, il segreto è
in te".
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